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La nostra preghiera è davvero nel nome di Gesù. Fa corpo con quella di Cristo, è un prolungamento della sua

preghiera. La sua espressione fondamentale è la lode e il ringraziamento: perché Dio ci ama per primo;

perché è fedele; perché si è fatto vicino a noi in Gesù Cristo. Per questo la preghiera cristiana è anche

immensamente gioiosa: possiamo scoprire questa attitudine nei primi capitoli del Vangelo di Luca, ove il

rivelarsi dell'iniziativa divina è un'epifania gioiosa e ottiene dall'uomo una risposta permeata di gioia. Ma

nello stesso tempo è preghiera di poveri. È la supplica di chi conosce la propria cattiveria, di chi fa

quotidianamente l'esperienza del male e ha continuo bisogno di perdono.

La difficile preghiera.

Tutti gli aspetti della vita possono comportare momenti e situazioni difficili; tutte le svolte possono essere

faticose: devono essere assunte e interpretate alla luce della fede, anche se essa non è spontanea, ma deve

essere riconquistata.

La fede che prega diventa, nella preghiera appunto, superamento della prova: permette cioè di affrontare la

prova della fede e di non esserne travolti.

Non dimentichiamo che il pregare il cristiano è obiettivamente motivato e figurato. Obiettivamente motivato

vuol dire che le ragioni per pregare non sono immediatamente dentro l'uomo che prega, ma stanno, come

tutte le motivazioni della fede, nella parola del Signore, nel suo esempio, nella sua realtà, nel modo con cui

egli vuole che si accetti il suo modo di interpretare l'uomo, la storia... il pregare che perciò un valore che si

può ritrovare indipendentemente da ciò che si sente o non si sente.

Obiettivamente figurato o dire che la preghiera cristiana ha una sua configurazione: essa è domanda,

ringraziamento; essa utilizza una parola, che è la parola di Dio. Allora, quando non so che cosa dire a Dio

posso dirgli della sua parola, indipendentemente da quello che io provo o non provo.

nella storia della spiritualità cristiana l'esperienza di preghiera non è soltanto profonda in quanto prende tutta

la vita, ma è trasformante, fa passare dalla forma che ognuno da della propria vita alla forma che da Gesù

Cristo, sottomettendosi lui. La preghiera diviene così trasformante: ci fa passare dalle parole che diciamo a

una vita che si trasforma, diventando coerente con quelle parole. Capita, infatti, di essere spesso, nella

preghiera, cose di una serietà inaudita, riducendole tuttavia soltanto a parole, perché può essere scomodo

vivere, o perché siamo troppo distratti, o perché lo consideriamo alla stregua delle parole dei giornali o dei

Mass media. Dobbiamo ritrovare nel cammino della fede la sua logica di trasformazione che fa nascere

l'uomo nuovo, l'uomo secondo l'alleanza.

L'esperienza cristiana della preghiera conosce certamente una modicità; e noi stessi, quando preghiamo e

insegnamo a pregare, vi facciamo istintivamente ricorso. Lo spirito Santo vuole che siamo semplici, positivi,

disponibili: semplici e positivi per pregare comunque; disponibili, per camminare nella direzione che lui ci

indica, e ci può indicare anche oltre ogni metodo. Quello che conta è che si preghi, con i mezzi che si hanno.

La preghiera non è una formula, ma un rapporto personale con Dio; essa non deve cadere nel convenzionale.

L'ideale è che l'uomo si porti con tutto se stesso all'incontro di preghiera con Dio: non voglia veramente e si

lasci in esso liberamente esprimere. Sorge a questo la domanda dove incontriamo Dio? la risposta cristiana,

anzi biblica, ci dice: nel tempio dell'umanità di Cristo. Si tratta di comprenderla. In questo senso i cristiani

non hanno più un tempio: con la venuta del Cristo, un tempio materiale, un edificio non è più il segno per

eccellenza della presenza di Dio tra noi. Il nostro modo di comunicare con Dio non sarà più il salire al

tempio. Il luogo della presenza di Dio per noi in cui Dio si è manifestato in cui possiamo incontrarlo è il

tempio dell'umanità di Cristo.

