Mille e una guerra
Dalla guerra alle guerre
Il termine conflitto è apparso di frequente nel discorso pubblico, scientifico e profano, sostituendo la parola guerra (es. conflitto a bassa intensità o low intensity conflict per descrivere guerriglia o terrorismo, in cui non esiste un fronte definito, né ci sono scontri massicci e risolutivi). Emergono nuovi attori non statali dotati di capacità militari vere e proprie. Un esempio è il conflitto dell'estate 2006 in Libano tra Israele e Hezbollah (partito politico del parlamento libanese dotato di propria milizia). Si assiste a un trend di crescita dei conflitti interni dopo la fine dell’ordine bipolare.
In alcune aree la guerra è divenuta perenne: in Africa, Medio Oriente, America Latina, Asia Centrale sotto forme diverse prosegue da 20-30 anni. La conflittualità perenne è strettamente collegata alla presenza di reti di sostegno politico transnazionale e forme particolari di economia. Negli anni '80, l’occupazione sovietica dell’Afghanistan fu contrastata da giovani islamici di varia provenienza che contribuirono ad alimentare il conflitto. Dopo il ritiro dei sovietici, questa esperienza di lotta che aveva unito i combattenti dell’Islam, i cosiddetti "arabi afghani", ha diffuso e radicato reti politiche di opposizione, inclusa Al Qaida.
I conflitti perenni facilitano e sono facilitati dal proliferare di organizzazioni criminali violente che assumono la connotazione di mafie, veri e propri sistemi sociali criminali.
Guerra al terrorismo e guerra preventiva
La guerra al terrorismo in Afghanistan e la guerra preventiva in Iraq hanno avuto diverse motivazioni, non chiarissime, alcune risultate infondate come la disponibilità di armi di distruzione di massa e la connessione del regime di Saddam Hussein col terrorismo. Esse hanno avuto la funzione meramente strumentale di rendere più accettabile l’intervento all’opinione pubblica americana e internazionale.
La logica della guerra si è mescolata con l’idea di azioni militari di polizia col fine di rendere più sicura un’area mediante la politica di allargamento delle zone di pace democratica e di libero mercato (l’amministrazione Bush si ricollega all’idea di enlargement della democrazia e del libero mercato come strumenti di governance globale, rintracciabili nei primi anni ’90 già sotto l’amministrazione Clinton).
Ne emergono scontri a-lineari. Sapiente uso dei mass media e dei new media che amplificano e spettacolarizzano, alimentando il contrasto, la “guerra delle narrazioni e delle immagini”. Gli attori non sono più solo gli stati: terroristi, leader militari-religiosi, narcotrafficanti, folle fanatizzate e deliranti. Non è assoggettabile ad alcuna regola. Ad esempio, nella “guerra al terrore”, è stata rimessa in discussione la proibizione internazionale della tortura e altri trattamenti inumani e degradanti, sancita dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dalle Convenzioni di Ginevra, determinando un arretramento nel processo di civilizzazione, dissimulato in forme subdole pretendendo di operare una distinzione tra tortura e altri trattamenti chiamandoli tecniche di interrogatorio rinforzato, che si sostiene possono essere consentite.
Extraordinary renditions si riferisce a estradizioni illegali e segrete messe in atto per combattere il terrorismo internazionale. La situazione sembrerebbe suggerire un processo di rispecchiamento e omologazione nei comportamenti violenti e crudeli. Meccanismo noto al pensiero sociologico che vede produrre dalle relazioni conflittuali effetti non-intenzionali che tendono ad assottigliare le differenze. Un principio di mutua reciprocità: progressiva somiglianza tra i contendenti prima nei metodi poi in altri aspetti.
Contesto globale, dinamiche imperiali e privatizzazione
La globalizzazione economica comporta un intensificarsi degli scambi e il moltiplicarsi delle relazioni, oltre che degli attori in gioco, e la privatizzazione di misure e interventi. Dagli anni ’70, l’importanza di organismi non statali (soprattutto organizzazioni non governative) è significativamente aumentata. Si assiste a una crescita del disordine, anarchia e violenza diffusa. Incredibile l'ampliarsi delle possibilità, ma anche del disordine e dei rischi. Anarchia tra gli stati ma anche caos, tanto che alcuni parlano di un-governance.
