Dio, la creazione e l’uomo
La Bibbia non riesce a pensare la creazione senza l’uomo, né l’uomo senza la creazione. Il mondo è per l’uomo. L’israelita aveva vivissima l’idea di un Dio che agisce personalmente nella natura, la sostiene, la mantiene nell’ordine. Se ogni mattino sorge il sole e ogni sera tramonta, ciò è dovuto alla fedeltà di Dio. Il seme che germoglia è un prodigio di Dio, e una vita che misteriosamente si forma nel grembo di una donna è un miracolo. La procreazione e la generazione sono un mistero che ripete la creazione. Il Dio creatore vi è direttamente coinvolto: l’uomo e la donna ne sono gli strumenti. Meditando gli eventi salvifici, Israele ha compreso due cose: che Dio è il Signore della natura e che Egli esercita la sua signoria in favore dell’uomo.
Questo cammino ha sottratto Israele a due tentazioni. La prima è quella di attribuire a Dio le lacerazioni che l’uomo sperimenta nel mondo, immaginando un Dio autore del bene e del male. La seconda è quella di non sentirsi dentro un mondo ostile, creato da Dio a vantaggio proprio, non a vantaggio dell’uomo. Israele ha letto la creazione sapendo già che il Dio che l’ha creata è un Dio buono e salvatore: la creazione non può essere che buona, amica, da godere. Se l’uomo vive profonde lacerazioni sono da attribuirsi alla volontà dell’uomo stesso.
Israele ha intuito che il gesto creatore non è una semplice premessa necessaria, ma è il primo gesto salvifico. Per questo il verbo creare, esclusivo di Dio, è usato non solo per l’atto creatore delle origini, ma anche per la liberazione di Israele dall’Egitto, una trasformazione da una massa di schiavi a un popolo libero, e per indicare la conversione del cuore dell’uomo. Il gesto creatore è tutto dalla parte di Dio, assolutamente gratuito: così ogni altro gesto salvifico. La creazione abbraccia ogni essere, allo stesso modo ogni gesto salvifico di Dio è sempre un segno del suo amore universale. L’universalità è iscritta nella creazione. Creazione e salvezza sono due tappe di un solo cammino proteso verso il futuro.
Genesi
“Dio plasmò l’uomo con la polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita”. Dio è descritto come un vasaio (plasmò) che modella l’uomo con la creta. La parentela dell’uomo con la terra è evidenziata dalla sua origine dalla polvere del suolo. Ma l’uomo è un essere vivente in forza di un secondo intervento di Dio che gli soffia nelle narici l’alito della vita. L’uomo viene dalla terra, ma se ne stacca.
“Nessuno lavorava il suolo e faceva salire dalla terra l’acqua dei canali”. “Dio piantò un giardino in Eden”. La terra era inerte e sterile prima dell’intervento dell’uomo. Per essere resa feconda, la terra ha bisogno del lavoro dell’uomo. Ma subito dopo il racconto prosegue affermando che fu Dio a piantare il giardino. Se dunque, da un lato si insinua che occorre il lavoro dell’uomo perché la terra diventi un giardino, dall’altro si afferma che il giardino è dono di Dio.
“Dio prese l’uomo, lo pose nel giardino perché lo coltivasse e custodisse”. Due verbi definiscono il compito dell’uomo: lavorare e custodire. Il primo indica la fatica che dissoda il terreno, il secondo l’azione che accoglie il dono e lo conserva. Custodire è il verbo usato per designare la fedeltà dell’uomo che osserva i comandamenti di Dio, e la fedeltà di Dio che custodisce il suo popolo. Il giardino è il dono di Dio all’uomo e l’uomo lo lavora e lo custodisce per goderlo. L’uomo lavora per se stesso.
“Mangerai il pane con il sudore della fronte”. Spesso la terra appare all’uomo avversaria, ma questo non è imputabile al progetto di Dio bensì al desiderio dell’uomo di fare da sé. Il peccato è il desiderio insensato dell’uomo di essere lui a piantare il giardino, da solo e a piacimento. Dio dà all’uomo un posto nel giardino, uno spazio di libertà e nel contempo gli pone un limite.
