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probabilmente in ambiente siriaco nella prima metà del primo secolo, è anteriore

all'opera Giovannea. Il linguaggio semplice riporta l'esperienza di Cristo che le prime

comunità testimoniavano con la vita.

2. Clemente romano

I dati biografici certi di clemente sono scarsi, fu il quarto vescovo di Roma, visse

all'epoca dell'Evangelista Giovanni e dimostra una conoscenza precisa dei Vangeli

sinottici, una traduzione, motivata da una Passio del V secolo, lo indicherebbe come

martire. La nostra Lettera risalirebbe agli anni 95-58, al tempo degli imperatori

Domiziano e Nerva e fu oggetto subito di grande autorità, tanto da essere letta pure nella

liturgia domenicale.

L'opera è una lettera- omelia inviata alla comunità di Corinto disorientata da molti suoi

membri desiderosi di novità ed impazienti nei confronti dei presbiteri. lo scopo è quello

di indurre i sediziosi a desistere di modo che a Corinto ritornino unità, pace e concordia.

La Cristologia di clemente pone al centro della sua riflessione Cristo mediatore umile

sulla linea profetica del giusto rifiuto. L'azione mediatrice di Cristo, si concretizza nel

suo essere unico, gran sacerdote, protettore, soccorso della nostra debolezza. Infatti è

solo per mezzo di Cristo che Dio può compiere a nostro favore grandi miracoli e che noi

possiamo contemplare dio, pregarlo, lodarlo e glorificarlo.

2. Il pastore di Erma

E'l'opera di un anonimo autore che scrive nella prima metà del II secolo. Consta di

cinque visioni, 12 precetti e 10 similitudini allegoriche sotto forma di un dialogo

continuo, avente come oggetto le cose che concernono la salvezza, condotto tra l'autore

stesso e la chiesa ed avente come argomento principale il sacramento della penitenza.

Parlando del vero digiuno, nella quinta similitudine allegorica, l'autore mette a tema del

suo dire il discorso Cristologico attraverso la parabola del servo fedele e stimato cui un

padrone affida un podere da coltivare e che è fatto coerede del figlio a causa dell'ottimo

lavoro svolto. Il testo stesso ci dona più avanti la chiave interpretativa di questo discorso:

" il campo a questo mondo; il padrone del campo chi creò tutte le cose,le perfezionò e le

consolidò; il figlio lo spirito santo; il servo al figlio di Dio..."

Il nostro autore spiega come Dio abbia fatto abitare lo spirito santo in un uomo il quale,

comportandosi in materia santa e perfetta ottenne dal creatore di " partecipare dello

spirito santo" di modo che " ottenesse una tenda e non sembrasse aver perduta la

ricompensa del suo servizio". Lo status divino di Gesù sarebbe allora l'esito di una vita

perfettamente vissuta sotto l'egida della volontà di Dio, ecco perché questa antica

Cristologia è stata giudicata da molti come adozionista, cioè interpretante l'uomo Gesù di

Nazareth adottato da dio come figlio solo al momento della restaurazione.

3. Ignazio di Antiochia

Anche le lettere di Ignazio ci rivelano una teologia viva, espressione di una fede

personalmente vissuta e sofferta. Morto martire probabilmente tra i 107 ed il 110, e gli

scrivere lettere come un diario di viaggio e spirituale durante il cammino verso Roma,

dove l'attende la suprema testimonianza di Cristo. La riflessione Ignaziana è soprattutto

soteriologica e Pasquale: egli infatti interpreta la Pasqua come principio attuale di vita di

salvezza per il cristiano e per la chiesa attraverso il battesimo il Eucaristia. L'evento

Pasquale però è anche compimento della storia singolare di Gesù, sottolineata

particolarmente come l' oikonomia: il disegno di salvezza decretato da Dio nella storia

che trova in Cristo il suo centro il culmine. Di qui somma valore che Ignazio attribuisce

alla realtà umana del salvatore. 11

2. I padri del II secolo

Conclusa l'epoca apostolica assistiamo al progressivo svilupparsi delle comunità cristiane

in ambiente greco. Questo fatto si traduce in impegni di chiarificazione e giustificazione

delle dottrine cristiane confronti degli interlocutori, imbevuti di cultura ellenistica. Le

personalità ecclesiali in prima linea impegnate nel dialogo con il pensiero greco furono i

padri apologisti. Non vanno dimenticati i primi scrittori antieretici impegnati a

preservare il proprium del cristianesimo dalle interpretazioni settarie di gruppi che, sulla

base della matrice e culturale ellenistica, riducevano il fatto cristiano ad una via di

salvezza dalla materia verso divina, percorribile grazie alla conoscenza (gnosis) e della

verità. Due soli nomi maggiormente significativi del compimento della teologia cristiana

del II secolo: Giustino ed Ireneo di Lione.

1. Giustino

Questo martire e filosofo assunse della filosofia greca numerose categorie interpretative:

tra di esse gioca un ruolo primario quella dell'economia (oikonomia) che vede la storia di

Gesù come evento centrale e realizzativo del piano salvifico di dio per uomo. Tale

disegno divino comporta comunicazione vitale di dio, l'assoluto senza origine, all'uomo

per mezzo del logos creatore, mediatore e quindi rivelatore del padre.

2.Ireneo di Lione

Alla base di tutta la teologia di Ireneo è la dottrina della ricapitolazione di tutto in Cristo.

Gesù è colui che verifica sotto un medesimo capo tutte le cose rinnovando l'universo

intero nelle sue parti visibili ed invisibili e riconducendo l'umanità peccatrice alla

primitiva somiglianza con Dio. Presupposto di tale miserabile processo alla totale

condivisione da parte di Cristo della nostra storia attraverso l'assunzione di una vera

carne. Di qui due conseguenze:

- riguarda il c.d. interscambio che l'incarnazione causa a favore degli uomini. Dio cioè

diviene un uomo per fare di noi ciò che lo stesso è, in una parola: ci divinizza.

