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Prima premessa: realismo

Di che si tratta

Per affrontare il tema del senso religioso si può ricondurre la metodologia di tale lavoro a una triplice premessa. Nell'abbordare la prima di esse si può citare come punto di approccio una pagina dal libro "Riflessioni sulla condotta della vita" di Alexis Carrel: "Nello snervante comodo della vita moderna la massa delle regole che danno consistenza alla vita si è spappolata; [...] la maggior parte delle fatiche che imponeva il mondo cosmico sono scomparse e con esse è scomparso anche lo sforzo creativo della personalità [...]. La frontiera del bene e del male è svanita, [...] la divisione regna ovunque [...]". Carrel usa un linguaggio di chi si è sempre dedicato a un certo tipo di studio, scientifico.

Questa è un'epoca di ideologie, nella quale cioè invece che imparare dalla realtà in tutti i suoi dati, costruendo su di essa, si cerca di manipolare la realtà secondo le coerenze di uno schema fabbricato dall'intelletto.

Il metodo di ricerca è imposto dall'oggetto: una riflessione sulla propria esperienza

Per un'indagine seria su qualsiasi avvenimento o "cosa", occorre realismo. Sant'Agostino afferma qualcosa di simile con questa dichiarazione: "Io cerco per sapere qualcosa, non per pensarla". Se infatti si sa una cosa, si può dire anche di pensarla; ma sant'Agostino avverte che non è vero il contrario. Pensare qualcosa è la costruzione intellettuale, ideale e immaginativa, che noi operiamo in proposito. L'uomo sano vuole sapere come un fatto sia: solo sapendo come è, e solo allora, può anche pensarlo.

Anche per l'esperienza religiosa è importante innanzitutto sapere come sia, di che cosa esattamente si tratti. "Esperienza o sentimento religioso" è un'attività umana che propone all'uomo un interrogativo su tutto ciò che egli compie, e viene perciò a essere un punto di vista più ampio di qualunque altro. L'interrogativo del senso religioso è: "che senso ha tutto?", e bisogna riconoscere che si tratta di un dato emergente nel comportamento dell'uomo di tutti i tempi, e che tende a investire tutta l'attività umana.

Se dunque si vuole sapere come sia questo fatto, in che cosa consista questo senso religioso, il problema di metodo impegna subito in modo acuto. Occorre dire che la maggior parte delle persone si affidano in questo - coscientemente o incoscientemente - a quello che dicono gli altri, e in particolare a quello che dicono coloro che contano nella società.

Il realismo esige che, per osservare un oggetto in modo tale da conoscerlo, il metodo non sia immaginato, pensato, organizzato o creato dal soggetto, ma "imposto dall'oggetto". L'esperienza religiosa è un fenomeno che attiene all'umano, pertanto non può essere trattata come un fenomeno geologico o meteorologico. È qualcosa che riguarda la persona. Poiché si tratta di un fenomeno che avviene nella persona, che interessa la propria coscienza, il proprio io come persona, è su "se stessi" che bisogna riflettere. Occorre un'indagine su se stessi, "un'indagine esistenziale".

Risolta tale indagine, allora molto umilmente si confronteranno i risultati con ciò che a riguardo viene espresso da pensatori e filosofi. E a quel punto in un simile confronto si arricchirà il dato che si avrà raggiunto, senza il rischio di far assurgere a definizione un parere altrui.

L'esperienza implica una valutazione

Dopo aver condotto un'indagine esistenziale è necessario saper emettere un giudizio. Senza una capacità di valutazione infatti l'uomo non può fare alcuna "esperienza". La parola "esperienza" non significa esclusivamente "provare": l'uomo sperimentato non è colui che ha accumulato "esperienze". Tale accumulo indiscriminato genera spesso distruzione e vanificazione della personalità. L'esperienza coincide, certo, col "provare" qualcosa, ma soprattutto coincide col giudizio dato su quel che si prova.

La persona è innanzitutto consapevolezza. Perciò quello che caratterizza l'esperienza non è tanto il fare, lo stabilire rapporti con la realtà come fatto meccanico. Ciò che caratterizza l'esperienza è il "capire" una cosa, lo scoprirne il senso. L'esperienza quindi implica intelligenza del senso delle cose. Un giudizio esige un "criterio" in base al quale viene operato. Anche per l'esperienza religiosa occorre domandarsi, dopo aver svolto l'indagine, quale criterio adottare per giudicare quanto si è trovato nel corso di quella riflessione su se stessi.

