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Introduzione – La divina umanità di Gesù

L’immagine del Dio invisibile. Oggi spesso viene negata la divinità di Gesù o viene sminuita

la sua umanità, considerandola come un involucro che contiene la sua divinità. I tratti divini di

Gesù sono: miracoli, risurrezione e amore per tutti ma è presente anche la tentazione,

l’angoscia, la paura e il turbamento di fronte alla morte e le sue domande. Gesù ha condiviso

tutto dell’uomo, anche le sue domande che sembrano rimanere senza risposta (anche che cosa

significa essere uomo davanti a Dio). Inoltre Gesù è morto con una domanda rivolta a Dio, con

un grido senza parole e morì proprio come muore l’uomo. I tratti umani di Gesù sono importanti

per conoscere l’uomo Gesù, il progetto di uomo che egli ci ha offerto ed il lato divino della sua

persona. La novità del volto di Dio cristiano è rivelata dall’umanità di Gesù.

Le parole, il silenzio e lo sguardo. Un uomo si rivela nel suo modo di parlare e quello di Gesù

varia in base a paragoni e parabole. Gesù ha soprattutto parlato per parabole che sono la punta

più alta del suo linguaggio. Questa comunicazione avviene attraverso un’intuizione o lampo che

mostra e nasconde. Usa ciò perché la sua accoglienza possa appartenere veramente all’uomo,

essere risposta e non sopraffazione. La parabola ha la funzione di creare lo spazio per una

libera adesione e sollecita l’intelligenza dell’ascoltatore ad intuire e proseguire. I miracoli,

invece, non sono il segno di ciò che Dio può fare ma di chi egli sia. Se un miracolo privilegia la

potenza, suscita meraviglia ma non comunicherebbe nulla perché Dio non è potenza ma amore

ed i miracoli di Gesù prediligono la qualità. I miracoli rivelano che egli è il Messia e sono

accompagnati dal silenzio. Gesù imponeva il silenzio a chi voleva divulgare la sua messianicità,

anche ai discepoli ma poi è lui stesso che la proclama perché erano cambiate le circostanze:

prima correva il rischio di essere fraintesa, durante la passione non più. Gesù ha bisogno del

silenzio ed infatti vi rimane in 2 momenti culminanti: quando la sua regalità è derisa e quando

viene mostrata in pubblico. Inoltre, un uomo si rivela anche dal suo modo di guardare perché la

profondità dello sguardo rivela l’ampiezza dello spirito.

Gesù uomo libero e solidale. Un uomo si riconosce anche dal suo modo di rapportarsi alle

cose e alle persone. Gesù è un uomo libero, vive distaccato da ogni forma di possesso e vive la

gioia dei doni di Dio. Appartiene totalmente al padre e alla propria missione ed è totalmente al

servizio della verità. Vive liberamente i propri rapporti con le persone, difendendo la sua libertà

nei confronti delle folle che vorrebbero trattenerlo ed anche di fronte a parenti e discepoli.

Al centro dei problemi. Un uomo si riconosce anche da come sa affrontare i problemi e Gesù

di fronte a domande precise tende sempre ad andare al fondo del problema.

Uomo profondamente religioso. Gesù è un uomo profondamente religioso e la religiosità di

una persona si vede dalla sua preghiera (se e come). La preghiera di Gesù è obbediente, di

ascolto e di ricerca; egli ha pregato nei momenti cruciali della propria missione riscoprendola.

Con la preghiera Gesù mostra di essere convinto che tutto è dono di Dio, a cominciare dalla

sua persona e condivide lo smarrimento di chi si sente abbandonato da Dio nonostante continui

a confidare in esso.