- concerne il rapporto tra la verità dell'umanità di Cristo, presente in Gesù e insieme con

la divinità, ed il suo essere un'unica persona.

La forte posizione Ireneana, in conclusione, si costituisce come baluardo nei confronti di

un cristianesimo erroneamente interpretato sulla base del pensiero greco separate Dio e

cosmo. Ireneo, rifiutando la vanificazione della carne di Cristo, manifestazione storica di

Dio, afferma come nel cuore del fatto cristiano vi sia una storia singolare con un nome

ben preciso: Gesù Cristo, presenza stessa di Dio vivificante e salvante il mondo.

3. I padri del III secolo

Il compito della riflessione patristica nel III secolo fu quello di dare inizio all'indagine

sulla costituzione di Cristo. Sull'avvio di tale riflessione influì la preoccupazione di

ovviare agli errori di un interpretazione gnostica del mistero trinitario che annullava

qualsiasi differenza tra le persone del padre, di figlio e dello spirito santo, considerate

come semplici modi di essere della monarchia (= unico principio) divina, affermando che

è il padre ha di incatenarsi e a soffrire.

Le scuole teologiche più fiorenti del periodo sono tre:

a) Alessandria, centro di brillante vita intellettuale già prima del cristianesimo, in cui si

sviluppò la c.d. scuola alessandrina;

b) Roma, che acquistò importanza culturale quando il latino, sostituendo il greco,

divenne la lingua ufficiale della chiesa romana;

c) Cartagine che ricevette l'annuncio del vangelo da Roma e questo è certo manteneva 12

rapporti strettissimi con l'urbe.

1. La scuola di Alessandria

Nella grande città fondata da Alessandro Magno nella 331 a. C., il cristianesimo si fuse

alla fine del primo secolo assorbendo tutti interessi culturali ivi presenti. La scuola

teologica detta alessandrina si applicò allora con particolare cura alla analisi metafisica

dei dati della fede sulla base della filosofia platonica, ed all'interpretazione allegorica

della bibbia. Tre teologi più importanti dell'ambiente alessandrino brillano i nomi di

Clemente ed Origene.

1. Clemente alessandrino

Si propone di difendere ed approfondire la fede per mezzo della filosofia; combatte

strenuamente lo gnosticismo non attraverso una critica puramente negativa, bensì

opponendo alla falsa una vera gnosi che evidenzi l'accordo della fede (pistis) con la

conoscenza (gnosis), pur riconoscendo alla fede una superiorità sulla scienza. Per

raggiungere tale scopo il nostro autore pone come punto di partenza di tutta la sua

teologia il Logos che è il principio primo di spiegazione religiosa dell'universo. Esso

forma, con il padre e lo spirito santo, la trinità, è il creatore del mondo, il rivelatore

progressivo di dio attraverso l'antico testamento. Il logos è pure il maestro, il salvatore

della razza umana ed il creatore della vita nuova dell'uomo che può essere deificato.

2. Origene

E gli muove dall'idea di Dio che diviene comprensibile all'uomo per la mediazione del

logos, cioè di Cristo ( di qui l'accusa di subordinazionismo) il quale è legato al corpo

umano di Gesù attraverso l'anima, sostanza cui non ripugnava di entrare in un corpo.

L'essere che deriva da questo legame è dunque un uomo- Dio (theantropos) la cui anima

è da dio e la cui carne è da Maria. Viene tematizzata la c.d. communicatio idiomatum, la

dottrina cioè di importanza capitale in Cristologia, secondo la quale, pur designando

Cristo con un nome indicante la sua divinità, è possibile applicargli attributi umani, e

viceversa.

2. La teologia romana: Ippolito

Il presbitero romano Ippolito, facondo oratore, greco di cultura di espressione fu insigne

teologo, anche se non eguagliò mai la profondità dell'alessandrino Origene. Combatte

l'eresia modalista e patripassiana sostenendo una dottrina dello logos velata di

subordinazionismo. Questo autore rimane famoso per la Traditio Apostolica, una delle

più importanti costituzioni ecclesiastiche dell'antichità; per quanto concerne la dottrina

Cristologica, occorre rifarsi per lo più al Contra

Noetum, un ampio frammento che costituiva la parte finale forse di una altra opera

ippolitea: il Syntagma: un trattato contro tutte le eresie.

Ippolito inizia la riflessione Cristologica dal Logos che procede dal padre, tuttavia

presenta la generazione del verbo come un progressivo sviluppo intestati: dapprima il

logos è concepito da dio in un modo ancora invisibile al mondo creato, poi è inviato nel

mondo, fin dalla creazione, affinché il mondo possa vederlo attraverso, per esempio, le

prefigurazioni dell'AT, in una terza fase, infine, il verbo viene dotato di carne per

compiere la salvezza dell'uomo. L'agire soterico di Cristo è descritto poi come una lotta

cosmica in cui lo spirito di dio si concentra tutto in Cristo per poi espandersi nel mondo,

rendendo così possibile la redenzione ed il ritorno dell'uomo Dio. Ispirandosi ad Ireneo,

Ippolito afferma che il verbo prese la carne di Adamo per rinnovare l'umanità attraverso

la restituzione della vita immortale.

3. La teologia africana: Tertulliano

Il contributo che le chiese africane dettero alla teologia ed alla letteratura cristiana fu di 13

gran lunga maggiore di quello della chiesa romana. In particolare gli autori africani

riescono meglio di tutti gli altri occidentali a mostrare in che cosa si differenzi il

cristianesimo latino da quello orientale. Clemente ed Origene sottolineano infatti il

contenuto metafisico della fede ed il valore oggettivo della redenzione operata da Cristo.

Gli africani, invece, insistono molto sui risvolti pratici dell'essere cristiani sull'aspetto

soggettivo della salvezza, sulla fede in atto che lotta contro il peccato.