Criterio per la valutazione

Qual è il criterio che permette di giudicare ciò che si vede accadere in se stessi? Due sono le possibilità: o il criterio in base al quale giudicare ciò che si vede in se stessi è mutuato dal di fuori di sé, o tale criterio è reperibile dentro di sé. Nel primo caso, se anche si avesse svolto un'indagine esistenziale in prima persona, rifiutando perciò di rivolgersi a indagini già svolte da altri, ma si prelevasse da altri i criteri per giudicarsi, si farebbe ugualmente dipendere il significato di ciò che noi siamo da qualcosa che è fuori di sé.

Ora, che questo criterio sia immanente a se stessi - entro se stessi - non significa che ce lo si dà da soli: è attinto dalla propria natura, vale a dire viene dato con la natura (dove la parola "natura" evidentemente nasconde la parola Dio, indizio cioè dell'origine ultima del nostro io). Solo questa può essere considerata un'alternativa di metodo ragionevole, non alienante.

L'esperienza elementare

Tutte le esperienze della propria umanità e della propria personalità passano al vaglio di una "esperienza originale", primordiale, che costituisce il volto nel mio raffronto con tutto. Ciò che ogni uomo ha il diritto e il dovere di imparare è la possibilità e l'abitudine a paragonare ogni proposta con questa sua "esperienza elementare". Si tratta di un complesso di esigenze e di evidenze con cui l'uomo è proiettato dentro il confronto con tutto ciò che esiste.

A queste esigenze potrebbero essere dati molti nomi, come: esigenza di felicità, esigenza di verità, esigenza di giustizia, ecc. Qualunque affermazione della persona, dalla più banale e quotidiana alla più ponderata e carica di conseguenze, può avvenire solo in base a questo nucleo di evidenze ed esigenze originali. Aristotele diceva che è da pazzi chiedersi le ragioni di ciò che l'evidenza mostra come fatto. Ebbene, questo tipo di evidenza è un aspetto dell'esperienza elementare.

C'è la necessità che la riflessione su di sé sia vagliata, per giungere a un giudizio, attraverso il confronto tra il contenuto della riflessione stessa e il criterio originale di cui siamo tutti dotati. Una madre eschimese, una madre della Terra del Fuoco, una madre giapponese danno tutte alla luce esseri umani che tutti sono riconoscibili come tali, sia come connotazioni esteriori che come "impronta interiore". Così, quando essi diranno "io", utilizzeranno questa parola per indicare una molteplicità di elementi derivanti da diverse storie, tradizioni e circostanze, ma indubbiamente quando diranno "io" useranno tale espressione anche per indicare un volto interiore, un "cuore" direbbe la Bibbia, che è uguale in ognuno di essi, benché tradotto nei modi più diversi.

Si identifica in questo "cuore" ciò che si chiama esperienza elementare: qualcosa cioè che tende a indicare compiutamente l'impeto originale con cui l'essere umano si protende sulla realtà, cercando di immedesimarsi con essa, attraverso la realizzazione di un progetto, che alla realtà stessa detti l'immagine ideale che lo stimola dal di dentro.

L'uomo, ultimo tribunale?

Il criterio per giudicare del proprio rapporto con se stessi, con gli altri, con le cose e con il destino è totalmente immanente all'uomo. Il singolo uomo avrebbe tutto il potere di determinare il suo significato ultimo e quindi delle azioni a esso tese: ciò sarebbe un'esaltazione dell'anarchia, intesa come idealizzazione dell'uomo come ultimo tribunale.

Solo due tipi di uomini salvano interamente la statura dell'essere umano: l'anarchico e l'autenticamente religioso. La natura dell'uomo è rapporto con l'infinito: l'anarchico è l'affermazione di sé all'infinito e l'uomo autenticamente religioso è l'accettazione dell'infinito come significato di sé. Realmente l'anarchia costituisce la tentazione più affascinante, ma è tanto affascinante quanto menzognera. E la forza di tale menzogna sta appunto nel suo fascino, che induce a dimenticare che l'uomo prima non c'era e poi muore.

