Temi cristiani maggiori (Moioli)
Capitolo 1: Libertà di amare
La libertà dei figli di Dio
Gli uomini senza Cristo sono schiavi. Mediante la fede in Cristo gli uomini sono liberi e sono figli di Dio. Il figlio di Dio è l'uomo libero per eccellenza. Il contenuto cristiano del termine libertà è molto ricco e complesso. Libertà significa capacità di scegliere in un modo piuttosto che in un altro, ma indica anche qualcosa di più profondo: l'uomo libero è colui che vive in maniera autentica il rapporto con la natura e le cose ed è colui che è in comunione con Dio. Fuori da questa comunione l'uomo diventa schiavo. Non c'è posto per nessuna idolatria. L'unico Signore è Gesù Cristo e tutte le realtà del mondo sono state da lui sovranamente dominate.
La libertà si manifesta anche nel rapporto con gli altri uomini: non vi è più né schiavo né libero. Colui che è sociologicamente schiavo sa di essere libero e fratello, mentre colui che sociologicamente è libero e signore sa di dover servire al Signore Gesù Cristo, amando il proprio schiavo come un fratello. Non si annullano le funzioni e i ruoli, ma non è più possibile un'idolatria dell'uomo e un culto della personalità. La legge cristiana è principalmente lo Spirito Santo. Cristo è la verità che ci libera dal peccato e la vita che ci libera dalla morte. Senza lo Spirito Santo il cristianesimo non sarebbe più tale poiché non vi troveremmo più la carità misericordiosa di Dio e il bisogno radicale dell'uomo di essere salvato da quella misericordia. Soltanto Cristo può salvarci e renderci liberi. I veri figli di Dio sono coloro che vengono mossi dallo Spirito Santo. Lo Spirito ci guida, ci crea a immagine di Cristo e ci fa vivere come un prolungamento di Gesù. Ci fa diventare figli di Dio e ci indica la strada da percorrere. Lo Spirito ci dà il dono della carità.
Il dono della carità
Carità innanzitutto indica Dio che si dona manifestandosi in Gesù Cristo, il figlio mandato a noi e per noi. Dunque la carità di Dio si manifesta in Gesù e potrebbe manifestarsi anche in noi nel momento in cui facciamo unità con Gesù, partecipiamo a lui e diventiamo lui. In questo caso diventiamo un prolungamento di Cristo. Quindi la carità si può definire come un modo di essere: il modo di essere di una persona che è come Cristo e che vive di Lui e come Lui. La carità di Dio si diffonde in noi per opera dello Spirito Santo. La carità è la perfezione del cristiano, cioè la completezza, la sintesi, la verità piena.
Nel vocabolario dell'amore, il termine Agape indica gratuità, concretezza, donazione anche non ricambiata. Tale termine corrisponde a "carità". Infatti Cristo è il dono per eccellenza: Dio lo dona al mondo gratuitamente per la salvezza. "Amatevi come io ho amato voi": il significato di queste parole è che bisogna essere come Cristo per poter dimostrare carità come Lui l'ha dimostrata. Si riscopre così il valore dell'Eucarestia come "comunione" con Cristo. Solo grazie a questa comunione con Cristo possiamo diventare carità. Educarsi alla carità è cosa di tutta la vita e impegna tutti gli aspetti della personalità. Si tratta di diventare evangelici: chi è evangelico è figlio di Dio e vive la sua vita sull'esempio di Gesù.
Capitolo 2: Comunione e comunità
Carità, comunione e pace
Questi tre termini esprimono il piano di salvezza attuato da Dio. Facendoci partecipare alla sua carità, Dio crea la comunione e mette in essere la pace. Questi tre termini compaiono in molte formule, come ad esempio quella che usiamo iniziando la messa "la grazia/pace, che è il Signore nostro Gesù Cristo, la carità, che è Dio padre, e alla quale Egli ci fa partecipare, la comunione, che è lo Spirito Santo e che da Lui è operata, siano con noi."
La comunione di un solo corpo
L'Eucarestia e la Penitenza dovrebbero essere pensate in questa luce. L'Eucarestia è comunione, carità, pace, è l'essere noi, i molti, in un solo corpo. La Penitenza un tempo si chiamava Pace: il perdono di Dio è pace nella Chiesa, cioè nella comunità dove si esprime il mistero della comunione e della carità. Si tratta di una comunione talmente profonda che formiamo in Cristo un solo corpo: il corpo di Cristo che è la sua umanità e noi identificati a tale umanità.
