Introduzione:
L’Esigenza è pretesa della Rivelazione
L’esigenza di Senso e di completezza che l’uomo “ragionevole” sente nel
suo cuore, si fa pretesa di una rivelazione che riassume la situazione dello
spirito umano nel concepire e realizzare il rapporto col divino.
La linea verticale rappresenta la traiettoria della storia umana sopra la quale
incombe la presenza di una X: destino, fato “quid” utlimo, mistero, Dio.
L’umanità, in qualunque momento della sua traiettoria storica ha cercato di
capire il rapporto intercorrente tra la realtà contingente e l’effimero senso
ultimo di questa.
Per un cristiano, in particolare, questa “ enigmatica presenza” si incarna in un “ fatto” normalmente
rilevabile nella traiettoria storica dell’uomo. Questa supposizione corrisponderebbe all’esigenza della
rivelazione: la possibilità che il mistero che fa le cose arrivi ad implicarsi nella traiettoria storica,
coinvolgendosi direttamente e personalmente con l’uomo. Escludere questa possibilità sarebbe priva
di senso, poiché abbiamo già visto che per natura nostra non possiamo prescrivere confini al mistero.
Un capovolgimento del metodo religioso
Considerando l’Ipotesi che il mistero sia penetrato nella storia dell’uomo, il rapporto uomo-‐destino
non sarà più basato su di uno sforzo umano, come “costruzione mentale” o immaginazione, bensì su
uno studio volto alla “cosa lontana”, una tensione verso il “quid della storia”. Non è più centrale lo
sforzo di umana intelligenza, ma la semplicità di un riconoscimento, col cuore aperto alla realtà. Un
atteggiamento analogo a quello di chi, vendendo arrivare un amico, lo individua tra gli altri e lo saluta.
Si tratta quindi dell’esperienza di un incontro, l’imbattersi in chi si è fatto presenza reale.
Il Fatto è evidente e, se esso è accaduto, è possibile stabilire una relazione autentica con questa
Presenza.
La scoperta dell’esistenza di un “quid” misterioso, del dio, può quindi e deve essere ottenuta attraverso
una percezione analitica dell’esperienza che fa fede al reale .
La veridicità del Fatto: “E’ vero che Dio è intervenuto nella stori dell’uomo?”
Ora stiamo parlando della veridicità o meno del “fatto storico”. Kierkegaard, nel suo Dario. “[..] Che il
cristianesimo ti è stato annunciato significa che tu devi prendere posizione di fronte a Cristo. Egli, o il
fatto che Egli esiste, o il fatto che sia esistito è la decisione di tutta l’esistenza”.
L’uomo è costretto a dire “sì”, oppure “no”. Per il fatto che viene raggiunto dalla notizia che un uomo,
nella storia, abbia detto “Io sono Dio”, l’uomo non può disinteressarsene, ma dovrà raggiungere il
convincimento che la notizia o è vera o è falsa.
Se l’uomo, come oggi spesso accade, accetta passivamente di essere distolto, distratto, da un problema
del genere, equivale a dire che egli si lascia portare via la possibilità di essere uomo veramente. E
inserirsi nella così detta “truppa cristiana” , non significa automaticamente che questo problema sia
stato risolto per la propria persona.
Un’attenzione di metodo
Il metodo, come sappiamo, descrive la ragionevolezza del rapporto con l’oggetto e stabilisce i motivi
adeguati con cui fare i passi nella conoscenza dello stesso (metodo è imposto dall’oggetto).
L’oggetto in questione, cioè il Mistero che si fa reale presenza nella storia, non consiste né in una lista
di proposizioni, né nella plausibilità di una cronaca, ma nella veridicità di una testimonianza.
L’intelligenza degli indizi, strada della certezza
Più l’intelligenza è agile e penetrante e più le basta un indizio tenue per indurre con certezza una
conclusione. È per questo che nel vangelo si lodano coloro che non hanno bisogno di prodigi per
credere, cioè che attraverso un minimo indizio sono in grado di cogliere la verità.
L’uomo, secondo la pretesa di Gesù, è capace di fidarsi perché intuisce i motivi adeguati per chiedere
in un Altro e per aderire a ciò che egli afferma.
