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Riassunto esame Introduzione alla Teologia, prof. Pessani, libro consigliato Il seme e la terra, Maggioni Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Teologia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Il seme e la terra, Maggioni. In cui vengono analizzati i seguenti argomenti: Dio, la creazione e l'uomo , racconto della creazione, antico testamento, tre schemi che vedono l’esodo come: liberazione, comunione di popolo, appartenenza... Vedi di più

Esame di Introduzione alla Teologia e Questioni di Teologia Fondamentale docente Prof. B. Pessani

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ESTRATTO DOCUMENTO

V PACE E NON VIOLENZA

Nell’antico oriente la pace è si un concetto globale, ma non universale: è sempre la pace del

popolo, non tra i popoli: La pacificazione dei popoli è intesa come sottomissione. Il nemico

L’ebraico Shalom (tradotto pace) un concetto globale:

bisogna soggiogarlo. è pratica della

giustizia, osservanza del diritto, accoglienza dei poveri e delle vedove, ordine, benessere, fedeltà

non è un concetto universale; anche per Israele la pacificazione dei nemici

religiosa. Tuttavia

consiste nel soggiogarli. profeti hanno fortemente richiamato che la pace viene da Dio ( è

I

dono) e che è indissolubilmente legata alla giustizia (non c’è pace senza giustizia ad ogni

livello). La radice della pace è religiosa, nel cuore dell’uomo, cioè nel rifiuto delle idolatrie: non c’è

pace senza la conversione. Di fronte ai falsi profeti che troppo facilmente assicuravano la pace, i

veri profeti hanno sempre polemizzato duramente, ripetendo che non è possibile la pace senza una

profonda e radicale conversione.

I falsi profeti ragionavano così: noi siamo gli eletti, nulla ci può accadere, il Signore può intervenire

solo in nostro favore. Per i veri profeti, la pace è legata a una dimensione morale, a una prassi ed a

una precisa responsabilità. I falsi profeti avallavano la politica dei governi, per i veri profeti questa

era mancanza di fede. I veri profeti non si limitano a denunciare la guerra, bensì le molte forme di

Non si fa guerra per fare giustizia, ma si fa giustizia

ingiustizia e delle idolatrie che la generano.

per evitare la guerra e rendere vera la pace.

A Israele è stata promessa una terra che era già abitata: impossessarsene voleva dire combattere.

Israele pensò che la guerra fosse una via indispensabile per rimanere se stesso. Il primo stadio fu

“Dio combatte con noi”. Israele è

All’epoca dell’esilio si comprende che questa strada è fallita:

sconfitto ed esiliato. Nel secondo stadio si pensa che Dio stesso opererà il trionfo senza gli eserciti

“Dio combatterà per noi”. Il trionfo definitivo di Dio passa attraverso la non

di Israele.

violenza della Croce, il trionfo passa attraverso l’apparente sconfitta.

“Vi dono la pace, vi do la mia pace, non quella del mondo”. C’è pace e pace, quella del mondo e

L’antitesi non è fra pace materiale e spirituale, ma fra pace evangelica e

quella del Cristo.

mondana. Il mondo rifiuta la pace del Cristo perché il mondo riconosce solo ciò che è suo e

l’annuncio evangelico lo disturba.

Il Nuovo Testamento parla della pace come pienezza, come superamento di ogni disgregazione. La

stabilità e compiutezza ecco le due

pace è sempre minacciata, vulnerabile, parziale, incompiuta:

caratteristiche della pace sognata. Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli

Nella notte di Natale gli angeli hanno cantato “

uomini che egli ama”. La pace fra gli uomini è la contropartita terrestre della gloria che Dio ha nei

il Figlio di Dio è per gli uomini dono di pace. significa che la

cieli. Questo mostra che E

comunità cristiana, se intende dare gloria a Dio, deve essere segno e strumento di pace fra gli

uomini. uomini che egli ama”

La pace di Natale è offerta ad ogni uomo. L’espressione “agli indica

La pace è universale

Dio ama ogni uomo senza differenze.

l’universalità e la gratuità della pace.

e, infine, la pace è dono della venuta di Gesù. Non è la conquista degli uomini, sia pure di buona

volontà. Si dice a volte che la guerra è giusta e necessaria. Il cristiano non potrà mai parlare di

guerra di Dio. La gloria di Dio non risplende nella vittoria sui nemici, ma nella pace con loro. La

gloria di Dio non è la gloria dei generali.

“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. L’operatore di pace è chi la

“Beati i perseguitati”. Si comprende che la

costruisce. Operare la pace esige un altro prezzo:

pace è indissolubilmente legata alla giustizia. La pace non è soltanto in mano dei politici, ma in

quelle dei cercatori di Dio. La pace richiede un’autentica rivoluzione culturale, sociale e religiosa,

richiede fede. Le logiche ovvie ( rispondere all’amore con l’amore, alla forza con la forza, alla

violenza con la violenza), comuni, non sono in grado di portare la pace. Sono un vicolo cieco. La

pace esige che in ogni situazione si risponda sempre con l’amore.

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i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano. Benedite coloro che vi

Luca dice “Amate

maledicono, pregate per coloro che vi fanno del male. Se qualcuno ti percuote su una guancia,

porgigli anche l’altra. Se amate quelli che vi amano che merito ne avrete?”

