Teologia 3
Lezione 1
“Agere sequitur esse” (l’agire consegue all’essere) e “esse sequitur agere” (l’essere consegue all’agire).
Se l’agire consegue all’essere si ha una forma di determinismo. Infatti, se è la realtà che condiziona l’agire (agendo in base a ciò che si è) esiste una forma di determinismo, non si è totalmente liberi perché ciò che siamo ci precede e non è da noi controllabile. I medievali però non attuano questa lettura.
Il termine natura sarà molto presente nel corso, non nel senso biologico e fisicistico ma in senso metafisico. La natura è sinonimo di essenza, dunque la natura dell’uomo è la sua essenza e ciò che lo caratterizza in quanto tale. Anima e corpo sono i due elementi essenziali che costituiscono l’uomo e che gli permettono di esistere.
La legge naturale e morale non è qualcosa di imposto estrinsecamente, così come ciò che proviene da Dio che non è imposto e giustapposto all’essere dell’uomo. In chiave creazionista, Dio creatore deve essere pensato come qualcuno che conosce bene il meccanismo della sua creatura. Un creatore non ha bisogno di introdurre dall’esterno rispetto alla sua creatura perché essa è già completa così, dunque la legge naturale e morale è già insita nell’uomo. Quando questa legge non viene osservata e non si aderisce ad essa si percepisce un disfunzionamento. Non bisogna dunque pensare ad una forma di determinismo che condiziona il nostro agire.
Tommaso d’Aquino, Contra Gentiles, II, 6, 4
“L’agire conviene di per sé a ciò che è in atto: ogni agente, infatti, agisce per il fatto di essere in atto (esistere)”.
In questo caso l’essere è già una forma di agire, poiché è l’atto di esistere, solo che per Tommaso questo atto di esistere non ce lo può dare da soli. La nostra essenza (nel caso dell’essere umano) non coincide con la sua esistenza. Diversamente è per Dio, il quale è l’unico essere per il quale essenza ed esistenza coincidono (ipsum esse substuntent).
Una cosa interessante che si può cogliere da questa frase è che non solo all’agire conviene l’essere, per una sintonia tra agire ed essere (non determinismo), ma anche che il fatto di esistere è già essere.
[Domanda che spesso fa all’esame: legge naturale e legge morale. Si parte dalla filosofia per dimostrare che le tematiche trattate sono di carattere razionale e ragionevole e che ciò contraddistingue il cristianesimo stesso. Volume di cui scegliere alcune parti da relazionare in aula o simulare una discussione sottolineando gli aspetti che più hanno interessato: piccolo volumetto che raccoglie uno scambio epistolare tra il cardinal Martini e Umberto Eco in cui sono state inserite considerazioni di altri personaggi e si chiama “In cosa crede chi non crede”.]
Lezione 2
Tommaso d’Aquino, L’essere e l’essenza, III
“Ora tutto ciò che riceve qualcosa da altro è in potenza rispetto a quello, e ciò che è stato ricevuto è in esso il suo atto. È necessario, dunque, che l’essenza stessa (..) sia in potenza rispetto all’essere che riceve da Dio; e quell’essere è stato ricevuto come un altro.”
Noi constatiamo che non possiamo essere da soli, ma riceviamo l’essenza da qualcuno che ce la dona.
Tommaso d’Aquino, De potentia
“Ora agire non è nient’altro che comunicare ciò per cui l’agente è in atto (..)”
Il primo agire di ogni individuo è quello per cui la sua essenza esiste in virtù di un atto che non coincide con se stesso e che il soggetto possiede in modo singolarmente perfetto in quanto persona. Questo possesso non è totale ma è una partecipazione di Dio. Si capisce dunque quali sono le valenze etiche in gioco. Agire è comunicare la propria essenza.
Con il nostro agire non diciamo anche qualcosa del divino, non è scontato dunque per lui il modo in cui l’uomo agisce, ma è per lui una responsabilità. A questo proposito c’è una preghiera che dice “ad ogni nostra azione sfavilli la tua gloria”: ovvero, ogni nostra azione comunica una realtà che ci trascende.
