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Teologia delle sacre scritture

Studio della Bibbia: un approccio scientifico?

Lo studio della Bibbia è uno studio non scientifico? Questa domanda ci accompagnerà in questo anno accademico. Per onestà intellettuale, essa ha bisogno di tempo e porta con sé altre domande.

Origine del termine "Bibbia"

Bibbia origine del termine: È la forma plurale βιβλίον (biblion). Letteralmente, significa “libri”. Provoca l’immagine di una biblioteca. Composta da 73 libri.

Antico Testamento

ANTICO TESTAMENTO: Composto da 46 libri. È scritto nell’arco di 1000 anni (dal 1400 a.C. al 400 a.C.), la lingua prevalente è l’ebraico, precede cronologicamente la nascita di Gesù. Narra la fede del popolo di Israele da Abramo all’arrivo di Gesù (Messia). È difficile la datazione di ogni singolo libro. La collocazione dei libri non segue un criterio cronologico.

Nuovo Testamento

NUOVO TESTAMENTO: Scritto dopo la morte di Gesù di Nazareth alla luce della Resurrezione. Lingua: greco della Koiné, scritto in un arco di tempo “breve”: solo 50 anni. L’ordine dei libri non è cronologico. I più “antichi” libri del NT NON sono i Vangeli, ma le lettere di Paolo. Criterio pedagogico: far conoscere Gesù di Nazareth.

Per molti, lo studio della Bibbia è inutile e superficiale, completamente lontano dal vivere quotidiano. In particolare, per molti si tratta di uno studio “non scientifico” e “non utile”, perché semplicemente confinato nella sfera del sacro, del religioso e della fede.

Si potrebbe riconoscere ad alcune di queste affermazioni un margine di verità. È vero, infatti, che la Bibbia attiene alla sfera della fede, ma questa dimensione tipica dell’esperienza religiosa non toglie affatto dignità scientifica alla Teologia e allo studio della Sacra Scrittura. Pertanto, il primo step del nostro percorso consiste proprio nello sfatare alcuni di questi miti. Cominciamo, innanzitutto, chiarificando il significato di alcune espressioni che ritorneranno molto spesso, lungo il nostro corso di studi.

Il significato della parola "Bibbia"

L’espressione Bibbia deriva dal greco antico: è la forma plurale βιβλίον del sostantivo (biblion) e significa “libri”. Più precisamente, offre l’immagine di una biblioteca. Essa è un luogo dove sono custoditi libri diversi tra loro, per estensione, lingua, contenuti e autori. Allo stesso modo, la Bibbia è una “biblioteca” di libri. Ne contiamo esattamente 73, diversi tra loro per origine, genere letterario, composizione, lingua, datazione e stile, scritti in un ampio lasso di tempo, preceduti da una tradizione orale più o meno lunga e comunque difficile da identificare.

Divisione della Bibbia

Questi 73 libri si dividono in due grossi blocchi: Antico Testamento e Nuovo Testamento. L’Antico Testamento è composto da 46 libri. È quella sezione della Bibbia che, cronologicamente, precede la nascita di Gesù di Nazareth, il Messia. Questi libri NON sono collocati secondo l’ordine cronologico di stesura, difficile da individuare. Questi sono divisi in quattro gruppi, secondo il tema trattato: il Pentateuco (5 libri), i Libri Profetici (18 libri), Libri Storici (16 libri), Libri Sapienziali (7 libri).

Il Nuovo Testamento è composto da 27 libri, così divisi: Vangeli (4), Atti degli Apostoli, lettere cattoliche (21) e Apocalisse. Il Nuovo Testamento nasce, cronologicamente, dopo la nascita di Gesù. È meglio affermare che questi 27 libri vengono scritti, quando i primi discepoli hanno compreso bene il senso della Resurrezione di Gesù e, cercando di vivere profondamente i suoi insegnamenti, hanno deciso di annunciare quel messaggio di salvezza, annunciato e vissuto da Gesù di Nazareth, nella sua nascita sino alla morte e resurrezione. Anche in questo caso, l’ordine con cui appaiono i libri nella Bibbia non corrisponde alla loro collocazione storica.

Datazione dei testi biblici

Secondo la linea del tempo, troviamo prima le lettere (anni ‘40-’50 d.C.), i Vangeli di Marco (60 d.C. ca.), Matteo (80 d.C. ca.), Luca, gli Atti degli Apostoli (scritti da un unico autore intorno al ‘90 d.C.), il Vangelo di Giovanni e l’Apocalisse (scritti dallo stesso autore, intorno al 100 d.C.). Non c’è corrispondenza tra la collocazione dei libri nella Bibbia e il tempo in cui sono stati effettivamente scritti per una motivazione pedagogica e didattica, che adesso proveremo a spiegare in breve.