Fu detto occhio per occhio, dente per dente, io vi dico di non resistere al male. Se

Matteo dice:”

uno ti colpisce alla guancia destra, volgigli anche la sinistra. Vi dico amate i vostri nemici e

pregate per quelli che vi perseguitano”.

Queste parole di Matteo e Luca sembrano appartenere a una comunità cristiana palestinese che

viveva in un ambiente sollecitato alla ribellione armata contro Roma. Si andava diffondendo la

convinzione che bisognasse combattere con le armi per liberarsi dal dominio di un popolo pagano.

La comunità cristiana si sottrae a questa mentalità giudicata incompatibile con la scelta di Gesù. Il

gruppo cristiano-palestinese ha scelto la via del rifiuto della violenza armata.

“Tutti quelli che mettono mano alla spada, periranno di spada” “ La violenza non appartiene

alla logica di Dio”.

Gesù ha rotto il cerchio nel quale gli uomini si dibattono: all’amore si deve rispondere con

l’amore, alla violenza con la violenza. Gesù afferma invece l’amore sempre. Questa prassi di Gesù

non è semplicemente un rifiuto alla violenza, ma sostituzione della violenza con la prassi

Dio è amore e perdono, ed è da questa esperienza

dell’amore, del servizio e della solidarietà attiva.

che scaturisce la non violenza. Perché Dio è amore, ne deriva che solo l’amore è la vera forza

alternativa e costruttrice, la vera forza di pace, risolutrice dei conflitti. Tre sono le radici da cui

partire per comprendere nel giusto senso la via della pace proposta da Gesù: una radice teologica

(Dio è amore sempre), una nuova valutazione della storia ( è l’amore che vince: è il crocifisso per

amore che risorge); una concezione dell’esistenza come vocazione alla solidarietà.

Per l’Apocalisse le guerre e le catastrofi che travagliano l’umanità sono il frutto di quei falsi

valori che gli uomini abbondantemente coltivano. L’Apocalisse vede la causa di tutto questo

nell’idolatria e nella menzogna, in una filosofia pagana dell’esistenza, in un impostazione della vita

e della società su falsi valori. I segni di questa idolatria sono: il lusso sfacciato, le organizzazioni

commerciali a servizio del consumismo e dell’accumulo della ricchezza, lo spregio della vita

umana, la violenza, la persecuzione, lo stato totalitario, la volontà di dominio universale. Sono i

Ciò che provoca i giudizi di Dio è la carenza di valori umani.

tratti di Babilonia. I giudizi divini

(guerre, catastrofi e rovina) hanno lo scopo di fare comprendere all’uomo il vicolo cieco in cui si è

L’Apocalisse si accorge che la

incamminato. Purtroppo però gli uomini non comprendono.

violenza si manifesta come a tre livelli: il livello dell’organizzazione politica e sociale

(Babilonia, lo stato idolatra); il livello delle ideologie (anche religiose); la presenza di satana,

l’antagonista di Dio e dell’uomo. Gesù ha costruito la pace con

La prima è che

Nella visione paolina si scorgono delle condizioni.

la croce, cioè sul perdono, sulla gratuità, non sulla stretta e severa giustizia. La seconda è che

questa grandiosa unità degli uomini può avvenire soltanto in un movimento in avanti, non in

forza di un semplice avvicinamento di un popolo all’altro. Non dunque un cammino orizzontale,

ma verticale. La fraternità si genera in rapporto a qualcosa da costruire, non soltanto intorno a

l’unità della famiglia umana,

qualcosa da spartire. La terza è l’orizzonte obbligato entro il quale il

Non un popolo sopra gli altri popoli e neppure gli uni accanto agli

cristiano deve muoversi.

altri. E’ l’unità la logica che deve guidare i rapporti tra i popoli, è una logica di pari dignità e

solidarietà, di netto superamento degli orizzonti nazionali e degli interessi di parte.

Nella Bibbia la pace si evolve di pari passo con la maturazione dell’esperienza religiosa. Da come si

Dal modo in cui si ragiona sulla pace o

ragiona di pace si può dedurre come si ragiona su Dio.

sulla guerra, il cristiano mostra al mondo se e in quale Dio egli crede.

Non è pensabile la pace se non in una società dove si fa spazio a una profonda conversione

culturale, sociale e religiosa. E si richiede fede. Le logiche ovvie non sono in grado di portare la

Soprattutto l’inseparabilità fra pace e giustizia. Le modalità della

pace, sono un vicolo cieco.

giustizia sono due:

1 la sua universalità, la giustizia è tale solo se riguarda tutti gli uomini.

15

2 la sua indivisibilità,la giustizia è tale solo se riguarda tutti i diritti fondamentali della

persona. Il vangelo aggiunge che la giustizia è responsabilità di ogni uomo. E’ solo da un uomo

giusto che viene la pace. Il vangelo non crede che un uomo che nel proprio ambito vive

ingiustamente, possa poi, in un ambito di responsabilità politica e sociale, impegnarsi veramente

per la giustizia e la pace. 16

VI RICCHEZZA E POVERTA’

“ Nessuno può servire due padroni, non potete servire Dio e il denaro”. La ricchezza è valutata

– sempre religiosamente – in tre direzioni:

1 in rapporto a Dio, il discorso cade sul pericolo dell’idolatria

2 in rapporto all’uomo stesso che si affanna per accumularla, il giudizio sulla “vanità”

3 in rapporto agli altri uomini, specialmente i poveri, l’accusa è di ingiustizia e oppressione.