Di fronte alla morte. Gesù nei confronti della morte, si arrabbia perché appare ingiusta ma la

verità di un uomo si vede nei confronti dell’abbandono e del fallimento e Gesù oppone perdono,

dono di sé e fedeltà. Gesù ha provato l’angoscia di fronte alla morte dovuta alla

consapevolezza di tutto il peccato del mondo. Manca però una forma di angoscia umana:

l’angoscia della colpa ed infatti Gesù prega come chi non conosce peccato. Grazie alla lettera

agli Ebrei, Gesù ci ha insegnato un importante fondamento che si regge su due prerogative: egli

ha attraversato i cieli ed è il figlio; la sua umanità condividendo la situazione dell’uomo (eccetto

il peccato). Gesù compatisce le proprie sofferenze e quelle degli altri, prende su di sé le colpe

altrui e ne condivide le conseguenze gratuitamente. Attraverso ciò, Gesù ha imparato

l’atteggiamento che l’uomo è chiamato ad assumere: l’obbedienza. Ha conosciuto la debolezza

e la paura di fronte alle richieste di Dio e ha capito che solo con la preghiera si può ritrovare

fiducia e serenità. Se Gesù fosse fuggito a questa esperienza non sarebbe stato un vero uomo

e la sua mediazione sarebbe rimasta a metà.

Parte 1 – Gesù, il Figlio

Il Nome di Dio. Per Gesù il nome più appropriato per parlare di Dio è padre, colui sempre

pronto a perdonare. La sua onnipotenza è quella dell’amore, la sua giustizia è offrire il perdono.

Padre è un nome diverso da ogni altro perché indica una relazione interna alla sua stessa vita,

costitutiva della sua figura. La conoscenza tra Padre e Figlio è reciproca ed esclusiva ed è un

cerchio aperto ovvero che l’uomo può essere immesso ma solo Gesù può farlo. Davanti a Dio,

Gesù può rivolgersi con semplicità e immediatezza e la novità è che anche i discepoli con le

stesse parole e toni possono farlo.

Gesù, il Figlio obbediente. Gesù è il Figlio obbediente, annullando la propria volontà e

manifestando di essere la trasparenza del Padre. Nella sua carne si scorge la gloria e la sua

storia è la manifestazione visibile del Dio invisibile. L’amore che avvolge il Padre e il Figlio si

apre sui discepoli e si espande nella reciprocità. Questo nucleo è destinato ad espandersi verso

tutti quelli che crederanno attraverso la parola fino a raggiungere il mondo. Infatti ciò che viene

donato ai discepoli e ai credenti è esattamente la partecipazione al nucleo Gesù/Dio. Gesù non

viene sottratto alla drammaticità della vita, di trovarsi di fronte ad un padre che sembra rimanere

silenzioso nel momento della prova. La paternità di Dio è una prova perché il padre non toglie la

croce, ma aiuta ad attraversarla trasformandola del suo stesso amore. Gesù morì sulla croce

con una preghiera di grande fiducia ed una domanda che esprime solitudine (Dio mio, Dio mio,

perché mi hai abbandonato?). Il padre sembra non rispondere ma non si tratta di un silenzio

dell’abbandono e del disinteresse, lo farà risorgere.

Padre mio e Padre vostro. Gesù distingue il suo rapporto col Padre dal nostro anche se Gesù

utilizza uno schema di relazione che è anche nostro, di filiazione e dipendenza. Gesù vive una

relazione unica col Padre ma la differenza non annulla la somiglianza.

Parte 1 – Mite e Umile di Cuore

L’inno di giubilo. L’inno di giubilo, un passo del vangelo di Marco, si suddivide in 3 unità: nella

prima Gesù ringrazia il padre perché dona la sua rivelazione ai semplici, nella seconda si

dichiara Figlio, nella terza invita alla sua sequela tutti coloro che sono stanchi e oppressi. La

terza unità è la più importante: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi

ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e

troverete riposo per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”. Gesù ci

presenta i suoi titoli gloriosi ed umili congiunti dal motivo dei piccoli: la rivelazione viene rivelata

agli affaticati ed oppressi (ai piccoli). “Venite a me”, il verbo venire è un verbo di sequela ed

indica il distacco dagli altri maestri per seguire il vero Maestro. “Affaticati ed oppressi”, il primo

termine evoca l’immagine di uomo che lavora duro e sente le sue forze venir meno; il secondo

termine descrive l’uomo che cammina curvo schiacciato da un carico pesante. Questo carico

troppo pesante è la fatica di vivere e Gesù si rivolge quindi a tutti coloro che conducono una vita

difficile e penosa. “Prendete il mio giogo”, si rivolge agli affaticati “sotto un giogo” e Gesù

contrappone il suo. Prendere il giogo di Gesù significa affidarsi alla sua persona ovvero

seguirlo. “Imparate da me”, il verbo imparare significa anche seguire, farsi discepolo ovvero un

