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Cristologia

Capitolo primo: parte biblica

I manuali Cristologici trattano in modo completo Gesù Cristo tenendo come riferimento l'evento Pasquale, fondamento dell'intero cristianesimo. Il kerygma apostolico costituisce il nucleo originario del NT.

Per una storia di Gesù di Nazareth

Sono passati i tentativi storiografici mirati a negare l'esistenza storica di Gesù. Riportiamo solo come esempi la presentazione di Gesù come fondatore mitologico del cristianesimo oppure come leggendario fondatore della religione cristiana, la cui esistenza storica non può essere dimostrata con certezza, diventato un uomo-Dio e mediatore di salvezza nel dogma e nel culto. Le notizie riguardanti la vita di Gesù, che dunque ci confermano la realtà della resistenza, derivano da fonti non cristiane e cristiane. Il cristianesimo nella Roma precostantiniana era considerato come una setta superstiziosa, empia e destabilizzante la pax romana e che le vicende private di un singolo uomo poco dovevano portare ad una storiografia attenta solo ai grandi eventi politici. Per quanto riguarda invece le fonti cristiane, esse constano soprattutto dei Vangeli e degli altri iscritti neo testamentari.

Dati biografici

Il pensiero degli studiosi è pressoché unanime nel collocare la vicenda storica di Gesù di Nazareth nella Palestina, soggetta all'imperium di Roma dal 63 a.C., da quando cioè il generale Pompeo, chiamato dalla stessa dinastia regnante degli Asmonei, era venuto a Gerusalemme e aveva posto fine all'indipendenza del paese. In particolare si sperimenta un largo consenso intorno a queste circostanze della vita di Gesù:

  • 6-7 a.C.: nascita al tempo dell'imperatore Augusto;
  • 27-28 d.C.: battesimo al Giordano e inizio dell'attività pubblica, dunque sotto il regno di Tiberio;
  • 28-30 d.C.: anni dell'attività pubblica di Gesù, con la predicazione, l'attività taumaturgica, la chiamata dei discepoli, i contatti con i peccatori e gli emarginati, gli scontri con i vari gruppi religiosi ebraici;
  • 30 d.C.: morte in croce all'epoca del procuratore romano Ponzio Pilato.

I luoghi della Palestina dove Gesù ha insegnato e compiuto miracoli: Cafarnao, il lago di Genezaret, città e villaggi della Galilea, Gerusalemme. Conosciamo i nomi delle persone più vicine a lui, come pure quelli delle persone implicate in qualche modo nell'esperienza della passione: Giuda Iscariota, i sacerdoti Anna e Caifa, Ponzio Pilato, Simone di Cirene.

Lo storico giudeo Giuseppe Flavio scrive che "Ananos, sommo sacerdote, convocò un'assemblea dei Giudei e fece giudicare il fratello di Gesù, il cosiddetto Cristo, di nome Giacomo ed alcuni altri". Anche il Talmud, trattato esegetico-morale della letteratura rabbinica, polemizzò con i cristiani, facendo riferimento alla morte di Gesù dicendo: "la vigilia della Pasqua fu appeso Gesù".

L'ambiente di Gesù

Gesù apparteneva al popolo ebraico. A quell'epoca correnti di pensiero diverse esercitavano influenza sul popolo, anche se i sacerdoti e gli scribi formavano il gruppo intellettuale dominante, almeno nelle sinagoghe. Lo storico giudeo Giuseppe Flavio indica nei farisei, nei sadducei e negli esseni i tre grandi partiti che raccoglievano allora le diverse tendenze del Giudaismo.

  • Farisei (dall'ebraico perusim, cioè separati) si consideravano come l'unico popolo santo, separato dalla massa generica del popolo. Si distinguevano per l'ostentata purezza cultuale e per la minuziosa osservanza della legge e dell'interpretazione che essi stessi ne davano.
  • Sadducei erano esponenti dell'aristocrazia sacerdotale e professavano un fondamentalismo religioso basato sulla stretta osservanza della legge scritta: la Torah.
  • Esseni (dall'aramaico hasen: santo, pio) conducevano vita ascetica, a volte celibataria, disertavano il culto ufficiale del tempio ed erano organizzati monasticamente in comunità ubicate nel deserto. Forte era l'attesa apocalittica della futura venuta di un messia.
  • Zeloti (zelanti della causa di Dio) costituivano un gruppo fanatico, motivato dalla cieca devozione alla legge. Nell'attesa del messia rifiutavano, anche con atti di vero e proprio terrorismo, la realtà dell'occupazione romana. Erano dunque disponibili alla resistenza armata nell'ambito di una guerra santa contro Roma.