Per l’Antico Testamento una ricchezza da cercare è il benessere , prosperità, la sicurezza, una

ricchezza da combattere è la ricchezza che rende arroganti, l’accumulo ingiusto, l’oppressione. Per

la Bibbia il ricco è simultaneamente chi possiede molto, dimentica Dio e trascura il povero.

Parallelamente c’è una povertà da cercare ed è sobrietà, dipendenza da Dio, e una povertà da

La fede nel Dio creatore porta a concludere

sfuggire ed è la miseria, la schiavitù, l’emarginazione.

che tutte le creature sono buone; non è pensabile un discorso biblico sul disprezzo della ricchezza in

quanto legata alla materialità dell’uomo. Le cose sono dono di Dio, da godere. Nel quadro della

creazione, il povero, creato da Dio, emerge di fronte al ricco in tutta la sua dignità. Ogni uomo è

I beni, dono di Dio, sono da

immagine di Dio, che non ha creato uomini padroni e uomini servi.

godere, ma da godere insieme. L’uomo non deve essere sottomesso alle cose ne le cose devono

“ Non procuratevi ne oro ne argento”

rubare lo spazio di Dio. Gesù ha frequentato i poveri di

ogni genere, li ha anche in qualche modo privilegiati. E’ uno dei tratti storicamente più sicuri del

suo ministero. La ragione di questo privilegio va cercata nella carità e nel desiderio di giustizia che

Gesù ha frequentato anche uomini ricchi. In nessun modo ha mai considerato

Dio ha verso di loro. “Le troppe ricchezze

la loro posizione un luogo privilegiato per l’annuncio del Regno.

costituiscono un inciampo per la sequela”. Nella parabola del ricco stolto si mostra la vanità

E nella parabola del ricco e povero si insegna

dell’accumulo: le ricchezze non danno sicurezza.

senza mezzi termini che il grande pericolo del vivere da ricchi è la cecità. Chi vive da ricco

non vede più il povero, che pure è vicino e non comprende più la parola di Dio. Luca

Tuttavia

afferma che anche per il ricco c’è una possibilità: aiutare i poveri. Come Dio guarda i poveri è

il vangelo che ce lo dice. Stando alla parabola del samaritano, non basta chiederci chi sia il povero

da aiutare. Il ferito lo vedi. Devi chiederti piuttosto se tu hai un animo capace di lasciarti

coinvolgere nel suo bisogno. Incontri evangelicamente il povero nel suo bisogno, quando egli

L’accoglienza di

diventa ai tuoi occhi importante come un parente. Questa è la prassi di Gesù.

Gesù ha scandalizzato perché rovesciava schemi sociali e religiosi, cambiava i rapporti. Nel

giorno del giudizio è il Figlio di Dio che si nasconde nella figura dei suoi piccoli fratelli e vuole

essere accolto e servito: affamati, assetati, stranieri, ammalati, è un elenco di emarginati. Il giudizio

verte interamente sull’atteggiamento nei loro confronti: atteggiamento di indifferenza o di

L’intento

accoglienza, fatta di aiuto ma anche di compagnia e di ricerca e soprattutto di rispetto.

Dio guarda all’uomo cogliendo quella

del vangelo è di dirci come Dio si pone davanti all’uomo.

dignità che appartiene a ogni uomo, chiunque esso sia. La società del tempo, si è ribellata a

questo sguardo perché essa ha sempre bisogno di catalogare gli uomini dividendoli e

separandoli. Se si osserva l’uomo come Dio lo osserva, non c’è più motivo per accettare

differenze, gerarchie e privilegi. Questo sguardo è appunto, la lieta notizia del Regno.

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VII ERO STRANIERO E MI AVETE VISITATO

“Come Dio guarda lo straniero”

Lo sguardo di Dio, che deve diventare anche quello della Chiesa, non vale solo per lo straniero ma

per qualsiasi uomo in difficoltà, o perché minoranza o lasciato ai margini. Non basta la generosità

per cambiare i rapporti. Israele ha tentato di vedere tutti con lo stesso sguardo e ha cercato di

“ Non molesterai il forestiero né

tradurlo in norme legislative. Nel codice dell’Alleanza leggiamo

l’opprimerai”. Nel codice della santità si trovano direttive che invitano a lasciare nei campi parte

“Lo straniero che dimora in mezzo a voi lo

dei frutti per gli stranieri di passaggio e per i poveri.

tratterete come colui che è nato fra voi” Ci deve essere un’unica legge per il nativo e l’immigrato.

La motivazione è che l’accoglienza dello straniero non è altro che il concreto prolungamento

dell’amore di Dio per ogni uomo. E’ così che il popolo di Dio diventa veramente di Dio.

