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ESTRATTO DOCUMENTO

una famiglia colpita dalla disoccupazione rischia di non realizzare pienamente

le sue finalità.563

L'apporto che la famiglia può offrire alla realtà del lavoro è prezioso e, per molti

versi, insostituibile. Si tratta di un contributo che si esprime sia in termini

economici sia mediante le grandi risorse di solidarietà

che la famiglia possiede e che costituiscono un importante appoggio per chi, al

suo interno, si trova senza lavoro o è alla ricerca di un'occupazione. Soprattutto

e più radicalmente, è un contributo che si realizza con l'educazione al senso del

lavoro e tramite l'offerta di orientamenti e sostegni di fronte alle stesse scelte

professionali.

250 Per tutelare questo rapporto tra famiglia e lavoro, un elemento da

apprezzare e salvaguardare è il salario familiare, ossia un salario sufficiente a

mantenere e a far vivere dignitosamente la famiglia.564 Tale salario deve

permettere la realizzazione di un risparmio che favorisca l'acquisizione di

qualche forma di proprietà, come garanzia di libertà: il diritto alla proprietà è

strettamente legato all'esistenza delle famiglie, che si mettono al riparo dal

bisogno anche grazie al risparmio e alla costituzione di una proprietà

familiare.565 Vari possono essere i modi per dare concretezza al salario

familiare. Concorrono a determinarlo alcuni importanti provvedimenti sociali,

quali gli assegni familiari e altri contributi per le persone a carico, nonché la

remunerazione del lavoro casalingo di uno dei due genitori.566

251 Nel rapporto tra famiglia e lavoro, una speciale attenzione va riservata al

lavoro della donna in famiglia, il cosiddetto lavoro di cura, che chiama in causa

anche le responsabilità dell'uomo come marito e come padre. Il lavoro di cura,

a cominciare da quello della madre, proprio perché finalizzato e dedicato al

servizio della qualità della vita, costituisce un tipo di attività lavorativa

eminentemente personale e personalizzante, che deve essere socialmente

riconosciuta e valorizzata,567 anche mediante un corrispettivo economico

almeno pari a quello di altri lavori.568 Nello stesso tempo, occorre eliminare

tutti gli ostacoli che impediscono agli sposi di esercitare liberamente la loro

responsabilità procreativa e, in particolare, quelli che costringono la donna a

non svolgere pienamente le sue funzioni materne.

V. LA SOCIETÀ A SERVIZIO DELLA FAMIGLIA

252 Il punto di partenza per un corretto e costruttivo rapporto tra la famiglia e

la società è il riconoscimento della soggettività e della priorità sociale della

famiglia. Il loro intimo rapporto impone che « la società non venga mai meno al

suo fondamentale compito di rispettare e di promuovere la famiglia stessa

».570 La società e, in particolare, le istituzioni statali — nel rispetto della

priorità e « antecedenza » della famiglia — sono chiamate a garantire e

favorire la genuina identità della vita familiare e a evitare e combattere tutto

ciò che la altera e ferisce. Ciò richiede che l'azione politica e legislativa

salvaguardi i valori della famiglia, dalla promozione dell'intimità e della

convivenza familiare, al rispetto della vita nascente, alla effettiva libertà di

29

scelta nell'educazione dei figli. La società e lo Stato non possono, pertanto, né

assorbire, né sostituire, né ridurre la dimensione sociale della famiglia stessa;

piuttosto devono onorarla, riconoscerla, rispettarla e promuoverla secondo il

principio di sussidiarietà.571

253 Il servizio della società alla famiglia si concretizza nel riconoscimento, nel

rispetto e nella promozione dei diritti della famiglia.572 Tutto ciò richiede la

realizzazione di autentiche ed efficaci politiche familiari con interventi precisi in

grado di affrontare i bisogni che derivano dai diritti della famiglia come tale. In

tal senso, è necessario il prerequisito, essenziale e irrinunciabile, del

riconoscimento — che comporta la tutela, la valorizzazione e la promozione —

dell'identità della famiglia, società naturale fondata sul matrimonio. Tale

riconoscimento traccia una linea di demarcazione netta tra la famiglia

propriamente intesa e le altre convivenze, che della famiglia — per loro natura

— non possono meritare né il nome né lo statuto.

254 Il riconoscimento, da parte delle istituzioni civili e dello Stato, della priorità

della famiglia su ogni altra comunità e sulla stessa realtà statuale, comporta il

superamento delle concezioni meramente individualistiche e l'assunzione della

dimensione familiare come prospettiva, culturale e politica, irrinunciabile nella

considerazione delle persone. Ciò non si pone in alternativa, ma piuttosto a

sostegno e tutela degli stessi diritti che le persone hanno singolarmente. Tale

prospettiva rende possibile elaborare criteri normativi per una soluzione

corretta dei diversi problemi sociali, poiché le persone non devono essere

considerate solo singolarmente, ma anche in relazione ai nuclei familiari in cui

sono inserite, dei cui valori specifici ed esigenze si deve tenere debito conto.

IV. IL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ

a) Origine e significato

185 La sussidiarietà è tra le più costanti e caratteristiche direttive della dottrina

sociale della Chiesa, presente fin dalla prima grande enciclica sociale.395 È

impossibile promuovere la dignità della persona se non prendendosi cura della

famiglia, dei gruppi, delle associazioni, delle realtà territoriali locali, in breve, di

quelle espressioni aggregative di tipo economico, sociale, culturale, sportivo,

ricreativo, professionale, politico, alle quali le persone danno spontaneamente

vita e che rendono loro possibile una effettiva crescita sociale.396 È questo

l'ambito della società civile, intesa come l'insieme dei rapporti tra individui e

tra società intermedie, che si realizzano in forma originaria e grazie alla «

soggettività creativa del cittadino ».397 La rete di questi rapporti innerva il

tessuto sociale e costituisce la base di una vera comunità di persone, rendendo

possibile il riconoscimento di forme più elevate di socialità.398

186 L'esigenza di tutelare e di promuovere le espressioni originarie della

socialità è sottolineata dalla Chiesa nell'enciclica « Quadragesimo anno », nella

quale il principio di sussidiarietà è indicato come principio importantissimo

della « filosofia sociale »: « Siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi

possono compiere con le forze e l'industria propria per affidarlo alla comunità,

30

così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle

minori e inferiori comunità si può fare. Ed è questo insieme un grave danno e

uno sconvolgimento del retto ordine della società; perché l'oggetto naturale di

qualsiasi intervento della società stessa è quello di aiutare in maniera

suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle e assorbirle ».399

In base a tale principio, tutte le società di ordine superiore devono porsi in

atteggiamento di aiuto (« subsidium ») — quindi di sostegno, promozione,

sviluppo — rispetto alle minori. In tal modo, i corpi sociali intermedi possono

adeguatamente svolgere le funzioni che loro competono, senza doverle cedere

ingiustamente ad altre aggregazioni sociali di livello superiore, dalle quali

finirebbero per essere assorbiti e sostituiti e per vedersi negata, alla fine,

dignità propria e spazio vitale.

Alla sussidiarietà intesa in senso positivo, come aiuto economico, istituzionale,

legislativo offerto alle entità sociali più piccole, corrisponde una serie di

implicazioni in negativo, che impongono allo Stato di astenersi

da quanto restringerebbe, di fatto, lo spazio vitale delle cellule minori ed

essenziali della società. La loro iniziativa, libertà e responsabilità non devono

essere soppiantate.

b) Indicazioni concrete

187 Il principio di sussidiarietà protegge le persone dagli abusi delle istanze

sociali superiori e sollecita queste ultime ad aiutare i singoli individui e i corpi

intermedi a sviluppare i loro compiti. Questo principio si impone perché ogni

persona, famiglia e corpo intermedio ha qualcosa di originale da offrire alla

comunità. L'esperienza attesta che la negazione della sussidiarietà, o la sua

limitazione in nome di una pretesa democratizzazione o uguaglianza di tutti

nella società, limita e talvolta anche annulla lo spirito di libertà e di iniziativa.

Con il principio della sussidiarietà contrastano forme di accentramento, di

burocratizzazione, di assistenzialismo, di presenza ingiustificata ed eccessiva

dello Stato e dell'apparato pubblico: « Intervenendo direttamente e

deresponsabilizzando la società, lo Stato assistenziale provoca la perdita di

energie umane e l'aumento esagerato degli apparati pubblici, dominati da

logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di servire gli utenti, con

enorme crescita delle spese ».400 Il mancato o inadeguato riconoscimento

dell'iniziativa privata, anche economica, e della sua funzione pubblica, nonché i

monopoli, concorrono a mortificare il principio della sussidiarietà.

All'attuazione del principio di sussidiarietà corrispondono: il rispetto e la

promozione effettiva del primato della persona e della famiglia; la

valorizzazione delle associazioni e delle organizzazioni intermedie, nelle proprie

scelte fondamentali e in tutte quelle che non possono essere delegate o

assunte da altri; l'incoraggiamento offerto all'iniziativa privata, in modo tale

che ogni organismo sociale rimanga a servizio, con le proprie peculiarità, del

bene comune; l'articolazione pluralistica della società e la rappresentanza delle

sue forze vitali; la salvaguardia dei diritti umani e delle minoranze; il

31

decentramento burocratico e amministrativo; l'equilibrio tra la sfera pubblica e

quella privata, con il conseguente riconoscimento della funzione sociale del

privato; un'adeguata responsabilizzazione del cittadino nel suo « essere parte »

attiva della realtà politica e sociale del Paese.

188 Diverse circostanze possono consigliare che lo Stato eserciti una funzione

di supplenza.401 Si pensi, ad esempio, alle situazioni in cui è necessario che lo

Stato stesso promuova l'economia, a causa dell'impossibilità per la società

civile di assumere autonomamente l'iniziativa; si pensi anche alle realtà di

grave squilibrio e ingiustizia sociale, in cui solo l'intervento pubblico può creare

condizioni di maggiore eguaglianza, di giustizia e di pace. Alla luce del principio

di sussidiarietà, tuttavia, questa supplenza istituzionale non deve prolungarsi

ed estendersi oltre lo stretto necessario, dal momento che trova giustificazione

soltanto nell'eccezionalità della situazione. In ogni caso, il bene comune

correttamente inteso, le cui esigenze non dovranno in alcun modo essere in

contrasto con la tutela e la promozione del primato della persona e delle sue

principali espressioni sociali, dovrà rimanere il criterio di discernimento circa

l'applicazione del principio di sussidiarietà.

II. IL PRINCIPIO DEL BENE COMUNE

a) Significato e principali implicazioni

164 Dalla dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone deriva innanzi tutto il

principio del bene comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi

per trovare pienezza di senso. Secondo una prima e vasta accezione, per bene

comune s'intende « l'insieme di quelle condizioni della vita sociale che

permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria

perfezione più pienamente e più celermente ».346

Il bene comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di

ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane

comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo,

accrescerlo e custodirlo, anche in vista del futuro. Come l'agire morale del

singolo si realizza nel compiere il bene, così l'agire sociale giunge a pienezza

realizzando il bene comune. Il bene comune, infatti, può essere inteso come la

dimensione sociale e comunitaria del bene morale.

165 Una società che, a tutti i livelli, vuole intenzionalmente rimanere al servizio

dell'essere umano è quella che si propone come meta prioritaria il bene

comune, in quanto bene di tutti gli uomini e di tutto l'uomo.347 La persona non

può trovare compimento solo in se stessa, a prescindere cioè dal suo essere «

con » e « per » gli altri. Tale verità le impone non una semplice convivenza ai

vari livelli della vita sociale e relazionale, ma la ricerca senza posa, in forma

pratica e non soltanto ideale, del bene ovvero del senso e della verità

rintracciabili nelle forme di vita sociale esistenti. Nessuna forma espressiva

della socialità — dalla famiglia, al gruppo sociale intermedio, all'associazione,

all'impresa di carattere economico, alla città, alla regione, allo Stato, fino alla

comunità dei popoli e delle Nazioni — può eludere l'interrogativo circa il proprio

32

bene comune, che è costitutivo del suo significato e autentica ragion d'essere

della sua stessa sussistenza.348

b) La responsabilità di tutti per il bene comune

166 Le esigenze del bene comune derivano dalle condizioni sociali di ogni

epoca e sono strettamente connesse al rispetto e alla promozione integrale

della persona e dei suoi diritti fondamentali.349 Tali esigenze riguardano

anzitutto l'impegno per la pace, l'organizzazione dei poteri dello Stato, un

solido ordinamento giuridico, la salvaguardia dell'ambiente, la prestazione di

quei servizi essenziali delle persone, alcuni dei quali sono al tempo stesso diritti

dell'uomo: alimentazione, abitazione, lavoro, educazione e accesso alla cultura,

trasporti, salute, libera circolazione delle informazioni e tutela della libertà

religiosa.350 Non va dimenticato l'apporto che ogni Nazione è in dovere di dare

per una vera cooperazione internazionale, in vista del bene comune dell'intera

umanità, anche per le generazioni future.351

167 Il bene comune impegna tutti i membri della società: nessuno è esentato

dal collaborare, a seconda delle proprie capacità, al suo raggiungimento e al

suo sviluppo.352 Il bene comune esige di essere servito pienamente, non

secondo visioni riduttive subordinate ai vantaggi di parte che se ne possono

ricavare, ma in base a una logica che tende alla più larga assunzione di

responsabilità. Il bene comune è conseguente alle più elevate inclinazioni

dell'uomo,353 ma è un bene arduo da raggiungere, perché richiede la capacità

e la ricerca costante del bene altrui come se fosse proprio.