atteggiamento che tocca la persona e la vita. “Che sono mite e umile di cuore”, il che può

essere inteso in 2 modi: in senso dichiarativo e quindi l’oggetto dell’imparare è che Gesù è

umile e mite o in senso causale ed indica che la dolcezza di Gesù è la ragione per cui è giusto

mettersi alla sua sequela. Mite e umile indicano l’atteggiamento di Gesù verso Dio (di

confidenza e obbedienza) e gli uomini (di accoglienza, pazienza e disponibilità al perdono e al

servizio). “Troverete riposo per le vostre anime”, si tratta di un riposo escatologico per alcuni

mentre per altri della tranquillità e della serenità della vita. Il riposo però non è soltanto una

realtà escatologica ma una qualità della vita cristiana presente. Il giogo di Gesù è leggero e le

sue esigenze sono più radicali. Gesù non è venuto per sostituire la legge dell’antico testamento

ma la sua legge è più dolce e leggera per tre motivi: Gesù non ha abolito la legge ma l’ha

ricondotta al suo centro chiaro, lineare e ricco di movimento; Gesù non fa precedere la legge

bensì la gioia della notizia del Regno ed è questa la novità del giogo di Gesù, egli non chiede di

meno ma diversamente; Gesù non è un maestro che insegna e poi abbandona a se stesso il

discepolo bensì invia gli apostoli in tutto il mondo dicendo loro di fare discepoli tutti gli uomini.

Con i piccoli. Queste analisi sono un tentativo di farci vedere qualcosa del mistero di Gesù, è

l’unico che conosce il Padre e per questo si rivela ai piccoli e condivide la loro situazione. Dio si

è rivelato ai piccoli e ha manifestato la sua grandezza attraverso la vicenda di un piccolo.

Parte 1 – Gesù in Ascolto

La parola in ascolto. Gesù è in relazione, ascolto e obbedienza al Padre ed è la Parola in

ascolto ovvero che è il rivelatore e che egli può parlare agli uomini perché guarda Dio. “La

parola si è fatta carne” significa che la Parola in ascolto del Padre si è posta in ascolto

dell’uomo, condividendone la debolezza, le domande, i problemi e Gesù ha parlato agli uomini

attraversando le loro esperienze. Dietro i molti bisogni dell’uomo, ha colto quello che sta alla

radice di tutti gli altri: il bisogno di Dio; ha colto la domanda vera.

Gesù ascolta e dialoga. Del parlare di Gesù, del suo ascoltare e rispondere ci interessa il

modo. La sua parola era autorevole non solo perché accompagnata da miracoli ma anche per

la forza della verità che lasciava trasparire. Tale comunicazione è un dialogo che rende attivo

l’ascoltatore, inducendolo a pensare e lasciandogli la possibilità di proseguire liberamente e

proprio questo è stato il segreto del parlare parabolico di Gesù.

Un modo profondo di ascoltare. Per poter ascoltare, dialogare e salvare, Gesù ha infranto la

barriera del puro e dell’impuro e delle differenze religiose. Anche l’amore di Dio ha le sue

priorità, ma sono priorità che non escludono o separano. Se i figli sono primi non è per

escludere gli altri, ma per fargli posto.

Parte 1 – Il Silenzio di Gesù

Diversi tipi di silenzio. Gesù in diverse occasioni sta in silenzio come è il caso del silenzio

della passione dove ha raggiunto il punto più alto della sua forza espressiva perché a volte il

silenzio dice più della parola. C’è anche il silenzio dell’uomo che resta ammutolito di fronte a

Gesù e il silenzio di Gesù di fronte alle domande inutili di chi finge di interrogarlo. Infine, c’è il

silenzio che Gesù impone a chi vorrebbe parlare di lui prima di averne intravisto la croce. Esiste

anche il silenzio di chi tiene la bocca chiusa perché non trova più ragioni da opporre a difesa

delle proprie verità (silenzio dell’ostinazione) e quindi ricorre alla violenza. Grazie al silenzio

delle persone, Gesù ne scopre il vuoto e ne prova pena perché un uomo che si chiude

all’ascolto, si chiude alla vita. Di fronte alle domande insincere anche se importanti Gesù

oppone il silenzio. Come già detto, Gesù aveva imposto il silenzio a chi voleva divulgare la sua

messianicità. Stupisce il silenzio di Gesù di fronte alla morte di Lazzaro, perché egli tace di

fronte ad una domanda che nasce dall’angoscia, posta da una persona amata e ciò

rappresenta lo specchio del silenzio di Dio.