L’immigrazione suscita problemi complessi e quindi posizioni differenti e soluzioni sulle quali

neppure per i cristiani è facile un accordo comune. Nell’antico Israele lo straniero era

Ma più che come popolo che in quanto individuo.

tendenzialmente un nemico, come dovunque. La

paura dello straniero nasceva dalla sua diversità. Per Israele era soprattutto paura religiosa: il

Israele ha imparato a distinguere fra straniero e straniero:

pericolo di infiltrazioni pagane. ci sono i

popoli stranieri, lo straniero di passaggio, lo straniero residente. Il popolo straniero resta il

nemico, un pericolo per l’identità religiosa e nazionale. Israele lottò contro i popoli stranieri in

nome di Dio. Lo straniero di passaggio era invece accolto e rispettato. Lo straniero che abitava in

Israele come immigrato non godeva del diritto di possedere la terra e perciò era generalmente al

Nella legislazione di Mosè l’ospitalità verso lo straniero

servizio di un padrone, non era schiavo.

era dovere dell’intera comunità. Era legge non esortazione. Legge, non volontariato.

Israele ha sempre mantenuta viva la fede in un Dio creatore del mondo e degli uomini. A partire

dalla creazione si comprenderà sempre più chiaramente che la medesima dignità appartiene

“Quando

all’uomo come tale, senza differenze di sorta. La creazione è per se stessa universalistica.

contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita, che cosa è l’uomo, perché ti ricordi di lui?” L’uomo

La

biblico per conoscersi guarda in alto, è dallo sguardo di Dio che discende il senso dell’uomo.

vita dell’uomo è una vita ricevuta. Per il salmo anche la dignità dell’uomo è una dignità

ricevuta. Tutto nell’uomo è ricevuto, la sua grandezza è dono. E’ l’essere uomo che che fonda i

diritti, non la cittadinanza o altra appartenenza. E la dignità dell’uomo è gratuita: un dono prima

che un diritto.

Come l’Antico anche il Nuovo Testamento si muove dentro una società complessa, tendenzialmente

ostile verso tutti gli stranieri, ma con una novità, l’evento di Gesù Cristo, la cui originalità può

“ Ero straniero e mi avete ospitato”.

essere riassunta nell’affermazione Anche nel Nuovo

l’episodio di Pietro che entra nella casa del

Testamento non mancano resistenze, come mostra

pagano Cornelio. “Dio non ha fatto nessuna discriminazione tra noi e loro” Che Dio non faccia

discriminazioni è una verità di per se molto più ampia del caso specifico dello straniero. L’apostolo

“Sei entrato in casa di uomini non

Pietro è aspramente rimproverato da alcuni della comunità:

circoncisi”. La non circoncisione per l’ebreo è ciò che rende l’uomo non solo completamente

estraneo, ma anche religiosamente impuro, quindi da evitare. Il fatto che Pietro abbia dovuto

giustificare il suo gesto mostra una errata formazione religiosa, a un modo ancora inadeguato di

“Amate dunque il

pensare Dio. Nella memoria cristiana c’erano già le parole e i gesti di Gesù

forestiero”. Il gesto di Pietro non è dunque una novità e tuttavia ha scandalizzato i fratelli.

Il modo in cui una comunità vede lo straniero e si comporta nei suoi confronti non è solo rivelatore

di egoismo o di carità, ma di una vera e di una falsa concezione di Dio. Il vangelo di Luca ricorda

tre episodi nei quali sono protagonisti i samaritani. Gesù chiede ospitalità in un villaggio

1 Si legge all’inizio del grande viaggio verso Gerusalemme:

di samaritani, ma questi non vollero riceverlo perché diretto a Gerusalemme. Gesù ha provato

personalmente che cosa significhi vedersi negata l’ospitalità perché straniero. Ma all’intolleranza

egli non risponde con il castigo, ma con la comprensione. A rifiutarlo è stato un villaggio di

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samaritani, non tutti i samaritani. Gesù non giudica mai per categorie generali. Anche fra i

samaritani ci sono razzisti, come fra i giudei, ma questo non è una ragione per condannarli in

blocco. Il cerchio perverso del rifiuto è per Gesù un cerchio da rompere senza compromessi.

una parabola nella quale a modello di amore per il prossimo figura un samaritano. Dopo

2 E’

essere stato rifiutato dai samaritani, Gesù prende come modello proprio un samaritano che

sottolinea la totale libertà di Gesù da ogni pregiudizio razziale. L’appartenenza razziale (e anche

religiosa) è una diversità, non una condizione morale e culturale da condannare o da approvare in

se stessa.

un racconto di miracolo. Gesù risana dieci lebbrosi, ma uno solo torna indietro a

3 E’

ringraziarlo. Era un samaritano. Proprio questo straniero di altra razza e di altra fede, è l’unico

su dieci che si ricorda di dare gloria a Dio. Gesù vede nello straniero, come in ogni altro uomo,

una persona portatrice di valori e non soltanto di bisogni: un uomo da cui imparare, non solo un

povero da aiutare. La parabola del samaritano non parla del povero da soccorrere, ma d ichi si

sente fratello e si ferma a soccorrere.

prese con se il bambino e sua madre e nella notte fuggì in Egitto”

“Giuseppe Gesù è stato un

profugo e ha vissuto da straniero. Il Figlio di Dio non ha sfuggito la sua condizione dello straniero,

come non ha sfuggito la povertà, la fatica del lavoro, il rifiuto, persino l’esperienza sconvolgente di

essere condannato.