Tutti hanno anche il diritto di fruire delle condizioni di vita sociale che risultano

dalla ricerca del bene comune. Suona ancora attuale l'insegnamento di Pio XI: «

Bisogna procurare che la distribuzione dei beni creati, la quale ognuno vede

quanto ora sia causa di disagio, per il grande squilibrio fra i pochi straricchi e

gli innumerevoli indigenti, venga ricondotta alla conformità con le norme del

bene comune e della giustizia sociale ».354

c) I compiti della comunità politica

168 La responsabilità di conseguire il bene comune compete, oltre che alle

singole persone, anche allo Stato, poiché il bene comune è la ragion d'essere

dell'autorità politica.355 Lo Stato, infatti, deve garantire coesione, unitarietà e

organizzazione alla società civile di cui è espressione,356 in modo che il bene

comune possa essere conseguito con il contributo di tutti i cittadini. L'uomo

singolo, la famiglia, i corpi intermedi non sono in grado di pervenire da se stessi

al loro pieno sviluppo; da ciò deriva la necessità di istituzioni

politiche, la cui finalità è quella di rendere accessibili alle persone i beni

necessari — materiali, culturali, morali, spirituali — per condurre una vita

veramente umana. Il fine della vita sociale è il bene comune storicamente

realizzabile.357

169 Per assicurare il bene comune, il governo di ogni Paese ha il compito

specifico di armonizzare con giustizia i diversi interessi settoriali.358 La

33

corretta conciliazione dei beni particolari di gruppi e di individui è una delle

funzioni più delicate del potere pubblico. Non va dimenticato, inoltre, che nello

Stato democratico, in cui le decisioni sono solitamente assunte a maggioranza

dai rappresentanti della volontà popolare, coloro ai quali compete la

responsabilità di governo sono tenuti ad interpretare il bene comune del loro

Paese non soltanto secondo gli orientamenti della maggioranza, ma nella

prospettiva del bene effettivo di tutti i membri della comunità civile, compresi

quelli in posizione di minoranza.

397 L'autorità deve riconoscere, rispettare e promuovere i valori umani e

morali essenziali. Essi sono innati, « scaturiscono dalla verità stessa dell'essere

umano ed esprimono e tutelano la dignità della persona: valori, pertanto, che

nessun individuo, nessuna maggioranza e nessuno Stato potranno mai creare,

modificare o distruggere ».812 Essi non trovano fondamento in provvisorie e

mutevoli « maggioranze » di opinione, ma devono essere semplicemente

riconosciuti, rispettati e promossi come elementi di una legge morale obiettiva,

legge naturale iscritta nel cuore dell'uomo (cfr. Rm 2,15), e punto di riferimento

normativo della stessa legge civile.813 Quando, per un tragico oscuramento

della coscienza collettiva, lo scetticismo giungesse a porre in dubbio persino i

principi fondamentali della legge morale,814 lo stesso ordinamento statale

sarebbe scosso nelle sue fondamenta, riducendosi a un puro meccanismo di

regolazione pragmatica dei diversi e contrapposti interessi.815

398 L'autorità deve emanare leggi giuste, cioè conformi alla dignità della

persona umana e ai dettami della retta ragione: « La legge umana in tanto è

tale in quanto è conforme alla retta ragione e quindi deriva dalla legge eterna.

Quando invece una legge è in contrasto con la ragione, la si denomina legge

iniqua; in tal caso però cessa di essere legge e diviene piuttosto un atto di

violenza ».816 L'autorità che comanda secondo ragione pone il cittadino in

rapporto non tanto di sudditanza rispetto a un altro uomo, quanto piuttosto di

obbedienza all'ordine morale e, quindi, a Dio stesso che ne è la fonte

ultima.817 Chi rifiuta obbedienza all'autorità che agisce secondo l'ordine

morale « si oppone all'ordine stabilito da Dio » (Rm 13,2).818 Analogamente

l'autorità pubblica, che ha il suo fondamento nella natura umana e appartiene

all'ordine prestabilito da Dio,819 qualora non si adoperi per realizzare il bene

comune, disattende il suo fine proprio e perciò stesso si delegittima.

c) Il diritto all'obiezione di coscienza

399 Il cittadino non è obbligato in coscienza a seguire le prescrizioni delle

autorità civili se sono contrarie alle esigenze dell'ordine morale, ai diritti

fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo.820 Le leggi

ingiuste pongono gli uomini moralmente retti di fronte a drammatici problemi

di coscienza: quando sono chiamati a collaborare ad azioni moralmente cattive,

hanno l'obbligo di rifiutarsi.821 Oltre ad essere un dovere morale, questo rifiuto

è anche un diritto umano basilare che, proprio perché tale, la stessa legge

civile deve riconoscere e proteggere: « Chi ricorre all'obiezione di coscienza

34

deve essere salvaguardato non solo da sanzioni penali, ma anche da qualsiasi

danno sul piano legale, disciplinare, economico e professionale ».822

È un grave dovere di coscienza non prestare collaborazione, neppure formale, a

quelle pratiche che, pur ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto

con la Legge di Dio. Tale collaborazione, infatti, non può mai essere giustificata,

né invocando il rispetto della libertà altrui, né facendo leva sul fatto che la

legge civile la prevede e la richiede. Alla responsabilità morale degli atti

compiuti nessuno può mai sottrarsi e su tale responsabilità ciascuno sarà

giudicato da Dio stesso (cfr. Rm 2,6; 14,12).

d) Il diritto di resistere

400 Riconoscere che il diritto naturale fonda e limita il diritto positivo significa

ammettere che è legittimo resistere all'autorità qualora questa violi

gravemente e ripetutamente i principi del diritto naturale. San Tommaso

d'Aquino scrive che « si è tenuti a obbedire... per quanto lo esige l'ordine della

giustizia ».823 Il fondamento del diritto di resistenza è quindi il diritto di natura.

Diverse possono essere le manifestazioni concrete che la realizzazione di tale

diritto può assumere. Diversi possono essere anche i fini perseguiti. La

resistenza all'autorità mira a ribadire la validità di una diversa visione delle

cose, sia quando si cerca di ottenere un mutamento parziale, modificando ad

esempio alcune leggi, sia quando ci si batte per un radicale cambiamento della

situazione.

IV. IL SISTEMA DELLA DEMOCRAZIA

406 Un giudizio esplicito e articolato sulla democrazia è contenuto nell'enciclica

« Centesimus annus »: « La Chiesa apprezza il sistema della democrazia, in

quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce

ai governati la possibilità sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di

sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno. Essa, pertanto, non può

favorire la formazione di gruppi dirigenti ristretti, i quali per interessi particolari

o per fini ideologici usurpano il potere dello Stato. Un'autentica democrazia è

possibile soltanto in uno Stato di diritto e sulla base di una retta concezione

della persona umana. Essa esige che si verifichino le condizioni necessarie per

la promozione sia delle singole persone mediante l'educazione e la formazione

ai veri ideali, sia della “soggettività” della società mediante la creazione di

strutture di partecipazione e di corresponsabilità ».837

a) I valori e la democrazia

407 Un'autentica democrazia non è solo il risultato di un rispetto formale di

regole, ma è il frutto della convinta accettazione dei valori che ispirano le

procedure democratiche: la dignità di ogni persona umana, il rispetto dei diritti

dell'uomo, l'assunzione del « bene comune » come fine e criterio regolativo

della vita politica. Se non vi è un consenso generale su tali valori, si smarrisce il

significato della democrazia e si compromette la sua stabilità.

35

La dottrina sociale individua uno dei rischi maggiori per le attuali democrazie

nel relativismo etico, che induce a ritenere inesistente un criterio oggettivo e

universale per stabilire il fondamento e la corretta gerarchia dei valori: « Oggi

si tende ad affermare che l'agnosticismo e il relativismo scettico sono la

filosofia e l'atteggiamento fondamentale rispondenti alle forme politiche

democratiche, e che quanti sono convinti di conoscere la verità e aderiscono

con fermezza ad essa non sono affidabili dal punto di vista democratico, perché

non accettano che la verità sia determinata dalla maggioranza o sia variabile a

seconda dei diversi equilibri politici. A questo proposito, bisogna osservare che,

se non esiste nessuna verità ultima la quale guida ed orienta l'azione politica,

allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per

fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmente in un

totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia ».838 La

democrazia è fondamentalmente « un “ordinamento” e, come tale, uno

strumento e non un fine. Il suo carattere “morale” non è automatico, ma

dipende dalla conformità alla legge morale a cui, come ogni altro

comportamento umano, deve sottostare: dipende cioè dalla moralità dei fini

che persegue e dei mezzi di cui si serve ».

II. MORALE ED ECONOMIA

330 La dottrina sociale della Chiesa insiste sulla connotazione morale

dell'economia. Pio XI, in una pagina dell'enciclica « Quadragesimo anno »,

affronta il rapporto tra l'economia e la morale: « Sebbene l'economia e la

disciplina morale, ciascuna nel suo ambito, si appoggino sui princìpi propri,

sarebbe errore affermare

che l'ordine economico e l'ordine morale siano così disparati ed estranei l'uno

all'altro, che il primo in nessun modo dipenda dal secondo. Certo, le leggi, che

si dicono economiche, tratte dalla natura stessa delle cose e dall'indole

dell'anima e del corpo umano, stabiliscono quali limiti nel campo economico il

potere dell'uomo non possa e quali possa raggiungere, e con quali mezzi; e la

stessa ragione, dalla natura delle cose e da quella individuale e sociale

dell'uomo, chiaramente deduce quale sia il fine da Dio Creatore proposto a

tutto l'ordine economico. Soltanto la legge morale è quella la quale, come ci

intima di cercare nel complesso delle nostre azioni il fine supremo ed ultimo,

così nei particolari generi di operosità ci dice di cercare quei fini speciali, che a

quest'ordine di operazioni sono stati prefissi dalla natura, o meglio, da Dio,

autore della natura, e di subordinare armonicamente questi fini particolari al

fine supremo ».691

331 Il rapporto tra morale ed economia è necessario e intrinseco: attività

economica e comportamento morale si compenetrano intimamente. La

necessaria distinzione tra morale ed economia non comporta una separazione

tra i due ambiti, ma, al contrario, una reciprocità importante. Come in ambito

morale si deve tener conto delle ragioni e delle esigenze dell'economia,

operando in campo economico ci si deve aprire alle istanze morali: « Anche

nella vita economico-sociale occorre onorare e promuovere la dignità della

36

persona umana e la sua vocazione integrale e il bene di tutta la società.

L'uomo infatti è l'autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale

».692 Dare il giusto e dovuto peso alle ragioni proprie dell'economia non

significa rifiutare come irrazionale ogni considerazione di ordine

metaeconomico, proprio perché il fine dell'economia non sta nell'economia

stessa, bensì nella sua destinazione umana e sociale.693 All'economia, infatti,

sia in ambito scientifico sia a livello di prassi, non è affidato il fine della

realizzazione dell'uomo e della buona convivenza umana, ma un compito

parziale: la produzione, la distribuzione e il consumo di beni materiali e di

servizi.

332 La dimensione morale dell'economia fa cogliere come finalità inscindibili,

anziché separate e alternative, l'efficienza economica e la promozione di uno

sviluppo solidale dell'umanità. La morale, costitutiva della vita economica, non

è né oppositiva, né neutrale: se ispirata alla giustizia e alla solidarietà,

costituisce un fattore di efficienza sociale della stessa economia. È un dovere

svolgere in maniera efficiente l'attività di produzione dei beni, altrimenti si

sprecano risorse; ma non è accettabile una crescita economica ottenuta a

discapito degli esseri umani, di interi popoli e gruppi sociali, condannati

all'indigenza e all'esclusione. L'espansione della ricchezza, visibile nella

disponibilità di beni e di servizi, e l'esigenza morale di una equa diffusione di

questi ultimi devono stimolare l'uomo e la società nel suo insieme a praticare la

virtù essenziale della solidarietà 694 per combattere, nello spirito della giustizia

e della carità, ovunque ne sia rivelata la presenza, quelle « strutture di peccato

» 695 che generano e mantengono povertà, sottosviluppo e degradazione. Tali

strutture sono edificate e consolidate da molti atti concreti di egoismo umano.

