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Rivelazione nella Bibbia

Concetto di rivelazione

Bisogna tener conto di due dati importanti:

  • Il concetto di Rivelazione non è terminologicamente fissato nella Bibbia;
  • La Rivelazione è un concetto biblicamente complesso, che abbraccia azioni e realtà diverse tra loro, anche se tutte all’interno di un quadro comune: cioè la convinzione di un messaggio che proviene dalla libera iniziativa di Dio, ne manifesta la volontà e si presenta all’uomo con valore obbligante.

Prologo della lettera agli Ebrei

“Dio ha parlato molte volte e in molte maniere”. Alla radice della rivelazione c’è la gratuita e libera iniziativa di Dio (“Dio ha parlato”). La rivelazione è un puro dono di Dio che esce dal suo mistero per farsi incontro all’uomo. La Rivelazione non ha alla base l’innalzamento, bensì l’accoglienza: la religione non serve per far sì che l’uomo si avvicini a Dio, è Dio che va incontro all’uomo e l’uomo lo accoglie (capovolgimento). La Bibbia si serve di diverse locuzioni per esprimere il manifestarsi di Dio, ma quella più frequente e importante è la parola (“Dio ha parlato”). Questa è interpersonale e dialogica, cioè va da persona a persona e tende al dialogo.

La Rivelazione oltre a manifestare il mistero di Dio, rivela l’uomo a se stesso, chiama l’uomo all’ascolto, all’obbedienza, alla fede e all’azione. Importante è anche la dimensione dell’azione, ossia la storia. La Rivelazione biblica non è atemporale, bensì:

  • Storica, perché Dio ha deciso di parlare in tempi determinati e conclusi;
  • Mediata, perché Dio ha scelto di rivelarsi attraverso dei mediatori (i profeti, il Figlio, ecc.);
  • Pubblica: rivolta a tutti, a noi;
  • Profondamente unitaria: anche se cambiano i tempi e le circostanze, gli strumenti espressivi e i mediatori, a rivelarsi è sempre il medesimo Dio;
  • Definitiva: le molte parole della rivelazione antica si unificano e trovano il loro senso definitivo nell'ultima e definitiva parola che è il Figlio. La rivelazione nel Figlio è la rivelazione definitiva.

La ragione di questa definitività sta nel fatto che il Figlio non è un semplice mediatore, ma lo specchio della gloria di Dio e l’impronta della sua sostanza.

Ciò porta a due annotazioni:

  • L’oggetto ultimo della Rivelazione è la gloria e la sostanza di Dio;
  • La Rivelazione di Dio non è solo una parola da ascoltare, ma una persona da vedere.

La rivelazione nell’Antico Testamento

Il vero spirito della rivelazione biblica è la solidarietà con l'uomo e il suo ambiente culturale. La rivelazione non cade nel vuoto, ma nel concreto di un ambiente che assume, critica, purifica e rinnova. La conoscenza del Signore è preceduta dalla sua azione nella storia: Dio non si manifesta dichiarando il suo nome, ma agendo. Israele ha incontrato Dio nella propria storia, ecco perché la Bibbia dedica tanto spazio alla storia e ai racconti. La storia nella sua totalità è rivelatrice del disegno divino.

La storia è fondamentale, ma altrettanto lo è la parola che la interpreta. Senza la parola, i gesti di Dio resterebbero muti: i racconti biblici sono quindi un intreccio indissolubile di azione e parola, storia e interpretazione. Tratto essenziale della rivelazione è la presenza di un mediatore; nel caso dell’esperienza dell’Esodo è Mosè, scelto liberamente da Dio. Dio non rivela a Mosè una verità eterna o universale, ma un fatto storico preciso e circoscritto, che tuttavia trascende il tempo e lo spazio. Deve essere rivelato a tutte le generazioni perché la sua forza di rivelazione è per tutti e sempre. Allora, Dio si rivela in un momento particolare della storia, e tuttavia si rivela come il Signore di tutta la storia:

  • Particolarità: assume gli interrogativi del suo tempo, il giorno luce della particolare esperienza religiosa della sua comunità;
  • Universalità: la particolare esperienza religiosa di Israele del tempo è interpretazione di tutta la storia.