Le trenta monete, il prezzo del tradimento non vengono poste dai sacerdoti nelle casse del

tempio ma adoperate per comprare un campo fuori città per la sepoltura degli stranieri. E’ un

tratto simbolico: da un lato la decisione dei sacerdoti esprime la totalità del rifiuto di Gesù il cui

prezzo può servire solo per dare sepoltura agli impuri stranieri, la verità di

dall’altro mostra

Gesù, rivelazione di un Dio per il quale non ci sono stranieri.

c’è più ne giudeo né greco, né schiavo né libero, né

Paolo ha dovuto intervenire più volte “Non

uomo né donna,tutti voi siete uno in Gesù Cristo”. Pur condividendo la stessa fede, cristiani di

Per un cristiano

origine giudaica e cristiani di origine ellenistica avevano difficoltà a stare insieme.

le differenze razziali e sociologiche non dovrebbero avere più alcun peso. Il dovere di essere

ospitali rientra nei doveri dei cristiani comuni. La virtù dell’ospitalità si trova accanto alla

perseveranza della preghiera e alla sollecitudine per i fratelli. Si tratta dell’ospitalità verso

chiunque, anche lo straniero. L’amore fraterno è la carità comunitaria, l’ospitalità è l’accoglienza

dello sconosciuto. “Ero forestiero e mi avete accolto”.

Gesù si è identificato con lo straniero Per dire l’ospitalità

il cui significato base è raccogliere, mettere insieme, riunire cose sparse:

Gesù ricorre ad un verbo

di qui il senso di raccogliere chi è sperduto, ospitarlo nella stessa casa, unirlo ai gruppi dei fratelli.

Non dice solo aiuto ma proprio accoglienza. Lo sconosciuto che chiede ospitalità o l’immigrato che

L’ospitalità è più ampia del

chiede accoglienza, è per Gesù un membro della propria famiglia.

semplice aiuto perché significa aprirsi a una persona e non soltanto ai suoi bisogni. Significa aprire

L’ospitalità è dunque molto diversa dalla beneficenza: la prima coinvolge e crea un

la casa.

legame, la seconda si accontenta di un gesto. Il forestiero da accogliere è nel contempo il

prossimo da trattare come se stessi e il Signore da servire, con tutto il cuore, cioè con riguardo,

delicatezza, umilmente. Non tutti gli uomini possono affermare di essere nati a Gerusalemme: tutti

però possono dire si essere amati dallo stesso Dio e accolti da Gesù Cristo.

I pagani che un tempo erano lontani, ora sono vicini. Paolo parla di vicinanza e di lontananza. Certo

la lontananza da Dio, ma anche la lontananza fra due popoli, giudei e pagani: una lontananza nel

contempo religiosa e politica. Il Cristo con la sua Croce avvicinato i diversi facendo crollare il muro

divisorio. Non c’è più vicino e lontano, l’ebreo e il pagano, Paolo sta parlando dei popoli stranieri.

Dal modo con cui i cristiani guardano lo straniero, le minoranze, gli esclusi si comprende in quale

Dio essi credono. La prima testimonianza è rivelare con chiarezza come Dio guarda l’uomo. Nel

mondo cristiano c’è molta generosità nell’aiutare, ma pochissimo coraggio nel cambiare le

relazioni. Questo atteggiamento è frutto della mentalità che sopravvaluta l’efficacia, le opere,

dimenticando che il centro del compimento di Gesù è stata la condivisione.

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VIII L’UOMO E IL LAVORO

Nella Bibbia si parla molto dell’uomo che si affatica nel lavoro. Israele ha conosciuto tutti i tipi di

lavoro, ha conosciuto anche le diverse condizioni sociali del lavoro: il lavoratore proprietario, il

la fatica del lavoro come parabola della

salariato, etc. Scegliamo una prospettiva esistenziale:

fatica di vivere. L’esperienza dominante è la fatica: il lavoro dell’uomo è duro e penoso.

L’uomo biblico non vede il lavoro come una realtà a se stante, ma come un’attività inserita nella più

vasta gamma delle relazioni che delineano il quadro complessivo della vita (le relazioni con Dio,

L’uomo biblico ha capito ben presto che il lavoro, come può

con gli altri uomini e con le cose).

generare benessere, può facilmente trasformarsi in prepotenza e ingiustizia, può fare persino

dimenticare Dio. Israele ha sperimentato tutti gli aspetti negativi del mondo del lavoro.

1 spesso l’uomo non lavora per se stesso, ma per gli altri: operai privati di salario, contadini

immiseriti dalle tasse, lavoro da schiavi.

2 il lavoro può generare ingiustizia, dominio, arroganza.

L’orgoglio del lavoro non solo conduce alla violenza e all’ingiustizia, ma anche alla dimenticanza

di Dio, come avviene quando l’uomo attribuisce a se stesso ciò che invece è dono.

3 L’uomo biblico ha capito che il lavoro è una fatica spesso delusa, uno sforzo incompiuto. Il

lavoro può avere un risultato, ma mai tale da dare un senso alla vita. Proprio per questa sua

incapacità di soddisfare pienamente l’uomo, la fatica del lavoro diventa una parabola dell’intera

esistenza: un’esistenza incompiuta e, alla fine, senza senso. Il lavoro non è il senso della vita.