In linea di massima, gli studiosi ritengono che i libri dell’Antico Testamento siano stati scritti in un arco di tempo di circa 1000 anni, che vanno dal 1400 a.C. al 400 a.C. Risulta molto difficile individuare la datazione di ogni singolo libro; si può presumere che i primi libri ad essere scritti siano stati quelli del Pentateuco, insieme al libro di Giobbe (ricordato tra i libri sapienziali).

La storia del popolo di Israele

In linea generale, possiamo dire che questi 46 libri sono una lunga testimonianza della fede del popolo d’Israele, ripercorre il periodo che va da Abramo alla nascita di Gesù. La figura del capostipite Abramo è centrale nell’Antico Testamento, perché rappresenta un punto di svolta nella storia dell’umanità. Rappresenta, infatti, il sorgere di una fede religiosa monoteista (fede in un unico Dio), ben diverso dal monoteismo dilagante in quel tempo presso altri popoli e altre tribù mesopotamiche.

Se facciamo appello all’insegnamento di storia, ricevuto sui banchi di scuola, ricorderemo di certo che Sumeri, Egizi e Babilonesi erano tutti popoli che vivevano nel Vicino Oriente antico e che avevano una religione “animista” e “politeista”: ritenevano che le forze della natura manifestassero i desideri di tante divinità volitive e capricciose.

Nel libro della Genesi (primo libro del Pentateuco), si dice che il luogo di origine di Abramo era Ur dei Caldei. Era una città della Mesopotamia meridionale (forse identificabile con l’attuale Iraq), capitale di uno dei più antichi regni della Terra, quello dei Sumeri, tramontato alla fine del III millennio a.C.; e dimostrava un livello di civiltà e una raffinatezza di costumi mai riscontrati in altri scavi dell’area mediorientale. Questa terra, e i popoli che l’abitavano, aveva una fede politeista; da questa nasce il monoteismo, sigillato con Abramo, nel segno della circoncisione e dell’alleanza.

Questa fede millenaria prenderà tanti volti diversi, soprattutto quando la tribù nomade di Abramo diventerà un popolo che vive in maniera stanziale su un territorio fisso e determinato. L’alleanza con Dio subirà, da parte del popolo, dei continui alti e bassi, provocati dai capricci degli uomini ma anche da alcune vicende tristi che si abbattono sul popolo.

Storia del popolo di Israele e il Vicino Oriente antico

Gli Ebrei in origine erano un gruppo di popoli nomadi di lingua semita presenti in Palestina fin dal 2000 a.C. circa, anche se certamente non erano originari di quella regione. È incerto quale fosse la loro provenienza, così come l'etimologia del loro nome, che potrebbe derivare da un antico progenitore (Heber) oppure dalla voce accadica habiru, "senza terra". Erano contadini e allevatori e si dedicavano forse saltuariamente al saccheggio e alla pirateria; non consideravano ancora la Palestina come la loro terra, anche perché all'epoca (e anche in seguito) essa fu un vero mosaico di popoli ed era caratterizzata in larga parte da un clima arido e desertico, anche se alcune zone erano particolarmente fertili.

All'inizio gli Ebrei erano politeisti e veneravano un gran numero di dei, fra i quali Yahweh era uno dei tanti, mentre solo in una fase successiva diventarono monoteisti per cementare la loro unità politica oltre che religiosa.

Aree del Vicino Oriente antico

  • Egitto
  • Siria-Palestina
  • Anatolia (Turchia)
  • Mesopotamia (Iraq)
  • Persia (Iran occidentale)
  • Penisola Araba

Secondo una definizione geograficamente più restrittiva, il Vicino Oriente è la “Mezzaluna fertile”, perché le parti dell’Egitto, Siria-Palestina, Anatolia e Mesopotamia rese fertili dai fiumi Nilo, Giordano, Oronte, Tigri e Eufrate formarono una mezzaluna di verde. Alla loro periferia predominano la steppa e il deserto: qui la presenza dell’uomo è scarsa.