Il silenzio della passione. Per quanto riguarda il silenzio della passione, Gesù parla poche

volte, mai per difendersi ma solo per spiegare la sua identità; sfrutta il silenzio per spiegare chi

egli è. Gesù tace, conservando la sua dignità, consapevole dell’insincerità dei giudici che hanno

già deciso la sua condanna: inutile difendersi. La verità tace di fronte alla violenza, perché ha

già detto tutto ed è un silenzio del giusto, che non si difende perché ha posto la sua fiducia nel

Signore, che non abbandona. Nei racconti della passione è sempre presente la figura del giusto

sofferente, che Gesù rivive: un uomo che annuncia la verità e proprio per questo è colpito. A

Gesù viene chiesto di dimostrare di essere il Messia ma egli sta in silenzio e ciò può essere

letto in 2 modi: o come la prova della totale infondatezza della sua pretesa messianica o come

la rivelazione della sorprendete novità del suo essere Messia. Nel racconto del processo di

Gesù davanti a Pilato sono in molti a parlare: i sacerdoti, Pilato, la folla, i soldati ma Gesù non

parla perché egli è pronto a spiegarsi con chi cerca la verità e non con chi ha già preso le sue

decisioni. Anche nel vangelo di Giovanni in merito al processo romano si dice che Gesù rispose

alla domanda sulla sua regalità ma non alla domanda “Di dove sei?” perché ogni uomo deve

trovare personalmente la risposta. Mentre muore, Gesù rivolge una domanda a Dio che cade

nel silenzio, muore con un grido senza parole ma il Padre parlerà dopo con la risurrezione.

Infine, il silenzio di Maria di fronte a Gesù crocifisso è lo specchio del silenzio della Chiesa:

Gesù le rivolge la parola ma lei non risponde, acconsente ed esprime con il silenzio un sì detto

con la vita.

Parte 1 – Gesù, un Pane Spezzato

Prendete e mangiate. Per capire l’identità di Gesù bisogna analizzare il gesto eucaristico. Un

primo elemento da osservare è la cornice pasquale della cena, Gesù è in compagnia dei

discepoli e festeggiano la salvezza e la liberazione. Al tempo di Gesù, la Pasqua aveva un

doppio significato: uno rivolto al passato (le case segnate col sangue dell’agnello come se

fossero risparmiate dalla grazia di Dio) e uno sguardo rivolto alla liberazione futura. Gesù ha

compiuto il suo gesto durante un banchetto, scegliendo un contesto umano e fra i più ricchi

valori simbolici. Eucarestia significa ringraziamento ed infatti Gesù ringrazia per le grandi opere

che Dio ha compiuto a nostro favore. Un altro tratto è la cornice di tradimento perché

l’eucarestia è istituita fra la constatazione del tradimento di Giuda e la profezia dell’abbandono

dei discepoli. La comunità non deve scandalizzarsi perché scoprirà da sé il tradimento ed il

peccato che sono sempre possibili e non bisogna fidarsi delle proprie forze. La celebrazione

eucaristica mette in luce l’ostinato amore del Cristo e il peccato e le divisioni della comunità;

nonostante ciò, Cristo ci salva e siamo la Chiesa di Dio. Un altro tratto importante sono le

parole ed i gesti di Gesù: il pane spezzato ed il vino distribuito. Gesti e parole hanno un triplice

sfondo: l’alleanza stipulata da Dio con Israele, la misteriosa profezia di Isaia che racconta di un

servo di Dio il quale dona la sua vita per i molti che lo rifiutano e il pane ed il vino rappresentano

la croce. Tutto ciò che abbiamo detto indicano la vita di Gesù come una vita donata, fatta di

comunione per tutti, non solo per alcuni. Il vino deve essere bevuto ed il pane mangiato

indicano che la vita del Maestro deve essere condivisa dai discepoli, occorre prendere parte

all’eucarestia.

