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L'itinerario della fede

Luigi Giussani

All'origine della pretesa cristiana

Cap. 5 – Nel tempo una profondità di certezza

1. La traiettoria della convinzione

Il capitolo secondo del Vangelo di Giovanni racconta di un invito a nozze. Come si usava, l'invitato portava gli amici e poiché Gesù era invitato con sua madre a quella cerimonia porta con sé il gruppetto di nuovi amici.

Il miracolo delle nozze di Cana, questo strano portento per cui alla fine del pranzo l'acqua è divenuta vino, è una delle pagine più significative della concezione che Gesù ha della vita: qualsiasi aspetto dell'esistenza, anche il più banale, è degno del rapporto con Lui e quindi anche del suo intervento. Ogni tipo di evento è determinante, cioè rilevatore, proprio per la specifica e unica caratteristica del fatto “Gesù”, la cui azione nei confronti dell'umano si realizza in una estrema e dettagliata concretezza, in ogni aspetto della vita, autorivelando così in progressione suo stesso essere.

Il miracolo delle nozze di Cana si impone agli inizi di questa progressiva autorivelazione di Gesù. Secondo le costumanze giudaiche se la sposa era alle prime nozze, la festa durava una settimana. Ci si preoccupava di avere vino a sufficienza, perché in occasione delle feste se ne beveva abbondantemente. Perciò è comprensibile l'imbarazzo del padrone di casa quando venne a mancare il vino.

La madre di Gesù, Maria, con un’attenzione e una sensibilità che certo la familiarità con il figlio le avevano insegnato, si accorge di quell’imbarazzo e lo comunica a Gesù. Ed Egli interverrà.

Quando si incontra una persona importante per la propria vita, c'è sempre un primo momento in cui lo si presenta; qualcosa dentro di noi è messo alle strette dalle evidenza di un riconoscimento ineludibile: “ecco, è lui” o “ecco, è lei”. Ma solo lo spazio dato al ripetersi di questa documentazione carica l'impressione di peso esistenziale. Solo cioè la convivenza la fa entrare sempre più radicalmente profondamente in noi, fino a che diviene certezza. E questa strada di “conoscenza” riceverà nel Vangelo ancora molte conferme che quella formula “E i suoi discepoli credettero in lui” si trova più volte ripetuta, fino alla fine.

Nel Vangelo viene documentato che il credere abbraccia la traiettoria della convinzione in un successivo ripetersi di riconoscimenti in cui occorre dare uno spazio e un tempo perché avvengano.

a) La scoperta di un uomo senza paragone

Quel primo gruppetto prende sempre più l'abitudine di accompagnare Gesù quando Lui incomincia a parlare nei villaggi, nelle piazze, nelle case.

Un giorno lo hanno invitato a mangiare in una casa sulla cui soglia preme una piccola folla di gente che lo ascolta. Mentre sta parlando arrivano di corsa degli uomini che trasportano un paralitico adagiato su una storia “Confida, o figlio, i tuoi peccati ti sono rimessi. Dico a te: alzati, prendi il tuo lettuccio, e cammina!”. E quello si alzò fra il grido comprensibile della gente.

Ciò che colpisce non è solo il ripetersi del fatto che i prodigi riempiono addirittura la sua giornata. Il Vangelo nota che giungeva a sera “stanco di guarire” avendo già esercitato senza interruzione il suo potere sulla realtà fisica.

Ma non era questa la cosa più impressionante. E neppure la sua intelligenza, capace di confondere e mettere al muro la scaltrezza proverbiale dei farisei.

La sua intelligenza sventava ogni tentativo di coglierlo in fallo. Quando gli trascinarono una donna colta in flagrante adulterio Lui si alzò in piedi e disse “Chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra”. Possiamo immaginare la consistenza del silenzio che segue le sue parole. Lentamente tutti si voltano e se ne vanno mentre lui è ancora lì curvo a tracciare le sue simboliche sigle nella polvere e la donna se ne sta ritta, sconvolta, sola davanti a Gesù. Le disse “Neanch'io ti condanno, va e non sbagliare più”.