Cap. V
Dai vangeli si descrive un Gesù che è autenticamente umano, uomo come noi. Ogni sua azione realizza
una dettagliata concretezza.
Nel Vangelo il “credere” viene documentato come un qualcosa che abbraccia la traiettoria della
convinzione in un successivo ripetersi di riconoscimenti.
Ricordiamo che la conoscenza di un oggetto richiede spazio e tempo ed essa non può essere smentita
da un oggetto che pretende di essere unico.
La cosa che colpiva di Gesù durante la Sua vita non era tanto la capacità di compiere miracoli o la sua
grande intelligenza, ma la sua risposta che veniva data di fronte alle varie situazioni. Egli infatti chiama
in gioco la libertà dell’uomo e strumenti quali il perdono.
Il potere e la bontà
È difficile che una persona potente sia veramente buona.
In Gesù invece hanno potuto vedere uno sguardo prodigioso e potente, ma anche buono.
Il suo essere uomo con tutti i sentimenti che questo essere comporta, rivela una sua incredibile ed
umana sensibilità verso l’uomo che lo porterà poi a condividerne il suo destino. Il Vangelo ci riporta un
Gesù che perdona, si commuove ed è pronto a spendere una parola buona di fronte alla sofferenza.
Chi è Gesù
Di fronte ad un uomo così eccezionale la domanda paradossale che veniva anche da chi vi era molto
vicino era: “chi è”? La risposta si può solo constatare e seguendolo si provava una pienezza di vita
senza paragone.
Chi decise di seguirlo vide dei segni indiscutibili che impongono la confidenza.
Un caso di certezza morale
Chi ha seguito Gesù, come Pietro, si è reso conto che tutto ciò che si rivelava non era altro che una
certezza. La certezza morale nasceva dalla totale disponibilità, fedele nel tempo, verso di Lui, che è
culla di un’esistenza ragionevole.
Egli decise di rivelarsi nel proprio mistero quando gli uomini erano fissati nel
riconoscimento/misconoscimento di lui.
Cap. VI: la pedagogia di Cristo nel rivelarsi
Man mano che i segni si rivelavano cresceva la domanda “Chi è mai costui”, e anche verso la fine della
sua vita i discepoli Gli chiedevano: fino a quando ci terrai col fiato sospeso? Chi sei?
Se Gesù a questa domanda posta da chi lo seguiva avesse dato una risposta compita avrebbe
certamente evitato di morire in croce. Non sarebbe probabilmente stato ucciso perché l’avrebbero
definito solo un pazzo. Gesù si è definito lentamente così da provocare negli altri un’assimilazione
progressiva attraverso processi destinati a favorire per una specie di osmosi la convinzione.
L’educazione migliore, infatti, è quella imposta in modo che l’evoluzione avvenga senza che chi
affronta il passaggio se ne accorga.
Gesù quindi ha fatto si che chi lo seguisse prendesse pian piano coscienza tramite passaggi
infinitesimali di esperienza di ciò che egli è, regalando a questi una progressiva conquista.
Se egli avesse rivelato la sua natura divina avrebbe prodotto in chiunque una reazione che avrebbe
squalificato ogni possibilità di fiducia. Spesso infatti, piuttosto che dichiaralo, [per fare capire quello
che si è], è assai più efficace dimostrarlo “essendo”.
La concretezza – l’idea che si incarna – e l’implicito – far capire senza definire astrattamente – restano
la più efficace e naturale linea educativa.
Non esisteva per i discepoli più vicini la portata di una risposta più immediata e diretta alla loro
domanda. La rivelazione di una divinità di Gesù si palesa in un’esistenza viva di Gesù con un continuo e
silenzioso trascendere i limiti dell’umane possibilità.
Linee essenziali della pedagogia rivelativa
a. Il maestro da seguire. Gesù si propone in primis come maestro, cioè come una figura di guida.
b. La necessità di una rinuncia. Se in un primo momento la chiamata a seguirlo si identificava a
riconoscerlo meritevole di fiducia, via via che il tempo passa Gesù aggrava la sua richiesta e
chiede di “rinunciare sempre più &nbs
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