Il senso religioso
Pretesa cristiana
Teologia I (Università Cattolica del Sacro Cuore)
Il senso religioso, Giussani
Capitolo 1: Prima premessa... Realismo
Iniziando ad affrontare il tema del senso religioso, è importante leggere una citazione di Alexis Carrel. Carrel afferma: “Nello snervante comodo della vita moderna, la frontiera del bene e del male è svanita, la divisione regna ovunque. Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”. Carrel, premio Nobel per la medicina, usa un linguaggio tipicamente scientifico. Infatti potremmo sostituire la parola ragionamento con “dialettica in funzione di una ideologia”. Ma nella nostra società è proprio il trionfo delle ideologie a consacrare la rovina della civiltà.
Per un’indagine seria su qualsiasi avvenimento occorre realismo. Ciò si ritrova nella riflessione di Sant’Agostino che afferma: “Io cerco per sapere qualcosa, non per pensarla”. Quindi, sapendo una cosa, si può dire anche di pensarla, ma non è possibile l’opposto. L’uomo sano infatti vuole sapere come un fatto sia; solo avendone conoscenza allora può anche pensarlo. Lo stesso vale per l’esperienza religiosa, bisogna innanzitutto sapere di cosa si tratta. Il principale interrogativo sul senso religioso è: “Che senso ha tutto?”
Se la maggior parte delle persone si affida a pareri comuni e soprattutto a quelli di persone autorevoli, il realismo invece, esige che per osservare un oggetto in modo da conoscerlo il metodo debba essere imposto innanzitutto dall’oggetto. L’esperienza religiosa è un fenomeno che attiene all’umano, è qualcosa che riguarda la persona. Occorre quindi elaborare un’indagine esistenziale, cioè un’indagine su se stessi. Fatto questo, sarà possibile confrontare i propri risultati con quelli raggiunti da pensatori e filosofi. Senza una propria capacità di valutazione, infatti, l’uomo non potrebbe fare alcune esperienze.
La parola esperienza non significa esclusivamente provare qualcosa, ma l’esperienza in senso stretto consiste nel giudizio dato su ciò che si prova. La caratteristica principale dell’esperienza quindi è capire una cosa e scoprirne il senso. L’esperienza implica un grado di intelligenza del senso delle cose; un buon giudizio invece esige un criterio in base al quale viene elaborato.
Chiedendoci qual è il criterio che ci permette di giudicare ciò che accade in noi stessi possiamo elencare due possibilità:
- Il criterio è tratto dal di fuori rispetto a noi;
- Il criterio è reperibile dentro di noi.
Nel primo caso cadremmo nuovamente in una evenienza alienante. Dobbiamo quindi pensare che il criterio di cui si parla sia immanente a noi, ci viene dato quindi con la natura. Ciò che ogni uomo ha il diritto e il dovere di imparare e l’abitudine a paragonare ogni esperienza con la sua “esperienza originale o elementare”. L’esperienza originale è un complesso di esigenze ed evidenze con cui l’uomo si confronta con ciò che esiste. È proprio da queste esigenze ed evidenze originali che dipende ciò che l’uomo fa o dice.
A proposito della conoscenza è utile prospettare una visione realista: la conoscenza non sarebbe altro che un avvenimento in cui l’energia dell’umana coscienza si assimila con l’oggetto. Quindi, l’energia umana e l’oggetto costituirebbero i due fattori di cui si compone la conoscenza.
Tornando all’esperienza originale, essa può essere definita come impronta interiore, qualcosa che tende a indicare l’impeto originale con cui l’uomo si protende sulla realtà, attraverso la realizzazione di un progetto che stimola l’individuo dal di dentro.
Facendo una riflessione antropologica, si può dire che solo due tipi di uomini salvano interamente la statura dell’essere umano: l’anarchico e l’autenticamente religioso. Mentre l’anarchico è l’affermazione di sé all’infinito, l’uomo autenticamente religioso è l’accettazione dell’infinito come significato di sé.
