Teologia dal punto di vista etimologico
La teologia è lo studio scientifico della rivelazione divina, o meglio ciò che l'uomo viene a conoscere attraverso il lume della fede. La parola 'teologia' richiama un parlare su/di Dio a partire dalla Parola che Dio ha detto all'uomo e che quest'ultimo accoglie nella fede personale. La teologia filosofica è una branca della filosofia in quanto il problema di Dio è connaturato al pensiero dell'uomo. In altri termini, essa tratta di ciò che l'uomo può dire su di Lui cercando l'origine, il fondamento della realtà con Dio. Secondo Anselmo d'Aosta, Dio è inteso come colui il quale non ha senso pensare nulla di più grande. La teologia cristiana, o semplicemente teologia o anche teologia rivelata, invece, è intesa quale riflessione scaturente dalla rivelazione.
Connotazioni di Dio nelle epoche storiche
Dio ha assunto diverse connotazioni a seconda delle varie epoche storiche. Basti pensare all'uomo greco per il quale Dio, seppur inteso in maniera diversa per identità e natura, era un dato indiscutibile ("tutto è pieno di dei") rispetto all'epoca moderna contrassegnata invece dal sorgere dell'ateismo, quale negazione radicale dell'esistenza di Dio e non quale negazione della sua significatività, come era inteso nel passato e nel medioevo. Dunque, per la prima volta si è messa in discussione la rivelazione, sopprimendo valore storico ai testi fondamentali, i Vangeli, mettendo in discussione la storicità di Gesù di Nazareth di cui in essi si parla.
Teologia manualistica e difesa della fede
Tra la teologia manualistica troviamo il trattato De Revelatione (1918), nel quale, dinanzi alla negazione non di Dio ma della sua rivelazione, la teologia si trova a difendere razionalmente la fede, seppur in maniera impropria e inadeguata, utilizzando gli strumenti della ragione. Questo, contro il razionalismo filosofico, a partire dai segni certi dal punto di vista della ragione, cioè non inventati dalla nostra ragione, ma consegnati dallo stesso Dio e proposti dalla Chiesa come segni certissimi derivanti dalla rivelazione (miracoli, profezie...).
Caratteristiche della teologia
La teologia, rispondendo all'intellettualità, sarà un'intelligenza critica, perché speculativa della ragione, metodica, perché indagine ordinata della realtà e sistematica, perché procede ad una comprensione organica e coerente e ordinata della fede. Per questo la teologia è definita intellectus fidei.
La vicenda semantica della parola teologia
La parola 'teologia' non essendo un termine biblico, cioè non figurando all'interno del NT, ha sempre creato difficoltà ad essere accettata senza remore da parte della coscienza credente. La parola teologia compare per la prima volta nell'opera di Platone, La Repubblica, all'interno di un'interrogazione sul tipo corretto di teologia mitologica cui dovrebbero conformarsi i poeti.
Nel VI libro della Metafisica, Aristotele distingue le tre branche della filosofia teoretica (matematica, fisica e teologia); la teologia è la "scienza prima", la scienza più elevata, ponendola al vertice delle attività umane, dunque ponendovi in subordine la fisica e la matematica come scienze di più basso profilo proprio perché il suo oggetto non è un ente determinato ma "il genere più alto di realtà" identificando quindi la "divinità prima" come il "primo motore".
Una terza accezione greca di teologia appartiene alla tradizione stoica intesa come il parlare agli dei nei luoghi di culto della città.
La teologia cristianamente intesa
La teologia cristianamente intesa è costituita da due elementi essenziali: la fede personale, come atto personale, e la rivelazione, cioè i contenuti della fede, come dimensione contenutistica della fede. La ragione si applica soltanto a contenuti determinati da Dio, cioè da Lui rivelati, né si può riflettere sulla rivelazione in senso propriamente teologico se non come approfondimento della propria fede personale. Per cui solo chi crede può fare teologia, mentre chi non crede può soltanto limitarsi allo studio della stessa.