Esodo

Al centro del credo biblico ci sono i grandi eventi dell’Esodo. Gli eventi dell'esodo sono le meravigliose opere di Dio e sono visti come punto di partenza, modello e promessa di futuri gesti di Dio (gli eventi sono: passaggio del popolo di Israele, delle tribù, stanziate in Egitto a causa di una carestia prolungata in terra palestinese, ritornano nella Palestina, sperimentando questo passaggio dall’Egitto alla Palestina come una liberazione da condizione di lavori forzati per diventare un popolo coeso con il loro Dio e con una loro legislazione). Nella storia del popolo di Israele è sempre la stessa qualità di Dio che si rivela: per sempre è la sua misericordia.

La Rivelazione in quanto esperienza di Dio ha nell’Antico Testamento quattro direzioni:

  1. Teologica
    Dio agisce anzitutto per farsi conoscere “perché sappiate che io sono il Signore”. Si rivela per intrecciare un dialogo con l’uomo, anche se il suo essere intimo resta un mistero inaccessibile. Il libro dell’Esodo racconta che Dio conversa con Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con il suo vicino, ma neppure a Mosè Dio mostra il suo volto. Il volto nella concezione antica significa l’aspetto più profondo della personalità. Dio non rivela la pienezza del suo essere: “io sono colui che sono”. Inoltre, anche quando si usa il verbo “vedere” non è comunque mai Dio in sé l’oggetto della visione, quanto invece le sue azioni storiche e la sua gloria.
  2. Salvifica
    Dio interviene nella storia anche per salvare. Per la Bibbia, Dio è anzitutto il Salvatore, un Alleato fedele. La rivelazione non è per se stessa, ma per l’uomo che ne ha bisogno: Dio rivela all’uomo un disegno di salvezza e risponde alle sue domande più assillanti (come vivere e perché vivere).
  3. Legge
    Dio manifesta ad Israele la sua volontà, le esigenze della Nuova Alleanza e la strada da percorrere.
  4. Promessa
    I gesti e le parole di Dio sono sempre aperti al futuro. Mosè annuncia agli Israeliti un evento non ancora compiuto, e l’intero evento dell’Esodo appare come promessa di salvezza futura. Questo aspetto della promessa è chiarissimo nella rivelazione di Dio ad Abramo: “parti dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò, io farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome che diventerà una benedizione […]”. La parola rivolta ad Abramo è allo stesso tempo ordine e promessa, simmetricamente la risposta di Abramo è ordine e fiducia.

Non dimenticare la connessione esistente tra Antico Testamento e Nuovo Testamento, dove il primo è promessa di tutto ciò che verrà descritto come compiuto nel secondo.

Profetismo

Quello del profetismo è un filone essenziale per comprendere la rivelazione nell'Antico Testamento. Alla radice di ogni missione profetica c'è un’esperienza di vocazione: il profeta è un chiamato e un inviato. L'autorevolezza della parola profetica sta proprio nel fatto che essa non deriva da un'iniziativa personale, bensì da una libera e gratuita iniziativa di Dio (“Il Signore mi prese da dietro il gregge e mi disse: Và, profetizza al mio popolo”). Importante è il verbo “prendere”, che indica l'azione divina che sceglie un uomo, lo trasforma e gli affida una missione. Inoltre, la parola che il profeta annuncia non è sua, ma di Dio: questo non è solo l’oggetto del discorso, ma anche il soggetto. Resta comunque che parte del messaggio del profeta è frutto di interpretazione e deduzione.

Sapienza

È soprattutto per opera dei sapienti che la rivelazione entra in dialogo con la ragione e con il patrimonio culturale comune ai popoli. Diversamente dai profeti, i sapienti non presentano la loro dottrina come il risultato di una rivelazione diretta. Si appellano alla riflessione, all'intelligenza e all’esperienza: “avendo visto, rifletto; avendo contemplato, ricavo un insegnamento”. Ma il sapiente è un credente, consapevole che anche la verità che proviene dalla ragione è pur sempre una luce che viene da Dio. La sapienza è dono di Dio, insegnata da Dio e rivelata. Allora, i sapienti creano un ponte fra fede e ragione, rivelazione ed esperienza. La loro indagine razionale ha liberato ed esaltato il mistero di Dio.