Perennemente insoddisfatto, l’uomo cade nell’esasperazione del lavoro e nella schiavitù

dell’accumulo che definitivamente lo spoglia della gioia di vivere. L’uomo deve sapere che la

La

pienezza che va cercando non sarà mai una conquista sua, ma un gratuito dono di Dio.

percezione dell’incompiutezza della fatica non ha impedito all’uomo biblico di sperimentare anche

la gioia del lavoro (e la gioia di vivere): la gioia del raccolto dei frutti.

il lavoro ha un volto positivo e negativo.

Come altre grandi realtà della vita, L’esperienza del

lavoro fa parte di quel numero di esperienze fondamentali nelle quali l’uomo raggiunge il fondo

dell’esistenza: da una parte il disegno di Dio, dall’altra la forza del peccato che lo contraddice.

“L’uomo è posto nel giardino

Nella realtà della vita l’uomo le sperimenta contemporaneamente.

per coltivarlo e custodirlo”. Il lavoro non viene dal peccato e non è un castigo: appartiene

La fatica del

all’uomo prima del peccato: è un dono di Dio, ma anche un comando, un compito.

lavoro è inserita nel quadro dell’alleanza e fa parte della risposta dell’uomo al suo Dio. Il lavoro è

per l’uomo. L’uomo ha voluto farsi arbitro del bene e del male. Scardinata la relazione con Dio, si

è scardinata la relazione anche dell’uomo con la terra. E così il lavoro è ormai irrimediabilmente

(“mangerai il pane con il sudore della fronte”)

segnato dalla fatica e spesso anche dalla sterilità

(“la terra farà spuntare spine e cardi”). Il peccato che ha introdotto il disordine è l’idolatria che

rovina il lavoro, cioè il tentativo dell’uomo di costruirsi da solo e di fare come gli piace, costruire

un’unità politica (una città), un’unità religiosa (una torre alta fino al cielo), una potenza (un nome)

e un’unità culturale (una lingua). Tutto questo da soli, per volontà propria, al di fuori del progetto

Da una parte il lavoro è il segno della potenza dell’uomo, capace di dominare le cose;

di Dio.

dall’altra è il segno dell’insufficienza dell’uomo, incapace di trovarsi da solo un compimento. Il

lavoro si muove pertanto all’interno della benedizione.

Gesù di Nazareth ha passato gran parte della sua vita come un comune lavoratore. Così pure i primi

discepoli. I molti anni che il Figlio di Dio ha passato lavorando si possono considerare anni

Il

rivelatori e redentori perché mostrano la sorprendente solidarietà di Dio nei nostri confronti.

lavoro di Gesù è uno dei segni più chiari che il Figlio ha condiviso pienamente la nostra

condizione di uomini, lavorando. Noi condividiamo l’esistenza di Gesù solidarizziamo con la

sua fatica e la sua redenzione. Per Gesù l’esperienza del lavoro(fatto di fatica, sottomissione,

preoccupazione, attesa, speranza) è una di quelle essenziali esperienze che permettono

all’uomo, se sa leggerle, di aprirsi alla comprensione del Regno di Dio. La rivelazione del regno,

diventa per il discepolo l’unico criterio per valutare il lavoro, cioè per scoprirne il senso e i rischi. Il

20

lavoro deve sottomettersi al primato del Regno, non rinnegarlo ne oscurarlo, come avviene invece

quando esso si trasforma in affanno. Il lavoro si snatura non soltanto per l’avidità di possedere, e

neppure per una cattiva gerarchia di valori (il vestito, il cibo prima del Regno), ma soprattutto per

mancanza di fede. Ciò che rovina il lavoro è la persuasione che tutto dipenda da noi, si cerca

La fatica del lavoro è la normale condivisione della Croce di

sicurezza nelle cose anziché in Dio.

Cristo. C’è il pericolo, per la troppa premura verso l’ospite, per il troppo lavoro, di non trovare più

lo spazio e la calma per l’ascolto della Parola. L’uomo non è nel mondo soltanto per produrre, e

nemmeno solo per servire, ma per ascoltare e contemplare.

Paolo pone il dovere del lavoro fra i compiti della vita cristiana. Al primo posto la serietà nel

lavoro, la serietà professionale; che è segno della serietà della vita. Per Paolo è anche la via

ordinaria per praticare la grande legge cristiana della carità. Il legame fra lavoro e carità è

lavori con le proprie mani, per farne parte a chi si trova in necessità”.

“Ognuno

affermato in

Paolo ha imparato fin da ragazzo un lavoro manuale, continuando poi a esercitarlo anche durante la

sua fatica missionaria. Ci sono tre motivazioni:

1 Paolo continua a vivere del proprio lavoro per rendere più credibile il vangelo che annuncia.

Non vuole essere in alcun modo confuso con i molti propagatori di religioni che tenevano le loro

lezioni a pagamento. Lui predica unicamente per amore di Cristo, non per un proprio vantaggio

2 la carità. “Lavorando si debbono soccorrere i deboli, vi è più gioia nel dare che nel ricevere”

3 il desiderio di Paolo di condividere la condizione della stragrande maggioranza dei suoi fedeli,

umili lavoratori. Paolo non si vergogna di presentarsi come un lavoratore manuale.

