Lezione 1
La situazione che stiamo vivendo ci costringe a impegnarci, perché possiamo essere stati distratti per anni, ma davanti a una cosa in cui è a rischio la vita delle persone, le persone care, quelle con un particolare interesse per noi, cominciamo ad essere presenti con tutta la nostra umanità alle questioni del vivere. Per questo è una bellissima occasione per capire che ragione c'è per cominciare a fare un corso di teologia, a partire delle domande, perché per poter capire veramente che cosa propone il cristianesimo occorre partire dalla propria umanità, perché solo se noi ci rendiamo conto veramente di questa nostra percezione dell'umano e di queste domande possiamo veramente capire che cos'è il cristianesimo.
Il cristianesimo si propone come una risposta alla nostra umanità, Cristo si pone come risposta a ciò che sono io, è una presa di coscienza attenta e anche tenera e appassionata di me stesso, spalancare e essere disposti a riconoscere e ad ammirare, a ringraziare, a vivere Cristo; senza questa coscienza anche quello di Gesù Cristo può diventare un puro nome che non ha nessun senso, che non ha nessun interesse per la vita e, per questo, tante volte possiamo credere senza credere, senza sapere le ragioni per cui credere.
Possiamo avere una fede senza religiosità, senza che uno percepisca la pertinenza della fede alle esigenze della vita, perché come ci rendiamo conto adesso, tante volte noi cristiani del clima moderno in cui viviamo abbiamo conservato in qualche modo, essendo nati in Italia, alcune formule cristiane per il contesto della nostra famiglia, della scuola, noi abbiamo tutte queste formule ed espressività religiose cristiane, non siamo stati staccati da questo, neanche dei riti cristiani che non andando ad un funerale o ad un matrimonio non siamo stati staccati delle leggi cristiana, siamo stati staccati dal fondamento umano qual è il rapporto tra quello che noi viviamo e le nostre domande, con quello che il cristianesimo propone come risposta a queste domande e a queste preoccupazioni e, per questo, il fatto di cominciare il nostro corso di teologia cioè della fede cristiana a partire da queste domande può rendere più comprensibile il valore della fede cristiana.
C'è un pensatore americano protestante che diceva qualcosa che può aiutare a capire che cosa significa una fede che non ha questo spessore umano, diceva lui: “Nulla è tanto incredibile come la risposta a un problema che non si pone”. Cristo si pone come risposta al problema, alla sete e alla fame che l'uomo ha della verità, della felicità, della bellezza, della giustizia, del significato ultimo del vivere; per questo è così importante che noi per non considerare come incredibile la risposta a un problema che non si pone partiamo con porci il problema, perché possa risultare credibile la proposta cristiana, tutti quelli che erano malati al tempo di Gesù tutti quelli erano smarriti o erano alla ricerca di un significato come il giovane ricco che aveva tutto e voleva qualcosa in più o la samaritana che aveva provato a cercare la felicità cambiando marito, tutti questi si avvicinavano cercando una risposta a queste domande fondamentali del vivere. Questo è quello che gli ha fatti interessare a quello che diceva quell'uomo: Gesù di Nazaret, che comincia a emergere davanti ai loro occhi con questa capacità di interessare la vita perché risponde alle domande alle esigenze e ai desideri che ciascuno di noi ha, per questo senza questa consapevolezza delle domande sarebbe veramente complicato come vediamo poter capire perché il cristianesimo può essere di interesse per ciascuno di noi, perché può essere pertinente alle esigenze del vivere.
Per questo noi del primo della prima lezione vogliamo proporre una modalità di affrontare questo che ciascuno di noi possa avere nelle mani il metodo che consente di giudicare qualsiasi cosa sentirà in queste elezioni perché potremmo verificare se una volta che siamo consapevoli di qual è il problema che abbiamo se quello che proponiamo risponde, è adeguato all'esperienza che noi facciamo. È importante mostrare quanto è pertinente la proposta cristiana alle esigenze del vivere e questo lo possiamo vedere come quando uno ha un dolore ai denti e sa quando la proposta che fa il medico è adeguata alla sua esigenza di non sentire più il dolore o quando uno ha un problema e sa quando qualcuno le dà qualche suggerimento, lo facilita affrontandolo in modo più vero questo è il metodo che quanto più noi siamo svegli presenti con la tutta la nostra umanità con tutte le nostre domande con tutta la nostra ragione tanto più potremmo essere in grado di valutare la portata che la fede ha per la vita, tanto più possiamo vedere se quella risposta è pertinente al problema e alle domande che noi abbiamo, per questo la fede cristiana si propone come una risposta che corrisponde alle esigenze del vivere, perché questo è quello che la fede cristiana ha cercato sempre di testimoniare, non è una fede che uno deve accettare irrazionalmente, non è una fede o una proposta che uno deve accettare semplicemente devotamente come un sentimento puramente religioso o come una devozione, ma con una razionalità e per questo desideriamo che quello che diciamo possa essere percepito come adeguato a queste esigenze.
