Dio, la creazione e l'uomo
Alla Bibbia interessa la verità religiosa ed infatti il linguaggio utilizzato è poetico, la struttura della narrazione è ingegnosa. Per intendere correttamente il discorso biblico sulla creazione bisogna chiarire i tratti principali:
- La forte accentuazione antropologica ovvero che la Bibbia non riesce a pensare alla creazione senza l’uomo o all’uomo senza la creazione quindi tale discorso finisce col coincidere con il discorso sull’uomo.
- L’israelita è rimasto del tutto estraneo alla concezione di un cosmo con leggi interne e fisse ma aveva l’idea di un Dio che agisce nella natura, mantenendone l’ordine. La regolarità dei fenomeni naturali si regge sulla fedeltà di Dio che non dimentica ma li introduce uno dopo l’altro.
- Israele non è giunto al Dio salvatore partendo dal Dio creatore, ma viceversa perché Israele ha incontrato Dio nella propria storia. Grazie agli eventi salvifici, nei quali Dio si è servito della natura per liberare il suo popolo, Israele ha capito due cose: che Dio è il Signore della natura e che esercita tale signoria in favore dell’uomo.
Questo cammino ha sottratto Israele a due tentazioni: attribuire a Dio le lacerazioni che l’uomo sperimenta nel mondo e non sentirsi dentro un mondo ostile, creato da Dio a vantaggio proprio e non a vantaggio dell’uomo. Se si parte dall’esperienza dell’Esodo, Israele ha letto la creazione sapendo già che il Dio che l’ha creata è buono e salvatore: se l’uomo vive profonde lacerazioni, queste non sono da attribuirsi alla creazione di Dio o alla costituzione dell’uomo progettato male ma alla volontà dell’uomo stesso. Israele ha capito che il gesto creatore non è una semplice premessa necessaria ed infatti il verbo creare è usato non solo per l’atto creatore delle origini ma anche per la liberazione di Israele dall’Egitto. Il gesto creatore è tutto dalla parte di Dio, assolutamente gratuito ed abbraccia ogni essere.
Dio piantò un giardino in Eden
La Bibbia si apre con due racconti della creazione: il primo (Genesi 1) più recente, il secondo (Genesi 2) più antico. In Genesi 1 l’uomo è al centro di una piramide mentre in Genesi 2 è al centro di un cerchio. Dio viene descritto come colui che plasmò l’uomo ovvero la creatura fra le creature. Per quanto riguarda la sua posizione nel mondo si dice che la terra prima dell’intervento dell’uomo era inerte e sterile anche se fu Dio a piantare il giardino e a far spuntare dal terreno ogni genere di alberi. Quindi da un lato si insinua che occorre il lavoro dell’uomo perché la terra diventi un giardino, dall’altro si afferma che il giardino è dono di Dio. I due verbi che definiscono il compito dell’uomo sono lavorare e custodire: il primo indica il lavoro che trasforma e coltiva; il secondo l’azione che accoglie il dono e rispettosamente lo conserva. Inoltre, custodire è il verbo utilizzato per indicare la fedeltà dell’uomo che osserva i comandamenti di Dio. L’atteggiamento fondamentale dell’uomo nel mondo è l’accoglienza del dono che pone il fondamento al lavoro. Nella Bibbia invece l’uomo lavora per se stesso. L’autore biblico sa che nel suo rapporto con la terra l’uomo incontra la fatica e la sterilità. Ma tutto ciò non è imputabile al progetto di Dio ma al desiderio dell’uomo di fare da sé, sottraendosi al progetto e al dono. In peccato è il desiderio dell’uomo di essere lui a piantare il giardino, da solo e a piacimento.
Dio creò il cielo e la terra
Il racconto più recente della creazione (Genesi uno) non insiste sull’origine delle cose, ma sulla signoria di Dio su tutte le cose. La prospettiva dominante è la proclamazione del primato di Dio: tutto ciò che esiste, esiste in forza della sua parola. I verbi che descrivono l’azione creatrice sono: creare, fare, distinguere e separare, dare il nome, benedire. A parte il primo verbo, gli altri specificano il gesto creatore come un fare ordine, mettendo le cose al loro posto e dando a ciascuno il suo scopo. Il verbo benedire specifica che il gesto creatore vuole essere un dono e una promessa.
