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nel pensiero sociologico delle origini dei padri fondatori difficilmente si trova un interesse autonomo a formulare una

teoria del conflitto sociale e della guerra grazie ad un diffuso clima sociale fiducioso, aspettative di un futuro migliore,

scoperte scientifiche e tecnologiche, che fecero credere nella possibilità di realizzare una società perfetta. Rilevanti sono

le idee di Marx e Comte, il primo teorico della società capitalistica, il secondo di quella industriale. Nonostante Marx

considerasse la violenza ostetrica della storia credeva che l'assunzione del potere da parte del proletariato avrebbe

eliminato il carattere conflittuale dei rapporti socio-economici; Comte era a sua volta convinto dell'incompatibilità della

guerra con l'evoluzione e il progresso. Dunque rivoluzione cruenta per il primo e lenta trasformazione culturale e

strutturale per il secondo, avrebbero portato la scomparsa dei conflitti armati.

Il loro successori, Durkheim, Pareto, Simmel e Weber vissero con una più matura consapevolezza in un mondo europeo

ormai in crisi. Questi condividono un'accettazione naturalistica del conflitto come componente ineliminabile della vita

sociale che fa, nonostante la quale arrivarono impreparati alla prima guerra mondiale.

Comte

La sua riflessione sulla guerra è parte della sua teoria evolutiva dei tre stadi, secondo la quale finalità e modalità della

guerra cambiano in relazione alle condizioni sociali ed economiche e politiche:

1. Stadio tecnologico caratterizzato da una preponderanza della dimensione emotiva e da un pensiero guidato

dalle idee religiose. Favorisce l'attività bellica anche perché la guerra è l'attività principale da un punto di vista

economico e politico. Il politeismo è adeguato a questo clima di caos e incertezze.

2. Stadio metafisico transizione della guerra offensiva a quella difensiva, dato che la guerra non è +1 attività

economica e il ruolo della religione diventa rilevante, con l'avvento del monoteismo, primo grande tentativo di

elaborare un sistema razionale e pacifico. Il cristianesimo riesce a imporre il primato spirituale su quello

temporale modificando l'atteggiamento dei credenti nei confronti della guerra. La Chiesa svolge un'azione di

contenimento dell'attività bellica (crociate come tutela del pellegrinaggio), rinforzata dalla situazione politica,

caratterizzata dalla necessità di controllare i territori conquistati, quindi dalla nascita del feudalesimo con il

quale l'attività militare prevalente è la difesa del territorio. In aggiunta la riforma protestante favorì la nascita di

una mentalità innovatrice, individualista e autonoma, antitetica alla mentalità militare. In questo stadio hanno

origine le guerre rivoluzionarie a difesa di un principio che coinvolge tutti gli uomini. I guerrieri sono però

semplice strumento e i giuristi acquisiscono uno status importante con il declino della guerra.

3. Stadio positivo il declino della guerra prosegue in questo stadio caratterizzato dallo spirito dell'industria che

provoca la caduta di interesse per la vita militare. Siamo in un periodo di evoluzione politica caratterizzato da

pragmatismo economico e orientamento favorevole al compromesso, per cui la guerra diventa anacronistica.

In conclusione per Comte la guerra come attività di gruppo svolge funzioni economiche (risorse), sociali (educa ad

attività regolari), politiche (potere) che per affermare appieno il suo potere necessita di una mentalità adeguata. Egli

prevedeva che i conflitti nell'Europa occidentale sarebbero scomparsi, e ciò si avverò con l'unificazione europea.

Marx

Egli ha inaugurato la tradizione sociologica di studi sui conflitti scostando la sua analisi verso le basi della società che

generano e danno forma ai rapporti sociali, alle ingiustizie e allo sfruttamento. La sua teoria si basa su un'antropologia

materialistica per la quale l'uomo ha bisogno di cibo, vestiario, abitazione la cui creazione dipende dalla fase di sviluppo

storico delle forze produttive cui corrisponde un determinato tipo di rapporti di produzione. Questi sono per loro natura

contraddittorie che generano conflitti peraltro degli interessi divergenti che si dividono tra sfruttatori e sfruttati. Dunque

la sfera economica è alla base della società e della politica e il potere politico è espressione dei sottostanti rapporti di

forza, strumento con cui la classe dominante attiva e mantiene il proprio dominio.

