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Commento e schemi sul corso seminariale di teologia

Punti di vista sul tema

È utile, naturalmente, che siano diversi anche i punti di vista nella considerazione del tema: filosofico (D. Cornati), biblico (S. Romanello), teologico (A. Cozzi) e morale (M. Chiodi).

1° contributo, Dario Cornati: “Il solo rapporto dello spirito alla felicità è la gratitudine”

La forma piena o la "radice" della felicità -> originario affettivo -> fondamento ontologico. Quel che resta oggi del sentimento di felicità. La sua profezia -> la lectio conservata, purificata e rivista nella stagione della sua diaspora.

Si analizza l’anima della felicità, la sua deriva nell’epoca moderna, la profezia in un contesto apparentemente poco mutevole.

Che cos’è la felicità? Qual è la “radice della felicità”?

Si parte dal significato greco di felicità, eudemonia; la felicità greca viene paragonata a una donna gravida con in grembo la voce della sua attesa, il demone buono. Cornati non è d’accordo con il carpe diem, con la filosofia dell’attimo fuggente o con il fatto di puntare dritto dove ci manda il cuore. Non si tratta quindi di un’ubicatura psichica, ma si parla di felicità autentica, di riconoscere qualcosa di essenziale, di genuina freschezza della grazia e del dono. Non è semplicemente il benessere e neanche il bene. È un’irradiazione di una riuscita intimità, è promessa e affidamento. Non è né consumerismo né godimento. La felicità può essere paragonata a un semplice abbellimento di un’esistenza o la fortuita evasione da una routine del quotidiano, deve sviluppare gratitudine nel cuore.

La felicità è quindi il riverbero profondo di un’ospitalità riuscita; l’uomo deve fuggire infatti dalla morsa dell’individualità. Si scopre che l’attesa di felicità corrisponde sempre più spesso a un’attesa di legami umani, di un’esistenza di un vincolo per cui valga la pena vivere. Ma la sola ricerca della felicità divide e distrugge, cancella la gratuità, smorza la fiducia. Cornati usa l’esempio del vaso di Pandora, “L’uccello azzurro della speranza calpestato dal fumo nero dei mali”. Si descrive un auspicio di una coincidenza, nella speranza che ci sia qualcuno che si occupi di noi.

Il rapporto dello spirito con la felicità

Cornati a questo punto spiega il significato del titolo del suo contributo: “Il solo rapporto dello spirito alla felicità è la gratitudine”. Vi è un crocevia di attesa e di speranza. Si cita la sindrome di Mida, celebre nella cultura occidentale, con il suo proverbiale "Tocco d'oro", la capacità di trasformare in metallo prezioso qualsiasi cosa toccasse, donatagli da Dioniso. La felicità autentica viene contrapposta a un legame verso una infelicità disperata, due opposti che sono in realtà molto vicini. Il capovolgimento della felicità è come “un’ombra incancellabile prodotta dalla stessa luce dell’amore”. Proprio per questo la felicità genera timore, ha delle parti positive ma anche negative, è paragonabile a un sentiero fra le spine. Per questo motivo, desiderare la felicità può risultare non solo bello ma anche rischioso. Per l’autore questo è il vero fondamento ontologico della felicità, la sua etica: l’etica della felicità.

Ci si sofferma anche sull’etimologia greca della parola, facendo differenza tra ethos con la epsilon e con la eta. Grazie all’etimologia si evince che non è possibile costruire un’arte pratica della felicità senza conoscere una dimora a cui attendere ma anche non si potrebbero fare scelte autentiche nella direzione della felicità senza un orizzonte e una patria su cui stagliarle.

Patria, casa, dimora = Fiducia, responsabilità

Cosa resta della felicità? È difficile collocare l’idea di felicità nelle pieghe della cultura contemporanea, ci potremmo addirittura trovare in imbarazzo. Sembra quasi il “grande assente”. Se si considerano il benessere e il godimento privatistico, si parla di misure non negoziabili di felicità. Nella vita affettiva invece domina il lessico delle pulsioni ma non sembrano più costituire un problema quei cliché che per secoli invece lo avevano fatto; si parla dell’instabilità del possesso e dell’ingiustizia nella distribuzione di quest’ultimo. Pertanto i binomi gioia e dolore, merito e successo, e virtù e felicità hanno un rapporto casuale come una vincita al lotto!

Nella cultura occidentale si sollecita la ricerca per migliorare le possibilità offerte dall’umana esistenza. Per questo non si può dire che ciò che resta della felicità sia solamente “un pugno di sabbia”. Nella visione moderna, ciò che l’occhio registra è la sua eclisse o, come dice Heiddeger, il suo velamento, il velamento della sua origine ma anche della sua destinazione. Esiste nel mondo occidentale la differenza fra beatitudine e benessere; si guarda alla felicità come a un mero bisogno da soddisfare o a qualcosa da manipolare. L’ideale illuminista invece ne rigetta le radici cristiane e trasforma la felicità in una virtù senza religione. Il processo di secolarizzazione della felicità sottolinea l’uso della felicità come valore propagandistico e il collasso della percezione originaria dell’amore. Di qui il culto del benessere, l’esaltazione del piacere, della felicità prêt-à-porter.