“Il senso dell’agire consiste nel diventare compiutamente ciò che si è”
L’atto d’essere non è uno stato già dato, ma è un dono che ci arriva partecipando all’esistere stesso di Dio. Pensare che la sua esistenza venga ricevuta da un’esistenza divina, nobilita molto l’uomo. Dio dà gli strumenti all’uomo perché possa essere compiutamente uomo. Vi è una trasposizione tra umano e divino visibile anche in Dante quando fatica a contemplare la trinità: vede tre cerchi e nel secondo vede qualcosa che richiama la sua “effige”, Dante scorge qualcosa che gli assomiglia. Ciò significa che una volta che Gesù è risorto, l’umanità è innestata nel cuore stesso della trinità. Questa umanità costitutiva della trinità è tale dall’origine: ciò significa che l’uomo è qualcosa che non nasce solamente da una volontà divina di creare qualcosa da sé. Questo fatto è da leggersi come qualcosa che appartiene a Dio dalle origini, non acquisito solo nel momento della reincarnazione, anche se quello è il momento concreto in cui si realizza. Dallo sguardo di Dio, caratterizzato dall’eternità, non può che essere così.
Dunque, l’uomo non scombina le carte del creatore: Dio crea un ordine perfetto di cui fa parte anche l’uomo, in cui è già previsto il peccato. Quindi la croce non è un incidente di percorso, ma era già pensata da Dio. Se Gesù Cristo è pensato già come risorto, significa che il mondo che è stato creato già con la presenza del peccato, ma non che Dio l’abbia voluto.
“Esse sequitur agere” o “esse sequitur operare”, questa espressione deriva dal filosofo idealista tedesco Fichte (1794-1814). L’idealismo è una corrente di pensiero che sottolinea come sia il pensiero stesso a dare fondamento alla realtà. L’idealismo di Fichte celebra la libertà del soggetto da ciò che si trova al di fuori di lui (il non-io), mentre l’”io” si fa da sé. Con questo vuole affermare che lo spirito non è condizionato dall’essere. Questa impostazione ci appartiene meno rispetto alla prima.
Nel nostro quotidiano tutto richiama un fastidio, un disagio e ci accorgiamo come non sia il pensiero che fonda la realtà. (Fichte, la dottrina della scienza, pp. 85-87).
Teologia morale
Giovanni Paolo II, Veritas splendor, n 29
“La riflessione morale della Chiesa, operata sempre nella luce di Cristo, il «Maestro buono», si è sviluppata anche nella forma specifica della scienza teologica, detta «teologia morale», una scienza che accoglie e interroga la rivelazione divina e insieme risponde alle esigenze della ragione umana. La teologia morale è una riflessione che riguarda la «moralità», ossia il bene e il male degli atti umani e della persona che li compie, e in tal senso è aperta a tutti gli uomini; ma è anche «teologia», in quanto riconosce il principio e il fine dell'agire morale in Colui che «solo è buono» e che, donandosi all'uomo in Cristo, gli offre la beatitudine della vita divina.”
Il compito specifico della teologia morale è quello di illustrare il senso dell’agire umano e la responsabilità a cui è connessa (alla luce della rivelazione). La storia della salvezza può essere compresa come una continua ricerca dell’uomo da parte di Dio. Questo caratterizza in maniera unica il cristianesimo, nella misura in cui il cristianesimo (a differenza delle altre religioni) non è lo sforzo dell’uomo per rendersi prossimo a Dio, ma al contrario lo sforzo di Dio per avvicinarsi all’uomo, tramite soprattutto la reincarnazione.
Possiamo dire che il cristianesimo non è una religione, ma è un fatto, un evento storicamente dato e accertabile nella misura in cui si caratterizza con l’incontro con Gesù Cristo, una persona caratterizzata dall’essere pienamente uomo e pienamente Dio. Senza questo avvicinarsi non si avrebbe il cristianesimo e ciò che ne consegue. Non c’è dunque sforzo umano, ma corrispondenza.
La storia della salvezza può essere vista quindi come la proposta di un’alleanza che necessita di una condotta di vita adeguata al dono di vita.
