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Elementi di teologia morale I: morale fondamentale

Introduzione alla teologia morale

La morale è una scienza pratica, una scienza della prassi, che si addice alla semplificazione e all’approccio narrativo. Nel linguaggio comune, la parola morale fa rima con confessionale. Tuttavia, lo studio della teologia morale serve, sotto un profilo scientifico, ad argomentare rigorosamente e a renderci protagonisti della nostra vita, perché chi esercita liberamente, consapevolmente e responsabilmente i propri atti è protagonista della propria vita.

La morale si interfaccia con altri saperi come filosofia, medicina e sociologia. Il fenomeno morale è quindi un fenomeno complesso. Ma dobbiamo chiederci da dove viene la morale e perché ci dobbiamo occupare di morale. La teologia morale è soggetta a derive soggettivistiche, ad impostazioni soggettivistiche. L’impostazione che io ho presiede alle mie scelte e ai miei atti. Questo crea due problemi: una forma di arbitrio assoluto che arriva a danneggiare l’altro e poi l’incomunicabilità dell’esperienza morale (quod sunt capita, tot sunt sententiae). Allora, non possiamo trovare qualcosa che sia condiviso o valido universalmente. Ma se così fosse, ci troveremmo in difficoltà a gestire i presupposti che tengono insieme una società (vedi oggi la frammentazione sociale che viviamo).

Origine della morale

Da dove viene la morale? Da dove nasce il fatto morale, la fenomenologia della morale? Perché non posso fare semplicemente di testa mia? C’è un fatto che sta a monte, un fatto fondamentale e banale: la morale deriva dal fatto che siamo esseri umani. Il cane, il gatto non hanno percezione della malizia o bontà delle loro azioni. L’uomo invece ce l’ha. Il bambino arrossisce e non è un fattore culturale che gli è stato imposto con una sovrastruttura. Ogni essere umano è unico e irripetibile e ogni essere umano ha nel profondo di se stesso la capacità di porsi le domande: chi sono, da dove vengo e dove vado. Questo l’animale non lo fa, con buona pace del darwinismo e della teoria dell’evoluzione. L’uomo è un essere non solamente biologico, è biologico e spirituale. E come tale ha la capacità di porsi domande sul senso delle sue azioni e sulla bontà e sulla malizia. Perché è libero, infatti per parlare della morale bisogna essere nell’ambito della libertà, consapevolezza e responsabilità. L’animale non è così, è necessitato, non è lui che comprende il bene o il male, lo recepisce tanto che poi si ammazzano fra di loro, l’incesto è praticato. L’animale si accoppia in determinati periodi dell’anno (calore), in maniera programmata, non tutti gli animali (solo il maschio dominante).

L’uomo è un essere libero e come tale, consapevole, è un soggetto morale (libertà, consapevolezza, responsabilità). In morale si distingue l’actus humanus dall’actus hominis: l’actus humanus è un atto pienamente umano perché dotato di libertà, consapevolezza e responsabilità; l’actus hominis è l’atto di un uomo (vedi genitivo), ma non necessariamente dotato di libertà, consapevolezza e responsabilità (es. il bambino che fa cadere il vaso dalla finestra e uccide il passante). Lo stesso vale anche per gli atti omissivi.

Teologia morale e rivelazione divina

La teologia morale è una branca della teologia che studia il comportamento umano alla luce della rivelazione divina. La rivelazione è sostanzialmente la scrittura che acquista particolare valore nella lettura e comprensione dell’esperienza morale. In particolare, i primi 3 capitoli del libro della Genesi hanno un rilievo nell’impostazione del discorso sulla morale (rileggere il testo). Viene un po' snobbato da chi pensa di essere emancipato. È un trattato di antropologia fondamentale, dà le basi essenziali dell’umano.

La morale è una scienza pratica, il sapere morale è un sapere complesso, ha più angolature e richiede un approccio narrativo: ma allora come facevano nell’antichità a trasmettere l’educazione morale? Con il metodo narrativo, es. le favole di Esopo e Fedro che alla fine avevano un alto contenuto morale, erano una forma di pedagogia morale autentica.