Il miracolo più grande da cui i discepoli erano colpiti tutti i giorni era uno sguardo rivelatore dell'umano cui non ci si poteva sottrarre. Non c'è nulla che convinca l'uomo come uno sguardo che afferri e riconosca ciò che esso è, che scopra l'uomo a se stesso. Gesù vedeva dentro l'uomo, nessuno poteva nascondersi davanti a lui, di fronte a lui la profondità della coscienza non aveva segreti. Come nel caso della donna di Samaria, che in una conversazione al pozzo si sentì raccontare la sua vita.

b) Il potere e la bontà

È difficile che una persona potente sia veramente buona. In Gesù invece i suoi testimoni hanno potuto vedere quello sguardo non solo potente, prodigioso, non solo intelligente, non solo captante, ma buono.

Come quando in una città si imbatte in un corteo funebre e viene a sapere che il morto è il figlio unico di una madre vedova. Il suo primo gesto è un atto di tenerezza, poi le restituirà il figlio vivo. Non gli era stato richiesto né il miracolo né il gesto di profonda compassione. È lui a prendere l'iniziativa.

Diversi racconti evangelici riportano la sua attenzione per i bambini, e la sua capacità di mettersi in rapporto con loro. Gesù gradisce dall'uomo ciò che gli può dare, e non mette schermi di nessuna natura, né politica, né sociale, né culturale a questa sua accoglienza.

In occasione della morte dell'amico Lazzaro l'emozione prende Gesù fino alle lacrime. Un’emozione misteriosa, ma segno di un’intima solidarietà con il cuore umano e con le sue vicende.

2. Il sorgere di una domanda e l’interrompere di una certezza

Gesù appare in ogni circostanza un essere superiore a ogni altro; c’è in lui qualcosa, un “mistero”, perché non si è mai incontrata una tale saggezza, un tale ascendente, un tale potere, una tale bontà. Questa impressione si fa via via più precisa solo in coloro che si impegnano a una convivenza sistematica con lui: i discepoli.

Ma il margine di eccezionalità di quell’uomo era tale che nasceva spontanea una domanda paradossale: “Chi è?”. Questa domanda mostra che ciò che Egli sia in realtà non lo si potrebbe dire da soli. Si può solo constatare che egli è differente da ogni altro, merita la più completa confidenza, e a seguirlo si prova una pienezza di vita senza paragone.

Così si domanda a lui chi egli sia. Soltanto che gli amici, quando lui dà risposta, credono alla Sua parola per l'evidenza dei segni indiscutibili che impongono la confidenza; i nemici, invece, non accettano quella risposta e decidono di eliminarlo.

Era sabato, e come di consueto, Lui andava nella sinagoga e, quando l'inserviente agitò il rotolo delle Scritture per richiamare l'attenzione di chi volesse commentarlo, Gesù si candidò a farlo, come altre volte, poiché era dall’interno della vita sociale e religiosa del suo popolo che esponeva la sua novità. Disfece il rotolo e lesse il brano della manna nel deserto, poi lo riarrotolò. Mentre sta parlando, si apre la porta in fondo alla sinagoga ed entra gente che era con lui il giorno prima e lo stava cercando, appassionata di lui. In quell’istante Gesù si commuove di un’emozione profonda e improvvisamente gli balena e prende forma l’idea più geniale che abbia avuto nella sua vita di uomo. “Voi mi cercate perché io vi ho dato del pane, ma io vi darò la mia carne da mangiare e il mio sangue da bere”. Gli scribi e i farisei cominciarono a dire che Gesù era pazzo. Il mormorio si fece clamore, e il giudizio riflettuto sull’assurdità di quelle parole e sulla follia di Gesù è sulle labbra di tutti. I farisei lentamente fanno sfollare la sinagoga finché nella penombra del crepuscolo resta solo Gesù con il gruppetto dei più affezionati. Gesù domanda loro “Volete andarvene anche voi?” e Pietro risponde “Signore, anche noi non comprendiamo quello che dici, ma se andiamo via da te, da chi andiamo? Tu solo hai parole che spiegano, che danno senso alla vita”.

3. Un caso di certezza morale

L'atteggiamento di Pietro è profondamente ragionevole. Gesù, per rispondere alla domanda che fu degli amici e dei nemici: “Ma allora chi sei tu?”, ha atteso che il tempo rendesse i discepoli certi del loro attaccamento e i nemici pertinaci nella loro ostilità.