“Nel principio Dio creò il cielo e la terra”. “Dio ordinò vi sia luce”. “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. I due termini significano somiglianza fisica e interiore, come in una relazione di parentela, tra padre e figlio: simili nel volto, ma anche nel carattere e nel pensare. Questo è l’uomo: legato alla terra, ma aperto alla relazione con Dio. L’uomo è la sola creatura capace di dialogo e di responsabilità. Con la comparsa dell’uomo la creazione si trasforma in dono e compito. L’uomo è il senso vero cui tendeva l’intera azione creatrice di Dio. È solo dopo averlo creato che Dio può regalare (e affidare) la sua creazione a qualcuno. L’uomo è l’immagine di Dio con tutta la sua umanità.
“Dio creò l’uomo a sua immagine: maschio e femmina li creò”. Uomo e donna sono immagini a pari titolo. Sono immagine insieme.
“Dio li benedisse e disse: siate fecondi e moltiplicatevi e dominate sui pesci del mare sugli uccelli del cielo”. Il verbo benedire – riservato agli animali e agli uomini – specifica che il gesto creatore vuole essere un dono e una promessa: Dio benedice offrendo i suoi doni e accompagnandoli con la sua benevolenza perché possano fruttificare. Se l’uomo vuole correttamente svolgere il suo compito di riempire la terra e dominare sui pesci e sui volatili, deve muoversi all’interno di una duplice consapevolezza: che la terra sulla quale esercita il suo dominio non è sua, ma di Dio; e che la propria attività è feconda unicamente se benedetta da Dio.
Soggiogare e dominare sono il primo compito che Dio assegna all’uomo. Si tratta di un compito fondamentale che spetta all’uomo in quanto tale. Soggiogare significa prendere possesso di un territorio; dominare esprime il dominio del pastore che guida il suo gregge. L’uomo deve avere cura della creazione, perché questa serva all’uomo e rimanga a disposizione di ciascuno. Il primo imperativo rivolto da Dio all’uomo è che questi conservi la terra nella sua natura di dono. Dono e benedizione, non strumento di potere o ragione di divisione. Dominare e soggiogare – coltivare e custodire dicono la stessa cosa.
Il racconto non insiste sull’origine delle cose, ma sulla signoria di Dio su tutte le cose. Tutto ciò che esiste, esiste in forza della sua parola. Il verbo creare, indica l’azione creatrice nel suo complesso, gli altri specificano il gesto creatore, come un fare ordine, mettendo le cose al loro posto e dando a ciascuna il suo scopo. La parola di Dio introduce nel caos informe l’ordine e la razionalità.
L’uomo è l’immagine di Dio e quindi deve vivere nel mondo non da schiavo, ma da signore, a nulla sottomesso, né alle cose, né agli altri uomini. Ma l’uomo deve esercitare nel mondo non una signoria a piacimento, ma nell’obbedienza al progetto dell’unico Signore. Tutto deve sottomettersi all’uomo (il rappresentante di Dio) e l’uomo deve sottomettersi a Dio (e a nessun altro). Non sottomettersi a Dio è idolatria, ma anche la sottomissione dell’uomo alle cose (alla politica, allo Stato, all’economia) e il dominio dell’uomo sull’uomo sono l’altra faccia del medesimo peccato di idolatria.
“Dio vide che ciò era buono”. “E vide che ciò era bello”. Esprimono la grande ammirazione di Dio per ciascuna delle sue creature. L’uomo deve condividere lo sguardo ammirato di Dio che ha tratto dal caos le sue creature: non soltanto utili e buone, ma belle. Occorre l’uomo “estetico”, capace anche di guardare la terra con sguardo stupito, che ne coglie la bellezza. Se non si coglie la bellezza delle cose, non si instaura con esse un rapporto corretto e profondamente religioso.
Il racconto della creazione è racchiuso nello schema della settimana, che si conclude con il sabato. Il centro di gravità dell’esistenza, di Dio e dell’uomo, non è il lavoro, ma il riposo, cioè la gioia della libertà, la contemplazione e il godimento. Dio termina il lavoro che aveva fatto. Così deve fare l’uomo che non è schiavo del suo lavoro, ma padrone. Questo richiamo acquista tutto il suo valore soprattutto in un’economia che conosce l’accumulo e l’accelerazione. Il riposo del settimo giorno indica che Dio ha completato il suo lavoro. I giorni feriali e il giorno festivo, svelano, insieme, le due facce della fatica dell’uomo e della sua esistenza. La ferialità mostra che per l’uomo - a differenza che per Dio – la totalità e il compimento non sono ancora raggiunti: l’uomo deve ancora faticare. Il settimo giorno mostra che la totalità sarà di certo raggiunta. Da una parte, il lavoro è un segno della potenza dell’uomo, capace di dominare le cose; dall’altra, il segno dell’insufficienza dell’uomo, incapace di trovarsi da solo un compimento. L’uomo deve svolgere il suo lavoro nella gratitudine; attendere una pienezza che non può darsi da solo, vivendo però nella speranza e nell’attesa.