Il mito di Icaro e Dedalo

All’interno di questa ricca tradizione morale piena di insegnamenti e verità c’è il mito di Icaro e Dedalo: Dedalo è l’architetto incaricato dal re Minosse di creare il labirinto per imprigionare il minotauro. Dedalo fece così bene il lavoro da rimanere imprigionato dentro insieme al figlio Icaro. Non potevano più uscire da questo labirinto. È la struttura paradigmatica della complessità. Dedalo fugge con un colpo d’ingegno, si inventa delle ali di legno con delle piume d’uccello incollate con la cera. Dedalo però dice al figlio di non volare troppo in alto per non far sciogliere la cera dal sole. Icaro, incurante del consiglio, si libra in volo e muore. Rileggendo questo mito è racchiuso il tema profondo della nostra esistenza morale perché spesso nella nostra vita ci chiudiamo in labirinti, ci chiudiamo in un vicolo cieco, lottiamo con dei mostri che sembrano poterci divorare, abbiamo bisogno di un colpo d’ali, di un colpo di genio, di una via d’uscita ma dobbiamo sempre stare attenti che la via d’uscita non sia un rimedio peggiore del male. Il mito ha un profondo significato. L’uomo è consapevole di essere sospeso tra luce e tenebra, nello stesso tempo vive la consapevolezza del suo limite, e se prova a negarlo l’esito è drammatico.

La lotta tra libertà e oggettività

Uno dei grandi temi attraverso cui leggere l’esperienza morale è la lotta tra la libertà di cui godiamo e l’oggettività dell’iter. La morale ci aiuta a scandagliare il meglio del moralmente lecito e a salvarci da ciò che è moralmente illecito e dannoso per l’uomo. Il fine della teologia morale è la vita buona, realizzata, altrimenti sarebbe una ubriacatura di libertà. Questo mito, allora, non è stupido, anche laicamente ha un suo senso.

Ma allora perché il testo della Genesi dovrebbe essere una favola? Dice la stessa cosa in maniera più raffinata ed evoluta, pur essendo più antico di questo mito. «In principio Dio creò il cielo e la terra». Può sembrare un’affermazione scontata, inutile, ma invece è una presa di posizione fondamentale: l’autore sacro ci dice che Dio ha creato il cielo e la terra, non l’una e l’altra o l’una senza l’altra ma una e insieme l’altra, quindi non si dà cielo senza terra né terra senza cielo. Noi non siamo quadrupedi, abbiamo i piedi piantati a terra e lo sguardo verso l’infinito. L’essere umano vive in un sistema al cui principio c’è il cielo e la terra, in questo c’è un’armonia crescente perché si doveva riportare una struttura nell’una e nell’altro e allora si creano i grandi luminari (sole, luna e stelle) per distinguere il giorno dalla notte, si separano le terre dalle acque, poi l’erba verde. Una serie di passaggi dall’ordine al disordine si struttura la vita. Tutto è regolato da leggi ferree. A coronamento di tutto questo c’è l’uomo. Il 6o giorno si dice «Dio vide che era cosa molto buona» perché Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza. «A sua immagine lo creò, maschio e femmina li creò». L’unico essere creato ad immagine e somiglianza di Dio non è il cielo o gli animali ma l’uomo che è dotato di una dignità particolare; è l’uomo, come genere umano, che ha questa pienezza di creazione ad immagine e somiglianza. Ecco perché l’uomo è strutturalmente creato maschio e femmina, perché il maschio non basta a se stesso e la femmina pure, una forza dentro di loro per andare a cercare l’altro. Essere maschi e femmine è la nostra più profonda identità: «e Dio vide che era una cosa molto buona». L’uomo è ad immagine e somiglianza di questa comunione d’amore, è un essere relazionale. L’uomo è un essere così speciale perché ha qualcosa di divino, a differenza degli animali, l’uomo è capax Dei, può entrare in dialogo con Dio.