I costi di un conflitto incidono sensibilmente sui paesi confinanti non solo in termini di perdite commerciali. Questi si trovano a fronteggiare il peso principale dei rifugiati, tra cui spesso si occultano anche i combattenti, con pesanti ricadute in termini di sicurezza. Flussi migratori difficili da controllare per raggiungere zone più stabili anche geograficamente molto distanti. Infine, i circuiti economici illegali tendono a diffondersi (es. nel 2003 il 95% della produzione mondiale di droghe pesanti avveniva all’interno di paesi attraversati da conflitti). Le aree sicure vengono contaminate e infiltrate dal caos delle zone di conflitto. Nuove forme di violenza emergono anche nei grossi centri urbani delle società avanzate che presentano periferie, ingrossate da immigrati, nelle quali la sopravvivenza è sempre più legata ad attività criminali.
Teoria dello scontro delle civiltà
La teoria dello scontro delle civiltà elaborata da Huntington sostiene che i conflitti successivi alla guerra fredda si spiegano in termini di divergenze culturali piuttosto che ideologiche o economiche. Otto macro-civilizzazioni sarebbero in lotta tra loro:
- Confuciana
- Giapponese
- Induista
- Islamica
- Latino-americana
- Occidentale
- Slavo-ortodossa
- Sub-sahariana
La più importante tra l’Occidente con le sue ambizioni universalistiche e il resto del mondo, desideroso di mantenere le proprie tradizioni culturali.
Le "nuove" guerre del Sud del mondo
Primi anni '90: conflittualità di natura intrastatale su base etnico-politica o etnico-religiosa. Si sviluppa un filone di studi incentrato su una radicale spaccatura tra vecchie e nuove forme di conflittualità con un’enfasi sul declino dello stato. I “nuovi conflitti” sarebbero depoliticizzati e criminali, mossi da motivazioni economiche ed etniche, con forme estreme di violenza gratuita e fuori controllo. L’etnicità diventa un fattore di notevole peso strategico che, in nome di un diritto alla tutela dell’identità, ha sostenuto rivendicazioni anche violente di accesso a determinate risorse, materiali e immateriali, come l’indipendenza.
Dagli anni ’60, le questioni etniche hanno subito una svolta, assumendo nuova importanza per conseguire determinati scopi. Nel Nord del mondo non ci sono state istanze secessionistiche, ma una tutela forte delle culture dei gruppi. Nel Sud, conflittualità bellica. Si sono moltiplicati i cosiddetti “ethnic studies”.
Identità etnica e narrazioni culturali
Mary Kaldor formula un paradigma delle forme di conflittualità intrastatale tipiche degli anni ’90, con particolare attenzione alle dimensioni etniche, principalmente sulle vicende dei Balcani e della regione transcaucasica. Le nuove guerre sono un tipo di conflitto di natura diversa dai conflitti civili del passato, differenziandosi negli scopi, metodi di combattimento, tipologia delle unità di combattenti e metodi di finanziamento.
Gli scopi sarebbero ora comprensibili più in chiave di frustrazione ed esclusione, una “politica dell’identità” etnica, che segna il passaggio da una politica delle idee (orientata ad un futuro inclusivo), a quella di un comunitarismo basato su semplici etichette. Questa politica trae la forza dall’insicurezza generalizzata, dalla rivitalizzata paura di nemici storici e dall’immaginazione di una minaccia proveniente dagli altri, dai “diversi”. La politica incentrata su una particolare identità è essenzialmente esclusiva e tende a creare minoranze.
Altra novità sono i metodi di combattimento che si ispirano alla guerriglia, seminando odio e terrore, eliminando l’altro, con uccisioni di massa, pulizia etnica, deportazioni forzate e catastrofi umanitarie. Gruppi armati molto eterogenei portano avanti un’ampia gamma di azioni illecite e a fine di lucro, come saccheggi, sequestri, traffico di armi, droga e persone. L’economia si trasforma: non è più centralizzata e autarchica, ma l’esatto opposto. La produzione interna è molto scarsa, i gruppi combattenti si auto-finanziano con traffici illegali, saccheggio e mercato nero. Violenza gratuita e incontrollabile.
Critica e oltre il mito dell'irrazionalità della violenza etnica
Il modello descritto da Kaldor è criticato per l'assenza di un adeguato approfondimento. Si discute dello squilibrio nei rapporti di forza, come nella guerra in Bosnia Erzegovina, e degli interrogativi sulle vere intenzioni dei belligeranti e sulla natura stessa del contrasto, riconoscendo contraddizioni e ambiguità emergenti dalla durata del conflitto, la difficoltà di trovare un accordo, il coinvolgimento di civili, i comportamenti cooperativi delle parti in lotta, pur nel fermo rifiuto della cessazione delle ostilità.