La presenza che unisce. Nell’ultima cena si dice: “Questo è il mio corpo… questo calice è la

nuova alleanza del mio sangue”. Non si può essere cristiani se non si ricorda l’ultima cena e se

non si continua a celebrarla. In questo brano di Paolo, ci sono 2 livelli di ragionamento: uno che

ricorda che cos’è l’eucarestia e l’altro che ne trae le conseguenze per la celebrazione e per la

vita. La cena del Signore è molto più di un ricordo: serve a rendere presente il Cristo morto e

risorto. Gesù è realmente presente, ma bisogna distinguere la buona dalla cattiva memoria: la

cattiva memoria è quella di chi riduce il sacramento ad un simbolo o quella di chi crede ma non

ne trae le conseguenze. Sulla parete del tempio era scritto in 3 lingue il divieto ai non giudei di

entrare, pena la morte ma Gesù con la sua croce ha avvicinato i diversi perché lui è morto per

tutti, senza differenze. Per Paolo la celebrazione eucaristica è un dato di fede da conservare e

tramandare, è un gesto da cui dedurre delle conseguenze e dei comportamenti che riguardano

la celebrazione stessa e poi l’intera vita. Il gesto eucaristico non deve essere ripetitivo del

mondo vecchio ma un anticipo del mondo nuovo dove Gesù è morto e continua nel sacramento

ad essere presente fra noi.

Io sto in mezzo a voi come colui che serve. La comunità, in merito all’eucarestia, deve

assumere un certo comportamento se vuole essere fedele al gesto di cui fa memoria: il

comportamento del servizio. L’atteggiamento della comunità deve distinguersi dal

comportamento dell’autorità mondana bensì deve assomigliare al comportamento di colui che

serve a tavola, il quale ritiene giusto alzarsi e servire. Il servizio deve essere un atteggiamento

concreto provocatore nei confronti dell’altra autorità perché il servizio è il donarsi così come il

gesto eucaristico è la memoria del Figlio di Dio che si è donato.

Parte 2 – Le strutture della sequela evangelica.

La chiamata dei primi discepoli. Quando Gesù chiamò i primi discepoli, loro stavano

lavorando, sia quando chiama Simone e Andrea che Giovanni e Giacomo. Le due scene sono

parallele e da ciò si può dedurre che l’iniziativa di Gesù è libera e gratuita ed i verbi più utilizzati

sono: vide, disse e li chiamò. Quando Gesù/Dio chiama, non chiama tutti. E qui si prova gioia e

serenità, perché si è stati scelti, ma anche tormento: non si sa perché Dio non chiami tutti, ma

chi è stato chiamato deve porsi al servizio degli altri. L’appello di Gesù comporta anche un

“distacco”, in quanto Gesù chiama e per seguirlo è necessario lasciare il proprio lavoro e la

famiglia. La decisione di seguirlo necessita di urgenza, una scelta quasi fatta con disinvoltura, e

senza avere completa chiarezza verso ciò a cui si andrà incontro, le motivazioni si chiariranno

cammin facendo. La quarta struttura della sequela è indicata dal verbo seguire che significa

imparare e che accompagna la parola discepolo. Qui si cela un significato più profondo: non è

una dottrina che va imponendosi, ma si vuole iniziare un nuovo stile di vita. La chiamata quindi,

non è un punto di arrivo: coi verbi “seguitemi, vi farò”, uno al presente e uno al futuro, si indica

l'intraprendere di un cammino, l’ “andare”, la missione. Inoltre, il fatto che Gesù chiami i

discepoli mentre “passa” di lì e durante il lavoro, e non in un tempio, è lo specchio della laicità:

quotidianità e sobrietà che sono segni di buona salute. Quando i discepoli lasciano il lavoro per

seguire Gesù, non lo fanno perché lo considerano secondario od effimero, ma perché hanno

incontrato “Qualcuno” di più importante.

Anche i peccatori sono chiamati. La seconda chiamata riguardò Levi e presenta una struttura

identica alla precedente, così come lo scenario; l’unica differenza è che Gesù ha chiamato un

pubblicano ovvero un uomo da evitare. Gesù chiama anche i peccatori, nessuno è escluso dalla

sua chiamata, ricordando che con chiamata si intende la vocazione. Gesù spesso partecipa a

banchetti con pubblicani e peccatori, sconvolgendo i farisei. Gesù si comporta in questo modo

appunto perché il centro della sua missione è appunto chiamare i peccatori. È per questo che

siede a mensa con loro, lasciando intendere che gli è amico e vuole condividere loro la sua

missione allo stesso modo in cui la condivide con gli altri.