333 Per assumere un profilo morale, l'attività economica deve avere come

soggetti tutti gli uomini e tutti i popoli. Tutti hanno il diritto di partecipare alla

vita economica e il dovere di contribuire, secondo le proprie capacità, al

progresso del proprio Paese e dell'intera famiglia umana.696 Se, in qualche

misura, tutti sono responsabili di tutti, ciascuno ha il dovere di impegnarsi per

lo sviluppo economico di tutti: 697 è dovere di solidarietà e di giustizia, ma è

anche la via migliore per far progredire l'intera umanità. Se vissuta

moralmente, l'economia è dunque prestazione di un servizio reciproco,

mediante la produzione di beni e servizi utili alla crescita di ognuno, e diventa

opportunità per ogni uomo di vivere la solidarietà e la vocazione alla «

comunione con gli altri uomini per cui Dio lo ha creato ».698 Lo sforzo di

concepire e realizzare progetti economico-sociali capaci di favorire una società

più equa e un mondo più umano rappresenta una sfida aspra, ma anche un

dovere stimolante, per tutti gli operatori economici e per i cultori delle scienze

economiche.699

334 Oggetto dell'economia è la formazione della ricchezza e il suo incremento

progressivo, in termini non soltanto quantitativi, ma qualitativi: tutto ciò è

moralmente corretto se finalizzato allo sviluppo globale e solidale dell'uomo e

della società in cui egli vive ed opera. Lo sviluppo, infatti, non può essere

ridotto a mero processo di accumulazione di beni e servizi. Al contrario, la pura

37

accumulazione, anche qualora fosse per il bene comune, non è una condizione

sufficiente per la realizzazione dell'autentica felicità umana. In questo senso, il

Magistero sociale mette in guardia dall'insidia che un tipo di sviluppo solo

quantitativo nasconde, perché la « eccessiva disponibilità di ogni tipo di beni

materiali in favore di alcune fasce sociali rende facilmente gli uomini schiavi del

“possesso” e del godimento immediato... È la cosiddetta civiltà dei “consumi”,

o consumismo... ».700

335 Nella prospettiva dello sviluppo integrale e solidale, si può dare un giusto

apprezzamento alla valutazione morale che la dottrina sociale offre

sull'economia di mercato o, semplicemente, economia libera: « Se con

“capitalismo” si indica un sistema economico che riconosce il ruolo

fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e

della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera

creatività umana nel settore dell'economia, la risposta è certamente positiva,

anche se forse sarebbe più appropriato parlare di “economia d'impresa”, o di

“economia di mercato”, o semplicemente di “economia libera”. Ma se con

“capitalismo” si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell'economia

non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della

libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di

questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente

negativa ».701 In tal modo viene definita la prospettiva cristiana circa le

condizioni sociali e politiche dell'attività economica: non solo le sue regole, ma

anche la sua qualità morale e il suo significato.

II. IL VALORE PROFETICO DELLA « RERUM NOVARUM »

267 Il corso della storia è contrassegnato dalle profonde trasformazioni e dalle

esaltanti conquiste del lavoro, ma anche dallo sfruttamento di tanti lavoratori e

dalle offese alla loro dignità. La rivoluzione industriale lanciò alla Chiesa una

grande sfida, alla quale il Magistero sociale rispose con la forza della profezia,

affermando principi di validità universale e di perenne attualità, a sostegno

dell'uomo che lavora e dei suoi diritti.

Destinataria del messaggio della Chiesa era stata per secoli una società di tipo

agricolo, caratterizzata da ritmi regolari e ciclici; ora il Vangelo si doveva

annunciare e vivere in un nuovo areopago, nel tumulto degli eventi sociali di

una società più dinamica, tenendo conto della complessità dei nuovi fenomeni

e delle impensabili trasformazioni rese possibili dalla tecnica. Al centro della

sollecitudine pastorale della Chiesa si poneva sempre più urgentemente la

questione operaia, ovvero il problema dello sfruttamento dei lavoratori,

conseguente alla nuova organizzazione industriale del lavoro, di matrice

capitalistica, e il problema, non meno grave, della strumentalizzazione

ideologica, socialista e comunista, delle giuste rivendicazioni del mondo del

lavoro. All'interno di questo orizzonte storico si collocano le riflessioni e gli

ammonimenti dell'enciclica « Rerum novarum » di Leone XIII.

268 La « Rerum novarum » è innanzi tutto un'accorata difesa dell'inalienabile

dignità dei lavoratori, alla quale collega l'importanza del diritto di proprietà, del

38

principio di collaborazione tra le classi, dei diritti dei deboli e dei poveri, degli

obblighi dei lavoratori e dei datori di lavoro, del diritto di associazione.

Gli orientamenti ideali espressi nell'enciclica rafforzarono l'impegno di

animazione cristiana della vita sociale, che si manifestò nella nascita e nel

consolidamento di numerose iniziative di alto profilo civile: unioni e centri di

studi sociali, associazioni, società operaie, sindacati, cooperative, banche

rurali, assicurazioni, opere di assistenza. Tutto ciò diede un notevole impulso

alla legislazione del lavoro per la protezione degli operai, soprattutto dei

fanciulli e delle donne; all'istruzione e al miglioramento dei salari e dell'igiene.

269 A partire dalla « Rerum novarum », la Chiesa non ha mai smesso di

considerare i problemi del lavoro all'interno di una questione sociale che ha

assunto progressivamente dimensioni mondiali.583 L'enciclica « Laborem

exercens » arricchisce la visione personalista del lavoro caratteristica dei

precedenti documenti sociali, indicando la necessità di un approfondimento dei

significati e dei compiti che il lavoro comporta, in considerazione del fatto che «

sorgono sempre nuovi interrogativi e problemi, nascono sempre nuove

speranze, ma anche timori e minacce connesse con questa fondamentale

dimensione dell'umano esistere, con la quale la vita dell'uomo è costruita ogni

giorno, dalla quale essa attinge la propria specifica dignità, ma nella quale è

contemporaneamente contenuta la costante misura dell'umana fatica, della

sofferenza e anche del danno e dell'ingiustizia che penetrano profondamente la

vita sociale, all'interno delle singole Nazioni e sul piano internazionale ».584 Il

lavoro, infatti, « chiave essenziale » 585 di tutta la questione sociale,

condiziona lo sviluppo non solo economico, ma anche culturale e morale delle

persone, della famiglia, della società e dell'intero genere umano.

III. LA DIGNITÀ DEL LAVORO

a) La dimensione soggettiva e oggettiva del lavoro

270 Il lavoro umano ha una duplice dimensione: oggettiva e soggettiva. In

senso oggettivo è l'insieme di attività, risorse, strumenti e tecniche di cui

l'uomo si serve per produrre, per dominare la terra, secondo le parole del Libro

della Genesi. Il lavoro in senso soggettivo è l'agire dell'uomo in quanto essere

dinamico, capace di compiere varie azioni che appartengono al processo del

lavoro e che corrispondono alla sua vocazione personale: « L'uomo deve

soggiogare la terra, la deve dominare, perché come “immagine di Dio” è una

persona, cioè un essere soggettivo capace di agire in modo programmato e

razionale, capace di decidere di sé e tendente a realizzare se stesso. Come

persona, l'uomo è quindi soggetto del lavoro ».586

Il lavoro in senso oggettivo costituisce l'aspetto contingente dell'attività

dell'uomo, che varia incessantemente nelle sue modalità con il mutare delle

condizioni tecniche, culturali, sociali e politiche. In senso soggettivo si

configura, invece, come la sua dimensione stabile, perché non dipende da quel

che l'uomo realizza concretamente né dal genere di attività che esercita, ma

39

solo ed esclusivamente dalla sua dignità di essere personale. La distinzione è

decisiva sia per comprendere qual è il fondamento ultimo del valore e della

dignità del lavoro, sia in ordine al problema di un'organizzazione dei sistemi

economici e sociali rispettosa dei diritti dell'uomo.

271 La soggettività conferisce al lavoro la sua peculiare dignità, che impedisce

di considerarlo come una semplice merce o un elemento impersonale

dell'organizzazione produttiva. Il lavoro, indipendentemente dal suo minore o

maggiore valore oggettivo, è espressione essenziale della persona, è « actus

personae ». Qualsiasi forma di materialismo e di economicismo che tentasse di

ridurre il lavoratore a mero strumento di produzione, a semplice forza-lavoro, a

valore esclusivamente materiale, finirebbe per snaturare irrimediabilmente

l'essenza del lavoro, privandolo della sua finalità più nobile e profondamente

umana. La persona è il metro della dignità del lavoro: « Non c'è, infatti, alcun

dubbio che il lavoro umano abbia un suo valore etico, il quale senza mezzi

termini e direttamente rimane legato al fatto che colui che lo compie è una

persona ».587

La dimensione soggettiva del lavoro deve avere la preminenza su quella

oggettiva, perché è quella dell'uomo stesso che compie il lavoro,

determinandone la qualità e il valore più alto. Se manca questa consapevolezza

oppure non si vuole riconoscere questa verità, il lavoro perde il suo significato

più vero e profondo: in questo caso, purtroppo frequente e diffuso, l'attività

lavorativa e le stesse tecniche utilizzate diventano più importanti dell'uomo

stesso e, da alleate, si trasformano in nemiche della sua dignità.

272 Il lavoro umano non soltanto procede dalla persona, ma è anche

essenzialmente ordinato e finalizzato ad essa. Indipendentemente dal suo

contenuto oggettivo, il lavoro deve essere orientato verso il soggetto che lo

compie, perché lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro, rimane sempre

l'uomo. Anche se non può essere ignorata l'importanza della componente

oggettiva del lavoro sotto il profilo della sua qualità, tale componente, tuttavia,

va subordinata alla realizzazione dell'uomo, e quindi alla dimensione

soggettiva, grazie alla quale è possibile affermare che il lavoro è per l'uomo e

non l'uomo per il lavoro e che « lo scopo del lavoro, di qualunque lavoro

eseguito dall'uomo — fosse pure il lavoro più “di servizio”, più monotono, nella

scala del comune modo di valutazione, addirittura più emarginante — rimane

sempre l'uomo stesso ».588

273 Il lavoro umano possiede anche un'intrinseca dimensione sociale. Il lavoro

di un uomo, infatti, si intreccia naturalmente con quello di altri uomini: « Oggi

più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un

fare qualcosa per qualcuno ».589 Anche i frutti del lavoro offrono occasione di

scambi, di relazioni e d'incontro. Il lavoro, pertanto, non si può valutare

giustamente se non si tiene conto della sua natura sociale: « giacché se non

sussiste un corpo veramente sociale e organico, se un ordine sociale e giuridico

non tutela l'esercizio del lavoro, se le varie parti, le une dipendenti dalle altre,

non si collegano fra di loro e mutuamente non si compiono, se, quel che è di

40

più, non si associano, quasi a formare una cosa sola, l'intelligenza, il capitale, il

lavoro, l'umana attività non può produrre i suoi frutti, e quindi non si potrà

valutare giustamente né retribuire adeguatamente, dove non si tenga conto

della sua natura sociale e individuale ».590

274 Il lavoro è anche « un obbligo cioè un dovere dell'uomo ».591 L'uomo deve

lavorare sia perché il Creatore gliel'ha ordinato, sia per rispondere alle esigenze

di mantenimento e sviluppo della sua stessa umanità. Il lavoro si profila come

obbligo morale in relazione al prossimo, che è in primo luogo la propria

famiglia, ma anche la società, alla quale si appartiene, la Nazione, della quale

si è figli o figlie, l'intera famiglia umana, di cui si è membri: siamo eredi del

lavoro di generazioni e insieme artefici del futuro di tutti gli uomini che

vivranno dopo di noi.

275 Il lavoro conferma la profonda identità dell'uomo creato a immagine e

somiglianza di Dio: « Diventando — mediante il suo lavoro — sempre di più

padrone della terra, e confermando — ancora mediante il lavoro — il suo

dominio sul mondo visibile, l'uomo, in ogni caso ed in ogni fase di questo

processo, rimane sulla linea di quell'originaria disposizione del Creatore, la

quale resta necessariamente e indissolubilmente legata al fatto che l'uomo è

stato creato, come maschio e femmina, “a immagine di Dio” ».592 Ciò qualifica

l'attività dell'uomo nell'universo: egli non ne è il padrone, ma il fiduciario,

chiamato a riflettere nel proprio operare l'impronta di Colui del quale egli è

immagine.

b) I rapporti tra lavoro e capitale

276 Il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni

altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al

capitale. Oggi, il termine « capitale » ha diverse accezioni: talvolta indica i

mezzi materiali di produzione nell'impresa, talvolta le risorse finanziarie

impegnate in un'iniziativa produttiva o anche in operazioni nei mercati

borsistici. Si parla anche, in modo non del tutto appropriato, di « capitale

umano », per significare le risorse umane, cioè gli uomini stessi, in quanto

capaci di sforzo lavorativo, di conoscenza, di creatività, di intuizione delle

esigenze dei propri simili, di intesa reciproca in quanto membri di

un'organizzazione. Ci si riferisce al « capitale sociale » quando si vuole indicare

la capacità di collaborazione di una collettività, frutto dell'investimento in

legami fiduciari reciproci. Questa molteplicità di significati offre spunti ulteriori

per riflettere su cosa possa significare, oggi, il rapporto tra lavoro e capitale.