La fede è un dono di Dio; quindi, non è la ragione a generare la fede, però credere senza una dimensione cognitiva, quindi senza andare a fondo alle ragioni della fede, è contrario alla realtà della fede cristiana perché il credente non può esimersi dall'approfondire, dando spessore alla propria esperienza di fede. Le ragioni per cui si crede sono molteplici, dal momento che nessuno vive la fede in modo eguale perché l'umanità è singolare e irriproducibile.
La fede come principio soggettivo della conoscenza teologica
Dal punto di vista religioso o teologico, la fede è l'esperienza di un rapporto personale unico con Dio, riconoscendone altresì l'aspetto contenutistico, la fede cioè come un corpus di verità da credere. La fede è la risposta soggettiva e personale alla Parola di Dio.
Nel NT si ha un'evoluzione del concetto di fede, da una dimensione soggettiva, cioè l'atto del credere, ad una dimensione oggettiva, cioè il contenuto creduto, tant'è che la fede si identifica con l'annuncio; la Chiesa con la sua autorevolezza ha il diritto di stabilire la vera fede fondata sulla Tradizione Apostolica.
In epoca medievale, con la nascita delle università, la fede tende sempre più a configurarsi come un corpus di verità da credere spostando l'accento sull'aspetto contenutistico, sminuendo l'aspetto personale o meglio soggettivo della fede. Tale idea è stata fortemente dibattuta da Lutero, rifiutando l'idea di una fede solo come contenuti da credere, ma intesa piuttosto come fiducia, come affidarsi a Dio. La posizione luterana venne fortemente condannata dal Concilio di Trento, dal momento che il polo soggettivo ed il polo oggettivo della fede sono inscindibili.
Nell'epoca moderna è stato fortemente dibattuto l'aspetto conoscitivo, veritativo della fede, non accettando che alla teologia venisse attribuita la qualifica di scienza o conoscenza anche. Da un lato non è sostenibile una fede che si riduce al sì della ragione, concezione dottrinalistica o impersonale della fede questa, accettando passivamente i contenuti della fede così come trasmessi dalla Chiesa, e dall'altro lato non è sostenibile una fede da intendersi soltanto quale un rapporto di fiducia, di affidamento a Dio a cui non corrisponde un orizzonte conoscitivo. Dunque, la fede è un dono che proviene da Dio, credendo alle verità di fede rivelate da Dio appunto.
Ecclesialità della fede e della teologia, carattere soprannaturale della fede
Ecclesialità della fede
Parliamo di ecclesialità della fede e della teologia perché la fede non è la mia fede, ma è la risposta ad una predicazione, in altri termini essa corrisponde al sì che io dico ad una predicazione che accolgo e riconosco come vera nella mia vita. Nella modernità, la religione viene considerata come una faccenda personale (c.d. Individualismo moderno) in quanto si tende a credere soltanto ciò che si ritiene personalmente vero, rifiutando di entrare in una logica di obbedienza. Dunque non esiste una fede cristianamente intesa a prescindere dalla fede così come la Chiesa la indica; l'ecclesialità della teologia è quella di estendere sul piano della scientificità ciò che già vale sul piano della soggettività personale.
La rivelazione come principio oggettivo della conoscenza teologica
La Rivelazione o Parola di Dio è il principio oggettivo, essa è l'oggetto della teologia. Quindi, la teologia essendo una scienza deve riflettere non su Dio ma sulla rivelazione; essa è l'origine, il fondamento della conoscenza teologica. La teologia cristianamente intesa non è la riflessione astratta della ragione su Dio, ma essa è la riflessione su Dio successiva al riconoscimento dei contenuti di fede. Non esiste teologia che non sia riflessione sulla Rivelazione, proprio perché la Rivelazione è principio oggettivo della conoscenza teologica mentre invece la fede è principio soggettivo perché la fede non costituisce la Parola di Dio, la Rivelazione ma la riceve e la accoglie.