Immagine e somiglianza
Per cinque volte si legge “e Dio disse” ma poi al sesto giorno si legge “facciamo”: la creazione dell’uomo è quindi diversa. L’uomo fa parte della creazione, ma la sua identità decisiva è l’apertura a Dio. Infatti Dio dice: “facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. I due termini significano somiglianza fisica e interiore: simili nel volto, ma anche nel carattere e nel pensare. Quindi l’uomo è legato alla terra ma aperto alla relazione con Dio ed infatti l’uomo è l’unica creatura che può stare davanti a Dio come una persona, capace di dialogo e di responsabilità. Con la comparsa dell’uomo la creazione cessa di essere semplicemente un dato ma si trasforma in dono e compito. La parola immagine suggerisce l’idea di una ricostruzione plastica mentre somiglianza indica similitudine ed insieme ribadiscono che Dio si riconosce nell’uomo come in un suo ritratto. Bisogna precisare però che non ci sono uomini più immagine di Dio di altri, uomo e donna sono immagine a pari titolo soprattutto per la loro capacità di relazione. L’uomo essendo immagine di Dio deve vivere nel mondo non da schiavo, ma da signore. Ma l’uomo è immagine di Dio, non Dio quindi non deve esercitare nel mondo una signoria a piacimento ma deve obbedire al progetto dell’unico signore.
Soggiogate e dominate
Questo è il preciso comando del Dio creatore. Ma si tratta di un comando all’interno di una benedizione quindi c’è prima la benedizione e poi il comando. Dio benedice l’uomo quando gli offre i suoi doni, perché possano fruttificare. Ne consegue quindi che l’uomo se vuole correttamente svolgere il proprio compito e quindi dominare, deve muoversi all’interno di una duplice consapevolezza: che la terra sulla quale esercita il suo dominio non è sua, ma di Dio; che la propria attività è feconda unicamente se benedetta da Dio. Gli imperativi dominate e soggiogate sono al plurale e quindi gli uomini insieme devono rendersi responsabili del mondo. Soggiogare e dominare sono il primo compito che Dio assegna all’uomo mentre tutti gli altri compiti discendono da questo. Il primo termine significa mettere i piedi sopra qualcuno, il secondo significa dominare nel senso di fare ciò che si vuole.
Vide ciò che era bello
Al termine di ogni giorno l’autore biblico annota puntualmente: “E Dio vide ciò che era buono”. Dio crea e ammira la sua creazione e tale aggettivo indica bello, utile, atto allo scopo. Tale frase esprime la grande ammirazione di Dio per ciascuna delle sue creature e deve influenzare anche lo sguardo dell’uomo sul mondo. Occorre l’uomo estetico, capace di guardare la terra con sguardo stupito, che ne coglie la bellezza il rinvio. Se non si coglie la bellezza delle creature, non si instaura con essi un rapporto corretto e profondamente religioso. In sostanza si sta riaffermando il primato di Dio ovvero che il mondo è di Dio, non di alcuni uomini e nemmeno di tutti.
Il settimo giorno
Il racconto della creazione è racchiuso nello schema della settimana, che si conclude sabato. Il settimo giorno rappresenta il giorno del riposo, della contemplazione e del godimento. Dio termine al lavoro che aveva fatto e così deve fare anche l’uomo. Durante il settimo giorno Dio portò a termine il lavoro che aveva fatto, lo benedisse e lo consacrò perché in esso aveva terminato tutto il lavoro che egli aveva fatto creando. Una conseguenza è che l’uomo però non deve immaginare di trovarsi in una creazione non finita o da correggere; al contrario, deve essere consapevole di trovarsi in una creazione che ha già il suo senso e la sua direzione. L’idea che l’uomo porti a compimento la creazione è sotto certi aspetti giusta, ma può essere unilaterale: la creazione è finita e ha già il suo senso ma l’uomo deve prendersene cura e guidarla mantenendola nell’ordine. Un’altra conseguenza è che il lavoro non è in funzione del sabato, né il sabato in funzione del lavoro. Non si lavora sei giorni per riposare il settimo, né si riposa il settimo per lavorare gli altri sei: il rapporto diverso. La ferialità mostra che per l’uomo la totalità e il compimento non sono ancora raggiunti: l’uomo deve ancora faticare mentre il settimo giorno mostra che la totalità sarà raggiunta, tanto che ora la si può pregustare.