277 La dottrina sociale ha affrontato i rapporti tra lavoro e capitale, mettendo

in evidenza sia la priorità del primo sul secondo, sia la loro complementarità.

Il lavoro ha una priorità intrinseca rispetto al capitale: « Questo principio

riguarda direttamente il processo stesso di produzione, in rapporto al quale il

lavoro è sempre una causa efficiente primaria, mentre il “capitale” essendo

l'insieme dei mezzi di produzione, rimane solo uno strumento o la causa

strumentale. Questo principio è verità evidente che risulta da tutta l'esperienza

41

storica dell'uomo ».593 Esso « appartiene al patrimonio stabile della dottrina

della Chiesa ».594

Tra lavoro e capitale ci deve essere complementarità: è la stessa logica

intrinseca al processo produttivo a dimostrare la necessità della loro reciproca

compenetrazione e l'urgenza di dare vita a sistemi economici nei quali

l'antinomia tra lavoro e capitale venga superata.595 In tempi in cui, all'interno

di un sistema economico meno complesso, il « capitale » e il « lavoro salariato

» identificavano con una certa precisione non solo due fattori produttivi, ma

anche e soprattutto due concrete classi sociali, la Chiesa affermava che

entrambi sono in sé legittimi: 596 « né il capitale può stare senza il lavoro, né il

lavoro senza il capitale ».597 Si tratta di una verità che vale anche per il

presente, perché « è del tutto falso ascrivere o al solo capitale o al solo lavoro

ciò che si ottiene con l'opera unita dell'uno e dell'altro; ed è affatto ingiusto che

l'uno arroghi a sé quel che si fa, negando l'efficacia dell'altro ».598

278 Nella considerazione dei rapporti tra lavoro e capitale, soprattutto di fronte

alle imponenti trasformazioni dei nostri tempi, si deve ritenere che la «

principale risorsa » e il « fattore decisivo » 599 in mano all'uomo è l'uomo

stesso, e che « l'integrale sviluppo della persona umana nel lavoro non

contraddice, ma piuttosto favorisce la maggiore produttività ed efficacia del

lavoro stesso ».600 Il mondo del lavoro, infatti, sta scoprendo sempre di più

che il valore del « capitale umano » trova espressione nelle conoscenze dei

lavoratori, nella loro disponibilità a tessere relazioni, nella creatività,

nell'imprenditorialità di se stessi, nella capacità di affrontare consapevolmente

il nuovo, di lavorare insieme e di saper perseguire obiettivi comuni. Si tratta di

qualità prettamente personali, che appartengono al soggetto del lavoro più che

agli aspetti oggettivi, tecnici, operativi del lavoro stesso. Tutto questo comporta

una prospettiva nuova nei rapporti tra lavoro e capitale: si può affermare che,

contrariamente a quanto accadeva nella vecchia organizzazione del lavoro

dove il soggetto finiva per venire appiattito sull'oggetto, sulla macchina, al

giorno d'oggi la dimensione soggettiva del lavoro tende ad essere più decisiva

e importante di quella oggettiva.

279 Il rapporto tra lavoro e capitale presenta spesso i tratti della conflittualità,

che assume caratteri nuovi con il mutare dei contesti sociali ed economici. Ieri,

il conflitto tra capitale e lavoro era originato, soprattutto, « dal fatto che i

lavoratori mettevano le loro forze a disposizione del gruppo degli imprenditori,

e che questo, guidato dal principio del massimo profitto della produzione,

cercava di stabilire il salario più basso possibile per il lavoro eseguito dagli

operai ».601 Attualmente, il conflitto presenta aspetti nuovi e, forse, più

preoccupanti: i progressi scientifici e tecnologici e la mondializzazione dei

mercati, di per sé fonte di sviluppo e di progresso, espongono i lavoratori al

rischio di essere sfruttati dagli ingranaggi dell'economia e dalla ricerca sfrenata

di produttività.602

280 Non si deve erroneamente ritenere che il processo di superamento della

dipendenza del lavoro dalla materia sia capace di per sé di superare

42

l'alienazione sul lavoro e del lavoro. Il riferimento non è solo alle tante sacche

di non lavoro, di lavoro nero, di lavoro minorile, di lavoro sottopagato, di lavoro

sfruttato, che ancora persistono, ma anche alle nuove forme, molto più sottili,

di sfruttamento dei nuovi lavori, al superlavoro, al lavoro- carriera che talvolta

ruba spazio a dimensioni altrettanto umane e necessarie per la persona,

all'eccessiva flessibilità del lavoro che rende precaria e talvolta impossibile la

vita familiare, alla modularità lavorativa che rischia di avere pesanti

ripercussioni sulla percezione unitaria della propria esistenza e sulla stabilità

delle relazioni familiari. Se l'uomo è alienato quando inverte mezzi e fini, anche

nel nuovo contesto di lavoro immateriale, leggero, qualitativo più che

quantitativo, si possono dare elementi di alienazione « a seconda che cresca

la ... partecipazione [dell'uomo] in un'autentica comunità solidale, oppure

cresca il suo isolamento in un complesso di relazioni di esasperata

competitività e di reciproca estraniazione ».603

c) Il lavoro, titolo di partecipazione

281 Il rapporto tra lavoro e capitale trova espressione anche attraverso la

partecipazione dei lavoratori alla proprietà, alla sua gestione, ai suoi frutti. È

questa un'esigenza troppo spesso trascurata, che occorre invece valorizzare al

meglio: « ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi

al tempo stesso il “comproprietario” del grande banco di lavoro, al quale

s'impegna insieme con tutti. E una via verso tale traguardo potrebbe essere

quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà del capitale e

di dar vita a una ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali,

culturali: corpi che godano di una effettiva autonomia nei confronti dei pubblici

poteri, che perseguano i loro specifici obiettivi in rapporti di leale

collaborazione vicendevole, subordinatamente alle esigenze del bene comune,

e che presentino forma e sostanza di una viva comunità, cioè che in essi i

rispettivi membri siano considerati e trattati come persone e stimolati a

prendere parte attiva alla loro vita ».604 La nuova organizzazione del

lavoro, in cui il sapere conta di più della sola proprietà dei mezzi di produzione,

attesta in maniera concreta che il lavoro, a motivo del suo carattere soggettivo,

è titolo di partecipazione: è indispensabile ancorarsi a questa consapevolezza

per valutare la giusta posizione del lavoro nel processo produttivo e per trovare

modalità di partecipazione consone alla soggettività del lavoro nelle peculiarità

delle varie situazioni concrete.605

d) Rapporto tra lavoro e proprietà privata

282 Il Magistero sociale della Chiesa articola il rapporto tra lavoro e capitale

anche rispetto all'istituto della proprietà privata, al relativo diritto e all'uso di

questa. Il diritto alla proprietà privata è subordinato al principio della

destinazione universale dei beni e non deve costituire motivo di impedimento

al lavoro e allo sviluppo altrui. La proprietà, che si acquista anzitutto mediante

il lavoro, deve servire al lavoro. Ciò vale in modo particolare per il possesso dei

mezzi di produzione; ma tale principio concerne anche i beni propri del mondo

finanziario, tecnico, intellettuale, personale.

43

I mezzi di produzione « non possono essere posseduti contro il lavoro, non

possono essere neppure posseduti per possedere ».606 Il loro possesso diventa

illegittimo quando la proprietà « non viene valorizzata o serve ad impedire il

lavoro di altri, per ottenere un guadagno che non nasce dall'espansione globale

del lavoro e della ricchezza sociale, ma piuttosto dalla loro compressione,

dall'illecito sfruttamento, dalla speculazione e dalla rottura della solidarietà nel

mondo del lavoro ».607

283 La proprietà privata e pubblica nonché i vari meccanismi del sistema

economico devono essere predisposti per un'economia a servizio dell'uomo, in

modo che contribuiscano ad attuare il principio della destinazione universale

dei beni. In tale prospettiva diventa rilevante la questione relativa alla proprietà

e all'uso delle nuove tecnologie e conoscenze, che costituiscono, nel nostro

tempo, un'altra forma particolare di proprietà, di importanza non inferiore a

quella della terra e del capitale.608 Tali risorse, come tutti gli altri beni, hanno

una destinazione universale; anch'esse vanno inserite in un contesto di norme

giuridiche e di regole sociali che ne garantiscano un uso ispirato a criteri di

giustizia, di equità e di rispetto dei diritti dell'uomo. I nuovi saperi e le

tecnologie, grazie alle loro enormi potenzialità, possono dare un contributo

decisivo alla promozione del progresso sociale, ma rischiano di divenire fonte di

disoccupazione e di allargare il distacco tra zone sviluppate e zone di

sottosviluppo, se rimangono accentrati nei Paesi più ricchi o nelle mani di

ristretti gruppi di potere.

e) Il riposo festivo

284 Il riposo festivo è un diritto.609 Dio « cessò nel settimo giorno da ogni suo

lavoro » (Gen 2,2): anche gli uomini, creati a Sua immagine, devono godere di

sufficiente riposo e tempo libero che permetta loro di curare la vita familiare,

culturale, sociale e religiosa.610 A ciò contribuisce l'istituzione del giorno del

Signore.611 I credenti, durante la domenica e negli altri giorni festivi di

precetto, devono astenersi da « lavori o attività che impediscano il culto dovuto

a Dio, la letizia propria del giorno del Signore, la pratica delle opere di

misericordia e la necessaria distensione della mente e del corpo ».612

Necessità familiari o esigenze di utilità sociale possono legittimamente

esentare dal riposo domenicale, ma non devono creare abitudini pregiudizievoli

per la religione, la vita di famiglia e la salute.

285 La domenica è un giorno da santificare con un'operosa carità, riservando

attenzioni alla famiglia e ai parenti, come anche ai malati, agli infermi, agli

anziani; né si devono dimenticare quei « fratelli che hanno i medesimi bisogni e

i medesimi diritti e non possono riposarsi a causa della povertà e della miseria

»; 613 inoltre è un tempo propizio per la riflessione, il silenzio, lo studio, che

favoriscano la crescita della vita interiore e cristiana. I credenti dovranno

distinguersi, anche in questo giorno, per la loro moderazione, evitando tutti gli

eccessi e le violenze che spesso caratterizzano i divertimenti di massa.614 Il

giorno del Signore deve sempre essere vissuto come il giorno della liberazione,

che fa partecipare « all'adunanza festosa e all'assemblea dei primogeniti iscritti

44

nei cieli » (Eb 12,22-23) e anticipa la celebrazione della Pasqua definitiva nella

gloria del cielo.615

286 Le autorità pubbliche hanno il dovere di vigilare affinché ai cittadini non sia

sottratto, per motivi di produttività economica, un tempo destinato al riposo e

al culto divino. I datori di lavoro hanno un obbligo analogo nei confronti dei loro

dipendenti.616 I cristiani si devono adoperare, nel rispetto della libertà

religiosa e del bene comune di tutti, affinché le leggi riconoscano le domeniche

e le altre solennità liturgiche come giorni festivi: « Spetta a loro offrire a tutti un

esempio pubblico di preghiera, di rispetto e di gioia e difendere le loro

tradizioni come un prezioso contributo alla vita spirituale della società umana

».617 Ogni cristiano dovrà « evitare di imporre, senza necessità, ad altri ciò che

impedirebbe loro di osservare il giorno del Signore ».618

IV. IL DIRITTO AL LAVORO

a) Il lavoro è necessario

287 Il lavoro è un diritto fondamentale ed è un bene per l'uomo: 619 un bene

utile, degno di lui perché adatto appunto ad esprimere e ad accrescere la

dignità umana. La Chiesa insegna il valore del lavoro non solo perché esso è

sempre personale, ma anche per il carattere di necessità.620 Il lavoro è

necessario per formare e mantenere una famiglia,621 per avere diritto alla

proprietà,622 per contribuire al bene comune della famiglia umana.623 La

considerazione delle implicazioni morali che la questione del lavoro comporta

nella vita sociale induce la Chiesa ad additare la disoccupazione come una «

vera calamità sociale » ,624 soprattutto in relazione alle giovani generazioni.

288 Il lavoro è un bene di tutti, che deve essere disponibile per tutti coloro che

ne sono capaci. La « piena occupazione » è, pertanto, un obiettivo doveroso

per ogni ordinamento economico orientato alla giustizia e al bene comune. Una

società in cui il diritto al lavoro sia vanificato o sistematicamente negato e in

cui le misure di politica economica non consentano ai lavoratori di raggiungere

livelli soddisfacenti di occupazione, « non può conseguire né la sua

legittimazione etica né la pace sociale ».625 Un ruolo importante e, dunque,

una responsabilità specifica e grave appartengono, in questo ambito, al «

datore di lavoro indiretto »,626 ossia a quei soggetti — persone o istituzioni di

vario tipo — che sono in grado di orientare, a livello nazionale o internazionale,

la politica del lavoro e dell'economia.