E che cosa diceva il cardinale Ratzinger Benedetto XVI anni fa in questa situazione in cui noi ci troviamo a vivere dove vediamo come il disinteresse per la fede e per il cristianesimo dilaga in tanti modi vediamo come le persone non partecipano alla vita cristiana come abbiamo visto nel passato o come ci hanno raccontato del passato, ha qualche chance, ha qualche possibilità ancora il cristianesimo di interessare? L'allora cardinale Ratzinger, disse che l'uomo ha sempre una sete di infinito, quindi la fede cristiana dice, ha una possibilità di successo perché trova corrispondenza a questa natura dell'uomo che è proprio esigenza di infinito, nessuna delle risposte, continua a dire, che si possono cercare è sufficiente, solo il Dio che si è reso finito per lacerare la nostra finitezza e condurla nella pienezza della sua infinita, è in grado di venire incontro alle domande del nostro essere perciò anche oggi, la fede cristiana, tornerà a trovare l'uomo, è quello che noi desideriamo all'inizio di questo corso: che la proposta che il cristianesimo fa oggi possa trovare quello che noi abbiamo come domande come esigenza per capire la vita e per capire noi stessi, per poter rispondere in modo ragionevole occorre far emergere alla nostra coscienza, il senso del mistero e forse adesso davanti a quello che stiamo vivendo, dove neanche tutta la capacità scientifica e tutte le scoperte che hanno fatto negli ultimi secoli hanno potuto evitare di metterci in ginocchio davanti a un piccolo virus potremmo veramente renderci conto che ci sono molte più realtà nel cielo e nella terra che nella nostra filosofia cioè che ci sono realtà più complesse di quelle che ciascuno di noi poteva immaginare solo qualche settimana fa.
Diceva Chesterton: i sapienti non vedono la risposta all'enigma della ragione, il male non è che i sapienti non vedano la risposta, ma che non vedano l'enigma.
Lezione 2
Abbiamo adesso un'esperienza molto recente che ci aiuta a capire quello che stiamo per spiegare. Appena abbiamo cominciato a sentire del coronavirus ciascuno si è fatto un’idea. Che metodo ho usato per verificare se quello che pensavo era corretto o meno? Per procedere lo possiamo riassumere con una frase del premio Nobel Alexis Carrel: “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all'errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”. Questa frase riassume bene il contenuto di quello che stiamo per incominciare a spiegare, la prima premessa per Introdurci al senso religioso. Abbiamo dovuto osservare molto per capire qualcosa di più di quello che pensavamo di sapere sul coronavirus, lo stesso succede con quello che intendiamo capire adesso che è il senso religioso. Quindi per una indagine seria su qualsiasi avvenimento, occorre realismo, bisogna partire dalla realtà e non dalle idee.
Primo punto della nostra lezione: il metodo di ricerca è imposto dall'oggetto. Proprio perché vogliamo conoscere qualcosa del reale noi dobbiamo avere l'urgenza di non privilegiare uno schema che si abbia già presente alla mente rispetto all'osservazione intera, appassionata e insistente del fatto dell'avvenimento reale. Tante persone hanno dovuto cambiare idea rispetto al coronavirus nella misura in cui apparivano dei dati che mettevano in evidenza che quello che avevamo pensato non era sufficientemente adeguato alla realtà che si svelava davanti ai nostri occhi. Non esiste attività umana che sia più vasta di quella che possiamo identificare sotto il titolo di esperienza o sentimento religioso. Essa propone all'uomo un interrogativo: “Che senso ha tutto?”. Dobbiamo riconoscere che si tratta di un dato che emerge nel comportamento dell'uomo di tutti i tempi, che tende a investire tutta l'attività umana.