Verginità cristiana "sposalizio" con Cristo.

Il mistero dell'alleanza è nuziale. Siamo quasi un altro lui stesso: perché ciò che abbiamo è dono e ricchezza

sua. Eppure non siamo semplicemente Cristo: siamo salvati da lui, ci sottomettiamo lui, accogliamo nella

libertà la sua pienezza. Per questo il nostro rapporto con Dio viene evocato dall'immagine del rapporto

nuziale.

Sposa di Cristo è la Chiesa: perché fatta talmente per lui da essere qualcosa di lui, luogo di espansione della

sua vita; eppure libera di fronte allo sposo, come colei che nell'amore accoglie e vive ricambiandolo, della

donazione di lui.

Ciò che qualifica il cristiano, non solo come uomo religioso, ma come credente è il modo radicale con cui

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egli si riferisce Cristo.

Il rapporto con Cristo è centrale e assolutamente prioritario. Egli non è tra le altre cose, perché da lì senso a

tutte le cose; non è semplicemente il prossimo, perché dà il significato al prossimo; da una ragione per farci

prossimi. Il rapporto con lui è rapporto di contemporaneità: Cristo è mio contemporaneo in forza della sua

singolarità. L'avvenimento di Gesù è un piccolo pezzo di storia e tuttavia è universale del cristianesimo, per

cui, quando si dice giustizia, si dice giustizia come Cristo; quando si dice verità, si dice la verità che è in lui.

L'avvenimento di Gesù è l'universale del cristianesimo, ma è anche l'assoluto della storia. È un fatto storico

come tutti gli altri fatti storici contingenti e tuttavia non è intercambiabile con gli altri, perché è un punto

assoluto e definitivo.

La Pasqua del Signore è avvenuta una volta sola e per sempre e non si può ripetere, ma l'eucarestia in modo

che noi siamo presenti a quell'avvenimento. Questo fatto mette in evidenza che l'essere cristiano è sempre un

<<seguimi>>, <<un fare la vita con me>>.

Il dono della verginità è fatto a peccatori, a malati che devono essere guariti dall'amore e dalla tenerezza

misericordiosa del Salvatore. Non è il senso dell'indennità che fa ostacolo, perché il Signore ci crea nella

verginità, la costruisce e la ricostruisce, magari chiedendo di lasciarci mettere in croce insieme a lui. È nella

fedeltà al Signore che si radica e che si costruisce la nostra fedeltà. Questo discorso vale per ogni cristiano,

per la Chiesa intera. Lo spirito di Cristo e nella Chiesa per la remissione dei peccati. Tuttavia, il modo di

vivere il tutto concreto e amato della propria esistenza, tipico dei vergini, troverà nel senso dello sposo-

Salvatore risonanze particolari. Sant'Agostino parlava di un timore casto, in relazione al timore della sposa di

perdere lo sposo. Il senso del tradimento e dell'infedeltà deve far percepire più occultamente la gratuità di un

amore che è prima, che è disposto ad avvolgere di tenerezza misericordiosa la sposa che ritorna e la chiama e

l'aspetta. Il simbolo obiettivo del Cristo sposo viene vissuto in questa specifica direzione: <<in definitiva non

ho che te, sono contento di averti così, come non avendo nient'altro che te.

La psicologia di chi accoglie la chiamata alla verginità per il regno esprime, nel rapporto con Cristo, un

modo di percepirlo e viverlo come il tutto concreto e amato, scelto e voluto, della propria vita.

Il richiamo alla verginità sarà alla costante dell'essere cristiani: che non si identifica con il fare, ma con la

nostra comunione con Gesù Cristo. Ciò che conta siamo noi, il nostro rapporto con lui; tutto il resto,

compreso il fare, fa parte delle varianti: e mantiene la sua consistenza e il suo significato soltanto se rimanda

a Gesù Cristo, in modo autentico e profondo. La costante della verginità è il rapporto con Cristo: per cui se

ne deve impedire ogni interpretazione strumentale o funzionale.

