QUESTIONI TEOLOGICHE DI ETICA E MORALE CRISTIANA –
SAPERE TEOLOGICO E FORMA MORALE DELLA VITA
INTRODUZIONE (primo modulo) – La forma morale della vita:
appunti di teologia morale fondamentale
Teologia in Università: due passi indietro e uno in avanti
Dopo aver indagato il plesso rivelazione-fede che trova nella
figura di Gesù di Nazareth il suo nucleo genetico e propulsivo,
dal quale tutta la teologia e l’umanità dipende e viene plasmata,
si dovrebbero evidenziare tre caratteristiche fondamentali della
fede cristiana: la sua ecclesialità (la chiesa), la sua
sacramentalità (i sacramenti) e la sua declinazione antropologica
(l’uomo in Gesù Cristo).
La fede in Gesù Cristo ha una dimensione ecclesiale (senza la
mediazione ecclesiastica non avrei infatti la possibilità della
notizia diretta) e una dimensione sacramentale (che
“storicizza”/drammatizza la fede in Gesù Cristo).
Il presente corso di Teologia III è dedicato a un’altra dimensione
intrinseca alla fede: è la dimensione morale della fede e insieme
la dimensione morale della vita tutta, perché la vita,
l’esperienza di ogni uomo ha una radicale connotazione morale che
tutta la pervade.
Il compito della teologia (e del teologo) è precisamente quello di
pensare e dire, è “intellegere”, è “ratio” di ciò che è capitato
con Gesù di Nazareth. Cosa è capitato? Cosa è successo? Mi
interpella? Mi riguarda? Quali declinazioni, implicazioni,
iridescenze, conseguenze per l’uomo a procedere da Gesù Cristo?
L’auto-riflessione su tutto questo ambito è ciò di cui si occupa
la scienza e il sapere teologico.
La dimensione morale della fede è precisamente quel tratto della
fede che riconosce come la fede non è tanto un’esperienza “del”
Cristo, come talvolta, in termini piuttosto barbari, si dice. La
fede non è credere semplicemente che Gesù Cristo c’è stato, c’è e
si prende cura di noi: questa è una cosa che sanno anche i demoni!
Il “logos” del nesso tra sapere teologico e della forma morale
della vita rappresenta un ambito decisamente complesso.
Un corso dedicato all’etica (e alla morale): questioni lessicali e
non solo
Il termine “morale” designa letteralmente l’agire dell’uomo, il
fare dell’uomo, l’agire libero (che sa e che vuole) dell’uomo, che
sotto questo profilo sempre connotato moralmente.
Potremmo definire l’ambito dell’etica come luogo in cui abita
l’uomo, la sua casa, la sua residenza, la sua dimora, ossia ciò
che caratterizza l’agire umano, l’agire libero (che sa e che
vuole) dell’uomo in quanto uomo.
Dunque la morale/l’etica designa originariamente l’agire libero
dell’uomo, valutandolo come buono o cattivo.
Sotto questo profilo i due termini sono indistinguibili, sono
sinonimi.
Se proprio si deve fare o si usa fare una distinzione si può dire
che l’etica indica la riflessione di taglio filosofico sull’agire,
mentre la morale quello di taglio squisitamente religioso,
teologico sull’agire; in altri casi l’etica indica lo “studio
fondamentale del problema dell’agire, mente la morale si riferisce
alle norme concrete del comportamento umano, all’esperienza
effettiva virtualmente definita dai “mores”, alle tradizioni di
costume dunque di un determinato popolo o gruppo umano.
Il termine “etica” è andato sempre più designando la riflessione
sul “giusto” e non più sul “buono”, sul “bene”. Agire bene nei
confronti degli altri significherebbe dunque agire giustamente,
nel senso della giustizia sociale, senza danneggiarli almeno.
Questa è l’accezione dell’etica nella contemporaneità. Secondo il
vangelo la giusta formulazione dell’interrogativo morale, e dunque
il significato della morale è un altro: non cosa è giusto, ma cosa
è buono? Cosa devo fare di buono?
Morale in senso alto è precisamente questa attitudine intrinseca
all’umano vivere e all’umano con-vivere vola a perseguire e
raggiungere e praticare il bene.