È molto più grande e vero amare l'infinito, cioè abbracciare la realtà e l'essere, piuttosto che affermare se stessi di fronte a qualsiasi realtà. Perché in verità l'uomo afferma veramente se stesso solo accettando il reale, tanto è vero che l'uomo comincia ad affermare se stesso accettando di esistere: accettando cioè una realtà che non si è data da sé. Ecco perché il criterio fondamentale con cui si affrontano le cose è il criterio oggettivo con cui la natura lancia l'uomo nell'universale paragone, dotandolo di quel nucleo di esigenze originali, di quella esperienza elementare di cui tutte le madri allo stesso modo dotano i loro figli. È solo qui, in questa identità dell'ultima coscienza, il superamento dell'anarchia. L'esigenza della bontà, della giustizia, del vero, della felicità costituiscono il volto ultimo, l'energia profonda con cui gli uomini di tutti i tempi e di tutte le razze accostano tutto, al punto che essi possono vivere tra loro un commercio di idee oltre che di cose, possono trasmettersi l'un l'altro ricchezze a distanza di secoli. Se c'è un'esperienza di maturità umana è proprio questa possibilità di addentrarsi nel passato, di accostarsi al lontano come fosse vicino, come fosse parte di sé. Perché questa esperienza elementare è sostanzialmente uguale in tutti, anche se poi sarà determinata, tradotta, realizzata in modi diversissimi, apparentemente persino opposti.

Ascesi per una liberazione

Di norma tutto viene affrontato secondo una mentalità comune: sostenuta, propagandata da chi nella società detiene il potere. Cosicché la tradizione familiare, o la tradizione del più vasto contesto in cui si è cresciuti, sedimentano sopra le nostre esigenze originali e costituiscono come una grande incrostazione che altera l'evidenza di quei significati primi, di quei criteri, e, se uno vuol contraddire tale sedimentazione indotta dalla convivenza sociale e dalla mentalità ivi creatasi, deve sfidare l'opinione comune.

La sfida più audace a quella mentalità che ci domina e che incide in noi per ogni cosa è proprio quella di rendere abituale in noi il giudizio su tutto alla luce delle nostre evidenze prime, e non alla mercé di più occasionali reazioni. Anche questi occasionali pareri sono indotti da un contesto e da una storia, e anch'essi debbono essere attraversati, perché le nostre esigenze originali siano raggiungibili.

Occorre perforare sempre tali immagini indotte dal clima culturale in cui si è immersi, scendere a prendere in mano le proprie esigenze ed evidenze originali e in base a queste giudicare e vagliare ogni proposta, ogni suggerimento esistenziale. Incominciamo a giudicare: è l'inizio della liberazione.

Il recupero dell'esistenziale profondo, che permette questa liberazione, non può evitare la fatica di andare contro corrente. Si potrebbe chiamare "lavoro ascetico", dove con la parola "ascesi" si indica l'opera dell'uomo in quanto cerca la maturazione di sé, in quanto è direttamente centrato sul cammino al destino. In termini cristiani questa fatica fa parte della "metanoia", o conversione.

Prima introduzione alla teologia

Il senso religioso è tipico dell'uomo, riguarda la vita dell'uomo, l'umanità. La forza del pensiero crea gli oggetti: ciò costituisce una posizione idealistica. Il metodo per conoscere qualunque cosa è dettato dalla cosa. L'indagine esistenziale per rispondere alle domande che ci si pone è detta osservazione dell'esperienza, dove esperienza significa provare qualcosa: di solito ci si accontenta delle sensazioni, dei sentimenti ma si dovrebbe capire anche che cosa rimane impresso di quell'esperienza, adottando un criterio per giudicare esterno (anche se con molto rischio di alienazione) o interno (cioè proprio di se stessi, in cui entra in gioco il cuore e ci sono delle cose in comune, cioè delle evidenze o esigenze diverse a seconda della cultura; tuttavia alcune questioni sono uguali, come per esempio il fatto che non si decide di nascere e in questo caso le esigenze non si fa fatica a trovarle ma ad usarle, cioè ad ascoltarle per giudicare, in quanto usarle è impopolare e faticoso).