Sei percorsi guidati – sei percorsi interrotti

Parte dal pensiero di Pietro Barcellona che colloca la formula di “strategia dell’anima”, si intende il passaggio dall’uomo mitico che sta dentro il mondo, come diceva Hegel, all’uomo che si decentra, guarda il mondo e lo strumentalizza. Si parla anche di privatizzazione della creazione della vita e della felicità che rappresentano il coronamento del racconto fisiologico dell’io e la radicalizzazione dell’individualismo contemporaneo. L’individuo moderno non fa più esperienza di felicità ma si crede onnipotente. L’individuo che prima era trascendentale oggi è globale.

Simile al pensiero di Jacques Lacan, il primo intervento come psicoanalista riguarda lo “stadio dello specchio” e risale al 1936. Tra i sei e i diciotto mesi, il bambino, in braccio alla madre, davanti allo specchio reagisce dapprima all'immagine come se appartenesse a un altro reale, ma, nel momento in cui incrocia lo sguardo della madre nello specchio, l'immagine gli si rivela come sua. Se quest'altro sguardo non dicesse al bambino che l'immagine gli appartiene, egli continuerebbe a considerarla un oggetto esterno. L'investimento del bambino si attua prima ancora che sul proprio corpo, percepito come frammentato, sull'immagine completa dello specchio, sull'altro riflesso nello specchio. Questa è la prima identificazione, immaginaria, ed è due volte alienante perché dipende dallo sguardo della madre: se questo sguardo nello specchio non lo vedesse, egli non si riconoscerebbe. L'immagine del corpo sostituisce la realtà del corpo. Ciò che è investito è l'altro nello specchio e nello stesso tempo il desiderio dell'altro, attraverso lo sguardo della madre. Identificandosi con la madre, il bambino assume il desiderio della madre come proprio. Più comunemente è la versione aggiornata del mito narcisistico. Il contenuto della felicità sarà quindi quello indiscutibilmente propagato dalla pubblicità. L’utopia dell’abolizione dell’altro fa in modo che tutti devono sembrare felici o per lo meno apparirlo. Fate questo, comprate quello e sarete felici, proprio come ci raccontano nelle pubblicità. Ma la felicità in questo caso si trasforma in un abisso.

La parabola dei “paradisi perduti”

Parte dalla parabola dei “paradisi perduti” (Delumeau). La nostalgia del giardino dell’Eden, la volontà di ricostituirlo, la Gerusalemme della felicità eterna. Ossessiva metafora del benessere psichico. Ma in realtà si ha bisogno di spazi ricchi di tradizione e di vita. Le nostre città invece sono caratterizzate da non luoghi, da spazi cioè dove non si realizza nessun tipo di relazione come la metro o il supermercato. Quest’idea si contrappone a quelli che erano i luoghi nell’antica Grecia, come l’agorà, o nell’ambito del cristianesimo, il sagrato della chiesa o il comune. Riassumendo il terzo punto, si può dire come il progetto occidentale stia minimizzando i luoghi dedicati alla sfera pubblica e privatizzando il mondo.

Consapevolezza della continua degenerazione

Il quarto punto ruota intorno alla consapevolezza della continua degenerazione. Si parla della consapevolezza della “nuda vita”. La vita viene ridotta ad uno strato totalmente puro, neutro, da lasciar prevedere la sua omologazione e il suo impegno strumentale. Decadenza della democrazia moderna.

Si nomina la mistica dell’attesa di felicità nel XVI e XVII secolo. Come sostiene Michel de Certeau, da aggettivo a sostantivo, nasce la mistica, un genere fatto di ispirazioni, di metafore, per accedere alla beatitudine, alla felicità di Dio. Storia della felicità, storia dell’attesa composta dal rimosso. Qui ci si collega con la terza ed ultima domanda: La profezia?

Esempio: Donna peccatrice, Gesù e il Fariseo. Come lo stratagemma di Ulisse il giorno del suo rientro a Itaca travestito da mendicante. Da qui partono 4 piste evocative:

  • Debito morale da arginare
  • Cultura mediatica dell’allarmismo
  • Disagio di civiltà
  • Godimento materiale della felicità

Opportunità sociale, responsabilità pubblica, ri-educazione al sentire, per fronteggiare il deludente analfabetismo emotivo. Dentro l’impressione moderna di una eccitazione collettiva di un’infelicità generale, erosione della felicità. Mediazione critica dello spirito moderno rinnovata saldatura fra fedeltà a se stessi e apertura all’altro. Augurio e conclusione, continuare a gustare questa attesa avventura di una felice esistenza.