Ci si atterrà all’uso dei due sostantivi come sinonimi, pur
preferendo il termine generale “morale”: “teologia morale” e non
“etica teologica”!
L’insuperabile connotazione morale dell’uomo
Se l’etica/la morale riguarda l’agire buono, il fare libero e
volontario volto al bene, si deve anzitutto considerare che ogni
atto dell’uomo è connotato moralmente.
La morale è esperienza universale.
Occorre riconoscere che in realtà sui nostri comportamenti noi
stessi esprimiamo soltanto molto raramente giudizi. Quando siamo
chiamati a farlo stentiamo assai a realizzare il compito. E
tuttavia non possiamo negare che i nostri comportamenti sono
accompagnati da una “voce” che ci approva o ci disapprova. La si
chiama voce della “coscienza”. Essa ha la qualità di un
sentimento. La voce della coscienza concorre in maniera decisiva
al qualificare la nostra esperienza dell’azione come esperienza
morale.
Attraverso i nostri stessi giudizi la connotazione morale del
nostro agire si manifesta attraverso i giudizi che altri danno di
noi stessi. Noi viviamo nel segno del timore di quello che diranno
gli altri di noi. Anche così si manifesta il fatto che, per vivere
e apprezzare la vita, abbiamo bisogno del riconoscimento degli
altri. Quel riconoscimento è dato in base ad una “legge”, la quale
non è scritta e tuttavia è indubitabile. Nessuno la conosce bene,
però. Tutti pretendono di conoscerla bene e in base ad essa
giudicano.
Connotazione morale dell’uomo (agire) e cooriginarietà con la fede
L’agire è sempre un atto di fede. Non esiste una morale, un agire,
senza fede.
La fede è coessenziale, coorignaria all’agire. L’agire segue
sempre un atto di fede/fiducia.
La fede è un’etica, è una morale, nonostante autorevoli
rappresentanti della chiesa lo neghino. Ma credere non significa
“ritenere per vero”; credere è un modo di essere, è un modo di
stare al mondo alla presenza onorabile di Dio!
La fede comporta dunque una “conversione”, e prima ancora la
confessione del peccato. La fede suppone dunque un’interpretazione
dell’esperienza umana universale che sovverte i canoni
raccomandati dalla tradizione di tutti i popoli e di tutte le
culture. Di tutti i figli Adamo.
La precisazione di questa nuova interpretazione è l’oggetto della
teologia morale.
La cattiva fama della morale
E’ vero che l’agire è libero quando esso è assoluto nel senso
letterale? Siamo liberi o schiavi delle norme? Dipende… dipende
dal Padre (l’Origine) a cui scegli di appartenere… Nella pagina
del vangelo di Giovanni tratta dal cap. 8 siamo all’interno di
un’aspra disputa tra Gesù e i Giudei, nella quale i Giudei
rivendicano la loro libertà, rivendicano la loro dignità di figli
di Abramo.
Gesù risponde che liberi non si può mai essere per diritto di
nascita; liberi si diventa soltanto attraverso una “seconda
nascita”; uno è vivo soltanto se è rinato e per rinascere deve
sceglie il padre! Ecco la morale, l’agire…
La fede ai nostri giorni è vissuta per lo più come cosa interiore,
invisibile, ineffabile, come affare dell’anima, come una cosa che
riguarda i sentimenti, non le opere.
In ogni caso, quando si tratta della vita, del modo di vivere e di
operare, della pratica di ogni giorno, è facile trovare chi, di
fronte all’emergenza della morale, fa subito scattare l’accusa di
intromissione indebita. La fede e la chiesa dovrebbero occuparsi
solo di come si possa salvare l’anima! La fede e la chiesa non
c’entrano con tutti questi problemi concreti e mondani, terrestri
e non celesti.
La frammentazione dei saperi ha poi contribuito a questa visione
scadente della morale, nel senso che essa ha operato il classico
distacco della religione rispetto alla scienza, della coscienza
rispetto alla scienza.
Si ripropone dunque anche il profilo morale della fede e della
vita storica la separazione tra la fede e la ragione. Ma non si
deve separare fede e ragione, in quanto l’identità di ciascuno di
noi si forgia su concetti/esperienze che costituiscono la persona;
dunque essa (identità) ha sempre una connotazione o radice
religiosa che va fatta emergere.
