Teologia 1
Prof. Fr. Dezza Ernesto
II semestre
Questioni fondamentali: la fede
cristologica e la Sacra Scrittura
Questioni fondamentali: la fede cristologica e la Sacra
Scrittura
“questioni fondamentali” significa affrontare quali sono i fondamenti della teologia
teos + logos = discorso su Dio. Per parlare di Dio ci sono diversi modi:
Teologia razionale/naturale: per parlare di Dio partiamo dalle nostre aspettative,
conoscenza, prospettiva. Branca della filosofia, nasce dall’uomo che cerca di
dire qualcosa su Dio.
Teologia rivelata: si cerca di comprendere chi è Dio attraverso la sua parola. Dio
dice qualcosa di sé, lasciamo parlare lui. Dio utilizza il nostro stesso linguaggio
“fede cristologica e Sacra Scrittura” significa che Dio si è rivelato a noi in Gesù Cristo
(per la teologia cattolica) e noi riusciamo a capire qualcosa su Dio nella Sacra Scrittura
incontriamo Gesù nei Vangeli, dove ha detto qualcosa su di sé.
Per intercettare la definizione più appropriata e che meglio descrive Gesù si utilizza
una parola non verbale, un fatto: LA CROCE. La sua croce è diversa dalle altre e ci
consente di comprendere la sua figura.
Prima lettera ai Corinzi di San Paolo:
“[…]La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli
che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la
sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti. Dov’è il sapiente?
Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse
dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il
mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i
credenti con la stoltezza della predicazione. Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci
cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e
stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è
potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli
uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.”
“parola della croce”: la croce come espressione attraverso la quale Dio parla.
Paolo introduce dei contradditori per capire di cosa si tratta, agli occhi degli uomini è
stoltezza, senza senso, ma per noi ha valore ed efficacia.
Paolo parla di Giudei e Greci perché gli altri popoli non li conosceva. Conosceva solo i
Giudei (come lui) e tutti gli altri non Giudei li chiamava Greci, che per lui voleva dire
pagani.
Croce:
1. Stoltezza: il non senso maggiore è che Dio muore sulla croce
2. Scandalo: significa letteralmente pietra d’inciampo. Perché il Dio che ha
compiuto grandi azioni poi è diventato uomo nudo sulla croce.
“la croce capovolge le nostre aspettative”: Gesù rivela sulla croce un’idea
nuova/capovolta di Dio. In qualunque cultura l’idea di Dio è legata alla sua potenza.
Paolo mostra il carattere paradossale della fede cristiana.
La croce è il criterio ermeneutico(chiave) per reinterpretare il pensiero di Dio. La croce
imprime un cambiamento del significato di sacro, sacrificio, religione.
Bruno Forte afferma che è possibile tracciare una cristologia narrativa della passione
e morte di Gesù. Per cristologia narrativa si intende definire Cristo attraverso la lettura
di testi sacri.
Gesù si “consegna”: affidare, dal latino tradere. È lo stesso Gesù che si consegna.
Brano della lavanda dei piedi gesto compiuto da Gesù prima di morire, attraverso cui
prefigura la sua passione. Depone le sue vesti, si spoglia della sua identità, assume la
posizione dello schiavo abbandonando la sua dignità.
La croce era dove morivano gli schiavi, gli a-sociali, i fuori legge. Lo schiavo era un
oggetto. Nessuno l’ha costretto a deporre le vesti, è lui che lo fa.
“spirò”: emette lo spirito, lo riconsegna al padre e agli uomini.
Possibile cristologia narrative della passione e morte di Gesù:
1. Gesù si consegna: Gesù non subisce la passione come qualcosa di ineluttabile,
inaspettato, ma ha consapevolezza. Siamo abituati a pensare a Gesù come
tradito (ambiguità del verbo tradere in latino), è vero che Gesù viene tradito da
Giuda, ma in realtà è Gesù stesso che si trade cioè si consegna.
2. Dio fa esperienza della morte: nel Vangelo di Marco 15,34 si ricordano le parole
dette da Gesù in aramaico alle tre del pomeriggio: “Eloi, Eloi lemà sabàctami”
“Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato”. Queste parole sono anche
l’inizio del salmo 22, il salmo finisce con “ma io vivrò per lui, lo servirà la mia
discendenza” inizia con parole di disperazione anche se si conclude dicendo “io
vivrò per lui”, quindi non attraverserò la morte, idea di un condannato a morte
che all’ultimo viene graziato e Dio lo servirà la sua discendenza attraverso cui
continuerà a vivere.