In questo ambiente storico vanno considerate l'applicazione di Gesù di Nazareth insieme con quella del Battista.

Il messaggio di Gesù

Gesù e il movimento Battista

Essere lavati con acqua non significava, per anni, soltanto passare dal mondo profano all'ambito del sacro, oppure avere i peccati perdonati senza ricorrere ai sacrifici espiatori del tempio. La predicazione del Battista, contenuta in originale nella fonte Q, verteva sull'annuncio del giudizio divino, che non aveva nell'alleanza di Jahvè con il padre un motivo di consolazione ed una garanzia di immunità per Israele. Era imminente, infatti, l'ira di Dio che rendeva il popolo eletto una collettività diseredata. Giovanni annuncia allora ad Israele la conversione come unica possibilità di salvezza di cui il battesimo rappresenta il frutto. Il gesto battesimale è una preparazione soteriologica ad accogliere la salvezza di Dio che sarà portata sulla terra da colui che viene.

Gesù si situa nella scia del Battista quando afferma che il giudizio di Dio colpirà tutti se Israele non si converte. La realtà è denominata regno di Dio o regno dei cieli: essa caratterizza l'azione gratuita di Dio che offre la salvezza non dopo aver confessato i peccati ed essere stati battezzati, come predicava il Battista; Dio salva il suo popolo prima che esso faccia penitenza. Appare allora chiara la differenza netta fra Giovanni Battista e Gesù.

Il regno di Dio

Le parole regno di Dio ricorrono quasi 70 volte nei sinottici e sempre in frasi pronunciate da Gesù, segno evidente della centralità che quell'espressione aveva nel messaggio del Nazzareno. L'azione salvifica di Dio non era esclusivamente mirata alla liberazione di sorelle da pagani, ma rivestiva carattere di una pace senza fine di una salvezza perfetta che interessavano tutti i popoli della terra. Il regno di Dio ha come destinatari della salvezza da esso stesso inaugurata, i poveri, i disprezzati, i peccatori, le cosiddette marginalità.

I miracoli di Gesù

Nel narrare tipico della Bibbia Dio si rivela agli uomini non solo attraverso la parola, ma anche per mezzo di azioni intimamente connesse con l'espressione verbale. L'Evangelista Luca narra come Pietro, nel suo primo discorso alla folla di Gerusalemme, affermi parlando di Gesù, la sua realtà di "uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò tra voi per opera sua". Qui si trova il contenuto della predicazione degli apostoli che Luca riferisce sempre, negli Atti, all'interno di una parola apostolica. Questa parola ci mostra i miracoli di Gesù come: azioni potenti (dynamisis), eventi provocanti stupore (terata) e segni (semeia).

Il NT nella sua globalità riporta un certo numero di miracoli. Alcuni sono solo annunciati per il futuro ed espressi con linguaggio apocalittico, altri miracoli riguardano Gesù, come il concepimento verginale, altri ancora sono operati in nome di Gesù da apostoli e discepoli o sono avvenuti dopo la Pasqua. I miracoli compiuti da Gesù e di cui abbiamo notizie più o meno dettagliate nei Vangeli, assommano a 25 guarigione, tre esorcismi, tre risuscitamenti di morti, otto o nove miracoli su elementi naturali quali pane, acqua, tempesta, pesche miracolose. A questo proposito occorre rilevare tre aspetti che:

  • I miracoli sono intesi da Gesù sotto il profilo escatologico. Luca riferisce, con parole ritenute autentiche, il significato che Gesù attribuisce agli esorcismi compiuti: essi sono segno dell'indietreggiare del maligno di fronte all'avanzata imminente del regno.
  • Le azioni miracolose sono interpretate, dallo stesso Gesù, sotto il profilo soteriologico. In Matteo, per mezzo di un linguaggio insieme storico e teologico, l'attività terapeutica di Gesù è indicata come presenza salvifica del regno.
  • I segni prestigiosi sono ritenuti, sempre da Gesù, Cristologicamente rilevanti.