Il Vicino Oriente antico fu la zona di incontro dei continenti asiatico, africano ed europeo. Come l’intera storia dell’umanità, anche quella delle popolazioni del Vicino Oriente antico può dividersi in più fasi:

  • Neolitico (9000-5600 a.C.): vide il passaggio della vita dell’uomo caratterizzata dalla sola raccolta di vegetali e dalla caccia/pesca all’agricoltura e allevamento. Le comunità umane diventano “stanziali”, nascono villaggi e città.
  • Calcolitico (5600-2850 a.C.): è il periodo della rivoluzione urbana, in cui si costruiscono notevoli insediamenti, caratterizzati da templi, palazzi e una organizzazione socio-amministrativa ben definita. Qui nascono quelle forme di cultura di tipo associativa, che permette il sorgere della scrittura (ideogramma).
  • Periodo proto-storico (3100-2850 a.C.): nella città di Uruk, viene inventata la scrittura. Essa si diffonde in tutte le altre città mesopotamiche e inaugura una nuova fase della storia dell’umanità, in cui il suo pensiero comincia a essere documentato. Ad Uruk, sono stati trovati ben 4000 testi arcaici. Sono di natura economico-amministrativa, pittografici ed ideografici (ad ogni segno corrisponde una parola). Sono stati scritti dai Sumeri e ritrovati nei templi e negli archivi delle antiche città sumeriche.
  • Periodo protodinastico (2850-2334 a.C.): appaiono le prime iscrizioni reali, che contengono varie notizie storiche e genealogiche delle dinastie regnanti nella varie città.
  • Impero semitico di Accad (2334-2004 a.C.): Alla potenza sumerica si contrappone quella di Accad che portò con sé l’idea di un impero universale. La città sumera Ur fu distrutta definitivamente nel 2004 a.C., completamente assorbiti dal Semiti in Mesopotamia.

Nel II millennio a.C., l’Egitto aveva conosciuto un periodo di forti espansioni, grazie al suo fiorente commercio, agli stretti rapporti con l’area siro-palestinese e alle sue pregievoli espressioni letterarie ed artistiche. Esso, attorno al 1200 a.C., fu invaso dai popoli del Mare. Essi non rappresentavano una vera minaccia e permisero all’Egitto di imporsi ancora di più come potenza politica.

Storiografia di Israele

La ricostruzione storiografica dell’antico Israele biblico è avvenuta grazie a numerosi ritrovamenti archeologici, che hanno portato alla luce un immenso tesoro di scritti dell’antico Vicino Oriente e straordinarie testimonianze della cultura materiale di quella regione. Questi scavi sono cominciati in un’epoca molto recente: nel 1893, papa Leone XIII scrive un importante documento, il cui nome è Provvidentissimus Deus.

Qui dichiara che, per poter comprendere la Bibbia, bisogna conoscere:

  • La lingua in cui è stata scritta
  • I generi letterari che adopera
  • La cultura e la società che l’hanno generata

Per favorire tutto questo, fonda il Pontificio Istituto Biblico (7 maggio 1909) e consente l’avvio di lunghi ed intensi scavi archeologici, che portano alla luce importanti fonti materiali e testuali per conoscere l’ambiente che ha “generato” la Bibbia.

Fino agli anni ‘70 del 1900, si è pensato che per poter scrivere una storia di Israele bastasse “aprire” la Bibbia e trovare qui, soprattutto nei libri dei Re e delle Cronache quei fatti e quelle cronologie storiche che permettessero di ricostruire gli eventi. MA gli autori biblici non avevano voluto scrivere una storiografia, non avevano voluto conservare per i poteri i ricordi esatti di quello che era avvenuto. Il loro compito era quello di testimoniare l’azione di Dio in favore di Israele. Per gli autori biblici raccontare gli eventi fondatori di Israele significava proclamare l’identità di Israele.

Per molti secoli, la storiografia di Israele fu “confinata” alla Bibbia, convinti che questa fosse senza errore, anche dal punto di vista storico. In pieno 1800, si impose, prima in ambito laico poi in ambito cristiano, l’uso del metodo storico-critico che mostrò l’enorme distanza temporale tra i fatti narrati e i testi scritti. Ci si rese conto che la Bibbia è custode di una importante verità, ma che questa verità non ha a che fare con la certezza scientifica o storiografia, ma con la salvezza che Dio offre a tutti gli uomini. Così, gli studi storiografici procedono, utilizzando i più moderni strumenti di ricerca.

La storia di Israele

L’immagine più diffusa della storia di Israele è quella ricavata dalla Bibbia e dalla sua storiografia. Per questa storia le principali fonti bibliche sono: il Pentateuco, il libro di Giosuè e il libro dei Re, 1 e 2 libro delle Cronache, Esdra, Neemia e parte dei libri profetici. Si tratta di testi piuttosto recenti rispetto ai primi secoli della storia di Israele. Non dimentichiamo, infatti, che l’Antico Testamento è stato scritto nell’arco di 1000 anni, dal 1400 a.C. al 400 a.C., mentre la storia di Israele comincia secoli prima. Quindi, possiamo notare una differenza cronologica tra gli eventi raccontati e il momento preciso in cui un autore scrive o fa riferimento a questi eventi storici.