Riconciliazione con la propria identità

L’uomo è creato maschio e femmina, il primo modo per stare bene con noi stessi è riconciliarci con il nostro corpo e la nostra identità, essere contenti della nostra condizione di maschio e femmina, se non sono contento di questo difficilmente entrerò in contatto con la mia vita morale. Poi Dio dice all’uomo: «puoi mangiare di tutti gli alberi del giardino tranne dell’albero della conoscenza del bene e del male che è posto al centro del giardino, perché qualora ne mangiassi, certamente moriresti». Già nel mangiare c’è un segno biblico molto preciso: se tu hai bisogno di mangiare, non hai la vita in te stesso ma la prendi da fuori di te, non sei un essere assoluto e autosufficiente. È molto simile al mito di Icaro e Dedalo: qualora tu volassi troppo vicino al sole, si sciolgono le ali e muori. Allora perché il mito di Icaro e Dedalo deve essere considerato esempio di saggezza e la bibbia no? Il messaggio più profondo è che ti lascio libero, puoi mangiare, vivere ma non puoi cambiare il tuo essere, sei creatura non creatore. L’albero della conoscenza del bene e del male metaforicamente vuol dire: per decidere cosa è bene e male devi essere il creatore non la creatura. L’uomo ha la sua libertà ma ad essa è connessa una responsabilità e dove la libertà violasse questo limite, diventerebbe una libertà omicida che farebbe male a se stesso e agli uomini, non riconoscere il proprio limite significa perdere la propria vita e quella degli altri.

La libertà può essere omicida e lo vediamo in una serie di esempi. L’omicidio è anche possedere l’altro fino a schiacciarlo. Il genitore che tende a schiacciare il figlio, nella libertà di essere genitore, pensando di agire sempre e comunque per il bene del figlio, riferisco tutto a me stesso e schiaccio il figlio. È vero anche nel rapporto sentimentale: pretendere di essere il Dio dell’altro, pregiudica il rapporto. È vero anche nella vita pastorale: pretendere di essere il Dio di quel popolo. Si capisce anche perché questo tema deve essere argomento di riflessione morale: la persona non è onnisciente, non può conoscere tutte le conseguenze che derivano dal suo agire. Le conseguenze possibili delle nostre azioni non le conosciamo tutte, né possiamo sperimentare tutto per dire questo è bene e questo è male (devo provare tutto nella vita per dire che è bene o male es. la droga). C’è tutta una pedagogia a riguardo.

Il paradiso e la relazione

Il testo della Genesi richiama anche l’attenzione su una realtà in cui l’uomo era messo in una specie di giardino che noi chiamiamo paradiso, dove c’era abbondanza, bellezza, acqua, che per loro era il segno della vita, giardino rigoglioso che vedeva l’uomo signore del giardino, ma siamo prima della caduta e Dio disse non è bene che l’uomo sia solo.

Quindi torna forte il tema della relazione. Già prima della caduta, cioè del peccato originale esisteva qualcosa che era non cosa buona, come se Dio dicesse io ho creato tutto il sistema in maniera perfetta ma se non c’è la relazione il sistema manca della dinamica vitale, non è bene che l’uomo sia solo voglio fargli un aiuto che gli sia simile: la donna.

Strano, avevamo già detto che era stata creata la donna e riattacca con un nuovo racconto della creazione della donna, guardate sarà anche spiegabile dal punto di vista storico relazionale da chi legge lo stile, le ricorrenze delle parole...però il tema è che se l’autore intenzionalmente ha voluto lasciare questi due versi che parlano più o meno della stessa cosa è perché si vuole sottolineare che lì c’è è un’importanza speciale o che comunque riguarda il tema sotto due profili, uno di ordine generale: maschio e femmina li creò, e poi che l’uomo e la donna hanno questa relazione costitutiva profondissima, carne della mia carne, ossa delle mie ossa.

Il significato della creazione

Intanto vuol dire che non è bene la solitudine e poi vuol dire anche un’altra cosa che l’uomo è stato creato, il Signore plasmò il fango e poi gli soffiò un alito di vita, quindi l’uomo non è solo materia ma è materia spiritualizzata, ha un soffio vitale e questo è un unicum nella creazione e poi addirittura fece scendere un torpore sull’uomo e gli tolse la costola, plasmò la donna e la condusse all’uomo. La donna non viene né dalla testa, perché non gli deve essere superiore, né dai piedi, perché non deve essere schiacciata, ma è chiamata a camminare al fianco dell’uomo, poi in piena comunione. Questo incontro di gioia, l’uomo esultò disse finalmente questa volta non è come gli animali ma è carne della mia carne e ossa delle mie ossa, si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta. C’è in una parola un pezzo di comunione profondissima e gli esegeti saggiamente dicono che la donna però è creata da una materia già spiritualizzata-animata, mentre l’uomo viene dal fango più lo spirito e questo dice della sensibilità spirituale maggiore delle donne, (il mondo è delle donne) è anche una responsabilità più grande per le donne perché il vangelo dice a chi è stato dato molto sarà richiesto molto di più.