Gesù e la legge: l'autorità di Gesù

L'Evangelista Matteo, mostrante particolare sensibilità per le problematiche del mondo ebraico, ci riferisce tre modi paralleli con cui Gesù si rapporta con la Torah. Ci indica come Gesù avanzi la pretesa di donare alla legge la definitiva interpretazione. Afferma come il regno di Dio succeda alla legge e quindi la abroghi. Anche l'uso che Gesù fa dell'io enfatico, in frasi che giustappongono la legge alla parola del Nazzareno, rivela la pretesa Gesùanica di porre necessità superiori alla legge. Ancora, la medesima espressione enfatica caratterizza parola di Gesù come piena d'autorità (exousia).

In sintesi possiamo affermare che l'autorità, condizione personale di un soggetto che accampi il diritto di dire o fare qualcosa, assume in Gesù una valenza particolare. Le parole e le azioni di Gesù pronunciano un giudizio ultimo sull'uomo, salvandolo ed aprendolo alla pienezza di vita, rivelando così la loro origine non umana. È allora possibile affermare l'inerenza di una tale autorità con Dio stesso e parlare dell'exousia di Gesù come di un fenomeno divino.

Il rapporto di Gesù con Dio

Con un termine tecnico si può indicare che il Nazzareno aveva coscienza di sé come autobasileia, ossia come presenza personale del regno di Dio nella storia. Senza dubbio questa convinzione conduce ad affermare una relazione unica e incompatibile di Gesù con Dio. Notiamo infatti che Gesù si rapporta a Dio come ad un padre; che perdona, è sollecito e salva; e che quindi, può nello stesso Gesù nella condizione di figlio.

Nelle parole di preghiera e di invocazione che Gesù rivolge a Dio colpisce l'espressione padre mio ed il vocabolo Abba usato per indicare la persona stessa dell'altissimo. Quest'ultimo termine era adoperato dagli ebrei per rivolgersi familiarmente al proprio padre. Una sola volta Abba ha messo sulle labbra di Gesù: al Getsemani. Nell'invocazione Abba si manifesta la consapevolezza di Gesù di essere autorizzato a comunicare la rivelazione, poiché Dio si era dato conoscere a lui come padre.

La morte di Gesù

La morte del Nazzareno è innanzitutto evidente conferma della coscienza che Gesù aveva della propria missione profetica di annunziatore del regno incarnante a tal punto l'annunzio da sacrificare per esso la vita. Ma la fine ignominiosa rivela pure la croce come atto costitutivo supremo della salvezza divina compiuta attraverso il libero autoconsegnarsi di Gesù.

Il fatto

Per quanto riguarda la data della crocifissione pare che possa essere collocata tra il 14 e il 15 del mese di Nisan, corrispondente al nostro marzo-aprile. I sinottici collocano infatti l'ultima cena di Gesù nell'ambito della cena Pasquale, fissata, in quell'anno 30, per il giorno 14 del mese di Nisan. Giovanni, invece, interpretando teologicamente la morte di Gesù come sacrificio del vero agnello Pasquale, pone l'uccisione del Nazzareno nell'ora stessa in cui erano sacrificati, nel tempio, i segnali per la Pasqua. Per varie ragioni è probabile che il racconto giovanneo rispetti più fedelmente il susseguirsi storico degli eventi che vede la morte di Gesù nel giorno della Parasceve, la vigilia della Pasqua ebraica. Tutto testimonierebbe che la morte di Gesù debba essere fatta risalire al venerdì 7 aprile dell'anno 30.

La condanna al supplizio infamante della croce può esito immediato del cosiddetto processo romano: l'assise celebrata dinanzi al procuratore Ponzio Pilato, unica autorità detenente in Palestina lo ius gladii, il potere cioè di condannare alla pena capitale. In questa sede la motivazione della condanna fu senza dubbio l'aver ritenuto Gesù un ribelle politico. Appunto a questa conclusione fu spinto il potere romano dall'accusa di tipo politico prodotta dagli avversari giudei di Gesù. È indubbio infatti che proprio le autorità didattiche furono all'origine della sentenza romana di morte. Gesù infatti viene giudicato prima che da Pilato, da un processo ebraico, una specie di inchiesta preliminare e che vi del sommo sacerdote Caifa quale principale accusatore. In questo giudizio Gesù fu considerato reo di morte per due motivi di natura esclusivamente religiosa: le parole sulla distruzione del tempio e la pretesa messianica che lo faceva uguale a Dio.