Ma l’anarchia costituisce per l’uomo, che si afferma contro tutto e contro tutti, soltanto una tentazione. Molto più grande è amare l’infinito e abbracciare la realtà. L’uomo comincia ad affermare se stesso e a superare l’anarchia soltanto accettando di esistere e accettando una realtà che non si è data da sé.
La sfida più grande per l’uomo è dunque quella di rendere abituale il giudizio su tutto alla luce delle proprie evidenze prime e non delle opinioni esterne. Tuttavia, perché le nostre esigenze originali siano raggiungibili è necessario anche attraversare il contesto e la storia individuale da cui i pareri esterni sono indotti. Nel momento in cui l’uomo proverà la fatica di andare controcorrente compirà un lavoro ascetico, maturando al suo interno e incentrando la propria esistenza sul cammino al destino. In termini cristiani, questa fatica fa parte della “metanoia” o conversione.
Capitolo 2: Seconda premessa... Ragionevolezza
La ragionevolezza coincide con l’attuarsi del valore della ragione nell’agire. Per ragione si intende il fattore distintivo di quel livello della natura che chiamiamo uomo, e cioè la capacità di rendersi conto del reale secondo la totalità dei suoi fattori. Quindi la parola ragionevolezza rappresenta la capacità di prendere coscienza della realtà.
A questo punto bisogna discutere su come percepiamo se un atteggiamento è ragionevole o meno. Trattandosi di un carattere della nostra esperienza, è dall’osservazione della nostra stessa esperienza che scopriremo cosa implica tale carattere. Nell’esperienza il “ragionevole” ci appare tale quando l’atteggiamento dell’uomo presenta ragioni adeguate. Se la ragione è rendersi conto della realtà, tale rapporto conoscitivo con il reale si deve sviluppare in modo ragionevole.
Nella prima premessa si è definito che è l’oggetto a determinare il metodo; in questo caso, si può dire che è la natura del soggetto a determinare le modalità con cui questo metodo viene usato. E la natura del soggetto è quella di avere la ragione. Spesso viene indicato come razionale soltanto ciò che è dimostrabile; in realtà, non è vero che l’esperienza umana del ragionevole sia contenuta in questa identificazione. Quindi si può dire che la capacità di dimostrare è un aspetto della ragionevolezza; Il ragionevole non è la capacità di dimostrare.
Definiamo dimostrare come il processo in cui si ripercorrono tutti i passi di un procedimento che pone in essere qualcosa. Tutti i passi costitutivi di una realtà vanno percorsi per poter dire che ci si trova di fronte a una dimostrazione. Tuttavia, il ragionevole non si esaurisce a questo perché gli aspetti originali della realtà non sono dimostrabili.
Il ragionevole non si identifica neanche con il logico; la logica è un ideale di coerenza che consiste nell’ipotizzare delle premesse e svolgerle coerentemente. Se le premesse sono errate, una logica, pur perfetta, darà un risultato sbagliato. Ma il problema più interessante per l’uomo non è né la logica né la dimostrazione; il problema interessante per l’uomo è aderire alla realtà, rendendosi conto della stessa. Si tratta dunque di una cogenza (qualcosa che costringe), non di una coerenza.
Pertanto, possiamo definire logica, coerenza e dimostrazione solo strumenti della ragionevolezza. Nell’ottica di Don Giussani la ragione è apertura alla realtà, capacità di afferrarla e affermarla nella totalità dei suoi fattori.
Esempio: (a + b) (a – b) = a2 – b2: quello affermato è un valore algebrico cioè appartenente al campo delle verità matematiche. Ma si giunge a questo risultato soltanto, metaforicamente, svolgendo un certo cammino, compiendo dei passi in una strada dapprima piena di nebbia, nebbia che poi si dirada mettendo in evidenza l’identità.
In greco strada si chiama odòs, mentre l’espressione meta-odòn ha il significato di “attraverso il cammino”; da questo deriva l’espressione italiana metodo. È attraverso un procedimento (significato latino del termine italiano metodo) che arrivo a conoscere l’oggetto. La ragione utilizza metodi diversi a seconda che voglia raggiungere una certezza matematica, una certezza scientifica, delle certezze filosofiche o infine delle certezze morali. L’uso della ragione è una flessione della capacità che l’uomo ha di conoscere, la quale implica diversi metodi o procedimenti a seconda del tipo degli oggetti.