Classe e lotta di classe sono alla base del capitalismo e il suo modello si basa sulla struttura economica, che crea le

condizioni che portano al conflitto, alla rivoluzione, cioè un cambiamento violento. Marx reputa antagonismi e conflitto

come il motore della storia, teorizzando un modello per il quale alla base di tutto sarebbe la contraddizione tra forze e

rapporti di produzione, i cui attori sono la classe dominante (risorse) e la classe sfruttata (forza lavoro). Con lo sviluppo

tecnologico il modo di produzione si evolve, portando all’alienazione della classe subalterna, che prende coscienza della

propria situazione, ma anche della propria forza, e ciò conduce alla rivoluzione. Marx considera le altre classi, ma

nessuna può avere il ruolo di terzo per attenuare il conflitto. Il conflitto tra borghesia e proletariato, tipico del

capitalismo aveva caratteristiche di assoluta novità, dato che la borghesia non poteva mantenere il suo dominio senza

rivoluzionare costantemente strumenti e rapporti di produzione, che però non si modificano con lo stesso ritmo,

creando profonde contraddizioni. Inoltre, secondo Marx, il regime capitalistico oltre all’aumento di ricchezza, avrebbe

portato all’aumento della miseria per la maggioranza, conducendo all’esplosione rivoluzionaria e all’avvento di una

società non antagonistica. La soluzione era quindi la rivoluzione, con l’eliminazione di una delle due parti. (mito della

violenza fondatrice).

Durkheim

Egli sosteneva che nonostante la riconosciuta esistenza di cause pregresse, per giungere alla prima guerra mondiale ci

fosse stata la precisa volontà di un attore, che individuava nella Germania. Individuato il colpevole Durkheim proseguì

nella sua analisi per individuare una causa più profonda che avesse spinto la Germania, un fatto sociale, che rintracciò

nella mentalità tedesca, rappresentato da Heinrich von Treitschke (tesi e principi cui si rifacevano diplomazia e stato

maggiore tedeschi). La sua tesi poneva lo stato come entità al di sopra della morale, delle leggi e della società civile,

legittimato ad adottare i mezzi che riteneva necessari, una sorta di divinità. Una tale comunità, rappresentata da un tale

stato, trova nella guerra una condizione essenziale per la sua esistenza e, secondo von Treitschke, se la guerra implica

idealismo politico, la pace è solo materialismo, pericolosa perché favorisce egoismo e rilassatezza. Ugualmente lecito, in

questa concezione dello stato è terrorizzare le popolazioni civili, perché in guerra l’unico criterio valido è ottenere la

vittoria.

Di fronte a tale sfida, Durkheim ritiene che il dovere di tutti sia resistere, ricorrendo agli strumenti offerti dalla

conoscenza scientifica.

In conclusione, egli sosteneva che:

- Ogni conflitto radica in condizioni pregresse che operano a diversi livelli, ma lo scatenarsi di un conflitto violento

è frutto di una precisa volontà di uno o più attori;

- Le caratteristiche delle guerre sono strettamente connesse al grado di sviluppo culturale e tecnologico delle

società che le combattono ed è sempre più rilevante il ruolo delle popolazioni civili;

- Emerge già con chiarezza la rilevanza della resistenza civile, con mezzi violenti e nonviolenti, punto centrale delle

teorizzazioni della peace research.

Weber

Completamente opposto rispetto a Durkheim, egli era convinto della necessità di una politica di potenza per la

Germania, che forse solo tramite il conflitto avrebbe potuto reclamare la posizione primaria che le spettava. Ciò

determinò il suo coinvolgimento nella guerra, anche se non era un guerrafondaio, ma non vedeva alternative valide

(responsabilità storica della Germania). Alla vittoria bellica della Germania sarebbe stata legata la sopravvivenza della

Kultur tedesca, minacciata dalla dinamica Zivilisation inglese. Egli nutriva la convinzione che quello tedesco fosse un

popolo eletto.

Weber parla di conflitto nei termini di lotta (Kampf), intesa come un agire sociale orientato all’imposizione della volontà

dell’attore contro la resistenza della controparte. La lotta è collegata al potere in tre arene conflittuali diverse:

1. Politica, dove la posta in gioco è il potere

2. Economico, che interessa le dinamiche salariali

3. Sociale, in cui gli attori si scontrano per il prestigio o l’affermazione dei propri valori

Per Weber il conflitto non è un’eccezione patologica, ma un elemento permanente dell’interazione, che ne assicura la

vitalità, operando come filtro selezionatore ai diversi livelli, favorendo il meglio. La lotta per il potere tra le classi è

l’essenza, secondo lui, della politica interna, mentre quella fra stati era condizione naturale del sistema internazionale, di

cui le guerre sono la normale espressione. I popoli vincitori impongono il proprio dominio, anche come dominio

culturale.