E Dio si ricordò
L’autore biblico sa che nel suo rapporto con la terra l’uomo incontra la fatica e la sterilità. Spesso quindi la terra appare all’uomo avversaria ma ciò non è imputabile al progetto di Dio, bensì al desiderio dell’uomo di farla da sé. Per spiegare tale disordine la Bibbia racconta il peccato di Adamo ed in particolare la storia del diluvio: si dice che la terra era corrotta davanti al Dio e piena di violenza e ciò vuol dire che l’uomo ha rovinato la creazione di Dio, anziché esserne il custode. C’è stato quindi un passaggio dal peccato di Adamo dove ci fu la rivolta contro Dio al diluvio dove ci fu la violenza dell’uomo sull’uomo. Ponendo lo sguardo verso il cuore di Dio si notano preoccupazione, turbamento e delusione nei confronti dell’uomo. Nel racconto del diluvio ricorre la parola alleanza otto volte ma al centro di tale racconto c’è l’espressione:” e Dio si ricordò di Noè”. Grazie a tali parole tutto cambia ed inizia una nuova creazione.
Creazione e sapienza
Analizziamo la riflessione sapienziale e la sua reazione di fronte alla creazione nella sua quotidianità ovvero lavoro, famiglia, società e politica. La differenza tra il sapiente e il profeta sta nella diversità dell’approccio. Il profeta è in ascolto soprattutto della parola di Dio, il sapiente delle cose. Per capire il senso di ciò che lo circonda e per sapere come agire il sapiente ricorre alla ragione e all’esperienza. Il sapiente quindi crede che la sapienza è un dono e un insegnamento di Dio. Il sapiente considera la sua ricerca come un’autentica interpretazione esprimendo una profonda religiosità.
Creazione e nuovo testamento
Compiendo vari miracoli, Gesù mostra di sapere che la creazione è da ricondurre al progetto originario. Ma sa anche che la creazione è già fatta e quindi da ammirare. Gesù, nei confronti della creazione, assume un atteggiamento attivo, tra dono e compito, facendo propria quella tensione tipica dell’uomo biblico. È consapevole del pericolo dell’idolatria che snatura completamente il rapporto dell’uomo con il mondo indicando una mancanza di fede. Di qui l’esasperazione del lavoro e l’ansia dell’accumulo, che sono segni di una ricerca deviata: si cerca sicurezza in se stessi e nelle cose anziché in Dio. L’uomo deve tenere presente che tutto è stato creato in Gesù, per mezzo di Gesù e per Gesù. Egli è dunque all’origine della creazione e ne è il fine. Si parla inoltre di croce: Gesù riconcilia tutte le cose lasciando intendere che non c’è solo la riconciliazione con Dio (tra uomo e Dio, tra uomo e uomo, tra popolo e popolo, tra uomo e natura). Il disegno di Dio è stato alterato e ora la ricomposizione passa attraverso la croce. Gesù quindi è il progetto della creazione e della storia, un progetto che richiede la rivelazione per essere conosciuto, ma che da sempre è inscritto nella creazione e da sempre è operante.
L'uomo, la sua dignità e i suoi diritti
Una prospettiva religiosa
Nell’antico testamento solo due volte ricorre la parola mishpat (diritto) unita al termine is (uomo) ma in entrambi i casi l’espressione non ha nulla a che fare con il concetto di diritti dell’uomo. Più frequente è l’espressione mishpat di Dio, ma in questi passi l’espressione ha significato vario e diverso. In compenso, si trovano passi in cui la parola fa riferimento all’orfano, alla vedova, al povero, al forestiero. Nel libro di Giobbe la parola viene utilizzata per indicare il diritto dei poveri. Da ciò ne deriva che: Israele si occupa concretamente dei diritti dell’orfano, della vedova, dello straniero e del povero; la prospettiva è apertamente religiosa perché Dio è chiamato in causa come difensore del diritto. Nel nuovo testamento il termine diritto è quasi sconosciuto. Nel nuovo testamento tutti vocaboli che rientrano nell’area della giustizia si muovono entro rapporto Dio-uomo. Di conseguenza la giustizia si configura in Dio e da lui procede perché Dio non può non manifestarsi giusto.