Come abbiamo visto con il coronavirus c'è un problema di metodo, una decisione fondamentale che ciascuno di noi fa all'inizio di ogni indagine, ciascuno può vedere come si muoverebbe se volesse sapere cos'è il senso religioso. La maggior parte si affida a quello che dicono gli altri. Quelli più giovani sono abituati ad andare a cercare in Google o Wikipedia che cosa dice su il senso religioso, ma come possiamo metterci davanti a questi tentativi che hanno detto gli altri? Se la prima cosa che facciamo è andare a cercare quello che dicono gli altri, usiamo un metodo che si rivelerà insufficiente e alla fine scorretto. Perché il motivo è che non si può su questa espressione fondamentale dell'esistenza dell'uomo, abbandonarsi al parere di altri, siamo costretti ciascuno di noi a impegnarci in questa ricerca secondo il metodo imposto dall'oggetto.
Il realismo esige che per osservare un oggetto in modo tale da conoscerlo, il metodo non sia immaginato, pensato, organizzato o creato dal soggetto, ma imposto dall'oggetto. Tutti abbiamo pensato di conoscere quell’oggetto, di quella realtà che è il coronavirus, ma abbiamo dovuto piegarci a un'attenzione attenta, perché il metodo è imposto dall’oggetto che devo conoscere. Quindi il metodo per conoscere un oggetto mi è dettato dallo stesso oggetto e non può essere definito da me. Quello che voglio conoscere, quindi, è l'esperienza religiosa. Come dice la stessa parola “esperienza” è un fenomeno che attiene all’umano, riguarda me stesso, quindi occorre una indagine su me stesso, una indagine esistenziale. Se non partisse dall'indagine esistenziale, sarebbe come chiedere la consistenza di un fenomeno che vivo io a un altro, renderebbe l'opinione altrui superflua ad un lavoro che mi compete e veicolo di opinione inevitabile e alienante.
Dopo aver cercato di fare quella indagine esistenziale, è necessario saper emettere un giudizio, perché senza una capacità di valutazione l'uomo non può fare alcuna esperienza, perché essa implica una valutazione. Tante volte su questo commettiamo degli errori e per questo facevo sempre ai miei studenti l'esempio della matematica. Quando ciascuno di noi ha cominciato a studiare matematica e l'insegnante ci dava un compito per incominciare a imparare certi problemi noi provavamo a risolvere il compito, qualcuno lo portava a casa e provava a risolvere il problema. Finito il compito, se ci avessero chiesto “Ma sei sicuro di essere riuscito a risolvere i problemi in modo adeguato?” La maggior parte delle volte mi stupiva che tutti dicevano no, non erano sicuri, io chiedevo loro se alla quinta volta sarebbero più sicuri di essere riusciti a risolverlo e rispondevano ugualmente di no. Questo vuol dire che solo provando 200.000 volte a risolvere il problema, io non sono sicuro di aver imparato niente.
La vita può diventare questo: un insieme di prove e di tentativi da cui non impariamo niente. Se noi rimaniamo soltanto nel provare non impariamo niente della vita, non facciamo veramente esperienza. Perché questo provare diventi scienza occorre emettere un giudizio. Rimanendo all’esempio precedente, dopo aver fatto il nostro tentativo a casa per risolvere il problema, tornavamo il giorno dopo a scuola e facevamo il paragone tra il tentativo che noi avevamo fatto e la soluzione illustrata dall’insegnante alla lavagna. Così potevamo fare il paragone tra il nostro tentativo, la nostra prova e la risposta esatta, dunque senza giudicare io non capisco, non posso essere certo. Allora si capisce perché insistiamo sul fatto che non possiamo imparare niente. Non possiamo fare veramente esperienza se rimaniamo soltanto al provare e non imitiamo un giudizio su quello che proviamo, ma facendo un passo avanti per mettere un giudizio, come abbiamo visto, occorre un criterio di giudizio, un punto di paragone.