“Dio vide che la malvagità era grande”. L’uomo ha rovinato la creazione di Dio, anziché esserne il custode. A partire dal primo peccato il male si è diffuso come una valanga. Dalla rivolta contro Dio (il peccato di Adamo) alla violenza dell’uomo sull’uomo (da Caino al diluvio).
“E Dio si ricordò di Noè”. La terra piena di violenza, le acque che la ricoprono e un ritorno al caos primitivo. Ma dopo quel “si ricordò” tutto cambia: le acque si ritirano, riappare l’asciutto e inizia una nuova creazione. Dio ama il mondo ostinatamente e per sempre. Le caratteristiche di questa alleanza, la sua universalità è rivolta a tutta la terra e all’intera creazione. È un’alleanza stipulata dopo che la terra fu ripiena di violenza: un’alleanza di perdono e di misericordia. È un’alleanza “Finché la terra durerà” stabile e l’arco di Dio fra le nubi ne è il segno. In Nuovo Testamento comprenderà che il vero arcobaleno è il Figlio di Dio divenuto uomo, un sì definitivo all’umanità e alla storia.
La differenza fondamentale tra il sapiente e il profeta sta nella diversità dell’approccio. Il profeta è in ascolto soprattutto della parola di Dio, il sapiente delle cose e ricorre ampiamente alla ragione e all’esperienza. Il sapiente biblico, proprio perché procede mediante l’osservazione e la ragione, è un credente consapevole che la sapienza disseminata nella creazione è una luce che viene da Dio. Lo stesso Dio che ha manifestato la sua sapienza nella legge di Mosè e nella parola dei profeti, nella creazione, nell’uomo e nelle cose, con la consapevolezza che si tratta di una sapienza “riflessa”, di Dio e da Dio. Una consapevolezza che trasforma la ricerca del sapiente in ascolto.
I Vangeli non si interessano della creazione. Calmando il mare in tempesta, guarendo i malati e liberando gli indemoniati, Gesù mostra di sapere che la creazione è quasi da rifare, ma sa anche che la creazione è già fatta, già buona e quindi da ammirare e da capire. La radice dell’idolatria è una mancanza di fede, la persuasione che tutto dipenda da noi. Da qui l’esasperazione del lavoro (che si trasforma in affanno), e l’ansia di accumulare che è il segno inequivocabile di una ricerca deviata: si cerca sicurezza in se stessi e nelle cose anziché in Dio. L’intera creazione condivide la sorte dell’uomo. “Tutto è stato creato in Lui, per mezzo di Lui e per Lui”. Cristo è il riconciliatore della creazione perché il disegno di Dio è stato alterato. Molte sono le alterazioni: fra l’uomo e Dio, fra uomo e uomo, fra popolo e popolo, fra l’uomo e la natura. La ricomposizione passa attraverso la Croce. Essa è frutto di un amore che perdona e significa che si richiede una trasformazione. La chiesa è il luogo in cui e da cui Cristo esercita già fin d’ora il suo dominio unificante sul mondo.
Gesù è il progetto della creazione e della storia. Un progetto che richiede la rivelazione per essere riconosciuto, ma che da sempre è iscritto nella creazione e da sempre è operante.
L’uomo, la sua dignità e i suoi diritti
Nell’Antico Testamento diritto è riferito agli orfani, alla vedova, al povero, al forestiero. “Dio compie il diritto dell’orfano e della vedova, rende giustizia ai poveri, il Signore difende la causa dei miseri, il diritto dei poveri”. “Dio difende lo straniero, amate dunque lo straniero”.