La Chiesa sa benissimo che il male nel mondo entra per il sì di Eva al serpente, però la salvezza del mondo entra con il sì di Maria all’angelo, sa benissimo che i destini del mondo sono nelle mani delle donne, quanto più le donne sono Maria e quanto meno sono Eva tanto più c’è possibilità per il mondo. Quando il Beato Giovanni Paolo II dice che nel II millennio deve emergere il genio della donna lo dice da profeta. Se c’è una possibilità perché il confronto con l’Islam non degeneri a violenza è nell’evoluzione della donna in quella civiltà. Le donne occidentali hanno una responsabilità enorme nei destini dell’Occidente in primo luogo con la maternità perché l’occidente sta morendo demograficamente. Quindi, per far riferimento a temi piccoli che non sono piccoli ma che sono di scenario e dicono quanto veramente la donna sia il centro, baricentro del nostro sistema attuale sempre di più.

Questa creazione dice che cosa? L’essere profondamente l’uno per l’altro. La prima alleanza che Dio fa con l’uomo la fa dando il criterio morale del limite, puoi mangiare di tutto tranne dell’albero, e nello stesso tempo nella reciprocità dell’uomo e della donna, maschio e femmina li creò, (isc e iscià).

In una parola, volete vedere un’immagine di Dio? Un uomo e una donna che si amano davvero. Qualcuno ha scritto che la figura escatologica della Chiesa è appunto l’unione sponsale. Allora se questo è vero, vedete la meraviglia del progetto di Dio.

La nudità e l'inganno

Ora l’uomo e la donna erano nudi ma non se ne accorgevano, non provavano vergogna, cioè questa dimensione del corpo che non è soltanto materiale ma è il corpo che io sono (ci torneremo nella seconda parte del corso) non era soggetta né alla vergogna né alla malizia né alla fragilità del corpo né al possesso dell’altro. Succede però che nel disegno perfetto c’è l’angelo ribelle, c’è la forma tipica del serpente odiato, perché striscia, arriva alla spalle mentre non te ne accorgi e ti ammazza, la più astuta tra tutte le bestie, personificazione del male e della menzogna, nel modo subdolo entra in dialogo con la donna e le dice: ma è vero che Dio vi ha detto.. e insinua il dubbio, la sfiducia, con una menzogna, e la menzogna è questa: ma sei proprio sicuro che Dio ti ama, è dalla tua parte? che non ti voglia invece tenere schiavo non dandoti tutte le informazioni? non facendoti mangiare dell’albero della conoscenza del bene e del male?

E quindi sfida la creatura sul suo limite, egli dice se tu mangiassi del frutto saresti come Dio, conosceresti il bene e il male ed ecco allora la prima velata forma di concupiscenza, la donna vide il frutto dell’albero che era bello e desiderabile per acquistare conoscenza. Guardate che l’estetica, la vana gloria e l’idea di essere Dio è insieme il desidero dell’uomo capax Dei, ed è il limite su cui si infrange la nostra esistenza.

Altro mito no? Prometeo che vuole rubare il fuoco agli Dei, questo ci dimostra che la Bibbia, poi vediamo in che cosa è superiore, non ha meno degli altri ed è depositaria di una verità antropologica e morale profondissima e quando noi vogliamo toglierla o negarla facciamo un danno incalcolabile non solo noi come credenti ma a noi come cittadini come essere umani, anche l’annuncio della parola di Dio è un servizio non è un proselitismo, intendiamoci. Il mondo ha bisogno dei cristiani che facciano i cristiani non che si vergognino di essere cristiani.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher mirko.avallone di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Elementi di teologia morale fondamentale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pontificia Università Lateranense - PUL o del prof Manto Andrea.
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