Introduzione – La divina umanità di Gesù
L’immagine del Dio invisibile. Oggi spesso viene negata la divinità di Gesù o viene sminuita la sua umanità, considerandola come un involucro che contiene la sua divinità. I tratti divini di Gesù sono: miracoli, risurrezione e amore per tutti ma è presente anche la tentazione, l’angoscia, la paura e il turbamento di fronte alla morte e le sue domande. Gesù ha condiviso tutto dell’uomo, anche le sue domande che sembrano rimanere senza risposta (anche che cosa significa essere uomo davanti a Dio). Inoltre Gesù è morto con una domanda rivolta a Dio, con un grido senza parole e morì proprio come muore l’uomo. I tratti umani di Gesù sono importanti per conoscere l’uomo Gesù, il progetto di uomo che egli ci ha offerto ed il lato divino della sua persona. La novità del volto di Dio cristiano è rivelata dall’umanità di Gesù.
Le parole, il silenzio e lo sguardo
Un uomo si rivela nel suo modo di parlare e quello di Gesù varia in base a paragoni e parabole. Gesù ha soprattutto parlato per parabole che sono la punta più alta del suo linguaggio. Questa comunicazione avviene attraverso un’intuizione o lampo che mostra e nasconde. Usa ciò perché la sua accoglienza possa appartenere veramente all’uomo, essere risposta e non sopraffazione. La parabola ha la funzione di creare lo spazio per una libera adesione e sollecita l’intelligenza dell’ascoltatore ad intuire e proseguire. I miracoli, invece, non sono il segno di ciò che Dio può fare ma di chi egli sia. Se un miracolo privilegia la potenza, suscita meraviglia ma non comunicherebbe nulla perché Dio non è potenza ma amore ed i miracoli di Gesù prediligono la qualità. I miracoli rivelano che egli è il Messia e sono accompagnati dal silenzio. Gesù imponeva il silenzio a chi voleva divulgare la sua messianicità, anche ai discepoli ma poi è lui stesso che la proclama perché erano cambiate le circostanze: prima correva il rischio di essere fraintesa, durante la passione non più. Gesù ha bisogno del silenzio ed infatti vi rimane in due momenti culminanti: quando la sua regalità è derisa e quando viene mostrata in pubblico. Inoltre, un uomo si rivela anche dal suo modo di guardare perché la profondità dello sguardo rivela l’ampiezza dello spirito.
Gesù uomo libero e solidale
Un uomo si riconosce anche dal suo modo di rapportarsi alle cose e alle persone. Gesù è un uomo libero, vive distaccato da ogni forma di possesso e vive la gioia dei doni di Dio. Appartiene totalmente al padre e alla propria missione ed è totalmente al servizio della verità. Vive liberamente i propri rapporti con le persone, difendendo la sua libertà nei confronti delle folle che vorrebbero trattenerlo ed anche di fronte a parenti e discepoli.
Al centro dei problemi
Un uomo si riconosce anche da come sa affrontare i problemi e Gesù di fronte a domande precise tende sempre ad andare al fondo del problema.
Uomo profondamente religioso
Gesù è un uomo profondamente religioso e la religiosità di una persona si vede dalla sua preghiera (se e come). La preghiera di Gesù è obbediente, di ascolto e di ricerca; egli ha pregato nei momenti cruciali della propria missione riscoprendola. Con la preghiera Gesù mostra di essere convinto che tutto è dono di Dio, a cominciare dalla sua persona e condivide lo smarrimento di chi si sente abbandonato da Dio nonostante continui a confidare in esso.
Di fronte alla morte
Gesù nei confronti della morte, si arrabbia perché appare ingiusta ma la verità di un uomo si vede nei confronti dell’abbandono e del fallimento e Gesù oppone perdono, dono di sé e fedeltà. Gesù ha provato l’angoscia di fronte alla morte dovuta alla consapevolezza di tutto il peccato del mondo. Manca però una forma di angoscia umana: l’angoscia della colpa ed infatti Gesù prega come chi non conosce peccato. Grazie alla lettera agli Ebrei, Gesù ci ha insegnato un importante fondamento che si regge su due prerogative: egli ha attraversato i cieli ed è il figlio; la sua umanità condividendo la situazione dell’uomo (eccetto il peccato). Gesù compatisce le proprie sofferenze e quelle degli altri, prende su di sé le colpe altrui e ne condivide le conseguenze gratuitamente. Attraverso ciò, Gesù ha imparato l’atteggiamento che l’uomo è chiamato ad assumere: l’obbedienza. Ha conosciuto la debolezza e la paura di fronte alle richieste di Dio e ha capito che solo con la preghiera si può ritrovare fiducia e serenità. Se Gesù fosse fuggito a questa esperienza non sarebbe stato un vero uomo e la sua mediazione sarebbe rimasta a metà.