4.La Cristologia conciliare

La chiesa vive nel quarto e quinto secolo, quei momenti di fede vissuta e riflessa che

sono i concili ecumenici, i quali sintetizzano i contributi più significativi della teologia

patristica.

Le definizioni dogmatica dei primi concili sono momenti di altissima concentrazione

Cristologica, chiavi ermeneutiche privilegiata ed autentica interpretazione del dato

biblico e infine espressioni della chiesa ancora sostanzialmente unita, prima cioè degli

scisma orientale (1054) ed occidentale (1520).

1.Il concilio di Nicea (325)

La creturalità del verbo è quanto Ario,presbitero di Alessandria morto nel 336, predicava

verso il 320 , basandosi a su una errata interpretazione di pro. Ario, volendo salvare

l'unicità inalterabili di Dio afferma che solo il padre è ingenerato, mentre verbo è

creatura del padre e a lui subordinato, non consostanziale a con il padre e quindi soggetto

al mutamento fisico e morale.

Subito i vescovi dell'oriente furono in grande agitazione, allora vescovo Alessandro di

Alessandria invio a tutti i vescovi una lettera enciclica stigmatizzando le posizioni

eretiche Ariane. l'imperatore Costantino, convinto di essere strumento efficace di

riconciliazione convoco un concilio a Nicea, il cui inizio fu fissato al 19 giugno dell'anno

325.

1.Il simbolo di Nicea

Il vescovo Eusebio di Cesarea, amico di Ario di cui condivideva in parte il pensiero

teologico, scrisse alla sua comunità per giustificare il proprio comportamento al concilio

che l'aveva portato a ratificare il credo che sarebbe poi stato definito niceno.

Le precisazioni antiariane sono evidenziate in corsivo; quella che sono a pieno il

significato antiariano di Nicea è il termine consostanziale (homousios). Qui per la prima

volta compare un termine Cristo logico non di derivazione biblica ma filosofica. In

contesto teologico il vocabolo indicava la partecipazione di farne il figlio ad una

medesima generica natura divina, comune ad entrambi.

Cristo è consostanziale al padre per salvarsi rendendo così la nostra umanità partecipe

della divinità.

Il concilio vuole con precisazione stigmatizzare alcune espressioni ariane, affinché

nessuno possa più essere indotto in errore.

2.Il significato Cristologico del dogma niceno

I secoli che vanno dalla redazione del nuovo testamento a Nicea sono dominati dalla

cultura greca che esercita con sempre maggior vigore il proprio flusso in tutto il bacino

del mese tale.

Proprio per conservare l'esattezza della comprensione scritturistica nell'ambito della

cultura greco- ellenistica del IV secolo,Nicea puntualizza le espressioni bibliche con 14

nuovo linguaggio. Esso è frutto di un dialogo corretto della teologia patristica con

l'humus culturale del tempo, ed offre la necessaria dose di precisione richiesta anche dal

dilagare dell'eresia ariana.

Concretamente i padri di Nicea operarono una triplice scelta Cristologica: stabilirono il

termine tecnico homoousios come espressione indicante l'uguaglianza la natura delle

prime due persone della trinità; affidarono a tale vocabolo il compito di significare

autenticamente la fede della chiesa circa la divinità di Cristo; e gettarono infine ogni

mediazione di esseri semi- divini o diemiurgici tra Dio e il mondo, collocandosi in netta

contrapposizione all'arianesim e che con o locali figlio e lo spirito santo tra il padre e le

creature.

3.Il concilio di Costantinopoli ( 381 )

Nella progressiva comprensione ideologica dell'unione tra l'umanità e la divinità

dell'unico Cristo, gioca un ruolo molto importante le scuole teologiche:

- alessandrina: sottolinea la dimensione divina dell'incarnato, senza prestare eccessiva

attenzione alla realtà umana di Gesù: verbo-carne;

- antiochena: sottolinea la perfezione la completezza e dell'umanità e Gesù tanto la

parlare del Logos che riassume un corpo ed unanime, non solo una carne: è lo schema

verbo- uomo.

1.Il simbolo niceno- Costantinopolitano

Per difendere e sancire la fede nicena, gli imperatori Teodosio e Graziano indissero, nel

381, un concilio a Costantinopoli, cui furono invitati i vescovi orientali. L'assemblea

episcopale non accetto la posizione Cristologica secondo cui il Logos assunse una carne

senza anima, dal momento che lo stesso verbo era divenuto un perfetto per la nostra

salvezza. Fu redatto pertanto un simbolo che esplicitasse l'autentica fede della chiesa: è il

niceno- Costantinopolitano che ancora oggi è usato, insieme con il simbolo apostolico,

nella liturgia eucaristica.

2.Il significato teologico

Il simbolo nasce come regola di fede battesìmale in funzione antieretica. Esso risulta

perfettamente inserito nella vita della chiesa e lo è tuttora, configurando la fede

ecclesiale, presente nella celebrazione eucaristica, come fonte di concreta comunione.

4.Il concilio di Efeso ( 431 )

Le definizioni consiliari e delle riflessioni patristiche del IV secolo avevano contribuito a

certificare che in Cristo salvatore sussisteva una singolare unità tra le realtà divina e

umana, entrambe perfette, cioè complete in ogni loro prerogativa. La riflessione

teologica sviluppatasi tra il quarto e quinto secolo aveva posto l'accento sulla

problematicità dell'unione esistente tra questi due effetti insistendo: ad Alessandria, per

opera del vescovo cirillo, sulla tradizione del logos-sarx; nella scuola antiochena su

quella del logos-anthropos.

Accanto a queste scuole tradizionali si colloca teologia occidentale che sottolinea da un

lato la distinzione delle realtà umana e divina in Cristo, dall'altro afferma la loro unità

mediante la communicatio idiomatum, ed i cui rappresentanti più autorevoli furono

Agostino e Leone magno.