La pace come ubbidienza alla comunione
L'ubbidienza alla comunione e alla carità stabilisce e determina la pace. Ciò che dà senso alla mia esistenza è infatti l'essere in comunione con Cristo. Dio offre e dona la pace a coloro che obbediscono alla comunione. Ubbidire alla comunione consiste nell'accettare di morire con Cristo e come Cristo: non è affatto semplice poiché in ciascuno di noi vi è la protesta dell'egoismo e del peccato. La pace è il dono, il significato, il nome della risurrezione con Cristo.
La vocazione alla comunione si esprime nella Chiesa
La vocazione alla comunione non è facoltativa, non è un privilegio ma è una responsabilità, è un servizio in funzione di tale comunione. La vocazione si manifesta in vari modi e carismi in ciascuno di noi. Queste vocazioni però non sono distanti o in opposizione tra loro ma cooperano all'edificazione del corpo di Cristo. Il Vaticano II parla di "Chiesa come comunione" descrivendo la Chiesa come il popolo di Dio animato nel medesimo Spirito da doni e carismi differenti. La missione di Cristo si trova nella Chiesa e in tutti anche se diversamente. Perciò non posso considerare l'altro estraneo come se io avessi qualcosa che lui non ha poiché egli possiede tutto quello che ho io anche se in modo diverso. Dobbiamo comprendere i carismi altrui poiché comprendiamo meno noi stessi se non comprendiamo il carisma degli altri.
La comunità in funzione della comunione
La comunione è prima della comunità e le dà senso. La comunione fa la comunità come Dio la vuole. Tutto comincia dalla comunione e deve ritornare alla comunione. Il compito fondamentale di ogni comunità è obbedire alla comunione. Tale compito riguarda la comunità nella sua interezza, nessuno è escluso. Per far ciò, dobbiamo correggerci a vicenda cercando di essere il più evangelici possibile e il meno egoisti possibile, dobbiamo perdonarci e non giudicarci.
Una comunità di piccoli
La comunità cristiana è una comunità di piccoli. Il termine piccoli non si riferisce solo ai fanciulli ma anche a: poveri, fragili, peccatori, emarginati, semplici (facili vittime dello scandalo), perduti (il figlio dell'uomo è venuto a cercarli e a salvarli), oppressi (a causa del debito che non possono pagare), colpevoli (necessitano di essere perdonati). Non c'è posto all'interno della comunità per presunzione, orgoglio e supponenza. I rapporti all'interno della comunità cristiana si ispirano alla Misericordia. La misericordia viene dal Padre che ci ama misericordiosamente, che ci considera tutti e non vuole che si perda neppure uno dei suoi piccoli. Nessun piccolo viene trascurato o disprezzato perché piccolo e nessun grande viene onorato perché grande.
Una comunità ove si è attenti alle persone
Nella comunità cristiana l'attenzione deve essere rivolta ai singoli. Si trova il bene della comunità se prima si ricerca e si persegue il bene delle persone che la compongono. Spesso però si tende a dare importanza ad altre cose a discapito delle persone: per esempio, ci si preoccupa che la parrocchia sia efficiente, che il gruppo sia organizzato. In questo modo però la comunità corre il rischio di trasformarsi in un'impresa dove i superiori assumono il ruolo di capi del personale e i sudditi vengono considerati in base alla loro capacità produttiva. Ciò è molto negativo in quanto può portare le persone a non essere più in grado di avere rapporti concreti e autentici. Questo non è il senso della comunità cristiana: in essa, al contrario, i rapporti con le persone devono essere veri e profondi.
La comunità, luogo di riconciliazione
La comunità cristiana è luogo di riconciliazione. È il luogo in cui a tutti viene continuamente perdonato il peccato di non essere abbastanza piccoli e misericordiosi. La Chiesa è il luogo dove si perdonano i peccati. Così come Dio ci ha dato il dono del perdono anche noi dobbiamo perdonarci tra noi sul modello di Dio.
Capitolo 3: Novità e antitesi
Fede e vita
Fede e vita sono legate poiché chi crede ha un determinato modo di interpretare la realtà e di vivere. Il cristiano è invitato a riconoscere la novità e l’antitesi della fede.