Parte 1 – Gesù, il Figlio
Il nome di Dio
Per Gesù il nome più appropriato per parlare di Dio è padre, colui sempre pronto a perdonare. La sua onnipotenza è quella dell’amore, la sua giustizia è offrire il perdono. Padre è un nome diverso da ogni altro perché indica una relazione interna alla sua stessa vita, costitutiva della sua figura. La conoscenza tra Padre e Figlio è reciproca ed esclusiva ed è un cerchio aperto ovvero che l’uomo può essere immesso ma solo Gesù può farlo. Davanti a Dio, Gesù può rivolgersi con semplicità e immediatezza e la novità è che anche i discepoli con le stesse parole e toni possono farlo.
Gesù, il Figlio obbediente
Gesù è il Figlio obbediente, annullando la propria volontà e manifestando di essere la trasparenza del Padre. Nella sua carne si scorge la gloria e la sua storia è la manifestazione visibile del Dio invisibile. L’amore che avvolge il Padre e il Figlio si apre sui discepoli e si espande nella reciprocità. Questo nucleo è destinato ad espandersi verso tutti quelli che crederanno attraverso la parola fino a raggiungere il mondo. Infatti ciò che viene donato ai discepoli e ai credenti è esattamente la partecipazione al nucleo Gesù/Dio. Gesù non viene sottratto alla drammaticità della vita, di trovarsi di fronte ad un padre che sembra rimanere silenzioso nel momento della prova. La paternità di Dio è una prova perché il padre non toglie la croce, ma aiuta ad attraversarla trasformandola del suo stesso amore. Gesù morì sulla croce con una preghiera di grande fiducia ed una domanda che esprime solitudine (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?). Il padre sembra non rispondere ma non si tratta di un silenzio dell’abbandono e del disinteresse, lo farà risorgere.
Padre mio e Padre vostro
Gesù distingue il suo rapporto col Padre dal nostro anche se Gesù utilizza uno schema di relazione che è anche nostro, di filiazione e dipendenza. Gesù vive una relazione unica col Padre ma la differenza non annulla la somiglianza.
Parte 1 – Mite e umile di cuore
L’inno di giubilo
L’inno di giubilo, un passo del vangelo di Marco, si suddivide in tre unità: nella prima Gesù ringrazia il padre perché dona la sua rivelazione ai semplici, nella seconda si dichiara Figlio, nella terza invita alla sua sequela tutti coloro che sono stanchi e oppressi. La terza unità è la più importante: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete riposo per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.
Gesù ci presenta i suoi titoli gloriosi ed umili congiunti dal motivo dei piccoli: la rivelazione viene rivelata agli affaticati ed oppressi (ai piccoli). “Venite a me”, il verbo venire è un verbo di sequela ed indica il distacco dagli altri maestri per seguire il vero Maestro. “Affaticati ed oppressi”, il primo termine evoca l’immagine di uomo che lavora duro e sente le sue forze venir meno; il secondo termine descrive l’uomo che cammina curvo schiacciato da un carico pesante. Questo carico troppo pesante è la fatica di vivere e Gesù si rivolge quindi a tutti coloro che conducono una vita difficile e penosa. “Prendete il mio giogo”, si rivolge agli affaticati “sotto un giogo” e Gesù contrappone il suo. Prendere il giogo di Gesù significa affidarsi alla sua persona ovvero seguirlo. “Imparate da me”, il verbo imparare significa anche seguire, farsi discepolo ovvero un atteggiamento che tocca la persona e la vita. “Che sono mite e umile di cuore”, il che può essere inteso in due modi: in senso dichiarativo e quindi l’oggetto dell’imparare è che Gesù è umile e mite o in senso causale ed indica che la dolcezza di Gesù è la ragione per cui è giusto mettersi alla sua sequela. Mite e umile indicano l’atteggiamento di Gesù verso Dio (di confidenza e obbedienza) e gli uomini (di accoglienza, pazienza e disponibilità al perdono e al servizio). “Troverete riposo per le vostre anime”, si tratta di un riposo escatologico per alcuni mentre per altri della tranquillità e della serenità della vita. Il riposo però non è soltanto una realtà escatologica ma una qualità della vita cristiana presente. Il giogo di Gesù è leggero e le sue esigenze sono più radicali. Gesù non è venuto per sostituire la legge dell’antico testamento ma la sua legge è più dolce e leggera per tre motivi: Gesù non ha abolito la legge ma l’ha ricondotta al suo centro chiaro, lineare e ricco di movimento; Gesù non fa precedere la legge bensì la gioia della notizia del Regno ed è questa la novità del giogo di Gesù, egli non chiede di meno ma diversamente; Gesù non è un maestro che insegna e poi abbandona a se stesso il discepolo bensì invia gli apostoli in tutto il mondo dicendo loro di fare discepoli tutti gli uomini.