Alcune élites di potere hanno utilizzato le leve dell’identità etnica come dispositivo per mobilitare le energie sociali. Le tre componenti conflittuali dividevano lo stesso fine: divisione etnico-nazionalistica del territorio. Si tratta di un progetto razionale di decostruzione e ricostruzione del potere politico, economico, militare. Rimane l’interrogativo sul perché si sia realizzato attraverso manifestazioni di estrema crudeltà e coinvolgendo così ampie fasce di popolazione.
Di fronte a una situazione conflittuale gli uomini hanno reagito, per gran parte della loro storia evolutiva, con la violenza. È lo stile di vita che li conduce ad agire con violenza. La ferocia viene alimentata per dimostrare l’impossibilità della convivenza e azzerare la forza del preesistente legame sociale.
Il mito della violenza etnica andrebbe contestualizzato tenendo conto dei diversi antagonismi economici e politici, per alimentare la conflittualità. Infatti, se l’etnia in sé non costituisce un fattore conflittuale, rappresenta una risorsa importante, utilizzabile dai leader per scontri violenti. Per divenire tale deve politicizzarsi e trasformarsi in un “costrutto polemico”, ovvero etnia come risorsa strategica.
Economia, democrazia e violenza etnica
Amy Chua: in contrapposizione alle teorie che vedono libero mercato e democrazia come strumenti per assicurare la pace e il benessere, la sua ricerca riscontra in molte zone del mondo la presenza di minoranze etniche economicamente egemoni che stabiliscono un predominio straordinario sulle maggioranze di etnia diversa, producendo profondi risentimenti. Posizioni di privilegio economico dovute a una pluralità di fattori vengono amplificate dalla globalizzazione (che tende a esasperare le disuguaglianze), ciò genera frustrazione nel gruppo maggioritario che può portare ad azioni violente.
In numerose società non occidentali, tradizionalmente segnate da distinzioni etniche, quando l’economia è di fatto dominata da una minoranza etnica, democrazia e libero mercato accelerano le dinamiche conflittuali: producono effetti altamente destabilizzanti dal momento che le dinamiche del mercato tendono ad avvantaggiare gruppi minoritari particolarmente dinamici e ben connessi a livello transnazionale, mentre la democrazia dà potere alla maggioranza. Sentimento di privazione relativa teorizzato da Merton: frustrazione relazionale, generata da una comparazione invidiosa, aggravata dal fatto che spesso minoranze economicamente dominanti finiscono per controllare, assieme a investitori stranieri con cui stringono alleanze, i settori principali dell’economia nazionale, simbolo del patrimonio e dell’identità del paese. Risultato: catena di violenze. Può essere esercitata dalla maggioranza nei confronti del patrimonio della minoranza più ricca, oppure pulizia etnica e genocidio.
Michael Mann mette in discussione che la democrazia sia sempre in grado di attivare strumenti di mediazione delle differenze e trovare metodi non violenti di composizione dei conflitti. La pulizia etnica è una forma di conflitto essenzialmente moderna, sebbene non ignota nella storia e preistoria. Ha rappresentato un rischio con lo sviluppo e il diffondersi della democrazia quando, in condizioni di multietnicità, il governo ideale del popolo ha iniziato a intrecciare il demos con l’ethnos dominante, generando concetti organici di nazione e stato che incoraggiavano l’espulsione delle minoranze etniche in quanto elementi estranei e inquinanti. La moderna pulizia etnica è quindi il lato oscuro della democrazia. Rappresenta l’esito di quattro serie di reti di potere: ideologico e culturale, economico, militare, politico. Solo una società organizzata in maniera complessa e con un rilevante ruolo delle masse può essere all’origine di questo tipo particolare di conflitto interno.
Arjun Appadurai: lo studioso indiano si concentra sul rapporto maggioranza/minoranza in società democratiche etnicamente segmentate. Quando il rapporto quantitativo è messo in crisi, l’eliminazione di minoranze può diventare imperativa. In contesti particolarmente problematici, le minoranze diventano catalizzatori di ansie, paure, frustrazioni, percepite come ostacoli verso la sicurezza dell’omogeneità. Generano un’ansia da incompiutezza: l’idea di completa o totale purezza etnonazionale, paura dei “piccoli numeri”, furia genocida. Si sostiene che sia possibile perseguire la tutela dell’esistenza degli uni solo attraverso la sistematica distruzione degli altri. Si strutturano così le identità predatrici. Processo di identificazione violento che, secondo Appadurai, però origina da condizioni precedenti particolarmente favorevoli: già da tempo devono esserci livelli di reciproca stereotipizzazione e un certo grado di identificazione oppositiva.