Ulteriore riferimento importante per comprendere la Machtpolitik weberiana è rappresentato dal politeismo, ovvero la

pluralità di valori incompatibili e in eterna competizione. Egli sostiene, attraverso i suoi studi di sociologia delle religioni

che ogni sistema di valori comporta una finalità specifica e un senso proprio. Inoltre ogni comunità nazionale sviluppa il

proprio sistema valoriale e si riconosce in certe opere.

Weber legava saldamente la dimensione della potenza politico-militare allo sviluppo economico di uno stato,

sostenendo che la violenza non finisce se mascherata da competizione economica. Egli sembra disconoscere la

differenza tra forme violente e nonviolente di conflitto, fermamente convinto che la guerra continui anche in periodo di

pace, come parte integrante del divenire della storia.

Dato che gli interessi di potenza erano inscindibili da quelli culturali, si combatteva una Kultur-krieg, finalizzata alla

conservazione e riproduzione del proprio sistema culturale. Diventare, attraverso la guerra, una potenza mondiale era

indispensabile per essere un popolo libero, dominare il proprio destino e non essere asserviti da culture straniere, dato

che la nazione tedesca, era per Weber, un popolo di cultura, mosso da ideali, per il quale auspicava una influenza

mondiale.

Paradossalmente, il teorico dell’individualismo, postulava poi l’assoluta continuità tra nazione e individuo, come società

unita nella lotta, che da forza all’intera nazione e che va preservata.

Weber ci consegna dunque una cruda concezione del conflitto, come perenne e pervasivo, in cui confluiscono le diverse

componenti del suo pensiero, darwiniana (lotta biologica), nietzschiana (ricerca della grandezza), politeistica, economica

(insufficienza dei beni materiali), e marxista (contrasto tra classi).

Simmel

Fortemente coinvolto nel nazionalismo tedesco, condivise con Weber l’esigenza di offrire il proprio impegno culturale

alla causa nazionale. Anche lui visse la guerra come un Existenz-kampf, uno scontro apocalittico, in grado di svelare chi

avesse il diritto alla sopravvivenza e ad influenzare la storia dell’umanità. Simmel era convinto della diversità della radice

culturale tedesca all’interno della realtà europea: mentre quella francese e inglese erano autoreferenziali, quella tedesca

era più complessa e tendeva all’opposto (più alta istanza spirituale e ideale).

Riguardo al suo coinvolgimento, da un lato condivideva i grandi temi della pubblicistica di guerra tedesca, che leggeva il

conflitto come evento epocale in continuità con la guerra del 1870 e che esprimeva compiacimento per l’esplosione

dell’integrazione sociale, che rappresentava un fattore di discontinuità con la conflittualità tipica del tessuto sociale

tedesco. Dall’altro però emergevano considerazioni collegate ai suoi interessi scientifici: la sua tesi di fondo era che il

conflitto andasse considerato una forma di sociazione, dato che nessun gruppo poteva essere completamente armonico,

dal momento che ciò avrebbe provocato la mancanza di struttura e possibilità di sviluppo. Quindi i conflitti non erano da

considerarsi come fattori disgreganti, dato che fattori positivi e negativi contribuivano a strutturare le relazioni nei

gruppi e tra gruppi. Il conflitto con altri gruppi, secondo Simmel, contribuisce a costruire e rafforzare l’identità del

gruppo e ne preserva i confini.

Nella prima fase delle sue riflessioni sul conflitto mondiale le considerazioni sono organicamente connesse all’analisi

della mobilitazione spirituale che chiama alla trasformazione interiore; di fronte alla grandiosità della sfida, la solidarietà

sociale basata sullo scambio di reciproche utilità funzionali compie un salto di qualità, facendo emergere una nuova

concezione di totalità sovraindividuale. In questa particolare contingenza il legame tra individuo e totalità va molto oltre

il concetto di dedizione e abbraccia non solo i contemporanei, ma investe anche le generazioni future, con la possibile

nascita di un uomo nuovo.

Simmel non nasconde le devastazioni prodotte dalla guerra, considerandone, però, il risvolto positivo della perdita del

benessere e della ricchezza, occasione importante per un cambiamento nella cultura e uscire da quello che definisce un

mammonismo (culto del denaro). Egli evidenzia come, con l’avvento della modernità, l’intera vita dello spirito fosse

stata colonizzata dal denaro, quindi uno dei mali di cui soffriva la società era l’avanzamento della cultura delle cose e

l’arretramento della cultura delle persone. Allo sviluppo della tecnica, all’avanzamento del benessere e delle ricchezze,

non si era accompagnata un’evoluzione dello spirito umano.