“Follia umana” Foucault

La follia umana, secondo Foucault, è il paradosso dell’essere umano, la sua verità come libertà che lo libera da ogni verità conseguita, il soggetto cerca di afferrare e comprendere se stesso. Il profitto è il primo ad essere messo fuori gioco perché in vista di una vera felicità della vita si sperimentano la fatica e l’affanno del cuore.

2° contributo. Romanello: “Beatitudine e gioia nel Nuovo Testamento”

Per beatitudine si intende, in ambito religioso o spirituale, uno stato di profondo benessere psicofisico e/o spirituale, dovuto all'estasi della vicinanza o dell'identificazione con un'entità trascendente (ad es. Dio). La beatitudine è comunemente considerata la diretta conseguenza di esperienze di tipo mistico, ed è un elemento presente in tutte le fedi.

Le Beatitudini rappresentano la persona di Gesù, sono l'identità del cristiano, il cristiano che vive secondo questi insegnamenti, sa ed è consapevole di portare la croce della vittoria, l'emblema della risurrezione, come Cristo nel momento della trasfigurazione nel dialogare con Elia e Mosè alla presenza di tre apostoli disse, se prima non fosse stato innalzato sulla croce non sarebbe potuto entrare nella gloria del padre, spazzando via la morte. Così il cristiano se non si identifica nella persona di Cristo non può accedere al Regno di Dio.

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati gli afflitti, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.»

Aggettivo "makarios"

Romanello comincia con il soffermarsi sull’aggettivo makarios, a, on (beato) e sull’utilizzo del vocabolo nel N.T. L’aggettivo significa innanzitutto felice, è per lo più utilizzato in forma predicativa per indicare uno stato o una condizione che ha a che fare con l’opera salvifica di Dio. Può indicare infatti una condizione antropologica dell’opera di Dio -> spessore antropologico. Detto ciò, la terminologia della felicità nei linguaggi contemporanei può designare esperienze diversissime, ed essere espressa con lemmi variegati. Un altro termine spesso utilizzato è infatti chairein, chara (gioia), agalliasthai (esultare), euthrainenin (rallegrarsi). I diversi gradi di gioia vengono resi con un lessico ogni volta differente. Attira la nostra attenzione la gioia legata alla realizzazione di una vita “riuscita”; si parla infatti di gioia (chara) che nessuno è in grado di togliere; chara indica quindi una gioia nel profondo, non legata ai singoli episodi. Tale gioia non è il risultato di un percorso umano autarchico ma nasce dall’incontro con un Dio che, nella relazione di alleanza, è conosciuto come Il Salvatore e il Liberatore. La beatitudine dell’uomo che trova la propria realizzazione nelle leggi del Signore senza seguire le strade dei peccatori, riflette così l’esperienza originaria dell’adam. Dio quindi non è un’esistenza filosofica ma è vicino alle vicende del popolo. È proprio la sua presenza a costituire la dimensione umana. Nel Vecchio Testamento Dio è un alleato del popolo, il popolo gioisce per la gioia di Dio. Nel N.T. Dio ha ora il volto di Gesù Cristo, la terminologia della gioia è quindi essenzialmente relazionata alla vicenda di Gesù ed è anche la gioia della comunione eterna con Cristo.

Gioia nei racconti lucani degli inizi del Vangelo

Il tema della gioia è trattato con particolare attenzione nel Vangelo di Luca. Luca effettua un parallelismo tra Gesù e Giovanni Battista per chiarire l’identità di Gesù: è il Messia, il Signore, il figlio di Davide e di Dio, mediatore della salvezza di divina. Il tema della gioia appare già nell’annuncio della nascita di Giovanni e Zaccaria. L’angelo impone di non limitare tale gioia all’evento della nascita da due coniugi anziani ma di vedersi la reazione all’inizio del tempo in cui la salvezza divina viene manifestata a partire dei figli di Israele. Il profeta escatologico è il primo a gioire del Messia, dalla sua presenza prima ancora che questi venga alla luce. Il tema della gioia acquista particolare importanza nel racconto della nascita di Gesù, nell’annuncio dell’angelo dei pastori (lieto annuncio-grande gioia). Il titolo Cristo Signore è l’espressione della fede che riconosce in Gesù, messo a morte dagli uomini, colui che è il Messia. L’attributo sostantivato Il Salvatore è tipico della teologia lucana e indica la dimensione di salvezza universale.

Il senso di questi brani è cristologico. Il momento decisivo è quello pasquale che giustamente non a caso costituisce l’oggetto dell’annuncio dei primi missionari cristiani. I pastori a cui è annunciata la gioia della nascita del Signore, sono rimandati dalle stesse parole a un segno -> Un segno che non è né atteso né scontato.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

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