La verginità porta con sé una particolare esperienza di crocifissione. È del resto leggi di ogni vocazione

cristiana, perché vi si esprime sempre la stoltezza della fede. Questo dispensa i vergini da ogni inutile

vittimismo come da ogni vacua ostentazione di martirio. I vergini non sono talmente privilegiati, sul

cammino della croce: tuttavia hanno il loro modo di essere accanto al maestro, di bere con lui al medesimo

calice. Il Signore stesso sembra garantirlo, se stiamo ad alcune parole ripetute da San Luca. L'insistenza sulla

rinuncia alla sposa ed ai figli pare sottolineare intenzionalmente un rapporto tra verginità e vocazione a

portare con Cristo la croce.

La vocazione alla verginità è vocazione a evangelizzare continuamente la chiesa e il mondo nel senso

dell'attesa. Ogni discepolo del Signore desidera: desidera il Signore, la comunione con lui. Desidera il

signore che ama l'uomo e lo fa sorgere come interlocutore per la comunione con sé.

Signore se ci sei tu, nulla di essenziale manca alla mia vita. Signore, se ci sei tu, anche se è necessario vivere

rinunciando al matrimonio, alle cose, alla propria autonomia per esprimere l'assoluto che sei tu, nulla di

essenziale manca, perché l'uomo non sta assolutamente in alcuna di queste cose.

Quando un cristiano si mette a pregare non pensa e non ritrova soltanto se stesso nella sua profondità, una

profondità delle cose, o quella del mondo, ma mette in atto il senso che egli ha di Dio e di Cristo come un

<<tu>>. << E' un tu di fronte a me, un tu che si è manifestato come la carità, l'amore: Dio è carità>> (Gv 4,

8). Io posso parlargli, perché è un tu che ha dei contorni precisi: quelli rivelati in Cristo.

Il linguaggio che io imparo di fronte a questo tu che si è manifestato diventa perciò quello dell'amicizia,

gratuitamente offerta da un padre, e ricambiata restituendo se stessi

La povertà e i poveri.

Tutto il mistero della salvezza può essere espresso in termini di povertà: è io che ci fa ricchi nella misura in

cui ci trova poveri. La povertà e esprime meravigliosamente la condizione cristiana della salvezza: è il

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incontrarsi dell'uomo con la ricchezza di Dio che lo salva.

Si può intendere la povertà come povertà della fede, dell'uomo che si abbandona all'iniziativa di Dio; e

ritenere ricchezza l'orgoglio dell'uomo, il suo, il suo peccato. E si può parlare della povertà come espressione

di un modo particolare di concepire le cose, i beni, la stessa vita. Ma forse è più semplice parlare della

povertà parlando dei poveri di coloro che, sotto il profilo sociologico, meritano questo appellativo. In tutta la

Bibbia, essi sono oggetto di attenzione e di riflessione. La beatitudine (Lc) <<Beati voi poveri, perché vostro

è il regno di Dio>> significa che i ricchi non entrano nel regno se non perché vi vengono introdotti dei

poveri, che ne sono i primi veri cittadini a pieno titolo.

Perché è un privilegio dei poveri? che ci siano poveri, persone oppresse, che non hanno nulla e non contano

nulla, che non riescono ma anche a farsi ascoltare e avere giustizia, è il segno concreto di una situazione di

egoismo e di peccato in cui si trova il mondo, fuori e dentro l'area dei credenti. Privilegiando i poveri, io

esprime sotto un aspetto particolare la sua dissociazione dal peccato che c'è nel mondo. Come a dire: questo

non è il mondo come Dio lo vuole. La predilezione di Dio per i poveri dimostra che egli non accetta tale

ordine di cose, e domanda anche a noi che lo contestiamo. La posizione critica di Dio verso un mondo così

costruito deve essere assunta anche dal cristiano: il mondo delle disuguaglianze, delle speculazioni, delle

immaginazioni non può essere legittimato. Egli denuncia il peccato del mondo. È un giudizio che va raccolto

e condiviso e che assegna criteri precisi all'azione sociale e politica di cristiana.