289 La capacità progettuale di una società orientata verso il bene comune e

proiettata verso il futuro si misura anche e soprattutto sulla base delle

prospettive di lavoro che essa è in grado di offrire. L'alto tasso di

disoccupazione, la presenza di sistemi di istruzione obsoleti e di perduranti

difficoltà nell'accesso alla formazione e al mercato del lavoro costituiscono, per

molti giovani soprattutto, un forte ostacolo sulla strada della realizzazione

umana e professionale. Chi è disoccupato o sottoccupato, infatti, subisce le

conseguenze profondamente negative che tale condizione determina nella

personalità e rischia di essere posto ai margini della società, di diventare una

45

vittima dell'esclusione sociale.627 È questo un dramma che colpisce, in genere,

oltre ai giovani, le donne, i lavoratori meno specializzati, i disabili, gli immigrati,

gli ex-carcerati, gli analfabeti, tutti i soggetti che trovano maggiori difficoltà

nella ricerca di una collocazione nel mondo del lavoro.

290 Il mantenimento dell'occupazione dipende sempre di più dalle capacità

professionali.628 Il sistema di istruzione e di educazione non deve trascurare la

formazione umana e tecnica, necessaria per svolgere con profitto le mansioni

richieste. La sempre più diffusa necessità di cambiare varie volte impiego,

nell'arco della vita, impone al sistema educativo di favorire la disponibilità delle

persone ad un aggiornamento e riqualificazione permanenti. I giovani devono

apprendere ad agire autonomamente, diventare capaci di assumersi

responsabilmente il compito di affrontare con competenze adeguate i rischi

legati ad un contesto economico mobile e spesso imprevedibile nei suoi scenari

evolutivi.629 È altrettanto indispensabile l'offerta di opportune occasioni

formative agli adulti in cerca di riqualificazione e ai disoccupati. Più in generale,

il percorso lavorativo delle persone deve trovare nuove forme concrete di

sostegno, a cominciare proprio dal sistema formativo, così che sia meno

difficile attraversare fasi di cambiamento, di incertezza, di precarietà.

b) Il ruolo dello Stato e della società civile nella promozione del diritto al lavoro

291 I problemi dell'occupazione chiamano in causa le responsabilità dello

Stato, al quale compete il dovere di promuovere politiche attive del lavoro, cioè

tali da favorire la creazione di opportunità lavorative all'interno del territorio

nazionale, incentivando a questo scopo il mondo produttivo. Il dovere dello

Stato non consiste tanto nell'assicurare direttamente il diritto al lavoro di tutti i

cittadini, irreggimentando l'intera vita economica e mortificando la libera

iniziativa dei singoli, quanto piuttosto nell'« assecondare l'attività

delle imprese, creando condizioni che assicurino occasioni di lavoro,

stimolandola ove essa risulti insufficiente o sostenendola nei momenti di crisi

».630

292 Di fronte alle dimensioni planetarie rapidamente assunte dalle relazioni

economico-finanziarie e dal mercato del lavoro, si deve promuovere un'efficace

collaborazione internazionale tra gli Stati, mediante trattati, accordi e piani di

azione comuni che salvaguardino il diritto al lavoro anche nelle fasi più critiche

del ciclo economico, a livello nazionale ed internazionale. Bisogna avere

consapevolezza del fatto che il lavoro umano è un diritto da cui dipendono

direttamente la promozione della giustizia sociale e della pace civile. Importanti

compiti in questa direzione spettano alle Organizzazioni internazionali e a

quelle sindacali: collegandosi nelle forme più opportune, esse si devono

impegnare, prima di tutto, a tessere « una trama sempre più fitta di

disposizioni giuridiche che proteggono il lavoro degli uomini, delle donne, dei

giovani, e gli assicurano una conveniente retribuzione ».631

293 Per la promozione del diritto al lavoro è importante, oggi come ai tempi

della « Rerum novarum », che vi sia un « libero processo di auto-organizzazione

46

della società ».632 Significative testimonianze ed esempi di auto-

organizzazione si possono rintracciare nelle numerose iniziative, imprenditoriali

e sociali, caratterizzate da forme di partecipazione, di cooperazione e di

autogestione, che rivelano la fusione di energie solidali. Esse si offrono al

mercato come un variegato settore di attività lavorative che si distinguono per

un'attenzione particolare nei confronti della componente relazionale dei beni

prodotti e dei servizi erogati in molteplici ambiti: istruzione, tutela della salute,

servizi sociali di base, cultura. Le iniziative del cosiddetto « terzo settore »

costituiscono un'opportunità sempre più rilevante di sviluppo del lavoro e

dell'economia.

c) La famiglia e il diritto al lavoro

294 Il lavoro è « il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un

diritto naturale ed una vocazione dell'uomo »: 633 esso assicura i mezzi di

sussistenza e garantisce il processo educativo dei figli.634 Famiglia e lavoro,

così strettamente interdipendenti nell'esperienza della grande maggioranza

delle persone, meritano finalmente una considerazione più adeguata alla

realtà, un'attenzione che li comprenda insieme, senza i limiti di una concezione

privatistica della famiglia ed economicistica del lavoro. A questo riguardo, è

necessario che le imprese, le organizzazioni professionali, i sindacati e lo Stato

si rendano promotori di politiche del lavoro che non penalizzino, ma favoriscano

il nucleo familiare dal punto di vista occupazionale. La vita di famiglia e il

lavoro, infatti, si condizionano reciprocamente in vario modo. Il pendolarismo, il

doppio lavoro e la fatica fisica e psicologica riducono il tempo dedicato alla vita

familiare; 635 le situazioni di disoccupazione hanno ripercussioni materiali e

spirituali sulle famiglie, così come le tensioni e le crisi familiari influiscono

negativamente sugli atteggiamenti e sul rendimento in campo lavorativo.

d) Le donne e il diritto al lavoro

295 Il genio femminile è necessario in tutte le espressioni della vita sociale,

perciò va garantita la presenza delle donne anche in ambito lavorativo. Il primo

indispensabile passo in tale direzione è la concreta possibilità di accesso alla

formazione professionale. Il riconoscimento e la tutela dei diritti delle donne nel

contesto lavorativo dipendono, in generale, dall'organizzazione del lavoro, che

deve tener conto della dignità e della vocazione della donna, la cui « vera

promozione... esige che il lavoro sia strutturato in tal modo che essa non debba

pagare la sua promozione con l'abbandono della famiglia, nella quale ha come

madre un ruolo insostituibile »636. È una questione su cui si misurano la

qualità della società e l'effettiva tutela del diritto al lavoro delle donne.

La persistenza di molte forme di discriminazione offensive della dignità e

vocazione della donna nella sfera del lavoro è dovuta ad una lunga serie di

condizionamenti penalizzanti per la donna, che è stata ed è ancora « travisata

nelle sue prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in schiavitù

».637 Queste difficoltà, purtroppo, non sono superate, come dimostrano

ovunque le diverse situazioni che avviliscono le donne, assoggettandole anche

a forme di vero e proprio sfruttamento. L'urgenza di un effettivo riconoscimento

47

dei diritti delle donne nel lavoro si avverte specialmente sotto l'aspetto

retributivo, assicurativo e previdenziale.638

e) Lavoro minorile

296 Il lavoro minorile, nelle sue forme intollerabili, costituisce un tipo di

violenza meno appariscente di altri, ma non per questo meno terribile.639 Una

violenza che, al di là di tutte le implicazioni politiche, economiche e giuridiche,

resta essenzialmente un problema morale. Questo l'ammonimento di Leone

XIII: « Quanto ai fanciulli si badi a non ammetterli nelle officine prima che l'età

ne abbia sufficientemente sviluppate le forze fisiche, intellettuali e morali. Le

forze, che nella puerizia sbocciano simili all'erba in fiore, un movimento

precoce le sciupa, e allora si rende impossibile la stessa educazione dei

fanciulli». La piaga del lavoro minorile, ad oltre cento anni di distanza, non è

stata ancora debellata.

Pur nella consapevolezza che, almeno per ora, in certi Paesi il contributo

portato dal lavoro dei bambini al bilancio familiare e alle economie nazionali è

irrinunciabile e che, comunque, alcune forme di lavoro, svolte a tempo parziale,

possono essere fruttuose per i bambini stessi, la dottrina sociale denuncia

l'aumento dello « sfruttamento lavorativo dei minori in condizioni di vera

schiavitù ».641 Tale sfruttamento costituisce una grave violazione della dignità

umana di cui ogni individuo, « per piccolo o apparentemente insignificante che

sia in termini di utilità »,è portatore.

V. DIRITTI DEI LAVORATORI

a) Dignità dei lavoratori e rispetto dei loro diritti

301 I diritti dei lavoratori, come tutti gli altri diritti, si basano sulla natura della

persona umana e sulla sua trascendente dignità. Il Magistero sociale della

Chiesa ha ritenuto di elencarne alcuni, auspicandone il riconoscimento negli

ordinamenti giuridici: il diritto ad una giusta remunerazione; 651 il diritto al

riposo; 652 il diritto « ad ambienti di lavoro ed a processi produttivi che non

rechino pregiudizio alla sanità fisica dei lavoratori e non ledano la loro integrità

morale »; 653 il diritto che venga salvaguardata la propria personalità sul luogo

di lavoro, « senza essere violati in alcun modo nella propria coscienza o nella

propria dignità »; 654 il diritto a convenienti sovvenzioni indispensabili per la

sussistenza dei lavoratori disoccupati e delle loro famiglie; 655 il diritto alla

pensione nonché all'assicurazione per la vecchiaia, la malattia e in caso di

incidenti collegati alla prestazione lavorativa; 656 il diritto a provvedimenti

sociali collegati alla maternità; 657 il diritto di riunirsi e di associarsi.658 Tali

diritti vengono spesso offesi, come confermano i tristi fenomeni del lavoro

sottopagato, privo di tutela o non rappresentato in maniera adeguata. Spesso

accade che le condizioni di lavoro per uomini, donne e bambini, specie nei

Paesi in via di sviluppo, siano talmente inumane da offendere la loro dignità e

nuocere alla loro salute.

b) Il diritto all'equa remunerazione e distribuzione del reddito

48

302 La remunerazione è lo strumento più importante per realizzare la giustizia

nei rapporti di lavoro.659 Il « giusto salario è il frutto legittimo del lavoro »; 660

commette grave ingiustizia chi lo rifiuta o non lo dà a tempo debito e in equa

proporzione al lavoro svolto (cfr. Lv 19,13; Dt 24,14-15; Gc 5,4). Il salario è lo

strumento che permette al lavoratore di accedere ai beni della terra: « il lavoro

va ricompensato in misura tale da garantire all'uomo la possibilità di disporre

dignitosamente la vita materiale, sociale, culturale e spirituale sua e dei suoi,

in relazione ai compiti e al rendimento di ognuno, alle condizioni dell'azienda e

al bene comune ».661 Il semplice accordo tra lavoratore e datore di lavoro

circa l'entità della remunerazione non basta per qualificare « giusta » la

remunerazione concordata, perché essa « non deve essere inferiore al

sostentamento »662 del lavoratore: la giustizia naturale è anteriore e superiore

alla libertà del contratto.

303 Il benessere economico di un Paese non si misura esclusivamente sulla

quantità di beni prodotti, ma anche tenendo conto del modo in cui essi

vengono prodotti e del grado di equità nella distribuzione del reddito, che a

tutti dovrebbe consentire di avere a disposizione ciò che serve allo sviluppo e al

perfezionamento della propria persona. Un'equa distribuzione del reddito va

perseguita sulla base di criteri non solo di giustizia commutativa, ma anche di

giustizia sociale, considerando cioè, oltre al valore oggettivo delle prestazioni

lavorative, la dignità umana dei soggetti che le compiono. Un benessere

economico autentico si persegue anche attraverso adeguate politiche sociali di

ridistribuzione del reddito che, tenendo conto delle condizioni generali,

considerino opportunamente i meriti e i bisogni di ogni cittadino.

c) Il diritto di sciopero

304 La dottrina sociale riconosce la legittimità dello sciopero « quando appare

lo strumento inevitabile, o quanto meno necessario, in vista di un vantaggio

proporzionato »,663 dopo che si sono rivelate inefficaci tutte le altre modalità

di superamento dei conflitti.664 Lo sciopero, una delle conquiste più travagliate

dell'associazionismo sindacale, può essere definito come il rifiuto collettivo e

concertato, da parte dei lavoratori, di svolgere le loro prestazioni, allo scopo di

ottenere, per mezzo della pressione così esercitata sui datori di lavoro, sullo

Stato e sull'opinione pubblica, migliori condizioni di lavoro e della loro

situazione sociale. Anche lo sciopero, per quanto si profili « come... una specie

di ultimatum »,665 deve essere sempre

un metodo pacifico di rivendicazione e di lotta per i propri diritti; esso diventa «

moralmente inaccettabile allorché è accompagnato da violenze oppure gli si

assegnano obiettivi non direttamente connessi con le condizioni di lavoro o in

contrasto con il bene comune ».666

VI. SOLIDARIETÀ TRA I LAVORATORI

a) L'importanza dei sindacati 49

305 Il Magistero riconosce il ruolo fondamentale svolto dai sindacati dei

lavoratori, la cui ragion d'essere consiste nel diritto dei lavoratori a formare

associazioni o unioni per difendere gli interessi vitali degli uomini impiegati nei

vari lavori. I sindacati « sono cresciuti sulla base della lotta dei lavoratori, del

mondo del lavoro e, prima di tutto, dei lavoratori industriali, per la tutela dei

loro giusti diritti nei confronti degli imprenditori e dei proprietari dei mezzi di

produzione ».667 Le organizzazioni sindacali, perseguendo il loro fine specifico

al servizio del bene comune, sono un fattore costruttivo di ordine sociale e di

solidarietà e quindi un elemento indispensabile della vita sociale. Il

riconoscimento dei diritti del lavoro costituisce da sempre un problema di

difficile soluzione, perché si attua all'interno di processi storici e istituzionali

complessi, e ancora oggi si può dire incompiuto. Ciò rende più che mai attuale

e necessario l'esercizio di un'autentica solidarietà tra i lavoratori.