Lezione 3
L’unico difetto dell’essere umano è di non essere Dio, dunque l’essere umano ha dei limiti costitutivi e l’albero (della conoscenza del bene e del male) rappresenta questo difetto. L’etimologia biblica lo chiama “albero della comprensione del bene e del male”, cioè farsi padroni, appropriarsi di qualcosa. Bene e male sono gli estremi onnicomprensivi della totalità. Quando io voglio comprendere il tutto è contro la natura limitata dell’essere umano. Questo limite non è posto da Dio, ma è semplicemente dato dal fatto che l’uomo non è Dio.
Vi sono degli episodi evangelici che distruggono la logica retribuzionista (che invece è nell’ottica della punizione dei peccati). L’uomo non tende al male, ma al bene, perché è creato con una finalità buona. È creato bene, non è difettoso, quindi non può che tendere al bene. Ciò che noi siamo lo dobbiamo al creatore, ma ciò che noi diventiamo e le modalità con cui lo diventiamo lo dobbiamo a noi (libero arbitrio).
I modelli antropologici che risultano dai due adagio che abbiamo usato come punto di partenza sono ben diversi, ognuno di essi sviluppa due modelli differenti.
Lezione 4
Pinocchio: episodio di Mangiafuoco. Il fatto di avere un padre salva Pinocchio. In Pinocchio possiamo individuare ognuno di noi. La relazione con Geppetto è la stessa che si instaura tra l’uomo e il suo creatore Dio. Per Geppetto, Pinocchio non è mai stato un burattino, ma sempre un bambino vero, mentre per altri era solo un pezzo di legno (anche quando parla) e non si riesce a convincere.
Pinocchio vende l’abbecedario (comprato dal padre per andare da scuola) per recarsi al teatro dei burattini e in quel momento incontra Mangiafuoco che vuole utilizzarlo per alimentare il focolare, cambiando idea quando si rende conto Pinocchio che ha un padre.
Franco Nenbrini: Mangiafuoco che ha il potere, ma diventa impotente dal momento che scopre che ha un padre (diventa il figlio di Geppetto). Da qualcuno si dipende e ci è consentito scegliere se essere figli o schiavi (biblicamente tra Javè e gli idoli).
Secondo Sant’Ambrogio noi non nasciamo liberi, ma la libertà c’è data da Cristo e noi possiamo scegliere se accettarla o meno.
Giona è una figura emblematica che decide di rispondere in termini negativi da Dio, il che lo porta ad andare anche contro se stesso.
Giovanni Paolo II, Veritatis splendor, n 29 (vedi sopra)
La salvezza coincide con la storia umana riletta in luce della fede e pensata come una continua ricerca dell’uomo. La teologia morale si occupa di analizzare le esigenze della chiamata e si occupa di trovare le responsabilità connesse a questa chiamata. Questa responsabilità si declina a tutti gli aspetti della vita. Riguardando tutti gli aspetti della vita, la teologia morale si deve declinare in diverse sezioni.
L’insieme di queste sezioni si può nominare teologia morale speciale:
- Bioetica
- Morale della famiglia
- Morale sociale
- …
Questi aspetti li prenderemo in considerazione solo indirettamente perché ci concentreremo sugli aspetti fondamentali della teologia morale. La teologia morale fondamentale fornisce il presupposto di ogni ragionamento morale (2 percorsi: uno dall’antropologia all’etica, l’altro dalla rivelazione all’etica).
L’etica ha un ambito filosofico, la morale ha un ambito teologico. In realtà questi due termini, in questa sede, sono equivalenti. La filosofia morale fornisce alla teologia un apporto indispensabile perché chiarisce le strutture fondamentali della moralità umana, cioè le azioni per cercare il bene e respingere il male. La parola morale deriva dal termine latino MOS che significa costumi, stili di vita, modi di vivere.
La teologia morale si occupa di indagare sulle responsabilità legate ai costumi e comprendere i doveri e i diritti che accompagnano il vivere dell’uomo e il modo in cui i suoi comportamenti sono da valutare come buoni o cattivi. Lo scopo è quello di pervenire ad una più compiuta conoscenza dell’uomo stesso. La teologia morale deve dire cosa è conforme alla realizzazione dell’uomo integrale (raggiungimento della felicità, teologicamente parlando la vita eterna).