Gesù attende consapevolmente la morte

Nell'episodio di Cesarea di Filippo, alla confessione di fede di Pietro, segue un progressivo intensificarsi degli accenni di Gesù al proprio destino di passione e morte. Effettivamente molte particolarità confermano un avvenuto mutamento nella coscienza che Gesù aveva della propria missione. In tal contesto sono situati gli annunci della passione dati da Gesù stesso. Questi loghia, o detti di Gesù, conservano, al di là dell'autenticità verbale, un chiaro eco dello stato d'animo del Nazzareno. Il presentimento della fine, questa volta eminenti, è percepibile di nuovo attraverso gli avvenimenti seguiti all'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. Marco nota già al v.11 come Gesù, appena entrato in città, si fosse diretto nel tempio, ma subito ne fosse uscito essendo già l'ora tarda. Avverte con chiarezza l'impazienza che Nazzareno ebbe di entrare nel luogo più sacro del Giudaismo.

La cacciata dei venditori dal tempio fu poi la manifesta attuazione pratica della parola che Gesù si proponeva di annunciare: dimostrare a tutto Israele, per mezzo di un'azione dalla vigorosa simbologia, come il culto non giovi a nulla, se non è accompagnato alla radicale apertura alla signoria di Dio. La reazione dei rappresentanti ufficiali del culto gerosolimitano non tardò a giungere minacciosa.

Gesù interpreta la propria morte

Quale significato diede Gesù alla propria morte? Nel triplice annunzio della passione Gesù individua il figlio dell'uomo come soggetto delle sofferenze e della morte. Gesù interpreta la propria morte come per nulla estranea al piano salvifico di Dio. Egli ha costituito Gesù come presenza personale del regno tra gli uomini, i quali, però, rifiutano il dono della salvezza. Lo stesso Gesù sarà costretto a portare alle estreme conseguenze la salvezza di Dio rigettata, manifestandola definitivamente ed insuperabilmente con la morte.

La discussione con i sadducei avviene in un contesto polemico coinvolgente non solo la negazione sadducea della vita oltre la morte, ma pure l'opinione farisaica secondo la quale la resurrezione era immaginata come la prosecuzione della vita terrena. Gesù fa della vita eterna un elemento centrale della rivelazione stessa di Dio. Per affermare la vittoria di Dio sulla morte non si contenta di citare il passo di Ezechiele, narrante la visione delle ossa aride e che riprendono vita, cosa che avveniva di norma nelle dispute rabbiniche sull'argomento. Gesù invero non esita a fondare la resurrezione sull'autorivelazione di Dio. Quindi si presenta come il Dio di viventi e non di morti, che manifesta la sua potenza rivelandosi a Mosè come Dio dei padri che vivono presso di lui.

Da ciò una prima conclusione: la speranza della resurrezione è fondata da Gesù come attesa della resurrezione nella morte, e non solo nell'ultimo giorno. Il credente spera che anche là dove ogni futuro sembra avere fine Dio gli dona un nuovo, compiuto futuro di vita, e gli resti fedele anche là dove le potenze della morte paiono trionfare. È chiaro il sentire di Gesù circa la propria morte: essa non sarebbe stata il segno del disinteresse di Dio nei suoi confronti ma al momento in cui il padre avrebbe manifestato in modo definitivo la sua potenza.

La resurrezione di Gesù Cristo

L'importanza della resurrezione di Gesù Cristo è capitale per l'intero discorso Cristologico. Le parole di Paolo affermanti che "se Cristo non ha resuscitato, allora è vana la nostra predicazione e è vana anche la vostra fede" e che Gesù "fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio", costituiscono il nucleo primitivo della coscienza ecclesiale circa i singolari accadimenti della Pasqua di Gesù.

Le prime testimonianze della resurrezione

1 Cor 15, 1-11

L'apostolo Paolo confessa che la morte non rappresenta l'ultima parola pronunciabile sulla vicenda del Nazzareno e di conseguenza neppure in riferimento all'esistenza di ogni cristiano. Quel Gesù che morì, ed il testo greco usa qui l'aoristo apethanem, indice di azione puntuativa, quindi compiuta e conclusa, è il medesimo Gesù che è stato risuscitato, l'uso del tempo perfetto egegertai indica qui l'indole continuativa nel presente dell'azione espressa. Lo stesso Gesù che era morto dunque è e continua ad essere il risorto, il permanere per sempre di Gesù.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/07 Storia del cristianesimo e delle chiese

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