306 La dottrina sociale insegna che i rapporti all'interno del mondo del lavoro

vanno improntati alla collaborazione: l'odio e la lotta per eliminare l'altro

costituiscono metodi del tutto inaccettabili, anche perché, in ogni sistema

sociale, sono indispensabili al processo di produzione tanto il lavoro quanto il

capitale. Alla luce di questa concezione, la dottrina sociale « non ritiene che i

sindacati costituiscano solamente il riflesso della struttura “di classe” della

società e che siano l'esponente della lotta di classe, che inevitabilmente

governa la vita sociale ».668 I sindacati sono propriamente i promotori della

lotta per la giustizia sociale, per i diritti degli uomini del lavoro, nelle loro

specifiche professioni: « Questa “lotta” deve essere vista come un normale

adoperarsi “per” il giusto bene; [...] non è una lotta “contro” gli altri ».669 Il

sindacato, essendo anzitutto strumento di solidarietà e di giustizia, non può

abusare degli strumenti di lotta; in ragione della sua vocazione, deve vincere le

tentazioni del corporativismo, sapersi autoregolamentare e valutare le

conseguenze delle proprie scelte rispetto all'orizzonte del bene comune.670

307 Al sindacato, oltre alle funzioni difensive e rivendicative, competono sia

una rappresentanza finalizzata ad « organizzare nel giusto ordine la vita

economica »,671 sia l'educazione della coscienza sociale dei lavoratori,

affinché essi si sentano parte attiva, secondo le capacità e le attitudini di

ciascuno, in tutta l'opera dello sviluppo economico e sociale e della costruzione

del bene comune universale. Il sindacato e le altre forme di associazionismo dei

lavoratori devono assumersi una funzione di collaborazione con gli altri soggetti

sociali ed interessarsi alla gestione della cosa pubblica. Le organizzazioni

sindacali hanno il dovere di influenzare il potere politico, così da sensibilizzarlo

debitamente ai problemi del lavoro e da impegnarlo a favorire la realizzazione

dei diritti dei lavoratori. I sindacati, tuttavia, non hanno il carattere di « partiti

politici » che lottano per il potere, e non devono neppure essere sottoposti alle

decisioni dei partiti politici o avere con essi dei legami troppo stretti: « in una

tale situazione essi perdono facilmente il contatto con ciò che è il loro compito

specifico, che è quello di assicurare i giusti diritti degli uomini del lavoro nel

quadro del bene comune dell'intera società, e diventano, invece, uno

strumento per altri scopi ».672 50

b) Nuove forme di solidarietà

308 Il contesto socio-economico odierno, caratterizzato da processi di

globalizzazione economicofinanziaria sempre più rapidi, spinge i sindacati a

rinnovarsi. Oggi i sindacati sono chiamati ad agire in forme nuove,673

ampliando il raggio della propria azione di solidarietà in modo che siano

tutelati, oltre alle categorie lavorative tradizionali, i lavoratori con contratti

atipici o a tempo determinato; i lavoratori il cui impiego è messo in pericolo

dalle fusioni di imprese che sempre più frequentemente avvengono, anche a

livello internazionale; coloro che non hanno un'occupazione, gli immigrati, i

lavoratori stagionali, coloro che per mancanza di aggiornamento professionale

sono stati espulsi dal mercato del lavoro e non vi possono rientrare senza

adeguati corsi di riqualificazione.

Di fronte ai cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro, la solidarietà potrà

essere recuperata e forse anche meglio fondata rispetto al passato se si opera

per una riscoperta del valore soggettivo del lavoro: « bisogna continuare a

interrogarsi circa il soggetto del lavoro e le condizioni in cui egli vive ». Per

questo, « sono necessari sempre nuovi movimenti di solidarietà degli uomini

del lavoro e di solidarietà con gli uomini del lavoro ».674

309 Perseguendo « nuove forme di solidarietà »,675 le associazioni dei

lavoratori devono orientarsi verso l'assunzione di maggiori responsabilità, non

soltanto in relazione ai tradizionali meccanismi della ridistribuzione, ma anche

nei confronti della produzione della ricchezza e della creazione di condizioni

sociali, politiche e culturali che consentano a tutti coloro che possono e

desiderano lavorare di esercitare il loro diritto al lavoro, nel pieno rispetto della

loro dignità di lavoratori. Il superamento graduale del modello organizzativo

basato sul lavoro salariato nella grande impresa rende opportuno, inoltre, un

aggiornamento delle norme e dei sistemi di sicurezza sociale, mediante i quali i

lavoratori sono stati finora tutelati, fatti salvi i loro fondamentali diritti.

III. LA DESTINAZIONE UNIVERSALE DEI BENI

a) Origine e significato

171 Tra le molteplici implicazioni del bene comune, immediato rilievo assume il

principio della destinazione universale dei beni: « Dio ha destinato la terra con

tutto quello che in essa è contenuto all'uso di tutti gli uomini e popoli, sicché i

beni creati devono pervenire a tutti con equo criterio, avendo per guida la

giustizia e per compagna la carità ».360 Tale principio si basa sul fatto che « la

prima origine di tutto ciò che è bene è l'atto stesso di Dio che ha creato la terra

e l'uomo, ed all'uomo ha dato la terra perché la domini col suo lavoro e ne goda

i frutti (cfr. Gen 1,28-29). Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché

essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno. È qui

la radice dell'universale destinazione dei beni della terra. Questa, in ragione

della sua stessa fecondità e capacità di soddisfare i bisogni dell'uomo, è il

primo dono di Dio per il sostentamento della vita umana ».361 La persona,

infatti, non può fare a meno dei beni materiali che rispondono ai suoi bisogni

51

primari e costituiscono le condizioni basilari per la sua esistenza; questi beni le

sono assolutamente indispensabili per alimentarsi e crescere, per comunicare,

per associarsi e per poter conseguire le più alte finalità cui è chiamata.362

172 Il principio della destinazione universale dei beni della terra è alla base del

diritto universale all'uso dei beni. Ogni uomo deve avere la possibilità di

usufruire del benessere necessario al suo pieno sviluppo: il principio dell'uso

comune dei beni è il « primo principio di tutto l'ordinamento etico-sociale » 363

e « principio tipico della dottrina sociale cristiana ».364 Per questa ragione la

Chiesa ha ritenuto doveroso precisarne la natura e le caratteristiche. Si tratta

innanzi tutto di un diritto naturale, inscritto nella natura dell'uomo, e non di un

diritto solo positivo, legato alla contingenza storica; inoltre, tale diritto è «

originario ».365 Esso inerisce alla singola persona, ad ogni persona, ed è

prioritario rispetto a qualunque intervento umano sui beni, a qualunque

ordinamento giuridico degli stessi, a qualunque sistema e metodo

economicosociale: « Tutti gli altri diritti, di qualunque genere, ivi compresi quelli

della proprietà e del libero commercio, sono subordinati ad essa [destinazione

universale dei beni]: non devono quindi intralciarne, bensì al contrario

facilitarne la realizzazione, ed è un dovere sociale grave e urgente restituirli

alla loro finalità originaria ».366

173 L'attuazione concreta del principio della destinazione universale dei beni,

secondo i differenti contesti culturali e sociali, implica una precisa definizione

dei modi, dei limiti, degli oggetti. Destinazione ed uso universale non

significano che tutto sia a disposizione di ognuno o di tutti, e neppure che la

stessa cosa serva o appartenga ad ognuno o a tutti. Se è vero che tutti

nascono con il diritto all'uso dei beni, è altrettanto vero

che, per assicurarne un esercizio equo e ordinato, sono necessari interventi

regolamentati, frutto di accordi nazionali e internazionali, ed un ordinamento

giuridico che determini e specifichi tale esercizio.

174 Il principio della destinazione universale dei beni invita a coltivare una

visione dell'economia ispirata a valori morali che permettano di non perdere

mai di vista né l'origine, né la finalità di tali beni, in modo da realizzare un

mondo equo e solidale, in cui la formazione della ricchezza possa assumere

una funzione positiva. La ricchezza, in effetti, presenta questa valenza nella

molteplicità delle forme che possono esprimerla come il risultato di un processo

produttivo di elaborazione tecnico-economica delle risorse disponibili, naturali e

derivate, guidato dall'inventiva, dalla capacità progettuale, dal lavoro degli

uomini, e impiegato come mezzo utile per promuovere il benessere degli

uomini e dei popoli e per contrastare la loro esclusione e il loro sfruttamento.

175 La destinazione universale dei beni comporta uno sforzo comune teso ad

ottenere per ogni persona e per tutti i popoli le condizioni necessarie allo

sviluppo integrale, così che tutti possano contribuire alla promozione di un

mondo più umano, « in cui ciascuno possa dare e ricevere, ed in cui il

progresso degli uni non sarà un ostacolo allo sviluppo degli altri, né un pretesto

per il loro assoggettamento ».367 Questo principio corrisponde all'appello

52

incessantemente rivolto dal Vangelo alle persone e alle società di ogni tempo,

sempre esposte alle tentazioni della brama del possesso, a cui lo stesso

Signore Gesù ha voluto sottoporsi (cfr. Mc 1,12-13; Mt 4,1-11; Lc 4,1-13) per

insegnarci la via per superarle con la Sua grazia.

b) Destinazione universale dei beni e proprietà privata

176 Mediante il lavoro, l'uomo, usando la sua intelligenza, riesce a dominare la

terra e a farne la sua degna dimora: « In tal modo egli fa propria una parte

della terra, che appunto si è acquistata col lavoro. È qui l'origine della proprietà

individuale ».368 La proprietà privata e le altre forme di possesso privato dei

beni « assicurano ad ognuno lo spazio effettivamente necessario per

l'autonomia personale e familiare, e devono essere considerati come un

prolungamento della libertà umana. Costituiscono in definitiva una delle

condizioni delle libertà civili, in quanto producono stimoli ad osservare il dovere

e la responsabilità ».369 La proprietà privata è elemento essenziale di una

politica economica autenticamente sociale e democratica ed è garanzia di un

retto ordine sociale. La dottrina sociale richiede che la proprietà dei beni sia

equamente accessibile a tutti,370 così che tutti diventino, almeno in qualche

misura, proprietari, ed esclude il ricorso a forme di « comune e promiscuo

dominio » .371

177 La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto il diritto alla proprietà

privata come assoluto ed intoccabile: « Al contrario, essa l'ha sempre inteso nel

più vasto contesto del comune diritto di tutti ad usare i beni dell'intera

creazione: il diritto della proprietà privata come subordinato al diritto dell'uso

comune, alla destinazione universale dei beni ».372 Il principio della

destinazione universale dei beni afferma sia la piena e perenne signoria di Dio

su ogni realtà, sia l'esigenza che i beni del creato rimangano finalizzati e

destinati allo sviluppo di tutto l'uomo e dell'intera umanità.373 Tale principio

non si oppone al diritto di proprietà,374 ma indica la necessità di

regolamentarlo. La proprietà privata, infatti, quali che siano le forme concrete

dei regimi e delle norme giuridiche ad essa relative, è, nella sua essenza, solo

uno strumento per il rispetto del principio della destinazione universale dei

beni, e quindi, in ultima analisi, non un fine ma un mezzo.375

178 L'insegnamento sociale della Chiesa esorta a riconoscere la funzione

sociale di qualsiasi forma di possesso privato,376 con il chiaro riferimento alle

esigenze imprescindibili del bene comune.377 L'uomo « deve considerare le

cose esteriori che legittimamente possiede non unicamente come sue proprie,

ma anche come comuni, nel senso che possono essere utili non solo a lui ma

anche agli altri ».378 La destinazione universale dei beni comporta dei vincoli

sul loro uso da parte dei legittimi proprietari. La singola persona non può

operare a prescindere dagli effetti dell'uso delle proprie risorse, ma deve agire

in modo da perseguire, oltre che il vantaggio personale e familiare, anche il

bene comune. Ne consegue il dovere da parte dei proprietari di non tenere

inoperosi i beni posseduti e di destinarli all'attività produttiva, anche affidandoli

a chi ha desiderio e capacità di avviarli a produzione.