L’antropologia (intesa in termini teologici, filosofici) si intreccia con la morale. Il piano dell’essere è connesso al “dover essere”, ne consegue che l’etica si radica nella stessa natura umana. Il dovere morale ovvero accettare il bene e rifiutare il male, non ha a che fare con una costrizione di tipo fisico: ha un’altra natura perché fa riferimento alla libertà dell’uomo, tanto che se vi fosse coercizione e violenza psicologica non si avrebbe nessun tipo di dovere e responsabilità dal punto di vista morale.
Quando io non sono consapevole di avere peccato, oggettivamente qualcosa di male l’ho fatto, ma da un punto di vista soggettivo non è imputabile una pena e questo il cristianesimo lo distingue. Il comandamento serve a conservare il dono dato da Dio, non deve perciò generare senso di colpa.
Il rigetto salvifico di Dio sull’uomo è studiato dalla teologia morale in una prospettiva specifica e concreta quella della persona umana che attraverso la sua libertà è chiamata a prendere parte al disegno divino: “Dio che ti ha creato senza di te, non vuole salvarti senza di te” la partecipazione dell’uomo alla salvezza è fondamentale non solo come oggetto ma come soggetto.
La teologia morale è la riflessione sistematica, ordinata sull’agire libero dell’uomo, inteso quale persona, come risposta alla vocazione ricevuta in Cristo. Episodio del giovane ricco di Matteo.
Lezione 5
La teologia morale si rivolge ai credenti (trattandosi di teologia), ai quali mostra gli elementi essenziali e le regole del vivere in Cristo. La fede ha già un risvolto etico: il credere implica un agire consono e congruente. Si rivolge anche ai non Cristiani con cui si propone di giustificare razionalmente le basi dell’agire cristiano e della speranza che sostiene questo vivere in Cristo. Queste regole nascono a partire dal Libro Sacro.
Spesso si obbietta che ciò che il cristianesimo impone non è scritto nella Bibbia: anche se non scritto compare a livello della tradizione. La rivelazione è un evento: quando Dio rivela, rivela se stesso. La rivelazione viene veicolata da due fonti:
- La parola di Dio (libro sacro, per gli ebrei e con delle varianti per i cristiani)
- La tradizione viva della chiesa, data da una catena ininterrotta che parte da Gesù Cristo e arriva fino a noi e si fonda sulla testimonianza dei testimoni oculari. I vangeli nascono da una comunità che li compone.
Anzi, se proprio si deve fare una graduatoria si antepone la tradizione alle scritture.
“La sacra tradizione e la sacra scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine. Infatti la sacra scrittura è parola di Dio in quanto consegnata per iscritto per ispirazione dello Spirito divino; quanto alla sacra tradizione, essa trasmette integralmente la parola di Dio - affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli - ai loro successori, affinché, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; ne risulta così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola scrittura e che di conseguenza l'una e l'altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza”
La Chiesa oltre ad essere depositaria della parola di Dio, perché le viene affidata, è anche la sola titolata a fornirne l’interpretazione. Per questo il protestantesimo, che dà al singolo individuo la possibilità di interpretare la parola di Dio, non è accettabile. Però la Chiesa non supera la parola di Dio, limitandosi solo a veicolare la parola. Questo tipo di responsabilità non è un vincolo e obbligo morale, ma interpella così tanto il singolo che è impossibile non rispondere.
La nozione di libertà connota davvero essenzialmente l’essere umano in quanto tale, cioè è costitutivo della sua natura? Sì, ma in un essere che non sceglie di venire al mondo. Noi siamo preceduti da un dono a cui corrisponde una risposta libera.
Ciò che siamo lo dobbiamo al creatore, ciò che diventiamo lo dobbiamo a noi stessi. Non siamo proprietari di ciò che abbiamo perché siamo in primo luogo debitori.
“L'uomo non è il signore dell'essente. L'uomo è il pastore dell'Essere. In questo "meno" l'uomo non ci rimette nulla, anzi ci guadagna, in quanto perviene nella verità dell'Essere. Guadagna l'essenziale povertà del pastore, la cui dignità consiste nell'essere chiamato dallo stesso Essere a guardia della sua verità.”