Rinnegare se stessi. “Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua

croce e mi segua; perché chi vorrà salvare la propria vita la perderà; ma chi perderà la propria

vita a causa mia, la salverà.” Queste parole sono rivolte alla folla e ai discepoli per dimostrare

che il progetto di sequela è per tutti. Oltre al fatto che da questo momento risulti chiaro che

Gesù sta andando verso la croce e che è destino dei suoi discepoli fare altrettanto, il punto

centrale di questo passo del vangelo è rinnegare se stessi. Il verbo rinnegare ha spesso un

significato negativo ed in questo caso viene inteso come il rompere una precedente fedeltà, ma

si tratta di interrompere la fedeltà verso se stessi per affidarsi a Gesù. Qui ritorna il concetto di

distacco, che non è più inteso come abbandonare lavoro e famiglia, ma quando, camminando

assieme a Gesù ci si accorge che non è come lo ci si era aspettato, e quindi il distacco avviene

non quando si cerca Dio, ma quando lo si trova.

Libertà e solidarietà. Vi è la presenza della metafora della “strada” che simboleggia la strada

di Gerusalemme e della sequela. Molte delle vicende si compiono, infatti, sulla strada. Ma

l'immagine al centro della sezione è quella di Gesù che cammina davanti coraggiosamente, e i

discepoli (e tutti noi) che gli vanno dietro timorosi e perplessi. Qui si svolge anche la chiamata

del giovane ricco, che ci rivela che dentro il quadro comune (composto dai dieci comandamenti

e le beatitudini) c'è poi per ciascuno una chiamata personale.

Parte 2 – Il Cammino del Discepolo

Le differenze tra il discepolo e la folla sono: il discepolo sta con Gesù a tempo pieno mentre la

folla invece segue Gesù e lo ascolta, ma poi torna alle proprie occupazioni; il discepolo, quindi,

comprenderà il mistero di Dio, mentre alle folle il messaggio verrà comunicato tramite parabole;

il discepolo sarà mandato a sua volta a predicare il vangelo nel mondo intero. Però mentre

accompagnano Gesù, essi sono estraniati dalla predicazione, in quanto per quel momento è

compito suo. Gesù arriva nei villaggi con il gruppo dei discepoli, ma il protagonista è solo lui;

questo perché i discepoli non devono darsi troppa importanza e non devono essere invadenti. Il

discepolo ragiona in un modo diverso rispetto a Gesù. Gesù non rimane in un villaggio solo,

non appartiene ad un solo posto. Lui è venuto per tutti, è universale.

A voi è stato dato il mistero del Regno. Il fatto che i discepoli comprendano a fondo il mistero

di Dio è dovuto dal fatto che lo vivono, condividono l'esperienza di Gesù. Nel capitolo 4, Gesù

rimprovera i discepoli quando hanno paura, quest'ultima non è mai segno di fede: il miracolo

della fede è la serenità anche nel dramma.

Date voi loro da mangiare. Nell'episodio della moltiplicazione dei pani e dei pesci, i discepoli

non capiscono la solidarietà di Gesù, cosa che dovranno fare per continuare la sequela di

Cristo.

La durezza di cuore. Un altro tema che si sviluppa nel vangelo di Marco è la durezza di cuore.

I discepoli sono meravigliati dal fatto che Gesù cammina sulle acque e ciò indica che il loro

cuore è indurito. Ne esistono di due tipi di durezza: la prima è quella dei farisei che di fronte alla

novità di Gesù, la rifiuta pur di non rompere i suoi schemi, questo è il tipo di durezza di cuore di

chi non vuole ringiovanirsi. Poi è presentata la durezza di cuore del discepolo, che nonostante

abbia visto e sentito (e se lo ricordi), non si fida, hanno paura di abbandonare le proprie

sicurezze. Un conto è predicare e un conto è fidarsi.