L'ubbidienza.

L'ubbidienza è il punto centrale dello stato religioso, è come il fulcro su cui ruota tutta la struttura della vita

consacrata.

I vecchi trattati di morale parlano di tre caratteristiche dell'ubbidienza, come di ogni voto: il voto di

ubbidienza, la virtù dell’ubbidienza e lo spirito dell’ubbidienza, per cui un religioso poteva mancare al voto

ma non allo spirito, oppure poteva mancare alla virtù ma non al voto, ecc.

Il religioso è un cristiano particolarmente consapevole del fatto che la vita nella fede non è altro che

ritornare, attraverso la fatica dell'obbedienza, a colui da cui ci si è allontanati per la negligenza della

disobbedire (S. Benedetto).

"La gloria del monaco (del religioso)- dicono i padri- è l'ubbidienza. Chi la possiede, è ascoltato da Dio, e

con franchezza (parresia) starà di fronte al Crocifisso, perché il Signore crocifisso si fece ubbidiente fino alla

morte".

E' per divenire veramente figlio di Dio nel Cristo ubbidiente che il religioso si fa totalmente figlio nelle mani

di un padre spirituale che diviene per lui il tramite sicuro della volontà di Dio su di lui; se il religioso è

veramente disponibile all'ascolto, Dio non può ingannarlo e metterà la sua parola sulle labbra del superiore o

del padre spirituale.

In questo senso ubbidire significa essere sicuri della salvezza perché - come disse un autore del XVII secolo

-, nell'inferno vi possono essere di quelli che hanno avuto visioni o hanno fatto miracoli e cacciati i demoni,

come disse il Signore, ma di sicuro non vi si troverà mai uno che nella sua vita ha praticato l'ubbidienza.

L'ubbidienza religiosa, dunque, invece di soffocare e distruggere la personalità umana, le assicura un

meraviglioso sviluppo. Essa illumina, purifica, fortifica, libera, pacifica, feconda e nobilita. Fa dell'uomo il

collaboratore di Dio e l'imitatore di Cristo, nell'attuazione dei suoi piani di salvezza.

Che il Signore Gesù obbediente fino alla morte, e alla morte di croce, illumini per mezzo del suo Spirito i

nostri cuori per comprendere a quale dignità siamo stai innalzati e quale modello siamo chiamati a imitare.

Ci fortifichi nella via intrapresa e ci coroni della sua gloria.

A Lui, col Padre e lo Spirito, la lode, la gloria e l'adorazione nei secoli dei secoli.

L’ubbidienza scaturisce dell’amore per Dio. E’ scritto nella Bibbia, in Giovanni 14:15,23 (NR): “Se voi mi

amate, osserverete i miei comandamenti;…… Gesù gli rispose: Se uno mi ama, osserverà la mia parola; e il

Padre mio l’amerà, e noi verremo da lui e dimoreremo presso di lui.” Lo Spirito Santo sarà dato solamente a

coloro che ubbidiscono al Signore. E’ scritto nella Bibbia, in Atti 5:32 (NR): “Noi siamo testimoni di queste

cose; e anche lo Spirito Santo, che Dio ha dato a coloro che gli ubbidiscono.”Gesù ha ubbidito a Suo Padre,

lasciandoci un esempio di come noi dovremmo obbedirGli. E’ scritto nella Bibbia, Ebrei 5:8,9,10 p.p. (NR):

“Benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì; e, reso perfetto, divenne per tutti quelli che

gli ubbidiscono, autore di salvezza eterna.”

per un cristiano, non può esserci dubbio: se Dio in Cristo, lo conduce alla libertà, il cammino per cui egli

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Teologia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Temi Cristiani Maggiori, Moioli. Gli argomenti sono: Spirito Santo come guida e legge del cristiano, la libertà dei figli di Dio, il dono della carità (agape), Comunione e comunità, fede e vita.


DETTAGLI
Esame: Teologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza (MILANO - PIACENZA)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Stercal Claudio.

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