Ritorno su morale, costumi e crisi della morale
La fede (e la morale) quindi è intrinsecamente legata ai costumi e
agli stili di vita, in quanto, essa non è un semplice ritenere per
vero che Dio esiste, che Dio c’è che si è manifestato in Gesù
Cristo, ma è una pratica, è un fare, è un modo di dire e di essere
al mondo; la fede, come dicevamo, in tal senso è una morale.
La morale è in crisi perché mancano delle persuasioni convincenti
per vivere. Manca una speranza per vivere. Non c’è più una
speranza, non c’è più bene o male, vero o falso, c’è solo l’utile,
il piacere personale, il benessere, la contrazione
individualistica del vivere personale e collettivo.
Ciò che conta è il sé, l’uomo autoriferito, che risponde solo a sé
ed è volto esclusivamente alla propria autorealizzazione e
autoaffermazione. Ciascuno cerca, sotto questo profilo, di vivere
“come può e come vuole”.
Servirebbe un risveglio culturale e quindi un ritorno, da parte di
tutti, alla domanda fondamentale: “ma io chi sono? Per chi e per
cosa vivo?”
La morale in senso stretto altro non è che il nome del nostro
rapporto con il prossimo; più precisamente è il bene del prossimo.
La morale designa l’agire buono, l’agire giusto, l’agire virtuoso,
l’agire secondo la giustizia propiziata dalla fede: è la vita
buona. Ma appunto: cosa è buono? Cosa è bene per l’altro? Cosa è
amore? Questa è la questione morale.
La fede dunque promuove, informa, plasma i nostri costumi, stili,
comportamenti di vita in ordine al loro felice compimento, in
ordine alla strutturazione di una vita buona, retta, vissuta
secondo giustizia.
Sotto questo profilo, la teologia morale è la riflessione
scientifica, il “logos”, sulla condotta dell’uomo, su
atteggiamenti e norme morali, nonché sulle istituzioni sociali
nella prospettiva del giusto e dell’ingiusto, del cattivo e del
buono, del vero e del falso, dell’amore e del peccato. Proprio
l’incertezza che regna attorno a significati come “amore”, “bene”,
“male”, “buono”, “cattivo”, determina lo stato attuale della crisi
della morale/etica.
Mutamenti dell’epoca e problemi emergenti: puntualizzazioni sulle
radici della crisi morale nel nostro tempo
Viviamo in un epoca in cui non c’è più un’istanza normativa,
un’etica normativa valida per tutti, come in passato.
La crisi morale nasce dal difetto di “costume”; e il difetto di
costume nasce da una trasformazione civile complessa. Segnalo qui
la distinzione tra due ordini di fattori:
Sociali: connessi cioè alle forme “materiali” della vita
comune; in primo luogo è da ricordare la separazione tra
famiglia e società, e quindi la crisi della famiglia quale
agenzia educativa, proprio nel momento in cui essa rimane la
“sola” agenzia educativa;
Culturali: connessi alle idee che accompagnano, interpretano
e quindi poi anche praticamente orientano le forme dell’agire
personale; a questo proposito è da rilevare l’incidenza
crescente nella vita personale della cultura pubblica e
soprattutto dell’immaginario pubblico.
La crisi è da intendere non subito e solo per riferimento alla
“devianza”, ma per riferimento al difetto di persuasione della
vita: vivo così, ma non ho motivi certi per vivere così invece che
altrimenti; basta poco perché metta in dubbio la mia vita. La
morale infatti non consiste nella semplice osservanza di una
legge-recinto (questo semmai è il diritto), ma nell’orientamento
di tutta la vita verso “valori” per i quali il soggetto riconosca
che merita “dare la vita”. Appunto questi “valori” un tempo erano
ovvi: ma non perché mentalmente chiari e distinti, ma perché resi
praticamente evidenti dalle forme concrete del vivere.
La crisi della morale è problema grave sotto il profilo civile; è
insieme grave problema per la coscienza cristiana e
rispettivamente per la chiesa.
Il teologo moralista G. Piana individua quattro fattori di natura
sia strutturale che socio-culturale come maggiori cespiti della
crisi morale:
Il primo fattore è legato all’avanzare di una cultura
individualistica, che si traduce in una accentuata
privatizzazione e soggettivizzazione dei comportamenti e
degli stili di vita. Il paese in cui nasco e abito mi
configura, nel bene e nel male. In tal senso io divento
quello che sono a procedere dai costumi, dalla cultura, dal
senso comune delle cose, non a procedere dalla ragione.