1.La crisi nestoriana e l'intervento di Cirillo

Le divergenze tra le Cristologie alessandrina e antiochena si acuirono ad esplodere

apertamente quando fu eletto, nel 428, patriarca di Costantinopoli Nestorio. Costui 15

predicava basandosi sui concetti teologici di ispirazione antinochena e pare avesse

pubblicamente predicato che in Cristo ci fossero due persone separate, per cui reagire

non poteva assolutamente essere chiamata genitrice ( madre) di Dio (theotokos).

Nestorio concedeva richiamare la vergine con il titolo di genitrice del Cristo poiché essa

aveva generato l'uomo Gesù in cui Dio abitava come in un tempio. A tal proposito Cirillo

parlerà di uno scandalo ecumenico.

Cirillo di Alessandria richiede, per lettere, alcune spiegazioni a Nestorio; dopo un primo

scambio di lettere cirillo gli invia una seconda lettera sia un vero e proprio trattato Cristo

logico di stampo alessandrino e che sarà approvata dall'assemblea efesiana.

La seconda lettera a Nestorio vede di incarnazione con un divenire carne del verbo divino

che non tratte profondità la perfezione dell'umanità di Cristo, nel problema dell'unità

della dualità del salvatore. Così Cirillo propone la formula Cristologica che indica in

Cristo una sola natura del Logos- Dio incarnato.

Cirillo affermò che le due natura di Cristo non si devono dividere dopo l'unione, ma

vanno attribuita l'unica natura incarnato del Dio- verbo.

Questo pensare ha il merito di evidenziare l'unità di Cristo.

La preoccupazione principale di Nestorio è quella di opporsi ad ogni confusione tra gli

elementi di vino che domani in Cristo, perciò con forza afferma che in Cristo permane

una distinzione, anche dopo l'incarnazione.

2.Il dogma di Efeso e il suo significato teologico

Convocato per la Pentecoste del 431, il concilio di Efeso fu dichiarato aperto da Cirillo il

22 giugno sebbene fossero assenti i legali e papali, i vescovi siriani e il patriarca

Giovanni di Antiochia. Fu presentato il caso di Nestorio; fu letto il simbolo Niceno e poi

la seconda lettera a Nestorio di Cirillo che fu trovata conforme alla tradizione dei padri.

Fu letta la risposta di Nestorio a Cirillo che non fu trovata l'armonia con Nicea; si

procedette quindi alla deposizione di Nestorio non solo dalla sede Costantinopolitana, ma

anche dalla dignità episcopale.

Il valore dogmatico del concilio appartiene soltanto la seconda lettera a Nestorio di

Cirillo in cui è confessata la fede Cristologica ortodossa ed è proclamata Maria

Theokotos.

3.La formula di unione

I vescovi orientali non furono adeguatamente rappresentati in concilio, e non accettarono

la decisione efesiana; ne nacque grande agitazione politico- religiosa fino a quando, nel

433, i due principali esponenti della teologia alessandrina e antinochena: Cirillo e

Giovanni di Antiochia firmarono un documento di riconciliazione comprendente una

formula di fede redatte in comune: la formula unionis.

Questo documento sull'esito di un accordo politico e - dottrinale che prevedeva la

conferma dell'esilio per Nestorio e l'abbandono, da parte di Cirillo, dei 12 anatematismi

insieme con la sottoscrizione di una formula di fede intermedia fra le posizioni

alessandrino e antiochena. Nella formula la Cristologia alessandrino apporta la forte

sottolineatura dell'unità del soggetto divino, il verbo incarnato, nel Cristo e la definizione

di Maria theotokos; il dato antinocheno, invece, appare nel riconoscimento regolatore,

unite senza confusione, nell'incarnazione, nell'affermazione di un solo prosopon.

Da questo documento emerge ancora una volta lo scorso teologico è volta a ricercare una

formula di fede e spettante a pieno la grandezza del mistero di Cristo ed è animato dalla

coscienza di voler ad ogni costo salvaguardare la realtà della salvezza che coinvolge tutta

umanità e l'intero soggetto umano.

Nella formula però si notano ancora gli effetti di un'precisazione linguistico- biologiche

16

che sarà eliminata nel 451 al concilio di Calcedonia.

5.Il concilio di Calcedonia ( 451 )

Il concilio di Efeso aveva condannato Nestorio, ma non la scuola teologica di Antiochia.

Molti antiocheni simpatizzanti per le idee dell'ex patriarca, rifiutando il concilio e il

decreto di unione, confluirono nella cosiddetta chiesa nestoriana la quale fondò un

proprio patriarcato a seleucia-ctesifonte ed intraprese una coraggiosa opera missionaria

sino a raggiungere l'India e la Cina. Anche all'interno della scuola alessandrina ben presto

alcuni estremisti levarono la loro voce contro la riunificazione ed accusarono di

nestorianesimo tutti coloro che avevano accettato o difendevano la formula unionis.

1.La crisi monofisita

Capo di questi estremisti alessandrini fu Eutiche che, a Costantinopoli era antinestoriano

e assertore di una dottrina Cristologica radicale. Egli riteneva che Cristo fosse composto

da due natura prima dell'unione determinata dall'inflazione, ma confessava una sola

natura dopo l'incarnazione, negando anche la consostanzialità della carne di Cristo con la

nostra. La posizione dell'archimandrita apparve inaccettabile poiché la negazione

dell'umanità vera del salvatore dalla al mia fysis il valore non di una sottolineatura bensì

di una forte negazione del autentica componente umana di Cristo il quale sarebbe stato

composto di una sola natura: quella divina. Ecco la ragione per cui l'errore Cristologico

eutichiano fu chiamato monofisismo.

Eutiche fu condannato nel sinodo endemusa di Costantinopoli e riunitosi nel 448 sotto la

presidenza del patriarca Flaviano.

Il vocabolo hypostatis esprime con precisione che l'unità di Cristo esiste il rapporto ad

una persona della trinità, quella appunto del verbo, e da portante chiarezza nella

Cristologia antiochena la quale non era ancora riuscita ad identificare il proson di Cristo

con la hypostasis del verbo.