53

179 L'attuale fase storica, mettendo a disposizione della società beni nuovi, del

tutto sconosciuti fino ai tempi recenti, impone una rilettura del principio della

destinazione universale dei beni della terra, rendendone necessaria

un'estensione che comprenda anche i frutti del recente progresso economico e

tecnologico. La proprietà dei nuovi beni, che provengono dalla conoscenza,

dalla tecnica e dal sapere,

diventa sempre più decisiva, perché su di essa « si fonda la ricchezza delle

Nazioni industrializzate molto più che su quella delle risorse naturali ».379

Le nuove conoscenze tecniche e scientifiche devono essere poste a servizio dei

bisogni primari dell'uomo, affinché possa gradualmente accrescersi il

patrimonio comune dell'umanità. La piena attuazione del principio della

destinazione universale dei beni richiede, pertanto, azioni a livello

internazionale e iniziative programmate da parte di tutti i Paesi: « Occorre

rompere le barriere e i monopoli che lasciano tanti popoli ai margini dello

sviluppo, assicurare a tutti — individui e Nazioni — le condizioni di base, che

consentano di partecipare allo sviluppo ».380

180 Se nel processo di sviluppo economico e sociale acquistano notevole rilievo

forme di proprietà sconosciute in passato, non si possono dimenticare, tuttavia,

quelle tradizionali. La proprietà individuale non è la sola forma legittima di

possesso. Riveste particolare importanza anche l'antica forma di proprietà

comunitaria che, pur presente anche nei Paesi economicamente avanzati,

caratterizza, in modo peculiare, la struttura sociale di numerosi popoli indigeni.

È una forma di proprietà che incide tanto profondamente nella vita economica,

culturale e politica di quei popoli da costituire un elemento fondamentale della

loro sopravvivenza e del loro benessere. La difesa e la valorizzazione della

proprietà comunitaria non devono escludere, tuttavia, la consapevolezza del

fatto che anche questo tipo di proprietà è destinato ad evolversi. Se si agisse in

modo da garantire solo la sua conservazione, si correrebbe il rischio di legarla

al passato e, in questo modo, di comprometterla.381

Resta sempre cruciale, specie nei Paesi in via di sviluppo o che sono usciti da

sistemi collettivistici o di colonizzazione, l'equa distribuzione della terra. Nelle

zone rurali, la possibilità di accedere alla terra tramite le opportunità offerte

anche dai mercati del lavoro e del credito è condizione necessaria per l'accesso

agli altri beni e servizi; oltre a costituire una via efficace per la salvaguardia

dell'ambiente, tale possibilità rappresenta un sistema di sicurezza sociale

realizzabile anche nei Paesi che hanno una struttura amministrativa debole.382

181 Dalla proprietà deriva al soggetto possessore, sia esso il singolo oppure

una comunità, una serie di obiettivi vantaggi: condizioni di vita migliori,

sicurezza per il futuro, più ampie opportunità di scelta. Dalla proprietà, d'altro

canto, può provenire anche una serie di promesse illusorie e tentatrici. L'uomo

o la società che giungono al punto di assolutizzarne il ruolo finiscono per fare

l'esperienza della più radicale schiavitù. Nessun possesso, infatti, può essere

considerato indifferente per l'influsso che ha tanto sui singoli, quanto sulle

istituzioni: il possessore che incautamente idolatra i suoi beni (cfr. Mt 6,24;

54

19,21-26; Lc 16,13) ne viene più che mai posseduto e asservito.383 Solo

riconoscendone la dipendenza da Dio Creatore e finalizzandoli

conseguentemente al bene comune, è possibile conferire ai beni materiali la

funzione di strumenti utili alla crescita degli uomini e dei popoli.

III. INIZIATIVA PRIVATA E IMPRESA

336 La dottrina sociale della Chiesa considera la libertà della persona in campo

economico un valore fondamentale e un diritto inalienabile da promuovere e

tutelare: « Ciascuno ha il diritto di iniziativa economica; ciascuno userà

legittimamente i propri talenti per concorrere a un'abbondanza di cui tutti

possano godere, e per raccogliere dai propri sforzi i giusti frutti ».702 Tale

insegnamento mette in guardia dalle conseguenze negative che deriverebbero

dalla mortificazione o negazione del diritto di iniziativa economica: «

L'esperienza ci dimostra che la negazione di un tale diritto, o la sua limitazione

in nome di una pretesa “eguaglianza” di tutti nella società riduce, o addirittura

distrugge di fatto lo spirito d'iniziativa, cioè la soggettività creativa del cittadino

».703 In questa prospettiva, la libera e responsabile iniziativa in campo

economico può essere anche definita come un atto che rivela l'umanità

dell'uomo in quanto soggetto creativo e relazionale. Tale iniziativa deve godere,

pertanto, di uno spazio ampio. Lo Stato ha l'obbligo morale di porre dei vincoli

stringenti solo in ordine alle incompatibilità tra il perseguimento del bene

comune e il tipo di attività economica avviata o le sue modalità di

svolgimento.704

337 La dimensione creativa è un elemento essenziale dell'agire umano, anche

in campo imprenditoriale, e si manifesta specialmente nell'attitudine

progettuale e innovativa: « Organizzare un tale sforzo produttivo, pianificare la

sua durata nel tempo, procurare che esso corrisponda in modo positivo ai

bisogni che deve soddisfare, assumendo i rischi necessari: è, anche questo,

una fonte di ricchezza dell'odierna società. Così diventa sempre più evidente e

determinante il ruolo del lavoro umano disciplinato e creativo e — quale parte

essenziale di tale lavoro — delle capacità di iniziativa e di imprenditorialità

».705 Alla base di tale insegnamento va individuata la convinzione che « la

principale risorsa dell'uomo insieme con la terra è l'uomo stesso. È la sua

intelligenza che fa scoprire le potenzialità produttive della terra e le multiformi

modalità con cui i bisogni umani possono essere soddisfatti ».706

a) L'impresa e i suoi fini

338 L'impresa deve caratterizzarsi per la capacità di servire il bene comune

della società mediante la produzione di beni e servizi utili. Cercando di produrre

beni e servizi in una logica di efficienza e di soddisfacimento degli interessi dei

diversi soggetti implicati, essa crea ricchezza per tutta la società: non solo per i

proprietari, ma anche per gli altri soggetti interessati alla sua attività. Oltre a

tale funzione tipicamente economica, l'impresa svolge anche una funzione

sociale, creando opportunità d'incontro, di collaborazione, di valorizzazione

delle capacità delle persone coinvolte. Nell'impresa, pertanto, la dimensione

55

economica è condizione per il raggiungimento di obiettivi non solo economici,

ma anche sociali e morali, da perseguire congiuntamente.

L'obiettivo dell'impresa deve essere realizzato in termini e con criteri

economici, ma non devono essere trascurati gli autentici valori che permettono

lo sviluppo concreto della persona e della società. In questa visione

personalista e comunitaria, « l'azienda non può essere considerata solo come

una “società di capitali”; essa, al tempo stesso, è una “società di persone”, di

cui entrano a far parte in modo diverso e con specifiche responsabilità sia

coloro che forniscono il capitale necessario per la sua attività, sia coloro che vi

collaborano col loro lavoro ».707

339 I componenti dell'impresa devono essere consapevoli che la comunità nella

quale operano rappresenta un bene per tutti e non una struttura che permette

di soddisfare esclusivamente gli interessi personali di qualcuno. Solo tale

consapevolezza permette di giungere alla costruzione di un'economia

veramente al servizio dell'uomo e di elaborare un progetto di reale

cooperazione tra le parti sociali.

Un esempio molto importante e significativo nella direzione indicata proviene

dall'attività che può riferirsi alle imprese cooperative, alle piccole e medie

imprese, alle aziende artigianali e a quelle agricole a dimensione familiare. La

dottrina sociale ha sottolineato il contributo che esse offrono alla valorizzazione

del lavoro, alla crescita del senso di responsabilità personale e sociale, alla vita

democratica, ai valori umani utili al progresso del mercato e della società.708

340 La dottrina sociale riconosce la giusta funzione del profitto, come primo

indicatore del buon andamento dell'azienda: « quando un'azienda produce

profitto, ciò significa che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati

».709 Ciò non offusca la consapevolezza del fatto che non sempre il profitto

segnala che l'azienda stia servendo adeguatamente la società.710 È possibile,

ad esempio, « che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini,

che costituiscono il patrimonio più prezioso dell'azienda, siano umiliati e offesi

nella loro dignità ».711 È quanto avviene quando l'impresa è inserita in sistemi

socio-culturali improntati allo sfruttamento delle persone, inclini a sfuggire agli

obblighi di giustizia sociale e a violare i diritti dei lavoratori.

È indispensabile che, all'interno dell'impresa, il legittimo perseguimento del

profitto si armonizzi con l'irrinunciabile tutela della dignità delle persone che a

vario titolo operano nella stessa impresa. Le due esigenze non sono affatto in

contrasto l'una con l'altra, dal momento che, da una parte, non sarebbe

realistico pensare di garantire il futuro dell'impresa senza la produzione di beni

e servizi e senza conseguire profitti che siano il frutto dell'attività economica

svolta; d'altra parte, consentendo alla persona che lavora di crescere, si

favorisce una maggiore produttività ed efficacia del lavoro stesso. L'impresa

deve essere una comunità solidale 712 non chiusa negli interessi corporativi,

tendere ad un'« ecologia sociale » 713 del lavoro, e contribuire al bene comune

anche mediante la salvaguardia dell'ambiente naturale.

56

341 Se nell'attività economica e finanziaria la ricerca di un equo profitto è

accettabile, il ricorso all'usura è moralmente condannato: « Quanti nei

commerci usano pratiche usuraie e mercantili che provocano la fame e la

morte dei loro fratelli in umanità, commettono indirettamente un omicidio, che

è loro imputabile ».714 Tale condanna si estende anche ai rapporti economici

internazionali, specialmente per quanto riguarda la situazione dei Paesi meno

progrediti, ai quali non possono essere applicati « sistemi finanziari abusivi, se

non usurai ».715 Il Magistero più recente ha avuto parole forti e chiare per una

pratica tuttora drammaticamente estesa: « non praticare l'usura, piaga che

anche ai nostri giorni è una infame realtà, capace di strangolare la vita di molte

persone ».716

342 L'impresa si muove oggi nel quadro di scenari economici di dimensioni

sempre più ampie, all'interno dei quali gli Stati nazionali mostrano limiti nella

capacità di governare i rapidi processi di mutamento che investono le relazioni

economico-finanziarie internazionali; questa situazione induce le imprese ad

assumersi responsabilità nuove e maggiori rispetto al passato. Mai come oggi il

loro ruolo risulta determinante in vista di uno sviluppo autenticamente solidale

e integrale dell'umanità ed è altrettanto decisivo, in questo senso, il loro livello

di consapevolezza del fatto che « lo sviluppo o diventa comune a tutte le parti

del mondo, o subisce un processo di retrocessione anche nelle zone segnate da

un costante progresso. Fenomeno, questo, particolarmente indicativo della

natura dell'autentico sviluppo: o vi partecipano tutte le Nazioni del mondo, o

non sarà veramente tale ».717

b) Il ruolo dell'imprenditore e del dirigente d'azienda

343 L'iniziativa economica è espressione dell'umana intelligenza e

dell'esigenza di rispondere ai bisogni dell'uomo in modo creativo e

collaborativo. Nella creatività e nella cooperazione è scritta l'autentica

concezione della competizione imprenditoriale: un cum-petere, ossia un

cercare insieme le soluzioni più adeguate, per rispondere nel modo più idoneo

ai bisogni che man mano emergono. Il senso di responsabilità che scaturisce

dalla libera iniziativa economica si configura non solo come virtù individuale

indispensabile per la crescita umana del singolo, ma anche come virtù sociale

necessaria allo sviluppo di una comunità solidale: « In questo processo sono

coinvolte importanti virtù, come la diligenza, la laboriosità, la prudenza

nell'assumere i ragionevoli rischi, l'affidabilità e la fedeltà nei rapporti

interpersonali, la fortezza nell'esecuzione di decisioni difficili e dolorose, ma

necessarie per il lavoro comune dell'azienda e per far fronte agli eventuali

rovesci di fortuna ».718

344 I ruoli dell'imprenditore e del dirigente rivestono un'importanza centrale

dal punto di vista sociale, perché si collocano al cuore di quella rete di legami

tecnici, commerciali, finanziari, culturali, che caratterizzano la moderna realtà

di impresa. Dal momento che le decisioni aziendali producono, in ragione della

crescente complessità dell'attività imprenditoriale, una molteplicità di effetti

congiunti di grande rilevanza non solo economica, ma anche sociale, l'esercizio

57

delle responsabilità imprenditoriali e dirigenziali esige, oltre ad uno sforzo

continuo di aggiornamento specifico, una costante riflessione sulle motivazioni

morali che devono guidare le scelte personali di chi è investito di tali compiti.