Crisi dello stato o nuovi sistemi politici emergenti?
Alcuni studi analizzano le crisi della sovranità pubblica e le nuove forme di organizzazione sociopolitica emergenti come adattamenti alla globalizzazione e al nuovo assetto internazionale. Failed/weak state si riferisce a uno stato debole, con scarso controllo del proprio territorio. Descritto da Weber come monopolio della violenza legittima, la legge e l’ordine cessano di esistere o non sono più in grado di operare. In altri casi, l’alto livello di corruzione e burocrazia troppo rigida, pur mantenendo un certo controllo militare del territorio, fa sì che lo stato non sia più in grado di operare in maniera coerente. In entrambe le situazioni, di fatto, implodono le strutture del potere, con destrutturazione, disordine sociale e violenza diffusa. Le élites di governo tendono a legittimare gestioni del potere particolaristiche pubbliche o private. Spesso in questi casi la violenza organizzata si privatizza e si affermano i gruppi paramilitari. La privatizzazione si può esprimere anche con la crescente partecipazione dei rappresentanti dell’amministrazione ad attività criminali.
- Dimensione verticale: non c'è più sostegno popolare alle istituzioni, il governo non ha l’autorità di imporre le sue regole e farle rispettare.
- Dimensione orizzontale: il senso di appartenenza dei cittadini nei confronti dello stato è molto basso.
Gli individui si rivolgono allora a gerarchie religiose e partiti o gruppi di riferimento (etnie, mafie) che offrono protezione e sostegno. Duffield parla delle nuove conflittualità che rappresentano una configurazione sociale alternativa che scaturisce dal fallimento dei progetti di modernizzazione, in risposta alla globalizzazione. In certi contesti la violenza organizzata facilita il controllo di risorse scarse. L’instabilità che ne scaturisce non è uno stato transitorio di emergenza ma ha carattere permanente.
Le "nuove" guerre come imprese criminali
Il problema dell’appropriazione delle ricchezze è centrale in altri studi che sottolineano l’assoluta irrilevanza degli aspetti politici e sociali delle guerre intestine, enfatizzando invece lo spirito acquisitivo (desiderio di arricchimento) alla base dell’azione di qualsiasi gruppo ribelle. In certe circostanze la globalizzazione rende il conflitto un affare conveniente: spiega perché molte società vivano per molto tempo profondi contrasti politici senza che questi si trasformino in guerra. Solo quando l’insorgenza può agevolmente finanziarsi il conflitto armato si configura praticabile e conveniente.
La teoria della greed/grievance tende a enfatizzare il ruolo delle risorse naturali nell’esplosione dei conflitti; una maggiore abbondanza di risorse offrirebbe sia l’opportunità sia la motivazione alle parti in lotta per scatenare o prolungare le ostilità. Coloro che sono spinti dall’avidità ad intraprendere un’azione conflittuale armata usano posizioni di potere, politico o militare, istituzionale e non, per appropriarsi delle risorse, facendo leva come copertura ideologica sul risentimento rivendicativo di quanti si sentono esclusi e protestano a causa della mancanza di diritti politici, discriminazioni, ineguaglianza economica.
Nell’era post-bipolare in molte aree del Sud del mondo le motivazioni politiche avrebbero sostanzialmente ceduto il passo al desiderio di arricchimento e all’avidità fine a se stessa. Secondo Collier, le condizioni favorevoli all’innesco di una situazione di conflitto armato si presenterebbero in quei paesi la cui economia si basa principalmente sull’esportazione di materie prime sfruttabili con facilità sia dai governi sia dagli insorgenti e agevolmente commerciabili nei circuiti globali leciti e illeciti. È importante anche la presenza di una consistente fascia di popolazione giovane con bassi livelli di istruzione, a cui è di fatto reclusa qualsiasi possibilità di mobilità sociale, quindi facilmente impiegabile in attività militari.
Alle motivazioni basate sulla greed si oppongono quelle basate sulla grievance: individuano come fattore principale la protesta politica nutrita da frustrazioni e privazioni.
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