La fazione di Eutiche, alla notizia della deposizione dell'archimandrita, si sollevo e fece

pressioni sull'imperatore Teodosio II perché convocarsi per l'anno successivo un concilio

ad efeso. Tale assemblea, cui anche il Papa Leone magno indirizzo una lettera dogmatica

(tomus ad flavianum) e si risolse in un atto di brigantaggio da parte dei monofiisiti che

ridessero i lavori nella persona del patriarca di Alessandria Dioscoro impedendo ai legati

papali di parlare. Il cosiddetto latrocinium Ephesinum, non ebbe mai alcun

riconoscimento ecclesiale.

2.Il Tomus ad Flavianum

Questo documento all'unico testo latino che ebbe influenza sulla teologia orientale.

Leone magno invio questa lettera dottrinale il 13 giugno 449, schierandosi in favore del

patriarca Flaviano contro Eutiche. Lo scritto contiene una lunga e dettagliata esposizione

Cristologica composta di riassunti e estratti dai sermoni leoniani. Passo capitale del

Tomus è brano in cui Leone, dopo avere insistito sulla realtà e integrità della natura

umana di Cristo, affermo con vigore che le natura umana e divina, unite in una sola

persona permangono distinte.

Sulla base di questa dottrina Leone ribadisce che soggetto di tutte le priorità è l'unico

verbo, ma anche che ciascuna delle durature mantiene le operazioni sue proprie senza

alcuna confusione.

Leone indica nell'unica persona divina il soggetto finale di attribuzione di tutte le

evinceva il principio Cristo logico della communicatio idiomatum di origineniana

memoria. 17

Ecco dunque come Leone, parlando delle due natura dopo l'unione, mostrando cioè in

positivo la fede ortodossa, prendere distanze dal monofisismo di Eutiche.

3.La definizione di fede calcedonese

L'imperatore Marciano,succeduto a Teodosio II, convocò un concilio a Nicea, ma subito

trasferì la sede a Calcedonia, affinché egli stesso potesse partecipare alle sedute.

Partecipano al concilio la quasi totalità dei vescovi orientali e alcuni vescovi occidentali.

Il Papa Leone invio tre suoi legati. Le sessioni furono sei, le cui prime due sono

particolarmente importanti dal punto di vista dottrinale. In questa due sedute fu elaborata

la nuova definizione di fede approvata poi della sesta sessione del 25 ottobre. La nuova

formula è dagli stessi padri conciliare sentita in continuità perfetta con la fede di Nicea,

come un esplicitazione autentica della fede ortodossa, ed infine come coagulo delle

tradizioni teologico orientali e occidentali.

4.Il significato teologico

La definizione calcedone e si presenta come una risposta nuova e chiarificatrice

dell'istanza riguardante il modo in cui la fede retta adora unico figlio ed unigenito.

Da notare è innanzitutto linguaggio solenne con quella definizione si apre.

Immediatamente dopo i padri menzionano il tema centrale della definizione stessa:

l'unico ed identico figlio, il signore nostro Gesù Cristo di cui, nel proseguo si illustrano

quattro proprietà:

- la perfezione, delle sue dimensione divina e umana

- la verità, del suo essere dio perfetto e uomo perfetto

- la sua doppia consostanzialità con Dio e con noi, eccetto il peccato

- la sua doppia generazione, da Dio secondo la divinità e da Maria theotokos secondo

l'umanità.

I pari analizzarono la realtà del salvatore definendola una persona, un'ipostasi, in due

natura. In Cristo l'unità del soggetto è da attribuirsi all'unica hypostasis ed all'unico

prosopon, mentre la dualità delle perfezione divine ed umane alla ricondotta alle 2 fysis.

Così confessando si descrive Cristo come una persona in due nature.

Il concilio può afferma come rapporto fra le due natura dell'incarnato sussista senza

confusione, senza mutamento, senza separazione e senza divisione.

5.Una valutazione della definizione calcedonese

La definizione calcedonese divenne l'espressione tipica della comprensione ecclesiale

della fede Cristologica.

Le accuse principali parlano di eccessivo concettualismo, visione dicotomica della

persona di Gesù Cristo, l'impiego di categorie ellenistica non avrebbero dato sufficiente

spazio all'uomo Gesù.

Il salvatore è detto, contro Eutiche, pienamente uomo. Calcedonia definisce l'autentica

dimensione umana del verbo incarnato affermando che lo stesso logos divino fa il suo

ingresso nella storia per operare realmente la salvezza dell'uomo. Per i calcedoni, non c'è

più una visione dualistica ed intrinsecistica del mistero di Cristo, bensì l'affermazione

dell'irriducibilità della natura divina alla natura umana anche nella singolarità

dell'evento- Cristo.

Si dovrà parlare della definizione calcedonese e come di uno sguardo su alcuni contenuti

della fede Cristologica che sono: le due nature, l'unica persona e l'evento

dell'incarnazione.

Calcedonia non intese articolare autonomamente in maniera esaustiva un discorso

mirante ad illuminare tutto mistero di Cristo.

Il concilio calcedonese fece uso di termini filosofici precisi e rigorosi nel loro valore 18

semantica, ma non diede la definizione dei concetti stessi sulla base di alcuna scuola

filosofica.

Calcedonia opera una vera e propria deellenizzazione del kerygma, cioè una autentica

rivendicazione dell'autonomia teologica nei confronti delle filosofie allora imperanti.

6.La Cristologia conciliare dopo Calcedonia

Il concilio di Calcedonia non fu accolto dappertutto: l'molti vescovi vennero decisioni

consiliari con una presa di posizione che metteva in ombra alla fede di Cirillo, la cui

autorità non aveva pari in oriente.