Seconda premessa: ragionevolezza

La prima premessa - necessità di realismo - ha visto prevalere l'oggetto: il metodo infatti con cui si affronta qualcosa è determinato dall'oggetto e non immaginato a capriccio dal soggetto. La seconda premessa invece mette in primo piano il soggetto che agisce: l'uomo. In questo senso la ragionevolezza coincide con l'attuarsi del valore della ragione nell'agire. Per ragione si intende la capacità di rendersi conto del reale secondo la totalità dei suoi fattori. La parola ragionevolezza dunque rappresenta un modo di agire che esprima e realizzi la ragione - questa capacità di prendere coscienza della realtà.

Ragionevolezza: esigenza strutturale dell'uomo

Come si percepisce se un atteggiamento è ragionevole o no? Trattandosi di un carattere della propria esperienza, è dalla osservazione della propria stessa esperienza che si scoprirà quel che implichi tale carattere. Se davanti a una platea di persone ci si presentasse con una borsa, la si depositasse sul tavolo e, d'improvviso, la si prendesse e con un lancio energico e ben mirato la si scaraventasse dalla finestra, gli uditori in mancanza di altra spiegazione considererebbero il gesto irragionevole. Ma se il lancio della borsa avvenisse dopo che nella sala avessero fatto irruzione quattro uomini armati con i mitra spianati, il pubblico si domanderebbe quale fosse il contenuto della borsa, e il gesto non sarebbe sentito irragionevole. Se poi si spiegasse che nella borsa era contenuto un inestimabile tesoro, la platea si chiarirebbe la ragionevolezza del mio agire.

Se parlando alla solita platea ci si presentasse con un enorme megafono da transatlantico e ci si giustificasse dicendo di avere la voce roca e di essersi trascinati dietro il gigantesco strumento come rimedio, ciò non sarebbe considerato ragionevole. La ragione per usarlo sarebbe stata dichiarata - il fatto cioè di essere senza voce -, ma gli ascoltatori non la percepirebbero una ragione adeguata: lo strumento sarebbe sproporzionato a un'aula da conferenze. L'uso invece dello stesso su un transatlantico non desterebbe problema: la ragione sarebbe la stessa, ma sarebbe adeguata alle circostanze.

Riassumendo, lo stesso gesto, nell'esempio della valigia, appare nel primo caso irragionevole, cioè senza ragioni, mentre nel secondo caso ragionevole, perché si capisce che ha delle ragioni. Nel secondo esempio l'uso di un megafono in un'aula è giudicato irragionevole, perché pur essendoci una ragione essa appare inadeguata, mentre nell'ipotesi del transatlantico ci sarebbe l'identica ragione, ma proporzionata, adeguata. Nell'esperienza il "ragionevole" perciò appare tale quando l'atteggiamento dell'uomo si palesa con delle ragioni adeguate. Se la ragione è rendersi conto della realtà, tale rapporto conoscitivo col reale si deve sviluppare in modo ragionevole. Ed è ragionevole quando i passi per quel rapporto di conoscenza sono determinati da motivi adeguati. È questo il corrispettivo dal punto di vista del soggetto di quanto detto a proposito dell'oggetto, e cioè che quest'ultimo determina il metodo. Qui possiamo dire che è la natura del soggetto a determinare le modalità con cui questo metodo viene usato. E la natura del soggetto è quella di avere la ragione.

Uso riduttivo della ragione

  • Dimostrabile: Spesso il razionale viene identificato con il "dimostrabile" nel senso stretto della parola. La capacità di dimostrare è un aspetto della ragionevolezza, ma il ragionevole non è la capacità di dimostrare. Dimostrare significa ripercorrere tutti i passi di un procedimento che pone in essere qualcosa. Infatti tutti i passi costitutivi di una realtà vanno percorsi per poter dire di trovarci di fronte a una dimostrazione. Ma questo non esaurisce il ragionevole perché proprio gli aspetti originali più interessanti della realtà non sono dimostrabili.
  • Logico: Il ragionevole neppure si identifica con il "logico". La logica è un ideale di coerenza: si ipotizzano delle premesse, le si svolge correttamente e si avrà una "logica". Se le premesse sono errate, la logica perfetta darà un risultato sbagliato. Il problema davvero interessante per l'uomo non è la logica; non è la dimostrazione; il problema interessa...
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher aurora.ferraro.af di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia I e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Alberto Stefano.
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