La Rivelazione è rinvenibile all'interno della Sacra Scrittura o alla predicazione, ma è altresì vero che la Chiesa ha vissuto per decenni senza Scrittura perché vi era l'autorità degli Apostoli, testimoni viventi (avevano vissuto con Lui) della vicenda di Gesù di Nazareth e finché essi erano vivi non vi era l'esigenza di mettere per iscritto le vicende di Gesù. I Vangeli, chiamati "le memorie degli Apostoli", scritti direttamente dagli Apostoli o da loro collaboratori, nascono appunto proprio dal bisogno di trasmissione del contenuto dell'esperienza di Gesù di Nazareth. Abbiamo quindi la nascita degli scritti del NT da un lato e dall'altro la nascita della figura della trasmissione apostolica, cioè dei vescovi successori degli apostoli.
La Scrittura assume da subito un valore normativo ma al contempo nasce il problema della necessità del ricorso ad un'autorità nell'interpretazione della Scrittura perché comincia a non bastare più se non vi è un'autorità o meglio una regola con cui interpretarla. Dal momento che iniziavano ad essere molte le interpretazioni diverse e non sempre sovrapponibili, ecco che si avverte il bisogno di un criterio normativo per l'interpretazione della Scrittura rappresentata poi dalla "Regula Fidei" o anche detti "simboli di fede". I simboli di fede sono il criterio ermeneutico, cioè definiscono il metodo e le regole per interpretare messaggi il cui significato non è evidente e dà luogo a conflitti interpretativi.
Nel 425 d.C., Vincenzo di Lernis attraverso la sua opera maggiore, il Commonitorium, sviluppa una regola pratica per distinguere un'eresia dalla vera dottrina attraverso 3 criteri: universalità, antichità e consenso dei Padri. Il problema della Scrittura si ripropone nuovamente con la riforma protestante o luterana, mettendo in discussione il rapporto tra Rivelazione, Tradizione e Scrittura. Per Lutero, rispetto alla Rivelazione è sufficiente la Scrittura; secondo Lutero infatti ogni cristiano, in forza della fede e dello Spirito Santo, è abilitato all'interpretazione autentica della Scrittura senza ricorrere ad un'autorità esterna. Il Concilio Vaticano II, con la costituzione del Dei Verbum (1965), chiarisce definitivamente tale rapporto, sottolineando che la Tradizione non aggiunge verità nuove che non siano contenute già nella Scrittura.
In definitiva, la Scrittura da sola non basta ma accanto ad essa vi deve essere tutta la riflessione dei Concili che hanno formulato dei dogmi, proposizioni queste che la Chiesa afferma con autorità quale espressione della verità di fede scaturente dalla rivelazione e pertanto la negazione è eresia. Il dogma NON è una verità aggiunta alla rivelazione ma è una verità contenuta nella rivelazione.
Cristologia
La parola 'cristologia' significa discorso su Cristo, infatti, la cristologia si occupa proprio del Cristo, in definitiva questa è un discorso di fede. La ricerca del Gesù storico è essenziale per la vita cristiana perché volto a ricostruire la vita di Gesù di Nazareth attraverso fonti neutrali, cioè non influenzati dalla soggettività dei testimoni, poi sottoposti ad una critica razionalista che anzitutto escludeva i miracoli. Ovviamente in tutto questo si richiede un equilibrio tra storia e teologia perché si eviti sia uno storicismo inadeguato, sia la riduzione ad un discorso mitico o simbolico.
La ricerca sul Gesù storico si divide tradizionalmente in tre fasi successive:
- Old quest o anche la prima ricerca (1778 – 1906) che elabora uno scetticismo circa la conoscenza del Gesù storico.
- New quest (1953 – 1985) punta all'interpretazione della continuità tra il kerygma (annuncio) ed i fatti storici della vita di Gesù. Fu E. Kasemann in una celeberrima conferenza tenutasi a Marburgo dal titolo "il problema del Gesù storico" che espresse l'esigenza di non anteporre più il Gesù storico alla fede.