Ebbene la cultura antropologica tardo moderna non è più
normativa, non ci sono più evidenze morali valide per tutti e
in passato da tutti riconosciute come ineludibili. La cultura
odierna è una sorta di “armadio” dal quale prendo quello che
mi serve, secondo i miei gusti, secondo quanto mi conviene ed
è piacevole (individualismo). Ne consegue che non c’è più un
bene e un male, un buono e un cattivo, un giusto e un
ingiusto, vero o falso; c’è solo spazio per l’immaginario
personale, per il gusto personale, per la propria opinione,
per il “fai-da-te” e ciascuna persona ha il suo immaginario.
La cultura è plurale, mentre la coscienza è soggettiva,
singolare, sola, con conseguenze drammatiche per la persona e
la civiltà, “in primis” la solitudine dell’individuo,
apparentemente più libero, ma in realtà non appartenente a
nessuno. Secondo: il difetto di persuasione; tutte le
opinioni sembrano egualmente probabili. Ci si limita a vivere
in prova. E l’agire diventa infine frammentato e
contradditorio. Si comprende che il problema non è quello di
tornare indietro. Si tratta di criticare e rigenerare la
cultura antropologica, il senso comune, i luoghi comuni del
proprio tempo. L’esito è l’esclusione di ogni apertura al
mondo dell’altro; è rimossa la relazione, il legame con
l’altro; l’altro si impone solo quando “mi urta” nel peggiore
dei casi, o quando “mi serve”, “mi conviene” nel migliore dei
casi. Dovrei riconoscere che l’altro, il tu, è sempre
implicato in me, fin dalle origini. Si tratterebbe allora di
ritrovare, di individuare, di percepire l’altro come
colui/Colui che suscita, chiama, lancia un appello a cui la
persona risponde. Se no il risultato è che noi più che agire,
re-agiamo sentimentalmente, emotivamente,
psicologisticamente.
La seconda causa dell’attuale crisi morale è poi individuata
dall’affermarsi del fenomeno della complessità. L’orizzonte
di verità e di “valori” al quale faceva riferimento l’ordine
sociale del mondo, della società di un tempo, definita dai
sociologi come “società organica”, era il medesimo al quale
si riferiva la coscienza del singolo nella sua esperienza
quotidiana. La “società complessa” è invece quella
caratterizzata da progressivo divorzio tra forme dell’ordine
sociale e forme della coscienza personale. Appunto per
riferimento alla molteplicità dei sistemi parziali di scambio
sociale e alla loro reciproca autonomia si parla di
“complessità sociale”. La complessità comporta per se stessa
la frammentazione, e dunque la perdita di quella coerenza
simbolica (= di significato) dell’universo sociale, che era
condizione della stessa coincidenza tra ordine sociale e
ordine morale della coscienza. Il venir meno del consenso
etico-religioso propone così il compito di individuare nuove
forme capaci di presiedere a quel “consenso sociale”, che
appare comunque indispensabile al governo della cosa
pubblica. Soltanto il consenso sociale può infatti ormai
offrire un fondamento plausibile a quell’ordine del vivere
comune, che non ha più alcuna legittimazione sacra. Le nuove
forme del consenso sociale, nella stagione dell’avvento delle
masse al protagonismo politico sono le “ideologie moderne”,
tipicamente liberalismo e socialismo. Tali “ideologie”
riducono l’istanza normativa nel primo caso ai diritti (di
libertà) dell’uomo, nel secondo caso all’interesse di classe.
Manca un progetto, un’idea di edificazione della “polis”. Lo
spazio della morale (“il bene comune”) è del tutto
vanificato. E la coscienza si isola, si privatizza, si perde…
Viene a mancare, con la complessificazione del mondo, una
norma, una direzione propriamente morale.
La terza causa coinvolge direttamente il sistema economico.
Nel capitalismo tutto è ridotto a merce, tutto h
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Appunti Teologia III
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Teologia III, prof. Pier Davide Guenzi
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Teologia 3, prof Pier Davide Guenzi
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