Una serie di contraddizioni. Le contraddizioni: spesso i discepoli non accettano la missione di

Gesù nella sua pienezza. Non vogliono che Gesù vada verso la Croce, e quando Pietro lo dice

a Gesù egli lo paragona a Satana. Questo perché non ha pensato secondo Dio ma secondo gli

uomini. Per essere dei veri discepoli bisogna accorgersi che Gesù è il Messia, che ha fatto

miracoli per rendere credibile la croce, non per toglierla. Il paragone a Satana è esterno quando

si manifesta attraverso i farisei o i pubblicani che rifiutano la messianicità di Gesù; interno

quando invece i discepoli pensano di più a se stessi che a Dio accettando la messianicità ma

non la croce. Un'altra contraddizione si trova quando altre persone al di fuori del gruppo dei

discepoli riescono a scacciare i demoni mentre loro no. Questo perché i discepoli non cercano

la gloria di Dio ma cercano la gloria di loro stessi. I discepoli non hanno dei poteri propri ed

infatti non riescono a cacciare i demoni se non attraverso la preghiera quindi l’invocazione di

Dio. Compiono molti errori i discepoli, anche quello di provare invidia verso Dio. La prospettiva

della croce si fa sempre più chiara: al secondo annuncio della passione, i discepoli reagiscono

con il silenzio ed il timore; al terzo annuncio Gesù prevede la sua morte e chiede a Giacomo e

Giovanni di sedere nel suo Regno a sinistra e a destra.

Le esitazioni. Quando i discepoli esitano di fronte alla richiesta di Gesù a seguirlo, Marco

racconta di un cieco che dal lato della strada in cui si trovava, inizia a seguirlo. Così dovrebbero

fare i discepoli ed infatti tale uomo è l’immagine capovolta del discepolo e la differenza sta nella

fede. Si parla poi del ricco che dona molti soldi e della vedova che ne dona pochi. Il valore delle

due azioni è diverso. Il primo dona tanto, ma è una sua eccedenza, lui ha già di tutto per vivere,

mentre la vedova dona quel poco, ma è tutto ciò che ha. Questo è il dare che si intende nel

vangelo, mettere in discussione la propria vita per la missione di Gesù, mettersi al sicuro e poi

dare non è vangelo.

Infedeltà del discepolo. Quando Gesù viene arrestato, i discepoli abbandonano Gesù, gli sono

infedeli, ma è Gesù quello fedele. Dopo la sua resurrezione li va a cercare: più forte

dell'infedeltà dell'uomo è la solidarietà di Dio.

La sequela come riserva. La negazione di Pietro non è legata all’abbandono di Gesù, egli non

è peggiore degli altri discepoli ma perché più di loro ha tentato di seguirlo. Quando si sceglie di

seguire Gesù non esistono dei compromessi, non lo si deve seguire da lontano. Bisogna

identificarsi con lui.

Parte 2 – Le direttrici del discepolato

Il discepolato non può essere che un itinerario di continua conversione, che porta a

comprendere sempre più profondamente chi è Gesù.

Dal Dio dei miracoli al Dio crocifisso. Le grandi opere (miracoli) di Gesù diminuiscono mano

a mano che si avvicina alla croce. Potenza e debolezza sono le due facce del mistero di Gesù: i

miracoli mostrano che in lui agisce la potenza di Dio, e la croce mostra che la potenza di Dio è

l'amore e il dono di sé. Marco voleva condurre il discepolo a comprendere la croce, ma i

discepoli prima non avevano compreso e poi lo avevano abbandonato. In questo vangelo, il

vero discepolo che ha davvero capito è il centurione che, ai piedi della croce, riconosce che egli

era davvero il Figlio: non si riconosce, quindi, Dio solo dai miracoli, ma in “quella” morte,

l'ostinazione dell'amore e della solidarietà più radicale. (Gesù aveva il “potere” di salvarsi, ma

non lo ha usato per salvare tutti noi.)

Dalla fiducia in se stessi alla fiducia in Dio. “Tutto è possibile presso Dio”, questo vuole dire

che dove non arriva l'uomo, arriva Dio. Ciò che non si può raggiungere con le proprie forze, può

essere ricevuto come un dono: motivo della “grazia”, distogliere la fiducia in se stessi per

confidare unicamente nell'amore di Dio. Anche se il discepolo viene meno all'insegnamento del

vangelo, non viene meno la fedeltà di Gesù che è sempre pronto ad accoglierli nonostante la

loro durezza di cuore. Chiunque, peccatore o no, può annunciare il vangelo con coerenza,

purché non si poggi sulla nostra coerenza.