Volendo quindi dare una definizione completa di metodo dovremmo affermare che esso consiste nella descrizione della ragionevolezza nel rapporto con l’oggetto e che stabilisce i motivi adeguati con cui fare i passi nella conoscenza dell’oggetto. La conoscenza di alcune realtà e valori che riguardano l’umano comportamento rientra nel quarto metodo sopra citato, quello finalizzato a raggiungere certezze morali, la cui ragionevolezza non è discutibile.
Matematica, scienze e filosofia sono necessarie per l’evoluzione dell’uomo e della civiltà; ma si potrebbe benissimo vivere senza la filosofia o senza competenze scientifiche. L’uomo però non può vivere senza certezze morali. Il metodo per raggiungere certezze morali è più paragonabile al metodo del genio e dell’artista: essi da piccoli segni arrivano alla percezione del vero. Le certezze morali diventano certezze esistenziali, perché sono legate al momento in cui si legge il fenomeno e si intuisce l’insieme dei segni.
Importanti sono anche due considerazioni:
- “Io sarò tanto più abilitato ad avere certezza su di te, quanto più sto attento alla tua vita, cioè condivido la tua vita”;
- “Quanto più uno è potentemente uomo, tanto più è capace da pochi indizi di raggiungere certezze sull’altro”. Quanto più uno è veramente uomo, tanto più è capace di fidarsi perché intuisce i motivi adeguati per credere in un altro.
Da questo si può giungere a una definizione della fede; essa consiste nell’aderire a ciò che afferma un altro. Si può raggiungere certezza sulla sincerità e capacità di una persona proprio attraverso il procedimento della certezza morale. Se non ci fosse il metodo di conoscenza della fede non ci sarebbe sviluppo umano. Concludendo, si può dire che l’uomo può commettere errori utilizzando un metodo scientifico, un metodo filosofico, un metodo matematico, nonché nello stabilire un giudizio di certezza su un comportamento umano. Ciò non toglie che con un metodo scientifico si possono raggiungere certezze; ciò vale anche per il metodo della conoscenza morale.
Capitolo 3: Terza premessa... Incidenza della moralità sulla dinamica del conoscere
La terza premessa vuol parlare dell’incidenza della moralità all’interno della dinamica del conoscere. C’è una profonda connessione, una profonda unità fra lo strumento della ragione e il resto della persona umana. La ragione è immanente a tutta l’unità del nostro io, è organicamente collegata, per questo quando si prova un dolore fisico o una particolare emozione non si utilizza bene la ragione.
Nell’esperienza personale possono penetrare avvenimenti fisici o mentali e emozioni affettive; questi avvenimenti o emozioni operano entro i confini della percezione della persona. Qualunque cosa intervenga nell’orizzonte di conoscenza di una persona produce una inevitabile reazione in proporzione alla vivacità umana della stessa persona. Potranno originarsi stati d’animo diversi a seconda delle situazioni, ma non c’è nulla che non possa scuotere la nostra conoscenza da non provocare in noi alcuno stato d’animo. La parola che indica questo stato d’animo prende nome di sentimento.
L’uomo è quel livello della natura in cui la natura prende coscienza di se stessa ed è quel livello della realtà in cui la realtà comincia a diventare coscienza di se e quindi ragione. L’oggetto della conoscenza che interessa la vita della ragione assume il nome di valore; il valore è la realtà conosciuta proprio in quanto interessa. Il sentimento è quindi l’inevitabile stato d’animo conseguente la conoscenza di qualcosa che attraversa o penetra l’orizzonte della nostra esperienza. La ragione è legata al sentimento, ne è condizionata.