La novità della fede
La storia della fede ha in Gesù Cristo il suo punto massimo di riferimento. La fede verso Cristo ispira comportamenti e mentalità talmente nuovi da apparire persino incomprensibili e inaccettabili all’esperienza umana. Vi è un nuovo criterio di felicità (nel discorso della Montagna viene detto “si può essere poveri, afflitti, perseguitati, e giudicarsi beati”). Il cristiano è nuovo, originale, inedito, con un cuore diverso che ha compreso l’Alleanza in Cristo e si lascia guidare dallo Spirito Santo. A tal proposito Paolo distingue tra l’uomo psichico e l’uomo spirituale. Il primo è supposto senza lo spirito di Cristo e considera stoltezze le cose proprie dello spirito di Dio. Il secondo possiede il senso della fede, datogli dallo Spirito; è quindi in grado di comprendere la grandezza di Dio.
La fede come antitesi
Vi è una sorta di incompatibilità tra il modo in cui Cristo vede la realtà e il modo di chi vede la realtà in maniera opposta a Lui. A tal proposito, Paolo parla di due tipi di uomini: l’uno dominato dal peccato e non liberato dal dono dello Spirito mentre l’altro liberato dal dono dello Spirito e reso figlio di Dio. Giovanni, invece, insiste sulla tensione tra i discepoli di Cristo e il mondo (questa è la stessa tensione che Cristo ha incontrato presso i Giudei): da un lato, il mondo, che non conosce la carità e non viene da Dio, odia coloro che come Cristo hanno dato la propria vita per i fratelli mentre dall’altro lato, i discepoli, che vivono secondo la logica di Cristo, condannano il mondo e gli rimproverano il rifiuto di Gesù. Essi rappresentano il giudizio del mondo. Dunque, la fede si pone come antitesi al mondo, al peccato, all’odio, all’incredulità. Ma questa opposizione non nasce dal cristiano. Per principio infatti la carità non odia, non è nemica, ma serve e salva. Al contrario, è il mondo che si fa nemico di Dio e del discepolo di Dio.
Gesù Cristo, sapienza e stoltezza
Un uomo può definirsi cristiano soltanto nel momento in cui il punto di riferimento della sua vita è Gesù Cristo. Per il cristiano al principio non sta l’uomo, il suo pensiero, la sua forza ma bensì sta la carità di Dio, cioè il rivelarsi di Dio tramite suo figlio Gesù per salvarci e dirci tutta la verità. La preoccupazione principale di un cristiano è quella di non perdere mai il riferimento a Cristo, di non giudicarlo o svuotarlo, di lasciarsi sempre giudicare da Lui.
Vi sono dei momenti, nella vita personale del cristiano o nella storia del cristianesimo, in cui si ha la tentazione di rinunciare alla fede cristiana oppure di mantenerla cambiandole il punto di partenza. Un esempio è rappresentato dalla lotta per la giustizia: molti, attraverso il Cristo, hanno compreso l’ingiustizia proletaria e hanno voluto condividerla, lottare per essa. Questa lotta in partenza era un elemento del loro amore per Cristo ma poi si è verificato un capovolgimento di valori: è la lotta che diventa l’essenziale ed il Cristo è al suo servizio.
Gesù Cristo, per il mondo e la sua storia, è Sapienza (è l’immagine del Dio invisibile, il primogenito di tutta la creazione, tutto è stato creato per mezzo di Lui, è primo in tutto ed è l’unica e vera novità) e stoltezza (la predicazione della Croce è una follia per coloro che non credono ma per noi cristiani è la forza di Dio). La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, per coloro che non credono ma per quelli che si salvano, per noi cristiani, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l'intelligenza degli intelligenti.
Dunque, Dio ha dimostrato stolta la sapienza di questo mondo e ha salvato i credenti mediante la stoltezza della predicazione. I Giudei e i Greci reclamano miracoli e sapienza, mentre noi predichiamo un Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani, che è potenza e sapienza di Dio. Poiché la follia di Dio è più sapiente degli uomini e la debolezza di Dio è più forte degli uomini. Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio. Accettare Cristo significa rendersi disponibile per la sua sapienza e la sua stoltezza, ritrovare logica e valore in ciò che l’uomo peccatore, presente in ciascuno di noi, considererebbe inintelligenza. Il nostro credere in Cristo determinerà da sé questa inversione di prospettive e così avrà significato il fatto che la carità perdoni, preghi, ricerchi la povertà, si doni nella fedeltà, si esprima nell’impegno verginale.
Credere è ricordare
Quando ci riferiamo a Cristo, il nostro rimando è a Gesù di Nazaret, esistito, morto, risorto. Egli è il nostro presente, il nostro futuro ma anche il nostro passato.
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