Con i piccoli
Queste analisi sono un tentativo di farci vedere qualcosa del mistero di Gesù, è l’unico che conosce il Padre e per questo si rivela ai piccoli e condivide la loro situazione. Dio si è rivelato ai piccoli e ha manifestato la sua grandezza attraverso la vicenda di un piccolo.
Parte 1 – Gesù in ascolto
La parola in ascolto
Gesù è in relazione, ascolto e obbedienza al Padre ed è la Parola in ascolto ovvero che è il rivelatore e che egli può parlare agli uomini perché guarda Dio. “La parola si è fatta carne” significa che la Parola in ascolto del Padre si è posta in ascolto dell’uomo, condividendone la debolezza, le domande, i problemi e Gesù ha parlato agli uomini attraversando le loro esperienze. Dietro i molti bisogni dell’uomo, ha colto quello che sta alla radice di tutti gli altri: il bisogno di Dio; ha colto la domanda vera.
Gesù ascolta e dialoga
Del parlare di Gesù, del suo ascoltare e rispondere ci interessa il modo. La sua parola era autorevole non solo perché accompagnata da miracoli ma anche per la forza della verità che lasciava trasparire. Tale comunicazione è un dialogo che rende attivo l’ascoltatore, inducendolo a pensare e lasciandogli la possibilità di proseguire liberamente e proprio questo è stato il segreto del parlare parabolico di Gesù.
Un modo profondo di ascoltare
Per poter ascoltare, dialogare e salvare, Gesù ha infranto la barriera del puro e dell’impuro e delle differenze religiose. Anche l’amore di Dio ha le sue priorità, ma sono priorità che non escludono o separano. Se i figli sono primi non è per escludere gli altri, ma per fargli posto.
Parte 1 – Il silenzio di Gesù
Diversi tipi di silenzio
Gesù in diverse occasioni sta in silenzio come è il caso del silenzio della passione dove ha raggiunto il punto più alto della sua forza espressiva perché a volte il silenzio dice più della parola. C’è anche il silenzio dell’uomo che resta ammutolito di fronte a Gesù e il silenzio di Gesù di fronte alle domande inutili di chi finge di interrogarlo. Infine, c’è il silenzio che Gesù impone a chi vorrebbe parlare di lui prima di averne intravisto la croce. Esiste anche il silenzio di chi tiene la bocca chiusa perché non trova più ragioni da opporre a difesa delle proprie verità (silenzio dell’ostinazione) e quindi ricorre alla violenza. Grazie al silenzio delle persone, Gesù ne scopre il vuoto e ne prova pena perché un uomo che si chiude all’ascolto, si chiude alla vita. Di fronte alle domande insincere anche se importanti Gesù oppone il silenzio. Come già detto, Gesù aveva imposto il silenzio a chi voleva divulgare la sua messianicità. Stupisce il silenzio di Gesù di fronte alla morte di Lazzaro, perché egli tace di fronte ad una domanda che nasce dall’angoscia, posta da una persona amata e ciò rappresenta lo specchio del silenzio di Dio.