Divisioni storiche di Israele

  • Periodo delle origini
  • Epoca precedente la conquista della terra (di Canaan)
  • Epoca della conquista della terra
  • Periodo della monarchia
  • Monarchia con il regno di Saul, Davide e Salomone
  • Storia dei due regni Israele e Giuda, che finiscono rispettivamente nel 722 e nel 586 a.C.
  • Periodo esilico e post-esilico
  • Esilio babilonese (586-538 a.C.)
  • Storia di Israele sotto l’impero persiano (538-533 a.C.)
  • Impero dei macedoni e dei diadochi (333-63 a.C.)
  • Sottomissione a Roma

Secondo molti studiosi è possibile tracciare una storia di Israele solo a partire dalla monarchia, perché solo a partire della fine del IX secolo e inizio dell’VIII secolo si possono ritrovare fonti storicamente attendibili. Per il periodo delle origini, si parla di “protostoria”: si tratta di una storia legata al nascere di istituzioni complesse come quelle delle città e dello stato, ma le fonti documentarie non sono quelle scritte, ma quelle archeologiche, rinvenute grazie ai più moderni scavi archeologici.

Chi è Israele?

Con il termine Israele si possono intendere tre realtà diverse, ma interconnesse: il regno del nord, che, secondo la Bibbia si forma con la morte di Salomone; un’entità ideale, quasi astratta, elaborata dalla teologia o dalla fede del popolo di Dio; una realtà territoriale o un gruppo tecnico, che sta alla base di quel complesso processo storico, da cui emergono sia il regno di Giuda/Israele, quell’esperienza religiosa raccontata nella Bibbia. Nel nostro corso di studio, quando parliamo di Israele facciamo riferimento all’Israele storico-religioso, testimoniato in epoca più tarda nella Bibbia.

Dal secondo e dall’inizio del primo millennio a.C., si hanno quattro testimonianze del nome “Israele” al di fuori della Bibbia. La prima è la stele di Mernephta (ca. 1200 a.C.); la seconda è la stele di Mesha (842-840 a.C.); la terza è la stele di Salmanassar III (853 a.C. ca.); la quarta sono gli ostraka di Samaria.

Le origini di un popolo sono un fenomeno complesso, vissuto senza la chiara consapevolezza che stia nascendo una realtà nuova. Ricostruire l’inizio richiede una risalita nel tempo; nel caso della Bibbia si fa cominciare la storia di Israele con Abramo. Perché? Questa scelta è mossa da uno scopo didattico e pedagogico: le origini hanno un ruolo normativo e servono a costruire l’identità del popolo, che nascerà. Abramo non ha lasciato documenti; l’interesse predominante non è quello di sapere come sono andate le cose, ma elaborare un modello che serva a plasmare il popolo.

Nello studio delle origini di Israele, si introduce l’idea di “unicità” di Israele: la sua organizzazione sociale è diversa da tutte le altre società vicine conosciute. Questa nozione di unicità deriva da interpretazioni cristiane e giudaiche della Bibbia, sviluppatesi a partire da epoca romana. Storicamente parlando, sappiamo che la Palestina era una terra di passaggio e, perciò, godeva di scarsa considerazione da parte dei vicini; inoltre, la sua realtà politica e la sua civiltà non erano antiche e non attiravano l’attenzione dei popoli vicini.

Sotto l’aspetto geografico, la Palestina è un territorio poco esteso, dove si incontrano i terreni più diversi: pianura costiera, colline centrali, montagne della Galilea, tavolato transgiordanico e deserto di Giuda. Anche il clima è variegato: si va dal clima mediterraneo della costa a quello torrido della valle giordanica. È facile immaginare come ciò comporti una frammentazione politica, se si aggiunge anche la disparità etnicolinguistica. Le diverse zone sono differenti per attività: agricoltura, pastorizia, città, villaggi. Quindi anche gli strati sociali sono diversificati. Si creano facilmente piccole entità socio-politiche autonome, con un contatto ravvicinato tra loro. Questa frammentazione crea una cronica instabilità, con mutamenti continui a livello sociale e politico.

Tuttavia, queste caratteristiche paradossalmente preservano la Palestina da “cadute” catastrofiche.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher gattoco di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia sacra scrittura e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università Maria SS.Assunta - (LUMSA) di Roma o del prof De Vito Stefania.
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