Nella chiesa orientale, nei secoli 5 e 6 la riflessione Cristologica si coagulò attorno a tre

orientamenti di pensiero:

1. il monofisismo, che rifiuta le decisioni calcedonesi e quindi la Cristologia antiochena e

leoniana, accettando solo le espressioni teologiche e le formule cirilliane .

2. il calcedonismo, che vuole essere fedele al concilio con l'approfondirne le prospettive

ed i suoi rappresentanti più noti sono Leonzio di Bisanzio in oriente, come pure Boezio e

Rustico in occidente.

3. il neocalcedonismo, che media tra alla definizione calcedonese che le formule

cirilliane, che ha nell'imperatore Giustiniano il suo principale sostenitore.

1.Il concilio a Costantinopolitano II ( 553 )

Fortemente voluto da Giustiniano, contro il volere del Papa Virgilio, il

Costantinopolitano II, svoltosi nella capitale del 5 maggio al 2 giugno del '553, ha come

scopo quello di condannare ogni lettura nestoriana del concilio di Calcedonia

vincolandone più strettamente la formula con il senso degli anatematismi cirilliani.

Questo nuovo concilio condannò i famosi Tria Capita, di cui idee potevano essere

obiettivamente interpretate in maniera nestoriana.

Entra poi a pieno titolo nell'ufficialità l'espressione kath'hypostasin per indicare che, in

Cristo, l'unione tra natura divina e quello umana avviene secondo l'ipostasi del verbo,

cioè è ipostatica, essendo il verbo il soggetto unico delle due nature.

2.Il concilio Costantinopolitano III ( 681 )

Il desiderio di recuperare alla retta fede una gran parte di credenti era urgente desiderio

dell'autorità imperiale, impegnata a contrastare l'avanzata persiana e islamica, e di quella

religiosa.

Fu così che il patriarca Sergio di Costantinopoli e l'imperatore Eraclio tentarono di

cercare un accordo con il partito monofisita. Il patriarca Sergio, nel 633 , propose di

mettere da parte il concetto della doppia natura del Cristo per sottolineare, nel salvatore

un'unica operazione (energheia) divino- umana, radicata nell'unica persona di Cristo.

Questo discorso fu presentato al Papa Onorio il quale, ingannato dall' abilità di Sergio,

ritenne la questione sull'unica o duplice attività di Cristo una questione meramente

terminologica. Il pontefice affermò dunque che, salvo restando il dogma calcedonese, si

può affermare che in Cristo c'è un solo volere (thelema).

L'imperatore Eraclio, forte dell'affermazione papale, pubblico nel '638 una esposizione

della fede (ektesis) in cui le parole del pontefice furono interpretate in maniera

autenticamente monotelita.

Una prima risposta alle eresia monotelita fu data della teologia occidentale che si 19

espresse in maniera formale del concilio lateranense I ( 649 ) tenacemente voluto dal

Papa Martino I. Quest'assise condannò il monotelismo con un' aggiunta al simbolo

calcedonese che chiarisce ancor più la distinzione delle durature complete in Cristo che

addetto volente ed operante la nostra salvezza in modo divino ed umano.

In oriente, contro il monotelismo, si leva la voce di Massimo il confessore, il quale

elabora una formula Cristologica riassumibile in queste parole: " l'unica persona di Cristo

è le sue due nature". Cristo, cioè, essendo per natura ciascuna delle due nature, possiede

ciò che è proprio della natura umana e della natura divina, dunque ha la volontà e

l'operazione divine come la volontà e operazioni umane.

Massimo vede nel logos incarnato la sintesi del movimento salvifico di Dio verso l'uomo

e dell'uomo verso Dio. Dell'unità del Cristo la realtà divina si comunica completa

all'umano; di contro la natura umana appare pienamente perfettamente realizzata

dall'incontro con l'elemento divino.

La presa di posizione ufficiale del concilio lateranense I e la riflessione Cristologica e di

Massimo portarono l'imperatore Costantino IV nella decisione di convocare un nuovo

concilio ecumenico, noto come il concilio di Costantinopolitano III. L' assise, cui aderì il

Papa Agastone, duro quasi 11 mesi, dal novembre '680 al settembre '681 e si

concretizzano nella definitiva condanna del monoteilsmo sulla base di una nuova

definizione di fede, elaborata sullo schema calcedonese.

La prima parte è modellata sulla formula di Calcedonia. La seconda parte afferma

l'esistenza in Cristo di due volontà distinte ma in perfetta armonia. Nella terza parte della

definizione è con esplicito richiamo alle in cooperazione esistenti nell'unica persona del

salvatore.

Lo sforzo teorico dei padri conciliari si sintetizza nella quarta parte in una

ricapitolazione dell'intera fede Cristologica. Infine la quinta ed ultima parte contiene la

proibizione, sotto pena di condanna, di insegnare qualsiasi cosa contraria la fede espressa

nel simbolo.

L'espressione del nuovo testamento che riflettono una coscienza umana distinta la

volontà divine Gesù trovano una esegesi perfetta nel Costantinopolitano III che afferma

con l'opera della nostra salvezza è voluta ed attuata non solo dalla trinità secondo l'unità

volontà divina, ma anche nella persona del figlio incarnato secondo volontà umana e

storica. Il settimo concilio ecumenico illumina l'esistenza, nel medesimo Cristo Gesù, di

una volontà umana dialogante, in ubbidienza non passiva ma libera, con la volontà

divina.

7.Breve excursus storico

La Cristologia medievale e moderna

In oriente, dopo la vittoria dell'ortodossia sull'iconoclastia nell'843 , la riflessione

Cristologica si impronta ad un certo conservatorismo di cui la sintesi di Giovanni

Damasceno è l'esempio.

In occidente, data l'assenza di gravi eresie Cristologiche, la teologia e le definizioni

consiliari si limitano a studiare e condannare le residenti che proponendo la dottrina

tradizionale della chiesa. Così i concili lateranensi IV ( 1215 ), Lione II ( 1311 - 1312 ),

Firenze ( 1439-1442).