I codici legislativi
Tra i principali codici legislativi troviamo: il decalogo, il codice dell’alleanza (un’ampia raccolta di leggi che si possono classificare in: diritto civile e penale, regole per il culto, morale sociale) e il codice di santità. Essi sono una risposta all’interno di un dialogo cioè di un’alleanza tra Dio e il popolo. Su tutto domina il diritto di Dio ma il maggior numero dei comandamenti e delle prescrizioni riguarda le relazioni tra uomini, i diritti e doveri tra gli uomini. Il rapporto tra i due ambiti non è di semplice accostamento ma c’è una profonda unità. Leggere gli imperativi di questi codici significa vedere i diritti nella prospettiva dei doveri: sono quindi la risposta del credente al proprio Dio.
Dio difende la vita
Analizziamo se e come il discorso biblico parla di alcuni valori che noi consideriamo diritti fondamentali, quali la vita, la libertà, la proprietà della terra, l’uguaglianza, l’attenzione agli emarginati. La Bibbia è convinta che la vita sia molto di più della semplice esistenza e le manifestazioni della vita sono movimento e vivacità. La Bibbia è convinta che occorre allargare la vita, non solo allungarla, quindi di vivere pienamente. La descrizione della vita comprende: lunghezza di giorni, ricchezza, amore, pace, fortuna e da cui discende l’intera gamma dei doveri e dei diritti. Di fronte alla vita non c’è soltanto il comando di non uccidere, ma anche il dovere di favorire le condizioni perché la vita possa svilupparsi in tutte le sue potenzialità. Il tratto biblico più tipico è il legame tra Dio e la vita: Dio è evidente, e la vita è il dono più prezioso proveniente dal suo amore gratuito e fedele. L’apparire di ogni singola vita viene ricondotto dalla Bibbia alla attività creatrice e operosa di Dio. All’origine di ogni uomo c’è la gratuita e libera iniziativa dell’amore di Dio e ciò è oggetto di dialogo tra uomo e Dio. In questa gratuità c’è la ragione vera che dà senso e dignità ad ogni vita ed è racchiusa la promessa della fedeltà di Dio all’uomo.
Riprendendo la metafora dell’uomo immagine di Dio ci sono alcune affermazioni importanti: la prima è che la vita discende da Dio e del suo dono, sua immagine e sua impronta; l’uomo si colloca al vertice della creazione perché lui è l’essere immagine di Dio esprimendo il significato più profondo di tale creaturalità; la vita da vivere nell’obbedienza ovvero che la promessa della vita è legata all’osservanza dei comandamenti. Il salmista trova la grandezza dell’uomo nel fatto che Dio si ricorda di lui ed è l’amore di Dio che dà dignità all’uomo. Per quanto riguarda il rapporto di fiducia tra l’uomo e Dio, essa non crolla mai, la fiducia nella sua fedeltà resta sempre ferma. Ci sono però dei comportamenti divergenti: lo sterminio di città straniere, uccisioni, qualche episodio di suicidio che però non compromettono il discorso essenziale. Il rispetto per la vita appare ancor meglio se si confronta la legislazione ebraica con quella circostante: l’omicidio viene sempre punito con la morte, non con una pena pecuniaria, mentre una colpa verso la proprietà non viene punita con la morte e ciò indica che la vita è superiore a tutti gli altri beni. Per quanto riguarda la concezione biblica dell’uomo, essa sottolinea l’unità dell’uomo ovvero che la Bibbia vede sempre l’uomo nella sua corporeità e inscindibile unità.
Quattro sono i vocaboli principali del vocabolario antropologico ebraico. Nefesh che significa anima e la Bibbia dice che l’uomo è un’anima ovvero significa l’uomo intero, in quanto vivente e capace di manifestarsi. Basar che significa carne ovvero l’uomo nella sua solidarietà e parenti e l’ha con tutti gli esseri, soprattutto nella sua debolezza e brevità di vita. Rauch che significa spirito ovvero un essere animato dalla forza di Dio e capace di aprirsi a Dio. Leb che significa cuore ovvero la sede della volontà e della decisione, indica all’uomo in quanto capace di pensare e di decidere. Anima, spirito, carne e il cuore sono interscambiabili tra loro e ciò significa che si riferiscono ad aspetti della medesima realtà: manifestazioni diverse dell’uomo intero.
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