Gli imprenditori e i dirigenti non possono tener conto esclusivamente

dell'obiettivo economico dell'impresa, dei criteri dell'efficienza economica, delle

esigenze della cura del « capitale » come insieme di mezzi di produzione: è loro

preciso dovere anche il concreto rispetto della dignità umana dei lavoratori che

operano nell'impresa.719 Questi ultimi costituiscono « il patrimonio più

prezioso dell'azienda »,720 il fattore decisivo della produzione.721 Nelle grandi

decisioni strategiche e finanziarie, di acquisto o di vendita, di

ridimensionamento o chiusura di impianti, nella politica delle fusioni, non ci si

può limitare esclusivamente a criteri di natura finanziaria o commerciale.

345 La dottrina sociale insiste sulla necessità che l'imprenditore e il dirigente si

impegnino a strutturare l'attività lavorativa nelle loro aziende in modo da

favorire la famiglia, specialmente le madri di famiglia nello svolgimento dei loro

compiti; 722 assecondino, alla luce di una visione integrale dell'uomo e dello

sviluppo, la domanda di qualità « delle merci da produrre e da consumare;

qualità dei servizi di cui usufruire; qualità dell'ambiente e della vita in generale

»; 723 investano, qualora ricorrano le condizioni economiche e di stabilità

politica, in quei luoghi e in quei settori produttivi che offrono a individui e

popoli « l'occasione di valorizzare il proprio lavoro ».724

IV. ISTITUZIONI ECONOMICHE AL SERVIZIO DELL'UOMO

346 Una delle questioni prioritarie in economia è l'impiego delle risorse,725

cioè di tutti quei beni e servizi a cui i soggetti economici, produttori e

consumatori privati e pubblici, attribuiscono un valore per l'utilità ad essi

inerente nel campo della produzione e del consumo. Le risorse sono nella

natura quantitativamente scarse e ciò implica, di necessità, che ogni soggetto

economico singolo, così come ogni società, debba escogitare una qualche

strategia per impiegarle nel modo più razionale possibile, seguendo la logica

dettata dal principio di economicità. Da ciò dipendono sia l'effettiva soluzione

del problema economico più generale, e fondamentale, della limitatezza dei

mezzi rispetto ai bisogni individuali e sociali, privati e pubblici, sia l'efficienza

complessiva, strutturale e funzionale, dell'intero sistema economico. Tale

efficienza chiama direttamente in causa la responsabilità e la capacità di vari

soggetti, quali il mercato, lo Stato e i corpi sociali intermedi.

a) Ruolo del libero mercato

347 Il libero mercato è un'istituzione socialmente importante per la sua

capacità di garantire risultati efficienti nella produzione di beni e servizi.

Storicamente, il mercato ha dato prova di saper avviare e sostenere, nel lungo

periodo, lo sviluppo economico. Vi sono buone ragioni per ritenere che, in

molte circostanze, « il libero mercato sia lo strumento più efficace per collocare

le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni ».726 La dottrina sociale della

Chiesa apprezza i sicuri vantaggi che i meccanismi del libero mercato offrono,

58

sia per una migliore utilizzazione delle risorse, sia per l'agevolazione dello

scambio dei prodotti; questi meccanismi, « soprattutto, pongono al centro la

volontà e le preferenze della persona che nel contratto si incontrano con quelle

di un'altra persona ».727

Un vero mercato concorrenziale è uno strumento efficace per conseguire

importanti obiettivi di giustizia: moderare gli eccessi di profitto delle singole

imprese; rispondere alle esigenze dei consumatori; realizzare un migliore

utilizzo e un risparmio delle risorse; premiare gli sforzi imprenditoriali e l'abilità

di

innovazione; far circolare l'informazione, in modo che sia davvero possibile

confrontare e acquistare i prodotti in un contesto di sana concorrenza.

348 Il libero mercato non può essere giudicato prescindendo dai fini che

persegue e dai valori che trasmette a livello sociale. Il mercato, infatti, non può

trovare in se stesso il principio della propria legittimazione. Spetta alla

coscienza individuale e alla responsabilità pubblica stabilire un giusto rapporto

tra mezzi e fini.728 L'utile individuale dell'operatore economico, sebbene

legittimo, non deve mai diventare l'unico obiettivo. Accanto ad esso, ne esiste

un altro, altrettanto fondamentale e superiore, quello dell'utilità sociale, che

deve trovare realizzazione non in contrasto, ma in coerenza con la logica di

mercato. Quando svolge le importanti funzioni sopra ricordate, il libero mercato

diventa funzionale al bene comune e allo sviluppo integrale dell'uomo, mentre

l'inversione del rapporto tra mezzi e fini può farlo degenerare in una istituzione

disumana e alienante, con ripercussioni incontrollabili.

349 La dottrina sociale della Chiesa, pur riconoscendo al mercato la funzione di

strumento insostituibile di regolazione all'interno del sistema economico, mette

in evidenza la necessità di ancorarlo a finalità morali, che assicurino e, nello

stesso tempo, circoscrivano adeguatamente lo spazio della sua autonomia.729

L'idea che si possa affidare al solo mercato la fornitura di tutte le categorie di

beni non è condivisibile, perché basata su una visione riduttiva della persona e

della società.730 Di fronte al concreto rischio di un'« idolatria » del mercato, la

dottrina sociale della Chiesa ne sottolinea il limite, facilmente rilevabile nella

sua constatata incapacità di soddisfare esigenze umane importanti, per le quali

c'è bisogno di beni che, « per loro natura, non sono né possono essere semplici

merci »,731 beni non negoziabili secondo la regola dello « scambio di

equivalenti » e la logica del contratto, tipiche del mercato.

350 Il mercato assume una funzione sociale rilevante nelle società

contemporanee, perciò è importante individuarne le potenzialità più positive e

creare condizioni che ne permettano il concreto dispiegamento. Gli operatori

devono essere effettivamente liberi di confrontare, valutare e scegliere tra

varie opzioni, tuttavia la libertà, in ambito economico, deve essere regolata da

un appropriato quadro giuridico, tale da porla al servizio della libertà umana

integrale: « la libertà economica è soltanto un elemento della libertà umana.

Quando quella si rende autonoma, quando cioè l'uomo è visto più come un

produttore o un consumatore di beni che come un soggetto che produce e

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consuma per vivere, allora perde la sua necessaria relazione con la persona

umana e finisce con l'alienarla ed opprimerla ».732

b) L'azione dello Stato

351 L'azione dello Stato e degli altri poteri pubblici deve conformarsi al

principio di sussidiarietà e creare situazioni favorevoli al libero esercizio

dell'attività economica; essa deve anche ispirarsi al principio di solidarietà e

stabilire dei limiti all'autonomia delle parti per difendere la più debole.733 La

solidarietà senza sussidiarietà, infatti, può degenerare facilmente in

assistenzialismo, mentre la sussidiarietà senza solidarietà rischia di alimentare

forme di localismo egoistico. Per rispettare questi due fondamentali principi,

l'intervento dello Stato in ambito economico non deve essere né invadente, né

carente, bensì commisurato alle reali esigenze della società: « Lo Stato ... ha il

dovere di assecondare l'attività delle imprese, creando condizioni che

assicurino occasioni di lavoro, stimolandola ove essa risulti insufficiente o

sostenendola nei momenti di crisi. Lo Stato, ancora, ha il diritto di intervenire

quando situazioni particolari di monopolio creino remore o ostacoli per lo

sviluppo. Ma, oltre a questi compiti di armonizzazione e di guida dello sviluppo,

esso può svolgere funzioni di supplenza in situazioni eccezionali ».734

352 Il compito fondamentale dello Stato in ambito economico è quello di

definire un quadro giuridico atto a regolare i rapporti economici, al fine di «

salvaguardare... le condizioni prime di un'economia libera, che presuppone una

certa eguaglianza tra le parti, tale che una di esse non sia tanto più potente

dell'altra da poterla ridurre praticamente in schiavitù ».735 L'attività

economica, soprattutto in un contesto di libero mercato, non può svolgersi in

un vuoto istituzionale, giuridico e politico: « Essa suppone, al contrario,

sicurezza circa le garanzie della libertà individuale e della proprietà, oltre che

una moneta stabile e servizi pubblici efficienti ».736 Per assolvere il suo

compito, lo Stato deve elaborare un'opportuna legislazione, ma anche

indirizzare in modo oculato le politiche economiche e sociali, così da non

diventare mai prevaricatore nelle varie attività di mercato, il cui svolgimento

deve rimanere libero da sovrastrutture e costrizioni autoritarie o, peggio,

totalitarie.

353 Occorre che mercato e Stato agiscano di concerto l'uno con l'altro e si

rendano complementari. Il libero mercato può recare effetti benefici per la

collettività soltanto in presenza di un'organizzazione dello Stato che definisca e

orienti la direzione dello sviluppo economico, che faccia rispettare regole eque

e trasparenti, che intervenga anche in modo diretto, per il tempo strettamente

necessario,737 nei casi in cui il mercato non riesce a ottenere i risultati di

efficienza desiderati e quando si tratta di tradurre in atto il principio

ridistributivo. In alcuni ambiti, il mercato, infatti, non è in grado, facendo leva

sui propri meccanismi, di garantire una distribuzione equa di alcuni beni e

servizi essenziali alla crescita umana dei cittadini: in questo caso la

complementarità tra Stato e mercato è quanto mai necessaria.

60

354 Lo Stato può sollecitare i cittadini e le imprese alla promozione del bene

comune provvedendo ad attuare una politica economica che favorisca la

partecipazione di tutti i suoi cittadini alle attività produttive. Il rispetto del

principio di sussidiarietà deve spingere le autorità pubbliche a ricercare

condizioni favorevoli allo sviluppo delle capacità d'iniziativa individuali,

dell'autonomia e della responsabilità personali dei cittadini, astenendosi da

ogni intervento che possa costituire un condizionamento indebito delle forze

imprenditoriali.

In vista del bene comune si deve sempre perseguire con costante

determinazione l'obiettivo di un giusto equilibrio tra libertà privata ed azione

pubblica, intesa sia come intervento diretto in economia, sia come attività di

sostegno allo sviluppo economico. In ogni caso, l'intervento pubblico dovrà

attenersi a criteri di equità, razionalità ed efficienza, e non sostituire l'azione

dei singoli, contro il loro diritto alla libertà di iniziativa economica. Lo Stato, in

questo caso, diventa deleterio per la società: un intervento diretto troppo

pervasivo finisce per deresponsabilizzare i cittadini e produce una crescita

eccessiva di apparati pubblici guidati più da logiche burocratiche che

dall'obiettivo di soddisfare i bisogni delle persone.738

355 La raccolta fiscale e la spesa pubblica assumono un'importanza economica

cruciale per ogni comunità civile e politica: l'obiettivo verso cui tendere è una

finanza pubblica capace di proporsi come strumento di sviluppo e di solidarietà.

Una finanza pubblica equa, efficiente, efficace, produce effetti virtuosi

sull'economia, perché riesce a favorire la crescita dell'occupazione, a sostenere

le attività imprenditoriali e le iniziative senza scopo di lucro, e contribuisce ad

accrescere la credibilità dello Stato quale garante dei sistemi di previdenza e di

protezione sociale, destinati in particolare a proteggere i più deboli.

La finanza pubblica si orienta al bene comune quando si attiene ad alcuni

fondamentali principi: il pagamento delle imposte 739 come specificazione del

dovere di solidarietà; razionalità ed equità nell'imposizione dei tributi; 740

rigore e integrità nell'amministrazione e nella destinazione delle risorse

pubbliche.741 Nel ridistribuire le risorse, la finanza pubblica deve seguire i

principi della solidarietà, dell'uguaglianza, della valorizzazione dei talenti, e

prestare grande attenzione a sostenere le famiglie, destinando a tal fine

un'adeguata quantità di risorse.742

c) Il ruolo dei corpi intermedi

356 Il sistema economico-sociale deve essere caratterizzato dalla compresenza

di azione pubblica e privata, inclusa l'azione privata senza finalità di lucro. Si

configura in tal modo una pluralità di centri decisionali e di logiche di azione. Vi

sono alcune categorie di beni, collettivi e di uso comune, la cui utilizzazione

non può dipendere dai meccanismi del mercato 743 e non è neppure di

esclusiva competenza dello Stato. Il compito dello Stato, in relazione a questi

beni, è piuttosto quello di valorizzare tutte le iniziative sociali ed economiche

che hanno effetti pubblici, promosse dalle formazioni intermedie. La società

civile, organizzata nei suoi corpi intermedi, è capace di contribuire al

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DETTAGLI
Esame: Teologia
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in mercati e strategie d'impresa (MILANO)
SSD:

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