Dal progetto alla persona. La folla segue Gesù per la sua grandezza, ma se quest'ultima

viene meno, essa l'abbandona. I discepoli però continuano a seguirlo, perché affezionati alla

figura del Maestro, ma lo abbandoneranno nel momento cruciale della crocifissione. La vera

fedeltà si dimostra con la capacità di accettare una realtà diversa da quella presupposta,

accettare un progetto che, nel tempo, può variare.

Dal lasciare al trovare. La chiamata di Dio ha sempre carattere di assoluta novità e perciò

bisogna passare attraverso un distacco, totale e definitivo, che ha un itinerario, che si

comprende attraverso le concrete circostanze della vita. Questa comprensione si sviluppa lungo

due direttrici: 1) le motivazioni del distacco, che non è dualistico o ascetico, ma prevede la

condivisione con i fratelli e la libertà per il vangelo; 2) comprensione che il distacco per seguire

Cristo, non è una perdita bensì un guadagno. Questo itinerario crea la possibilità di godere del

mondo, riconoscendolo come dono di Dio, amando le cose per la loro bellezza. Non bisogna

però fare del mondo il proprio idolo, così non lo si ama, ma lo si sfrutta e basta.

Dal chiuso all'aperto. Il discepolo lungo l'itinerario deve capire che non dovrà parlare a nome

proprio, ma su incarico; non deve parlare di sé, ma dell'amore di Dio; non deve fermarsi alla

piccola comunità, deve raggiungere il mondo intero; non è solo, è sempre in compagnia del suo

Signore. Come Gesù si è rivelato ai piccoli, anche il missionario dovrà stare con loro. Egli deve

stare in fondo alla fila ad aiutare coloro che si perdono lungo la strada.

La sorpresa che tutto capovolge. La sequela di Cristo prevede un rinnovamento di sé, che

prevede un distacco, ma comunque nella vita ordinaria che andrà vista in una maniera nuova.

Scoprire che è Gesù che si dona ai discepoli e non loro che si donano a lui: trovare il coraggio

di lasciare che sia Lui a suggerirci come guardare l'uomo, il mondo e Dio.

Parte 2 – Maria, Madre e discepola.

Maria non è considerata semplicemente come Madre o discepola. Lei è innanzitutto una

persona, precisa e singolare, dalla fede forte, sin dall'inizio: non si può dire, quindi, che abbia

compiuto un passaggio da madre fisica a madre spirituale. Anch'ella ha compiuto un itinerario,

ha seguito il Figlio, approvando sempre il progetto che il Padre aveva per Lui. La particolarità è

che lei lo ha vissuto da madre.

Nei vangeli dell'infanzia. Sin dalla nascita Maria è sempre stata presente, ma mai in primo

piano: la sua posizione è “accanto” al Figlio. Vergine e Madre: sceglie la maternità previa di

fede e disponibilità, non è una madre che poi si fa discepola, ma una discepola che è chiamata

ad essere Madre. Madre e serva: indica l'obbedienza e il discepolato. Tuttavia Maria è posta

davanti ad una contraddizione: ciò che le viene annunciato dall'angelo (sarai madre di un

Messia glorioso e potente) e ciò che invece è la realtà (un bambino povero che morirà giovane

e crocifisso). Ma ciò non la porta a perdere la fede: Gesù si rivela vivendo e la Madre, come

ogni discepolo, lo comprendono standogli accanto.

Da Cana ai piedi della croce. Maria può essere considerata come la discepola perfetta, che

segue Gesù e ha piena fiducia in lui; le sue parole esprimono la speranza del miracolo. Sia alle

nozze di Cana, quando avverte Gesù che “non hanno più vino”, che ai piedi della Croce, ella

riconosce in Lui il figlio di Dio e ne condivide il dolore. Maria è sempre vissuta all'ombra di

Gesù, in questo modo è riuscita a raccogliere tutta la sua Luce, riflettendola a sua volta.


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DETTAGLI
Esame: Teologia I
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere (BRESCIA - MILANO)
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Meteoropathic di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt o del prof Varsalona Agnese.

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