L’intera creazione condivide la fatica dell’uomo nell’incompiutezza e nell’apertura alla speranza.

Fa intuire che il lavoro dell’uomo, lo sforzo di estendere il suo dominio sulle cose, la fatica di

ricostituire l’armonia del mondo, si inserisce in un cammino di salvezza che non riguarda solo

l’uomo ma l’intera creazione.

La Parola di Dio invita l’uomo a pensare il proprio lavoro come uno specchio in cui gli è dato

Nell’esperienza del

vedere il “fondo” dell’esistenza: davanti a Dio, alle cose, agli altri, a se stesso.

lavoro, l’uomo è chiamato a vivere secondo quella logica che caratterizza l’intera esistenza del

credente: l’accoglienza del dono di Dio che gli permette di godere del mondo e, insieme, il

ricordo della solidarietà verso i più deboli, perché il mondo è di tutti; la gioia del frutto

raggiunto e, insieme, la constatazione dell’incompiutezza. Si introduce nel proprio tempo una

parentesi di volontariato per imparare quei valori che anche nella professione si devono

vivere. Non si introducono nel proprio tempo alcuni momenti per Dio, per poi avere il diritto negli

altri di porre al centro se stessi, ma per capire la bellezza e la verità di porre sempre Dio al primo

posto. 21

IX GESU’ E I PRIMI CRISTIANI DI FRONTE ALLA POLITICA

La Palestina la tempo di Gesù era percorsa da fremiti di rivolta soprattutto per questioni religiose.

L’ebreo sentiva il diritto romano come uno scandalo. In questa situazione si davano tre

possibilità:

1 la resistenza armata, era la possibilità degli zeloti

2 l’adattamento al sistema dominante, quella dei ceti aristocratici e sacerdotali.

3 la passiva e sofferta rassegnazione, questa possibilità era quella dei contadini e del popolo.

Gesù non è catalogabile in nessuna delle posizioni del suo tempo. Egli predicò il Regno di Dio e la

conversione, e non direttamente il rovesciamento della situazione politica; eppure al società del

Gesù affronta le

tempo- politica e religiosa – si sentì minacciata dal suo annuncio e dalla sua vita.

questioni sempre in modo radicale e secondo una logica differente da quella comune. Per questo le

sue soluzioni non rientrano negli schieramenti, i quali, si muovono sempre all’interno della

I romani e gli zeloti erano sostanzialmente prigionieri della medesima logica:

medesima logica.

gli zelati negavano violentemente la supremazia di Roma, ma affermavano quella del popolo

eletto: comunque sempre una supremazia.

Egli assume un certo distacco di fronte alle persone che detengono il potere, non si lascia incantare

dalla loro posizione e potenza. Né confida in loro, né li teme. Gesù non imbocca la via del potere, la

Da Gesù l’autorità non è concepita come un potere, ma come un

respinge come una tentazione.

servizio. La vita può essere pensata come un servizio(sull’esempio del Figlio dell’uomo)

oppure come un possesso per se.

“Date a Cesare quel che è di Cesare, ma a Dio quello che è di Dio”. Gesù non entra nella

legittimità della dominazione romana. Nell’affermazione di Gesù viene affermato uno spazio reale,

a Cesare”.

“Date

doveroso per la società, le sue strutture e l’autorità che le governa: Il primato di

“A Dio quello che è di Dio”.

Dio non priva la società di un suo spazio specifico. Il potere politico

non può assorbire tutto l’uomo, la coscienza non può coincidere completamente con gli interessi

dello Stato.. La sua concezione del primato di Dio include il primato dell’uomo. “Il Figlio

dell’uomo è signore del sabato” (ecco il primato di Dio) e “il sabato è per l’uomo” (ecco il

primato dell’uomo).

Per tre volte Gesù dice “il mio regno”. Si preoccupa di chiarire che questo suo regno è

“Il mio regno non è da quaggiù”. “Se il mio

completamente al di fuori degli schemi mondani

regno fosse di questo mondo, i miei sudditi avrebbero combattuto perché non fossi consegnato

ai giudei”. Ecco la differenza: Gesù rifiuta di utilizzare per se stesso la potenza regale di cui

Non semplicemente perché rifiuta di ricorrere alla violenza, ma perché

dispone. non considera la

propria sopravvivenza come il bene supremo da salvare, o come la ragion di Stato di fronte alla

“Io sono re, sono venuto per rendere

quale ogni altro valore debba cedere il passo.

testimonianza alla verità”. La regalità di Gesù è completamente sottomessa all’esigenza della

verità, alla volontà di Dio, al suo disegno sull’uomo: verità, giustizia, libertà, amore, obbedienza a

Dio. Gesù non accetta mai di sottomettere la verità alle esigenze di una ragion di stato, si trattasse

pure della propria sopravvivenza.

Le parole e la prassi di Gesù non indicano disimpegno, ma introduzione di un nuovo punto di vista.