Brillano alcune menti illuminate: Anselmo d'Aosta, Tommaso D'Aquino che soprattutto

nella summa theologica evidenzia come i misteri della vita di Cristo non siano meri fatti

20

storici bensì si configurino come luoghi di salvezza per l'umanità intera.

Accanto a questi giganti speculativi va collocata la teologia monistica che ha in Bernardo

di Chiaravalle un esponente di primissimo piano la quale afferma la sua attenzione sul

mistero per cui il verbo, irraggiungibile da parte degli uomini peccatori, si auto propone

a noi nella carne riaprendo la via della salvezza. Altri nomi: Francesco d'Assisi e

Caterina da Siena.

L' epoca moderna dei deferire diverse scuole teologiche a cavallo di quel grande ente

ecclesiale che fu il concilio di Trento ( iniziata 13 dicembre 1545 e concluso il 4

dicembre 1563 ). Le più importanti sono: quella dominicana, quella francescani e quella

dei gesuiti.

In più: la radicale contestazione che la riforma protestante aveva condotto anche in

campo Cristologico condusse la teologia cattolica ad elaborare e un nuovo metodo di

ricerca che si opponesse alla protestantesimo e , ma anche all'infinito moltiplicarsi di

questioni e querelles tra le scuole teologiche cattolica. Ecco così risorgere il metodo

dogmatico, che vedeva le definizioni magisteriali come punti di partenza del discorso

teologico e lo svilupparsi della Cristologia manualistica che volle rispondere alle

esigenze di chiarezza, ordine e sistematicità cui la Cristologia doveva far fronte.

In ambito cattolico questo pensare moderno si presentò sotto le spoglie del modernismo e

e di una contestazione radicale nei confronti della chiesa come luogo ermeneutico

fondamentale per l'autentica comprensione del mistero cristiano. A tali obiezioni il

concilio ecumenico vaticano II rispose con adeguata fondazione storico- critica della

figura di Gesù Cristo quale si desume dalla costituzione dogmatica sulla divina

rivelazione dei verbum.

CAPITOLO TERZO : PARTE SISTEMATICA

Parlare di teologia sistematica equivale ad affermare l'esistenza non solo di una disciplina

peculiare dell'indagine teologica che studi i grandi misteri della fede cristiana ( trinità,

incarnazione, peccato, salvezza ecc.), ma soprattutto, all'interno della fede come

attualmente professata dalla chiesa, di una articolazione organica ed unitaria tra il dato

scritturistico- tradizionale, esigenze scientifiche proprie di un corretto metodo teologico e

le istanze derivanti dalla problematicità che l'annuncio a del mistero di Cristo nel mondo

contemporaneo comporta.

Da una Cristologia fondata storicamente viene così evidenziata l'insuperabilità

dell'evento-Cristo e ciò nel pieno rispetto del recupero di una prospettiva profondamente

biblica come animante l'intero discorso teologico.

1. La vicenda Pasquale della storia di Gesù

L'intera storia del Nazzareno e Pasquale, acquista cioè senso pieno alla luce della Pasqua.

La resurrezione infatti momento particolare che rivela agli occhi del credente il nucleo

della confessione neotestamentaria, quindi normativa per noi, dell'identità di Gesù.

1. La resurrezione di Cristo

La Pasqua, rappresenta il cuore della nuncio neotestamentario e il principio ermeneutico

fondamentale dell'intero evento- Cristo. Il kerygma apostolico afferma che Gesù, il

crocifisso, è resuscitato conformemente alle scritture.

L'affermazione della resurrezione visse momenti di difficoltà ad essere accettate

comprese lungo tutta la storia del pensiero cristiano. Già lo stesso Giudaismo non poteva

21

comprendere il ritorno alla vita di un messia umile e crocifisso e la grecità pagana, pur

riuscendo a comprendere l'immortalità dell'anima, aborriva l'idea di una vita eterna per i

corpi segnati dalla corruzione. La risposta della Cristologia antica fu orientata a difendere

strenuamente la verità della resurrezione della carne e digitata la verità dell'incarnazione

che comporta la presenza di Dio logos immortale nell'uomo Gesù di Nazareth.

2. Il significato della nostra fede Pasquale

La resurrezione, dapprima, possiede una valenza storica. Il vedere dei discepoli non è una

allucinazioni ma è una percezione di un reale fatto storico. Quest'evento vitale riguarda la

stessa persona di Gesù, non è soltanto un modo fittizio per esprimere la perenne vitalità

del messaggio cristiano. Proprio per questo si parla di resurrezione corporea di Gesù,

Cristo, sperimentando il risorgere, ha sperimentato la pienezza della vita nella sua totalità

corporale e spirituale poiché il risorto, nella sua corporeità si trova nella medesima

dimensione vitale di dio.

Il risorgere di Gesù, dunque, è il compimento definitivo della storia, è l'avvenimento

escatologico che rivela in modo definitivo dio in Cristo, e perciò travalica la storia, la

comprende e le conferisce senso. Se quindi la resurrezione di Gesù è interpretabile come

fatto storico, lo è in queste due specificazioni: Gesù mano subito la morte, ma l'ha vinta

poiche in lui, parola definitiva di Dio per la storia, agisce medesimo di evidente: in

questo risiede la realtà della resurrezione; inoltre, la vittoria l'ultima di dio in Gesù dona

alla storicità della resurrezione un valore definitivo, poiché solo in Cristo vi è salvezza ed

in nessun altro. In questo senso appartiene ancora alla storicità della resurrezione la

valenza di esemplari tra che permette all'uomo credente di ottenere la salvezza soltanto

inserendosi in quella dinamica d'amore che caratterizza tutto l'evento- Cristo. La

resurrezione è senz'altro vittoria definitiva sul peccato, autore della morte. Resurrezione

significa anche vocazione all' apostolato di quelle stesse persone che, dopo aver seguito

Gesù nella sua vita pubblica, lo avevano abbandonato e, vinti, erano fuggiti. In più la

Pasqua di Gesù è una esperienza di profonda riconversione derivante, per i discepoli,

prima scandalizzati dalla fine ingloriosa di Gesù e poi in tre tipi di testimoni della

salvezza in Cristo, diviene così parte integrante dell'evento Pasquale. La resurrezione,

attraverso la realtà innegabile dell'accadimento stesso, assume il contenuto teologico di

un evento liberatorio che coinvolge interamente tutta la storia.