Cap. 6 – La pedagogia di Cristo nel rivelarsi

Gesù, “Chi è mai costui?”. Chi si è posto per primo la domanda lo conosceva bene, lo frequentava, lo accompagnava a casa sua, era suo amico.

Viene raccontata una storia: immaginate una famiglia di città che si trasferisce in un piccolo paesino di montagna. All’inizio gli abitanti del paese sono restii nei confronti della famiglia appena arrivata. Col passare del tempo la gente ha cominciato a fidarsi di loro e a lasciarsi aiutare; ad un certo punto il Signore rivela ai suoi compaesani di essere il Re del Portogallo in esilio e da quel momento nessuno mise più in dubbio niente.

Gesù ha usato un’intelligente pedagogia nel definirsi. Lo ha fatto lentamente così da provocare negli altri una graduale evoluzione per assimilazione, attraverso processi destinati a favorire per una specie di osmosi la convinzione. L’educazione migliore è quella impostata in modo che l’evoluzione avvenga senza che chi affronta il passaggio se ne accorga.

Se Gesù si fosse rapidamente ed esplicitamente definito nella sua natura divina avrebbe prodotto in chiunque una reazione che avrebbe squalificato ogni possibilità di fiducia. Gli Ebrei erano troppo accanitamente monoteisti per tollerare un’affermazione che intaccasse la loro purissima idea di Dio senza una preparazione adeguata.

Gesù, quindi, seguì una linea educativa nella quale dapprima tradusse in espressioni implicite e concrete quell’idea che alla fine doveva esprimere apertamente. La concretezza - l’idea che si incarna - e l’implicito - far capire senza definire astrattamente - restano la più naturale ed efficace linea educativa. Non esisteva neanche per i discepoli più vicini la possibilità di capire la portata di una risposta immediata e diretta alla loro domanda.

1. Le linee essenziali della pedagogia rivelativa

a) Il Maestro da seguire

Innanzitutto Gesù chiede che lo si segua. I primi modi con cui Gesù propone se stesso sono così comprensibili e accettabili dalla gente. Contengono un’implicazione molto più grande, ma la gente non se ne accorge. Quando Gesù ha detto ad Andrea, Giovanni e Simone “Venite con me”, ha fatto loro un invito che potevano benissimo capire.

b) La necessità di una rinuncia

Via via che il tempo passa Gesù aggrava la sua richiesta. La chiamata a seguirlo non si identifica solo con la prontezza a riconoscerlo giusto, meritevole di fiducia ma è congiunta alla necessità di “rinunciare a se stessi”. In un certo senso è ovvio: per seguire un altro, occorre abbandonare la propria posizione, “se stessi”. Così Egli chiede ai discepoli che lo seguano anche a costo di doversi distaccare da ciò che è loro, come la vita familiare o i beni posseduti.

c) Di fronte a tutti

Gesù però pretendeva non solo che lo seguissero realizzando un distacco da quello che possedevano, ma che fossero “per lui” di fronte alla società. Egli richiede che l’uomo lo segua anche esteriormente, socialmente (testimonianza), e fa dipendere da questo il valore stesso dell’uomo, la salvezza. “Chi pertanto mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio, che è nei cieli; ma chi mi rinnegherà dinnanzi agli uomini, anch’io lo rinnegherò dinnanzi al Padre mio, che è nei cieli”. Del resto nessun rapporto è mai intero e vero se non ha la forza di riprodursi socialmente.

2. A causa sua: il centro della libertà

Questo è un momento destinato a provocare grande impressione in chi lo segue da vicino. Gesù inizia a usare insistentemente la formula “a causa mia” e si delinea un’identità nuova, un volto diverso, per cui quello che di valido si fa è valido non perché lo si sente o si giudica tale, ma perché lo si compie per Lui. Gesù invia i Dodici nei villaggi a predicare e dice loro “Sarete condotti davanti a governatori e re a causa mia, per essere di testimonianza a essi e ai gentili. […] Il discepolo non è da più del maestro, né il servo da più del suo padrone. Basta al discepolo d’essere [trattato] come il maestro, e al servo come il padrone”.

Gesù colloca la sua persona al centro dell’affettività e della libertà dell’uomo. E questo diventa sferzante quando Egli si pone addirittura in paragone con gli affetti più intimi dell’uomo stesso. Stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: “Ecco là mia madre e i miei parenti. Perché chi fa la volontà del Padre mio, che è nei cieli, Egli è mio fratello e mia sorella e mia madre”.