Un’ interpretazione tradizionale afferma che Gesù sulla croce non sta
veramente dicendo perché mi hai abbandonato a Dio, ma stia recitando il
salmo. Lettura più propriamente cristologica: Ma se pensiamo che Gesù stava
vivendo l’esperienza tragica di pochi secondi prima di morire, nella quale si
sente la sofferenza di una vita che ti viene strappata, nella quale come uomo ha
sentito il dolore di sentirsi abbandonato da Dio e dai suo e queste parole gli
sgorgano spontaneamente dal cuore. Non è Gesù che sta citando il salmo, ma
quel salmo composto secoli prima, scritto in un altro contesto da una persona
sofferente, riacquista luce e trova nuova interpretazione a partire dalla croce.
Gesù ha vissuto la lontananza da Dio sulla croce, ma la croce non è l’ultima
parola.
3. È il padre che consegna il figlio per noi: sulla croce Gesù sperimenta veramente
la lontananza dal padre perché muore, non muore per finta sulla croce. Tutti gli
uomini muoiono, ma che Dio muoia è assurdo. Gesù sulla croce muore in quanto
uomo e Dio stesso fa esperienza della morte. In quella morte c’è il figlio che
muore in croce, ma anche il padre poiché padre e figlio sono una cosa sola. È
stato lo stesso padre a consegnare suo figlio per noi espressione che troviamo
nel Vangelo di Giovanni 3,16: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio
unigenito, perché chiunque creda in lui non vada perduto, ma abbia la vita
eterna”. Il padre consegna il figlio all’umanità perché questo era il modo
attraverso il quale noi potevamo tornare in comune con Dio. nella lettera ai
Romani , nel capitolo 8, Paolo dice “[..]Egli che non ha risparmiato il proprio
figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi”. Duplice movimento di consegna: Dio
consegna il figlio all’umanità, il figlio consegna se stesso all’umanità e al padre
perché noi potessimo entrare in comunione con Dio, la sua morte è in funzione
della nostra vita concetto teologico difficile da comprendere e accettare,
perché in questi termini potrebbe essere frainteso.
Se la croce è la chiave ermeneutica della storia tra Dio e l’uomo occorre
√
reinterpretare i concetti di SACRO, SACRIFICIO E RELIGIONE.
sak
radice indoeuropea da cui derivano sacro e santo (dal latino sanctum).
religio,
“RELIGIONE” deriva dal latino abbiamo due significati attribuiti alla parola
religione:
1. CICERO, De natura deorum, II, 71b-72.
«Non v'è nulla di più elevato, dì più puro, di più venerando e di più sacro del culto
degli dèi purché li si venerino con purezza, rettitudine ed integrità di mente e di
parola. Del resto non furono solo i filosofi ma anche i nostri antenati a distinguere la
superstizione dalla religione. Coloro che trascorrevano le intere giornate a pregare e a
far sacrifici perché i loro figli sopravvivessero, perché fossero cioè dei “superstiti”,
furono detti “superstiziosi”, un termine che assumerà in seguito un valore più ampio.
Coloro invece che riconsideravano e, per così dire, “rileggevano” tutte le pratiche del
culto furono detti religiosi dal verbo relegere così come elegantes deriva da eligere,
diligentes da diligere e intellegentes da intellegere. In tutte queste parole è implicito lo
stesso significato di legere che troviamo in “religioso”. Accadde così che il termine
“superstizioso” esprimesse un difetto, “religioso”, invece, un pregio. Con ciò mi
sembra di aver esaurito quanto avevo da dire sull'esistenza e sull'essenza degli dèi».
(Quos deos et venerari et colere debemus, cultus autem deorum est optumus idemque castissimus atque
sanctissimus plenissimusque pietatis, ut eos semper pura integra incorrupta et mente et voce veneremur.
non enim philosophi solum verum etiam maiores nostri superstitionem a religione separaverunt. [72] nam
qui totos dies precabantur et immolabant, ut sibi sui liberi superstites essent, superstitiosi sunt appellati,
quod nomen patuit postea latius; qui autem omnia quae ad cultum deorum pertinerent diligenter
retractarent et tamquam relegerent, [i] sunt dicti religiosi ex relegendo, [tamquam] elegantes ex
eligendo, [tamquam] [ex] diligendo diligentes, ex intellegendo intellegentes; his enim in verbis omnibus
inest vis legendi eadem quae in religioso. ita factum est in superstitioso et religioso alterum vitii nomen
alterum laudis. Ac mihi videor satis et esse deos et quales essent ostendisse).