Come Weber parla del tempo di pace come periodo di rilassatezza e indulgenza, che genera eccedenza di prodotti,

anche culturali (specializzazione e sovraffollamento), per cui la guerra rappresentava la cura, attraverso la separazione

dell’essenziale dal superfluo, perché la guerra fa sopravvivere solo ciò che ha potere germinativo.

Pareto

Pareto analizzava gli eventi bellici in maniera più disincantata, priva si slanci nazionalistici e sentimenti di appartenenza,

osservando con curiosità critica lo svolgersi degli eventi, avvertendo con acuta consapevolezza che ci si trovava di fronte

a un cambiamento epocale. La logica dei sentimenti, alla base dell’impianto teoretico di spiegazione dell’agire sociale,

guida le sue riflessioni sui fenomeni bellici, ennesimo banco di prova della teoria sulla società elaborata in risposta

all’inadeguatezza dei modelli basati sulla razionalità strumentale. Egli è un critico severo di Saint Simon, Comte e

Spencer, che sostenevano uno sviluppo della società basato su pace e progresso, per cui la guerra sarebbe stata

sostituita da strumenti di composizione pacifica dei conflitti. Per Pareto la ragione ha poca rilevanza nel determinare

l’azione collettiva, mentre sono sentimenti, interessi e ideologie che danno forma alla ciclicità dei fenomeni sociali.

Secondo lui, le cause degli eventi bellici contemporanei erano da ricercarsi nella rottura dell’equilibrio politico europeo

sotto la pressione dei residui e degli interessi delle popolazioni strutturati in maniera antagonistica così da travolgere i

desideri di pace. Altrettanto fallace si dimostrò l’opinione di quanti erano convinti che la potenza distruttiva raggiunta

dalle armi, ne avrebbe impedito l’effettivo utilizzo. Le prime avvisaglie di tali mutamenti sono da lui ravvisate nella

guerra di Libia del 1911-12, che assunse subito la forma di una guerra di conquista, ma fu razionalizzata attraverso

argomentazioni tese a soddisfare il senso di giustizia e il desiderio di ottenere riparazione alle offese subite, che si

mescolavano al risveglio di sentimenti religiosi e patriottici nella popolazione italiana. Tutti questi fattori contribuirono

ad attribuire a tale guerra un senso di missione civilizzatrice.

Pareto individua come componenti essenziali della situazione conflittuale, tre elementi:

1. Una forza espansionistica di determinate popolazioni con conseguente rivalità tra esse;

2. Una disparità nelle religioni e ideologie;

3. Una differenza nelle istituzioni politiche.

In altri termini si trattava del contrasto tra germanesimo e slavismo, espresso da popolazioni con grande forza di

espansione, tra militarismo aristocratico ed emergente democrazia sociale, cui si mescolavano interessi particolari di

diversi stati. Questa situazione lo indusse ad approfondire l’incidenza di interessi che avrebbero posto in conflitto la

plutocrazia militare tedesca, la burocrazia zarista, e la plutocrazia demagogica anglo-francese. Il potenziale contrasto tra

società in cui dominavano gli impulsi degli istinti delle combinazioni, e che quindi erano più dinamiche e orientate al

mutamento, e società più conservatrici per una predominanza di residui della seconda classe (persistenza degli

aggregati) in determinate condizioni, sotto la pressione di spinte egemoniche, avrebbe sicuramente portato a un

conflitto. Se si fosse trattato solo di interessi, forse sarebbe stato possibile evitarlo, ma gli antagonismi avevano

coinvolto anche i residui, infuocando le emozioni, che a loro volta si esprimevano in potenti espressioni ideologiche,

derivazioni.

Spinte nazionalistiche e compulsivi desideri di supremazia svolsero un ruolo di primo piano nell’influenzare il corso degli

eventi. Pareto ebbe fin dall’inizio acuta consapevolezza che le risorse materiali di cui erano dotate le parti erano tali da

sostenere a lungo lo sforzo bellico. Inoltre, a sostenere il conflitto, venivano schierate opposte religioni: la Kultu

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Scienze politiche e sociali SPS/12 Sociologia giuridica, della devianza e mutamento sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiara.chialant di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria dei conflitti e processi di pace e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Maniscalco Maria Luisa.
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