La libertà dell’uomo si verifica molto di più nell’esperienza dei rapporti con ciò che gli appartiene, che neanche direttamente con se stesso. Un uomo accetterebbe più volentieri di perdere se stesso piuttosto che di perdere la persona amata; la sua libertà, infatti, si incentiva nel rapporto di possesso o di preferenza. Gesù si colloca al centro di tali rapporti.

Ed è qui il punto di partenza dell’ostilità nei suoi confronti. Fino a quando Egli si dice “maestro” e chiede “seguimi”, uno può riconoscerlo e andare con lui appare non seguirlo, e c’è ancora spazio per la sua semplice indifferenza, ma quando la sua proposta si chiarisce come una pretesa di entrare nel dominio della nostra libertà, allora o lo si accetta, e diventa amore, o lo si rifiuta, e diventa ostilità. Un giorno il re del Portogallo viene portato via dalla Polizia. Era stato tradito dal Sindaco che durante la permanenza del re non si sentiva più il centro del paese. Comincia a nascere verso di lui un’ostilità, quando prende a manifestare la propria presenza come pretesa di significato decisivo e di potere determinate nell’ambito della libertà della gente.

Gli Apostoli approfondiranno la loro scelta proprio in questo secondo momento, così come gli altri in questo momento prenderanno le distanze da Gesù. Il discriminante fondamentale pro o contro Cristo sta nella inconcepibile pretesa della sua Persona, nella novità assoluta della sua “natura”, nell’inimmaginabile risposta alla domanda su chi egli sia: questa è la chiave di volta per un salto qualitativo nella percezione di sé e nell’immagine della vita.

3. Il momento dell’identificazione

“Io sono il Figlio di Dio” – Gesù risponde alla grande domanda: “Tu chi sei?” attribuendo a sé gesti e ruoli che gelosamente la tradizione ebraica riservava a Jahvè. Egli così si identificò con Dio.

a) L’origine della Legge

Gesù ha identificato se stesso con l’origine della Legge. La parola Legge era il sinonimo più usato dai farisei per indicare il divino. Per chi lo ascoltava, doveva essere qualcosa di inaudito sentirlo ripetere: “Fu detto.. ma io vi dico”. “Voi avete udito cosa fu detto agli antichi: “non uccidere”; e chiunque avrà ucciso sarà condannato in giudizio; ma io vi dico: chiunque va in collera con suo fratello sarà condannato in giudizio.” Gesù modifica ciò che per il fariseo rappresentava il divino comunicato all’uomo, identificando così se stesso con la fonte della Legge.

b) Il potere di rimettere i peccati

Ricordiamo l’episodio del paralitico guarito, quando Gesù rivendica a sé il potere di rimettere i peccati, e lo rivendica in modo fattuale, oltre che con la parola. La gente rimase impressionata dal prodigio, ma esso rimandava a ben altro. Rimandava a quel potere di perdono che è solo di Dio.

c) L’identificazione con il principio etico

“Perché ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi albergaste; ero nudo e mi rivestiste; infermo e mi visitaste; carcerato e veniste a trovarmi”. I giusti gli disssero: “Signore, quando mai ti vedemmo affamato e ti demmo ristoro; assetato e ti demmo da bere? Quando ti vedemmo pellegrino e ti alloggiammo o nudo ti rivestimmo? Quando ti vedemmo infermo o carcerato e siamo venuti a visitarti?” E il re risponderà loro: “In verità vi dico: ogni volta che voi avete fatto queste cose a uno dei più piccoli di questi miei fratelli l’avete fatto a me”.

Qui si tratta del Giudizio ultimo, e ciò che agisce in esso è il principio etico: non il legislatore, ma l’origine o, meglio, la natura del bene. Ed è Lui. Se un’azione dell’uomo è buona perché è per Lui ed è cattiva se esclude Lui, Gesù si è posto come discriminante tra il bene e il male, non tanto come giudice ma come criterio di identità.

Cap. 7 – La dichiarazione esplicita

Il comportamento di quell’uomo era tale che quanto più lo si condivideva, lo si seguiva, tanto più si era indotti a chiedersi “Ma come fa ad essere così?”. Gli stessi discepoli cercano delle risposte...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria.possenti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia 2 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Alberto Stefano.
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