Passo del Natura Deorum di Cicerone, dove distingue la superstizione dalla religione.
Superstiziosi: “coloro che trascorrevano le giornate a far sacrifici, affinchè i loro figli
sopravvivessero”, fanno tante pratiche religiose nella speranza che i loro cari possano
tornare a casa, avere salute… Religiosi: “coloro che riconsideravano, rileggevano tutte
relegere”,
le pratiche del culto furono detti religiosi dal verbo non facevano le pratiche
di culto in maniera automatica, ma rilegge e riconsidera ciò che si sta facendo.
2. LACTANTIUS, Divinae institutiones, IV, 28.
«Con questo vincolo di pietà siamo stretti e legati (religati) a Dio: da ciò prese nome la
religione (religio), e non secondo l'interpretazione di Cicerone, da relegendo. […]
Questa interpretazione [di Cicerone] fa vedere chiaramente quanto tale etimologia e
tale spiegazione siano maldestre: superstizione e religione avrebbero lo stesso
oggetto, il rendere culto agli dei, così da non esserci differenza o quasi».
(Hoc vinculo pietatis obstricti Deo et religati sumus; unde ipsa religio nomen accepit, non ut
Cicero interpretatus est, a relegendo. […] haec interpretatio quam inepta sit, ex re ipsa licet
noscere, nam si in isdem diis colendis et superstitio et religio versatur, exigua vel potius nulla
distantia est.).
Lactantio, retore cristiano, prende le distanze da Cicerone, nel Divinae Istitutiones. Per
Lactanzio superstizione e religione non possono avere lo stesso oggetto, cioè il culto
degli dei pagani, non accetta che la parola religione possa essere utilizzata per il
rilegare,
cristianesimo e paganesimo. Religione da cioè legarsi in maniera significativa
e ripetuta a Dio. questa etimologia è quella che è stata più seguita, ma studi hanno
dimostrato come molto probabilmente avesse ragione Cicerone, cioè consapevolezza
del culto che si sta attribuendo agli dei.
La radice SAK significa “legarsi a”, quindi da un lato la parola religione
etimologicamente: rileggere le proprie pratiche religiose, ma dall’altro la radice sak
riporta all’ essere legati con Dio, quindi l’etimologia inventata da Lactantio va
d’accordo con l’etimologia di sacro e santo. Le parole religione, sacro e santo
indicano il legame che noi abbiamo con Dio, e nello stesso tempo esprimono la
consapevolezza con la quale lo facciamo.
Otto il Sacro
, sociologo delle religioni, nel suo testo (1917), si interessa del
fenomeno religioso nei tre grandi monoteismi e nelle religioni orientali, in un
periodo in cui la cultura europea usciva dal razionalismo. Il testo di Otto non mostra
un approccio razionale al divino, ma si chiede quali sono le componenti irrazionali
dell’esperienza del divino, i sentimenti, le impressioni, le idee che scaturiscono
nell’uomo difronte all’esperienza del divino:
1. Tremendum: percezione del timore, della paura, ciò che mi fa tremare. Difronte
all’esperienza della divinità ho paura. È diverso dal timore di Dio, che è una
cosa positiva).
2. Maiestas: maestà, grandezza, immensità. Sensazione che sei piccolo davanti
all’universo.
3. Ira deorum: ira degli dei, nel senso che la divinità è capace di distruzione, ma è
anche capace di fare. Capacità di distruzione e vita. La divinità va amata e
temuta.
4. Mysterium: dal greco myo: “socchiudere gli occhi” perché ciò che è misterioso è
ciò che si intravede. Dio che si rivela e si nasconde. Spesso in molte religioni la
divinità si presenta in sogno.
5. Fascinans: affascinate, colui che ti avvolge, ti coinvolge, ti appassiona, ti rende
felice. Attrazione vs timore: divinità che ti sovrasta, ma nello stesso tempo ti
affascina.