Gesù si comporta da profeta non da politico. Ha parlato, denunciato, lottato: ha messo a nudo le

radici dell’oppressione, della violenza, ma tutto questo non lasciandosi imporre le regole delle

Gesù approfondisce l’analisi fino al

formazioni politiche e religiose che si contendevano il terreno.

punto in cui si scontrano veramente due concezioni dell’esistenza: la concezione mondana e la

Si viene a scoprire che le radici che trasformano l’autorità in dominio,

concezione cristiana.

come pure le radici della violenza o della passione per il denaro che si fa idolatria, della ragion

di stato, non sono altro che un modo di vivere che ciascuno ritrova in se stesso. Il mondo si

sente disorientato e messo in discussione nella prassi di Gesù. Il mondo preferisce chi sta al suo

gioco, chi non sfugge alle alternative che egli stesso pone.

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hanno avuto a che fare con il potere politico, erano piccole isole

Le prime comunità cristiane Erano totalmente assorbite nella missione.

sperdute, politicamente del tutto insignificanti. I primi

cristiani erano convinti che questa notizia fosse la cosa più importante, non solo per loro ma per il

La preoccupazione della missione esigeva che le comunità

mondo nel quale vivevano.

costruissero al loro interno in modo nuovo (per fedeltà alla novità cristiana, non per porsi in

alternativa al mondo e alla società). I cristiani hanno capito che non basta una fraternità locale

Una fraternità che nasce dalla

all’interno del gruppo: occorre una fraternità fra tutte le comunità.

stessa fede, senza però pretendere una omogeneità culturale. L’apporto politico delle prime

comunità è molto indiretto, tuttavia il fatto stesso che si vive “una nuova giustizia” all’interno della

propria comunità (che si modella su schemi originali) è già una critica, un anticipo di un mondo

“Se uno è in Cristo, è una creatura nuova. Le cose vecchie sono passate”.

nuovo. Paolo scrive

Questa consapevolezza porta Paolo a concentrarsi sull’essenziale, cioè sulle nuove modalità di

giudizio e di valutazione, e, naturalmente anche di comportamento, come diversamente valutare le

cose e come cristianamente vivere in esse. L’apostolo è uno splendido testimone di un annuncio

senza dubbio ricco si germi capaci di generare sorprendenti cambiamenti anche nelle strutture. Ma

Paolo non

si tratta di germi che necessitano di tempo, vale il paragone che la Parola è un seme.

intende minimamente tratteggiare una dottrina dello stato, né del potere. Il suo interesse è morale.

“L’autorità viene da Dio”, “A servizio di Dio e per il bene”.Nella

afferma Paolo, prima

affermazione si fonda l’obbedienza, il rispetto, la leale sottomissione. Nella seconda, gli preme di

“Non c’è autorità se non da Dio”

affermare che il cristiano è tenuto a pagare le tasse. non

Ciò che legittima l’autorità non è il fatto che sia gestita

sacralizza l’autorità statale, ma la laicizza.

da cristiani o da non cristiani. Di fronte alle strutture esistenti, nate da una visione non cristiana,

visione mondana dalla quale quelle

Paolo pone lo scontro “visione cristiana e visione mondana”: Per

strutture sono nate e secondo la quale vengono gestite. Lo scontro non è politico ma culturale.

Paolo le novità sociali e politiche devono nascere come dilatazione della nuova vita in Cristo,

come ad esempio nel caso della schiavitù, comprendendo che il padrone e lo schiavo per

Cristo sono fratelli. “Uscite dalla città, popolo mio, per non contaminarvi”. L’apocalittico è

Nell’Apocalisse si legge

portato a cogliere il contrasto fra il cristianesimo e il mondo e, quindi alla denuncia. L’Apocalisse

E’ però in

non ha una sua concezione di potere, e nemmeno una sua concezione sociale e politica.

grado di scoprire nei sistemi l’eventuale presenza di strutture idolatre.L’analisi che

il criterio della condanna non è il fatto che quella

l’Apocalisse conduce è unicamente religiosa:

società non sia cristiana ma che sia idolatra e antiumana. Le caratteristiche che tratteggiano il

volto idolatra del potere politico sono l’arroganza e la bestemmia, cioè l’intolleranza di Dio e la

volontà di mettersi al suo posto, la pretesa di essere adorato. Non si pone al servizio dell’uomo, ma

si erge come il valore supremo a cui l’uomo deve sacrificarsi; una volontà di dominio universale

Arroganza e idolatria, volontà di potenza e di

che è il sogno di tutte le idolatrie del mondo.

conquista, ecco i tratti visibili e ricorrenti dai quali il cristiano può scorgere il volto demoniaco

di ogni sistema sociale e politico, in ogni epoca. non

Nell’Apocalisse come nel Nuovo Testamento

troviamo mai un confronto fra due sistemi politici, quello pagano e quello cristiano. Non possiedono

un proprio progetto politico e sociale. Offrono gli elementi essenziali che permettono al cristiano di

ogni epoca, e di fronte a ogni sistema sociale e politico, di discernere con lucidità.

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Teologia, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Il seme e la terra, Maggioni. In cui vengono analizzati i seguenti argomenti: Dio, la creazione e l'uomo , racconto della creazione, antico testamento, tre schemi che vedono l’esodo come: liberazione, comunione di popolo, appartenenza a Dio, Nuovo testamento, l’affermazione dell’indissolubilità del patto nuziale, radici e figure bibliche della solidarietà.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze umane e filosofiche (MILANO)
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher trick-master di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Introduzione alla Teologia e Questioni di Teologia Fondamentale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Pessani Bernardino.

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