La rivelazione nel Nuovo Testamento

L’intuizione portante del Nuovo Testamento è che in Cristo si è rivelato chi è Dio per noi e chi siamo noi per lui (la verità di Dio, la verità dell’uomo e il senso della storia). “In Cristo” si intende: le sue parole, la sua storia e la struttura della sua persona. L'uomo Gesù è la Parola di Dio, è l’icona visibile del Dio invisibile. L'invisibilità di Dio si è dissolta nell'apparizione storica di Gesù di Nazareth.

Rivelazione nei Vangeli sinottici

Raccontando la storia di Gesù, i sinottici sono persuasi di narrare la storia della manifestazione di Dio. Gesù è il rivelatore: egli ha parlato di Dio e le sue parole sono una spiegazione-commento della vita che ha vissuto.

Gli evangelisti (Marco in primis, Matteo, Luca) raccontano la vita di Gesù evidenziando una sorta di contraddizione: da una parte, parole e gesti di Gesù nei quali si manifesta la potenza di Dio, dall’altra una debolezza sconcertante che sembra smentirla. I miracoli muoiono sulla croce, ed è qui che vanno compresi. I gesti di potenza di Gesù confermano che Dio è con lui e rendono perciò credibile la croce. La croce, a sua volta, mostra che il volto di Dio è diverso da come gli uomini sono soliti tratteggiarlo partendo dai miracoli.

Un secondo tratto che viene evidenziato della storia di Gesù è che egli è alla perenne ricerca dei poveri e dei peccatori, non fa differenze tra gli uomini e distribuisce il perdono. È un carattere che rivela il vero volto di Dio: si parla quindi di puro dono (non di logica del merito e del titolo). Per i sinottici, Gesù è l’unico rivelatore di Dio, e questo perché lui solo è il Figlio. La conoscenza tra il Padre e il Figlio è reciproca ed esclusiva, ma non è un cerchio chiuso: l'uomo può essere ammesso nel dialogo fra i due, ma come puro dono. E solo Gesù può ammetterlo. Gesù non è solo il rivelatore, ma anche il rivelato.

Nei sinottici non mancano riflessioni circa il linguaggio della rivelazione, che è un linguaggio parabolico. È un linguaggio che sembra inadeguato perché, pur desunto dal vissuto quotidiano, pretende di condurre a qualcosa che sta oltre e nel profondo. È nello stesso tempo un linguaggio aperto, che allude al mistero di Dio. È infine un linguaggio che costringe a pensare: non definisce, ma invita ad andare oltre. Ne consegue un'ambiguità: il linguaggio parabolico è luminoso (per chi si lascia coinvolgere) e oscuro (per chi rimane all'esterno guardare).

Parabola: discorso globale che lascia intatto il mistero di Dio, mostrandone però con forza l'impatto con la nostra esistenza.

Rivelazione in Paolo

La rivelazione ha un carattere di apertura universalistica ed è vista come un evento di salvezza. Nel vocabolario paolino, il termine che più ne esprime l’essenza è quello di mistero. Dio rivela, manifesta, fa conoscere - l'apostolo annuncia, evangelizza, illustra. La rivelazione non è il gesto di Dio in sé, ma è il gesto di Dio annunciato e attualizzato nella predicazione. Paolo è convinto che Dio non sia soltanto l’oggetto della predicazione, ma il protagonista, cioè Dio è presente e attivo nella predicazione.

La rivelazione del mistero è un fatto trinitario: Dio, Cristo e lo Spirito. Il mistero si è manifestato in Cristo ed è tramandato e illustrato dagli apostoli e dalla Chiesa, ma il protagonista interiore che lo rivela e lo attualizza è lo Spirito. Il mistero è stato taciuto per una durata indeterminata e solo ora, nella rivelazione del Cristo e nella predicazione della Chiesa, è venuto alla luce. Forte contrapposizione fra il passato e l’oggi, tempo prima di Cristo e tempo dopo Cristo (noi). Allora, qual è il contenuto del mistero? È il progetto divino di salvezza, globale, sull'uomo e sul mondo.

Rivelazione in Giovanni

La rivelazione, la fede e l'incredulità sono i temi centrali del Vangelo di Giovanni. Gesù è per eccellenza il rivelatore. Come il Figlio racconta il Padre, così il Padre testimonia in favore del Figlio, con una testimonianza sia esteriore (attraverso le opere) che interiore (attraverso un’attrazione delle anime). La rivelazione è sempre legata ad una finalità di salvezza. La visione giovannea è fortemente drammatica, caratterizzata dallo scontro costante fra rivelazione e incredulità.