Il divino per Otto è difficilmente descivibile in termini razionali, ma è quel qualcosa di
cui non si può avere piena comprensione, completamente altro rispetto a noi, che Otto
Numinoso(dal
chiama latino numen: divinità, indicava la volontà con un solo cenno).
Ciò che abbiamo detto del sacro si adatta alla croce? Difronte a Gesù in croce
proviamo questi sentimenti? Non tanto, forse siamo abituati a vedere Gesù in croce
come uomo-dio, il salvatore del mondo, ma se cercassimo di spogliare la nostra mente
dai preconcetti e di vedere quello che appare per quello che è, Gesù è un uomo nudo e
appeso ad un palo. La croce non provoca ira deorum, c’è poco di misterioso, non c’è
fascinans. Se questi sentimenti li proviamo davanti a Dio nei confronti dell’uomo della
croce non appaiono la croce capovolge la nostra idea di Dio. Il Dio che si rivela sulla
croce è sconvolgente, la croce desacralizza, è una profanazione, non c’è niente di
meno sacro, di più profano di un cadavere, non a caso Gesù viene crocifisso fuori dal
tempio e fuori dalla città, su una collina. Viene ucciso il venerdì, stava iniziando il
sabato, tempo santo per gli ebrei, che non poteva essere profanato dal cadavere e
quindi occorreva fare tutto prima del tramonto.
La croce impone di ripensare le categorie di sacrificio e religione:
Se la religione è legarsi a Dio, la croce esprime il modo con il quale Dio ha voluto
legarsi agli uomini. Martin Lutero dice che la croce rivela Dio subcontrario. Lì dove
sembra più lontano, Dio si rivela. La religione cristiana si deve far provocare dalla
croce per evitare di contraddire se stessa: la religione cristiana è tale nella misura in
cui parla di Cristo, diventa perversa quando pretende di legare gli uomini a sé, alle
istituzioni, ai riti e alle pratiche e diventa la perversione di ciò che è. Deve mettere al
centro Cristo e non se stessa.
G. MOIOLI, La parola della croce, p. 20.
«Ci incontriamo con una specie di esaltazione mostruosa di Dio. Essa segna con una
certa insistenza la coscienza religiosa, la coscienza culturale europea, in particolare
dei secoli che vanno dal 1550 fino quasi al 1800. E anche molto dopo. […] Come se la
croce di Gesù rivelasse che Dio è la vendicatività assoluta. Dio si vendica. Il corruccio,
l'ira, la collera di Dio si superano in una serenità di Dio di fronte a noi, di fronte al
mondo; in una pace perché il peccato è stato castigato, castigando il Figlio suo Gesù».
dal latino sacrum facere(rendere sacro), testo di Giovanni Moioli,
sacrificio
presbitero della Diocesi di Milano: “come se la croce dimostrasse la vendicatività
assoluta di Dio”. Molti di noi hanno una falsa immagine della croce, dove c’è un Dio
che punisce suo figlio affinchè noi possiamo rimanere salvi è un’ aberrazione
mostruosa di Dio. Non abbiamo un Dio che ce l’ha con l’umanità. Ma è un’
interpretazione sbagliata della vendicatività del padre nei confronti del figlio, come se
sulla croce ci fosse una divisione tra Gesù e Dio. La morte sarebbe il sacrificio che
Gesù fa per placare l’ira del padre. Abbiamo l’idea di un Dio che dobbiamo tenere a
bada. La croce è sacrificio non perché viene immolata una vittima a Dio, ma perché
nella croce Gesù rende sacra tutta l’umanità a Dio. Possiamo utilizzare il termine
sacrificio come rendere sacro a Dio, ma non perché dobbiamo offrire qualcosa a Dio
perché sia benevolo nei nostri confronti, ma perché nella croce Gesù uomo-dio rende
sacra l’umanità a Dio, la rende di nuovo in comunione con lui. Gesù non si sacrifica nel
senso che va incontro ad una morte ingiusta al nostro posto, ma è il sacrificio che
rende di nuovo sacra tutta l’umanità a Dio.
S. PETROSINO, Il sacrificio sospeso, p. 66-67.
«Se dunque Dio ha un qualche bisogno, questo non è del sacrificio del Figlio, ma del
suo “sì”, Egli ha bisogno della Sua risposta libera e amorosa [&h
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