Nel Nuovo Testamento tutti i vocaboli che rientrano nell’area della giustizia si muovono entro il rapporto Dio-uomo. Per noi la giustizia è un rapporto fra uomini, connota qualcosa di dovuto, assume una sfumatura di rivendicazione. Ma se la giustizia è vista nel rapporto Dio-uomo allora tutto cambia perché Dio non può non manifestarsi giusto. La radice dell’inviolabilità dei diritti dell’uomo e del dovere dell’impegno per difenderli è prolungamento di una giustizia che scende dall’alto. L’accento cade più sul lato dei doveri che su quello dei diritti.
La prima caratteristica evidente di tutti i codici legislativi è che si tratta di una risposta all’interno di un’alleanza fra Dio e il popolo. Su tutto campeggia sovrano il diritto di Dio. Il maggior numero dei comandamenti e delle prescrizioni riguarda le relazioni tra gli uomini, i diritti e i doveri fra gli uomini. La costruzione dello stesso decalogo: nella prima parte si garantiscono e tutelano i diritti di Dio, poi quelli della famiglia e del prossimo. Tutte le leggi particolari – quella del sabato come le prescrizioni sociali – sono la traduzione, nella vita concreta, dell’obbligazione base “Non avrai altro Dio fuori di me”. Dunque ha come scopo primo e come comandamento base l’affermazione del primato di Dio, ma proprio in questo primato di Dio trovano forza i doveri verso l’uomo.
Per la Bibbia i diritti sono da realizzare: sono imperativi, doveri. Il decalogo si rivolge all’israelita libero. Il prossimo a cui non si deve togliere la vita, la casa, la proprietà, la donna nei confronti del quale non si deve dire il falso in tribunale.
Di altre classi sociali – schiavi, stranieri, poveri – il decalogo sembra non occuparsi direttamente.
Fin dall’inizio la Bibbia è convinta che la vita sia molto di più della semplice esistenza, è qualcosa che cresce e si sviluppa, dice pienezza e intensità. La Bibbia è convinta che occorre allargare la vita, non solo allungarla. Da qui discende l’intera gamma dei doveri e dei diritti. Di fronte alla vita non c’è solo il comando di non uccidere, ma anche il dovere di favorire le condizioni perché la vita possa svilupparsi in tutte le sue potenzialità. La Bibbia sottolinea che la vita è dono e come tale da vivere in gratitudine e letizia. Dio non ha creato la specie umana, ma le singole persone.
L’uomo si colloca al vertice della creazione, è qualcosa di unico: è l’immagine di Dio. La vita è da vivere nell’obbedienza. Molti passi biblici legano la promessa della vita all’osservanza dei comandamenti. Nella Bibbia non mancano comportamenti divergenti: violenza contro il nemico, uccisioni. Questi comportamenti non compromettono il discorso essenziale. Dicono piuttosto la difficoltà della sua maturazione e la fatica di superare le molte remore culturali.
“Chi sparge sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso”. Un principio ricco di conseguenze (Dio chiede conto della vita, la vita è intoccabile perché l’uomo è immagine di Dio); un dato culturale (sede della vita è il sangue); è punito con la pena di morte. Nella legislazione ebraica, l’omicidio deliberato è sempre punito con la morte.
La Bibbia vede sempre l’uomo nella sua unità. I vocaboli sono quattro:
- “Anima” per la Bibbia significa l’uomo intero, in quanto vivente e capace di manifestarsi
- “Carne” è l’uomo intero colto nel suo aspetto visibile, concreto, soprattutto caduco
- “Spirito” l’uomo è spirito in quanto animato dalla forza di Dio e capace di aprirsi a Dio
- “Cuore” inteso come ragione, mente. L’uomo in quanto capace di pensare, riflettere e decidere.
“Lo spirito è pronto ma la carne è debole”. Le parole di Gesù nel Getzemani non alludono a un dissidio fra le due parti del composto umano, l’anima e il corpo, ma un dissidio interiore che coinvolge l’uomo intero dibattuto fra obbedienza e ribellione. Nella Bibbia ciò che tocca il corpo tocca l’intera persona. È l’uomo ammalato, non il suo corpo distinto dall’io.
L’esodo, Antico Testamento, fu compreso da Israele come un cammino di liberazione e come il compimento della propria vocazione a essere proprietà di Dio. Sono le due facce della libertà biblica: liberi da tutto per appartenere al Signore.
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