Da una parte, la parola che si manifesta, dall'altra l'uomo che accoglie o rifiuta:

  • La Parola si è fatta carne: Gesù è il rivelatore perché è la parola divenuta carne. In lui il mondo di Dio si è fatto umano, visibile, è raggiungibile. Da notare che Dio non ha scelto una manifestazione gloriosa, quanto invece una gloria nascosta da cogliere attraverso i segni;
  • La risposta del fedele, descritta nei termini della visione (“abbiamo contemplato la sua gloria”): è una visione storica e reale, come storico e reale l'avvenimento di Gesù. Però, è un vedere possibile solo nella fede e per riuscire a scorgere la gloria bisogna superare lo sconcerto dell'incarnazione e della croce.

In tutta la sua esistenza Gesù ha rivelato Dio, e questa manifestazione ha raggiunto il suo culmine sulla croce. Paradosso: da un lato, la grande importanza accordata alla visione come strumento di ricerca religiosa (“vieni e vedi” è il primo invito che Gesù rivolge al discepolo), dall'altro le ripetute affermazioni che nessuno ha mai visto Dio. Cosa vuol dire?

Giovanni afferma l'invisibilità di Dio: solo il Figlio di Dio, proprio perché “vive nel seno del Padre” è in grado di far conoscere Dio. Il Padre non è accessibile che al Figlio e nel Figlio. Però, la luce della Parola è presente nel mondo intero e si svela ad ogni uomo, offrendogli una concreta possibilità di incontro.

L’oggetto della rivelazione è allo stesso tempo la verità di Dio e la verità dell'uomo. Centrale è lo Spirito: non c'è possibilità di comprendere Gesù e la sua parola senza il dono dello Spirito. Il suo compito è interiorizzare e attualizzare la parola di Gesù, non aggiunge nulla alla rivelazione di Gesù: guida verso e dentro la pienezza della verità. Quindi, anche lo Spirito è la verità, perché ce la comunica.

Le strutture della rivelazione

  • Storicità: la rivelazione biblica ha una struttura storica. È avvenuta nella storia, ha una sua storia e si è manifestata tramite la storia (oltre che alla parola). È destinata agli uomini di ogni tempo (universalità), ma contiene un discorso contestualizzato in un tempo, un ambiente, un linguaggio e una cultura (particolarità). Protagonista invisibile dell'interpretazione e della trasmissione è lo Spirito.
  • Progressività: il discorso di Dio è progressivo. La rivelazione non è apparsa di colpo già compiuta, ma ha seguito la progressività di un cammino: inizio, svolgimento e compimento. Il cammino non è venuto tanto in forza di sempre nuove rivelazioni, quanto piuttosto in forza di uno sviluppo interiore.
  • Storia e parole: la rivelazione non è una semplice serie di parole, ma neanche semplicemente una serie di azioni. Non c'è antagonismo tra storia e parola: invece, si completano a vicenda.
  • Struttura di mediazione: la rivelazione non è direttamente e immediatamente rivolta ad ogni uomo, anche se non manca di una dimensione interiore e personale. È mediata perché già nel suo stesso formarsi, è mediata dall’esperienza dell’uomo che l’accoglie (e non solo perché giunge a noi attraverso i profeti gli apostoli o perché è storica).
  • Struttura dialogica e personale: è un incontro dialogico fra due persone che parlano e comunicano tra loro (Dio - uomo). È un dialogo profondo e vitale, non solo scambio di conoscenze.
  • Teologica e antropologica: rivela il pensiero di Dio sull’uomo. L'uomo è chiamato a conoscere e a partecipare al mistero di Dio. Questo soprattutto nel Nuovo Testamento, in cui Dio rivela il suo disegno sull’uomo e sulla storia, rivela se stesso.
  • Definitiva: è la rivelazione ultima, pur rimanendo comunque una rivelazione nella fede. Tensione tra il presente e il futuro, fra ciò che già siamo e ciò che si manifesterà.
  • Struttura trinitaria: il dialogo di Dio con l’uomo, cioè la rivelazione è frutto di:
    • L’iniziativa del Padre
    • La manifestazione in Cristo
    • L’interpretazione e l’attualizzazione dello Spirito
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessia-grilli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Dezza Ernesto.
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