Nel nostro esempio, chi ci dava il criterio e il punto di paragone per verificare se il nostro tentativo di risolvere il problema era quello adeguato, era ovviamente l'insegnante. Ma qui sorge la grande questione che dobbiamo capire: “C'è qualche insegnante che possa darmi il criterio di giudizio per quello che io provo nella vita?” Se c'è qualcuno che ha questa pretesa è un presuntuoso. E questo è quello che succede quando noi affidiamo a qualcun’altro il criterio di giudizio. Se noi affidiamo a qualcun’altro il criterio di giudizio, siamo schiavi di un altro, siamo alienati. Si può difendere una persona, si possono difendere tutti i diritti dell'uomo, ma se togliamo alla persona il criterio di giudizio, le togliamo la propria dignità. Allora il criterio di giudizio non può essere fuori di noi, perché altrimenti saremo alienati. Allora l'alternativa a questo è soltanto una: il criterio del giudizio deve essere dentro di noi. Proviamo a fare degli esempi in cui possiamo capire perché il criterio è dentro di noi: poniamo che uno di noi per un infortunio abbia il braccio ingessato, va al medico dicendogli che il gesso gli fa male e il medico risponde non può fare male è impossibile perché io sono il premio Nobel ed è impossibile che le faccia male. Io posso essere veramente una persona ignorante della medicina, ma so per certo che se il braccio mi fa male, il criterio è dentro di me non in qualcuno fuori di me anche se avesse tutta la sua esperienza. Tanto è vero che se insiste a dire che il braccio non mi fa male, vado a cercarmi un altro medico. È qualcun’altro che mi dice quando una cosa mi fa male o lo so trovare da me stesso?
Lezione 3
Siamo rimasti che il criterio di giudizio è dentro di noi perché non è il medico a dirmi se mi fa male il braccio. Veniamo ad un altro tema più complesso: la libertà. Se qualcuno viene da me e mi dice che la libertà è che io rimanga in carcere per tutto il resto della mia vita perché nell'ultimo congresso di filosofia i grandi geni dell'universo hanno stabilito così andrei in carcere, sappiamo tutti che cos'è la libertà o andiamo in carcere perché l'hanno deciso gli esperti. Quindi il criterio del giudizio sulle questioni fondamentali del vivere è dentro di noi, allora, qui viene la seconda caratteristica di questo giudizio: il criterio è dentro di noi ma non lo decidiamo noi, nemmeno il numero di scarpe adeguate lo decidiamo noi, se potessimo deciderlo figuratevi che risparmio quando ci sono i saldi: ciascuno potrebbe scegliere il numero delle scarpe che avanzano perché sono più economiche.
È così evidente che non lo decidiamo noi, ma dobbiamo sottometterci al criterio che troviamo in noi, non c'è un'altra scarpa che quella che corrisponde al mio piede, perciò il criterio è dentro di me e nel mio piede e quindi non lo decidiamo nessuno di noi. Il criterio di giudizio quindi è dentro di noi, ma non lo decidiamo noi, è oggettivo e qual è il criterio di giudizio che abbiamo dentro di noi e che non decidiamo noi per entrare in tutto e poter fare esperienza, cioè emettere un giudizio su quello che proviamo? Lo chiameremo esperienza elementare. Il criterio di giudizio è l'insieme di esigenze e di evidenze che costituiscono il nostro umano, esigenza di verità, di giustizia, di amore, di felicità. Possiamo usare sinteticamente la parola cuore, come usa la Bibbia e non è come tante volte succede nel linguaggio comune, qualcosa ridotta al sentimento, ma è questo insieme di ragione e affezione.
Questo criterio di esperienza elementare è oggettivo e qui ciascuno deve rintracciare nella propria esperienza esempi di questo. Quante volte abbiamo pensato “e se riuscissi a trovare quel lavoro” o quando eravamo più giovani “andare a quella festa” o a quella gita. Tante volte il lavoro o la festa erano andati alla grande eppure siamo tornati a casa tristi. Come dice Giacomo Leopardi nella sera del dì di festa: “già similmente mi stringeva il cuore”. Quante volte le cose vanno alla grande e abbiamo tutto quello che progettiamo e non ci basta. Ricordo sempre di un'amica a Barcellona che dipingeva e il suo grande sogno, come ogni artista è riuscire a fare la grande mostra. Finalmente è arrivato il giorno con un grande successo oltre qualsiasi immaginazione, ma ero veramente colpito quando la ragazza mi raccontava come aveva pianto per tutto il p...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.