- Third quest o anche la terza ricerca non solo enfatizza lo strettissimo rapporto Gesù – giudaismo ma altresì segnala l'affidabilità storica dei Vangeli.
In conclusione, la formula primitiva "Gesù è il Cristo" non è un'invenzione dei primi cristiani ma è la comprensione determinante della figura storica di Gesù, una personalità sicuramente fuori dal comune nel contesto della sua ebraicità. I Vangeli e gli scritti del NT quando parlano di Gesù ed annunciano il Regno dei cieli, lasciano emergere i tratti della sua personalità e del suo messaggio: l'assoluta libertà, la proclamazione dell'uguaglianza tra gli uomini, l'attenzione agli emarginati, l'annuncio di un Dio-Padre, e tutto questo è evidenziato con insistenza nella Terza ricerca.
Fonti cristiane
- Le epistole di San Paolo, risalenti tra il 52 ed il 67 d.C.
- Le epistole di Giacomo, Giuda, Pietro e Giovanni, tra il 60 ed il 90 d.C.
- I vangeli canonici: Marco, databile prima del 70 d.C.; Matteo, Luca, entrambi tra il 70 e l’80 d.C.; e Giovanni tra l’80 ed il 90 d.C.
- Gli Atti degli Apostoli, risalenti tra il 70 e l’80 d.C.
Testimonianze extra-bibliche di Gesù (fonti non cristiane)
Le prime testimonianze non cristiane sono assai poche di fronte all'abbondanza delle fonti cristiane che trattano dell'origine del cristianesimo.
Giuseppe Flavio
Le prime chiare testimonianze storiche sulla persona di Gesù ci sono tramandate dallo storico Giuseppe Flavio (37 – 100 d.C.circa), il quale parla nelle sue opere storiche più volte della figura di Gesù, collocando intorno all'anno 30 d.C. l'attività e la morte di quest'ultimo, per mano di Ponzio Pilato su denuncia delle autorità giudaiche dell'epoca. La testimonianza più interessante dello storico Giuseppe Flavio è contenuta nel capitolo noto con il nome di Testimonium Flavianum dell'opera Antichità giudaiche, nel cui passo è semplice evidenziare che a parlare è uno scrittore che crede alla divinità di Gesù, alla sua risurrezione, alla sua qualità di Messia annunciato dai profeti. Giuseppe Flavio era un giudeo non convertito al cristianesimo e mai avrebbe potuto scrivere tali cose e per tale motivo l'autenticità del passo è stata messa in dubbio, ritenendolo apocrifo, opera di una mano cristiana che avrebbe ritoccato un passo dell'antichità; ma attraverso un'attenta analisi del passo i critici moderni sono concordi nell'affermare che il Testimonium Flavianum è autentico nella sua testimonianza storica di Gesù sebbene abbia subito delle aggiunte cristiane.
Cornelio Tacito
Altro grande storico fu Cornelio Tacito (56/57 – 118 d.C.) che, nella sua opera principale, gli Annales, documenta la prima persecuzione dei Cristiani sotto Nerone nel 64 d.C., ove la setta viene fatta risalire al Cristo, da qui condannato a supplizio da Ponzio Pilato. Egli ci informa che la comunità cristiana di Roma era costituita da un ingente numero di membri, sottolineando come i cristiani costituivano nella società imperiale un gruppo a sé, estraniato dalla vita pubblica e dalla religiosità comune, elemento di coesione sociale. Il rifiuto di adesione alla religione dello stato era visto come un atto di sovversione politica, esattamente come la tendenza a rifiutare costumi ed istituzioni tradizionali e ad estraniarsi dalla vita pubblica. Le poche parole di Tacito riferite a Gesù Cristo, mostrano che egli è ben informato a riguardo facendoci pensare che egli attingesse a notizie di prima mano, comunemente riconosciuto come storico tra i più scrupolosi.
Plinio il Giovane
Plinio il Giovane, nipote di Plinio il Vecchio (111 – 113 d.C.), ci ha lasciato una raccolta di epistole, le quali risalgono al periodo...
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