La Pasqua di Gesù un evento di ricreazione dell'umanità la quale è totalmente coinvolta

nell'evento vittorioso di Cristo da cui esce rinnovata, quasi mutata nell'essenza. Cristo

infatti, immagine del Dio invisibile, irradiazione della sua gloria ed impronta della sua

sostanza ad crea l'uomo ad immagine e somiglianza di dio.

3. Gli aventi Pasquali della Pasqua di Gesù

La fede ci presenta, sempre nella luce della Pasqua, le realtà dell'ascensione, della

Pentecoste e della parusia.

1. L'ascensione

Il dato neotestamentario riferentesi a ciò, nel simbolo Niceno-Costantinopolitano è

professato con le parole: è salito al cielo. Matteo tace su tale avvenimento, marco

Giovanni non narrano; Luca addirittura lo ricordo due volte, nel vangelo e negli atti.

La globalità del dato biblico pone in strettissima relazione l'ascensione con la

resurrezione. Il salire al cielo, immagine della vita trinitaria, è dunque espressione con

cui si indica che la vita divina del risorto è e rimarrà per sempre il luogo unico della

manifestazione e della comunicazione nel tempo di Dio stesso.

Per quanto riguarda la realtà storica dell'evento, nessun Evangelista avanza dubbi di sorta

e, nonostante le finalità teologiche dei racconti riguardanti l'ascensione, i sacri autori 22

ritengono l'accadimento appartenente alla stessa realtà storica della resurrezione e lo

narrano con gli stessi canoni letterari della Pasqua: limitati ma non per questo mistificanti

la realtà. La realtà profonda della ascensione è pienamente Pasquale e tuttavia

complementare all'accadimento della resurrezione: essa risiede nel fatto che Cristo è stato

esaltato sino alla dimora eterna di Dio, dove è assiso alla destra del padre come re e

giudice della storia, quindi in rapporto vitale con la storia stessa, rapporto che l'eternità di

Dio non annulla. Cristo dunque è autenticamente il " Dio con noi", è con noi come Dio,

alla stessa maniera di Dio. In questo senso sono pure da interpretare i 40 giorni durante i

quali il risorto, vivendo della sua vita divina, si fa vedere discepoli e cui l'ascensione

pone fine: essi sono momenti in cui viene chiarita discepoli l'esigente significato della

resurrezione di Cristo che preparano l'accadimento dell'ascensione, evento conclusivo del

rapporto terreno tra Gesù e i suoi. Se infatti giorni successivi alla resurrezione

costituiscono l'occasione perche Gesù richieda ai discepoli un forte impegno di fede e di

testimonianza credente, l'accensione si configura come vertice definitivo del contatto di

Cristo con i suoi. Da allora infatti la presenza nel mondo di Gesù sarà testimoniata dalla

fede della chiesa operante nella carità.

Ulteriore aspetto del significato teologico dell'ascensione è quello cosmico- sacerdotale.

Per Giovanni tutta la vita di Gesù è caratterizzata dalla kenosi, dal discendente cioè dai

cieli, dall' annientarsi sino alla croce. L'ascensione è il ritorno al padre del figlio, nel

compimento di tutto un movimento cosmico che vede il verbo attraversare ogni parte

dell'universo per ritornare al padre e compiere così l'opera della salvezza.

La lettera agli ebrei, poi, completa la teologia Giovannea interpretando il ritorno al padre

come " ingresso" sacerdotale di Cristo nel santuario del cielo e fondando su tale liturgia

d' intronizzazione la realtà sacramentale della comunità cristiana.

2. La Pentecoste

Il quid ( la cosa, la realtà) che rende presente Cristo risorto nel mondo attraverso la prassi

della chiesa è lo spirito santo inviato da Gesù stesso. L'Evangelista Luca fissa la prima è

manifestazione dello spirito a Pentecoste, 50 giorni dopo la Pasqua. Giovanni invece

individua una duplice missione dello spirito la parte di Gesù: al momento della morte,

quando il crocifisso " rese lo spirito" e durante la prima apparizione del signore risorto,

quando disse: " ricevete lo spirito santo". Anche qui è forte il legame sussistente tra il

dono dello spirito e gli eventi Pasquali.

La Pentecoste, dunque è quell'evento Pasquale, quella sfaccettatura dell'unico mistero

plenario della glorificazione di Cristo che, mediante il dono dello spirito, permette di

comprendere il significato pneumatologico dell'evento- Cristo.

3. La parusia

Il termine greco parousia indicava, nell'epoca ellenistica, il rendersi presente di un

sovrano in una città del suo regno nel contesto di Pacifici, gioiosi e solenni onori.

La parusia non è un evento da interpretare attraverso categorie spazio- temporali o

meramente cronologiche. Le immagini con cui il nuovo testamento descrive questo

risvolto della pascoli Gesù vanno collocate in quel contesto di inadeguatezza ad

esprimere il mistero proprio del linguaggio umano.

4. La passione e morte di Gesù

Deriva dall'unità di Cristo, espressa in modo definitorio del singolo Niceno-

Costantinopolitano con l'espressioni: "... si è incarnato nel seno della vergine Maria, morì

e fu sepolto. Il terzo giorno è resuscitato..." , la singolare continuità esistente tra la

resurrezione e la passione e morte che l'hanno preceduta.

1. La morte di Cristo è un sacrificio 23


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Chiakka87 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di teologia dogmatica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Storiche Prof.

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