Il silenzio della passione
Per quanto riguarda il silenzio della passione, Gesù parla poche volte, mai per difendersi ma solo per spiegare la sua identità; sfrutta il silenzio per spiegare chi egli è. Gesù tace, conservando la sua dignità, consapevole dell’insincerità dei giudici che hanno già deciso la sua condanna: inutile difendersi. La verità tace di fronte alla violenza, perché ha già detto tutto ed è un silenzio del giusto, che non si difende perché ha posto la sua fiducia nel Signore, che non abbandona. Nei racconti della passione è sempre presente la figura del giusto sofferente, che Gesù rivive: un uomo che annuncia la verità e proprio per questo è colpito. A Gesù viene chiesto di dimostrare di essere il Messia ma egli sta in silenzio e ciò può essere letto in due modi: o come la prova della totale infondatezza della sua pretesa messianica o come la rivelazione della sorprendente novità del suo essere Messia. Nel racconto del processo di Gesù davanti a Pilato sono in molti a parlare: i sacerdoti, Pilato, la folla, i soldati ma Gesù non parla perché egli è pronto a spiegarsi con chi cerca la verità e non con chi ha già preso le sue decisioni. Anche nel vangelo di Giovanni in merito al processo romano si dice che Gesù rispose alla domanda sulla sua regalità ma non alla domanda “Di dove sei?” perché ogni uomo deve trovare personalmente la risposta. Mentre muore, Gesù rivolge una domanda a Dio che cade nel silenzio, muore con un grido senza parole ma il Padre parlerà dopo con la risurrezione. Infine, il silenzio di Maria di fronte a Gesù crocifisso è lo specchio del silenzio della Chiesa: Gesù le rivolge la parola ma lei non risponde, acconsente ed esprime con il silenzio un sì detto con la vita.
Parte 1 – Gesù, un pane spezzato
Prendete e mangiate
Per capire l’identità di Gesù bisogna analizzare il gesto eucaristico. Un primo elemento da osservare è la cornice pasquale della cena, Gesù è in compagnia dei discepoli e festeggiano la salvezza e la liberazione. Al tempo di Gesù, la Pasqua aveva un doppio significato: uno rivolto al passato (le case segnate col sangue dell’agnello come se fossero risparmiate dalla grazia di Dio) e uno sguardo rivolto alla liberazione futura. Gesù ha compiuto il suo gesto durante un banchetto, scegliendo un contesto umano e fra i più ricchi valori simbolici. Eucarestia significa ringraziamento ed infatti Gesù ringrazia per le grandi opere che Dio ha compiuto a nostro favore. Un altro tratto è la cornice di tradimento perché l’eucarestia è istituita fra la constatazione del tradimento di Giuda e la profezia dell’abbandono dei discepoli. La comunità non deve scandalizzarsi perché scoprirà da sé il tradimento ed il peccato che sono sempre possibili e non bisogna fidarsi delle proprie forze. La celebrazione eucaristica mette in luce l’ostinato amore del Cristo e il peccato e le divisioni della comunità; nonostante ciò, Cristo ci salva e siamo la Chiesa di Dio. Un altro tratto importante sono le parole ed i gesti di Gesù: il pane spezzato ed il vino distribuito. Gesti e parole hanno un triplice sfondo: l’alleanza stipulata da Dio con Israele, la misteriosa profezia di Isaia che racconta di un servo di Dio il quale dona la sua vita per i molti che lo rifiutano e il pane ed il vino rappresentano la croce. Tutto ciò che abbiamo detto indicano la vita di Gesù come una vita donata, fatta di comunione per tutti, non solo per alcuni. Il vino deve essere bevuto ed il pane mangiato indicano che la vita del Maestro deve essere condivisa dai discepoli, occorre prendere parte all’eucarestia.
La presenza che unisce
Nell’ultima cena si dice: “Questo è il mio corpo… questo calice è la nuova alleanza del mio sangue”. Non si può essere cristiani se non si ricorda l’ultima cena e se non si continua a celebrarla. In questo brano di Paolo, ci sono due livelli di ragionamento: uno che ricorda che cos’è l’eucarestia e l’altro che ne trae le conseguenze per la celebrazione e per la vita. La cena del Signore è molto più di un ricordo: serve a rendere presente il Cristo morto e risorto. Gesù è realmente presente, ma bisogna distinguere la buona dalla cattiva memoria: la cattiva memoria è quella di chi riduce il sacramento ad un simbolo o quella di chi crede ma non ne trae le conseguenze. Sulla parete del t...
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