La ragione è pensata come capacità di conoscenza che si sviluppa nei confronti dell’oggetto, senza che ci sia alcuna interferenza. Ma se si dimostra che in realtà queste interferenze ci sono (sentimento) allora sorge un interrogativo che sta nel comprendere se si tratti di una conoscenza oggettiva o di un’impressione del soggetto. Quanto più una cosa interessa l’individuo, quanto più è valore (vale la pena per la vita della persona) ed è vitale (quanto più interessa la vita), tanto più potente genera uno stato d’animo, e tanto più la ragione è condizionata da questo sentimento per la conoscenza di quel valore.
Se chiamiamo la ragione R, e il valore V, la R non potrà mai avere un’idea chiara e oggettiva della V per la presenza intermediaria di S (sentimento). Ciò si può riassumere nella formula:
R -> S <- V.
L’oggetto della conoscenza in quanto interessa (V) suscita uno stato sentimentale S e questo condiziona la capacità conoscitiva R. La serietà dell’uso della ragione esigerebbe l’eliminazione della S o una riduzione al minimo di questo fattore. Solo facendo ciò, la conoscenza sarebbe veramente oggettiva. Ma questa precauzione che tende a eliminare questo fattore è operabile solo in campo scientifico e matematico; infatti solamente in questi due campi può essere realmente percepita la verità sull’oggetto.
A questo punto ci sono da fare due osservazioni:
- La natura, nel momento in cui provoca interesse per l’oggetto, condiziona lo strumento di conoscenza al sentimento che viene provocato.
- La natura potrebbe rilevarsi contraddittoria, ma prima di giungere a tale conclusione è ragionevole cercare un’altra soluzione.
Da questo scaturisce la seguente osservazione: è un errore formulare un principio esplicativo che per risolvere la questione debba avere la necessità di eliminare un fattore in gioco. La vera soluzione sta in una posizione che non solo non sente la necessità di eliminare un fattore ma, valorizzandoli, esalta tutti i fattori. Tornando al fattore S, esso è da considerarsi una condizione importante per la conoscenza, il sentimento è un fattore essenziale alla visione, rappresenta la condizione per cui la ragione vede secondo la natura. Questa soluzione è da ritenersi razionale in quanto valorizza tutti e tre i fattori. Infatti, il problema non è che il sentimento venga eliminato, ma che sia al posto giusto.
L’incidenza del fattore S non diminuisce ma aumenta quando l’oggetto si fa più carico di significato; ciò vuol dire che la ragione non cerca di raggiungere la verità dell’oggetto in uno stato di totale indifferenza. Siamo di fronte a un problema morale, un problema che riguarda il modo di porsi e di comportarsi di fronte alla realtà. Se una determinata cosa non ci interessa non siamo portati a guardarla; ma non guardandola non potremmo mai conoscerla. Per farne conoscenza abbiamo bisogno di porre attenzione ad essa. (Attenzione, dal latino, vuol dire essere tesi a).
Se la moralità sta nel definirsi di un atteggiamento giusto, vuol dire che anch’essa è determinata dall’oggetto in questione. Se l’oggetto non m’interessa lo lascerò da parte, ma potrò in ogni caso accontentarmi di un vaga impressione che la coda dell’occhio mi trasmette. Per fare attenzione a un oggetto si deve darne un giudizio; per giudicare bisogna necessariamente avere un interesse per l’oggetto ovvero il desiderio di conoscere ciò che veramente è l’oggetto. Per sintetizzare la regola morale della conoscenza potremmo dunque dire: “Amare la verità più di se stessi”. La povertà di spirito più grande è quella di fronte alla verità, è quella che desidera la verità e basta al di là di tutto l’attaccamento che vive e che prova per le immagini che già ci si è fatti sulle cose.
Amare la verità vuol dire essere liberi dei preconcetti. Tuttavia, l’assenza di preconcetto in senso letterale è impossibile. Il problema quindi non è quindi non avere preconcetti ma sta in quel processo di distacco da se di cui parla il vangelo. Si tratta di un atteggiamento in cui la libertà riflette su se stessa e si domina così da utilizzare la sua energia in modo consono allo scopo. Per amare la verità più di se stessi sono necessari un processo e un lavoro. Il processo si ch...
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