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Riassunto esame Tecniche di intervento, prof. Taurino, libro consigliato Psicoterapia e teoria dell'attaccamento, Wallin

Riassunto per l'esame di Tecniche di intervento in psicologia clinica dello sviluppo, basato su appunti personali e studio autonomo dei Capp. 1,8,10,11,12,13,14 del testo consigliato dal docente Psicoterapia e teoria dell'attaccamento (Wallin) Casa editrice: IL MULINO.
Tra gli argomenti trattati: psicoterapia, attaccamento, wallin, pazienti, distanziante, preoccupato, irrisolto.
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Esame di Tecniche di intervento in psicologia clinica dello sviluppo docente Prof. A. Taurino

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mentale, quindi le situazioni di perdita della figura d'attaccamento, o di momentanea separazione,

rappresentano dei momenti traumatici e rispecchiano il timore principale del bambino. Nella relazione

terapeutica, rischi reali o percepiti di separazione dal terapeuta possono riattivare nel paziente sentimenti (o

difese da essi) connessi con l'attaccamento da lui sperimentato nella sua vita. Ad esempio un paziente che ha

sperimentato situazioni di abbandono o che ha traumi irrisolti, potrebbe leggere un'interruzione temporanea

della terapia (come quella per le vacanze) come minacciosa e irreversibile. In tal caso il terapeuta deve porre

attenzione alle reazioni del paziente di fronte alla separazione e fargli capire pian piano che quella rottura

nella relazione non corrisponde ad una rottura della relazione, in modo tale da attenuare progressivamente

l'ansia del soggetto in occasione di interruzioni successive. In tal modo, il paziente riuscirà a percepire

sempre di più la relazione come una base sicura. Nei bambini piccoli la separazione dal genitore è vissuta in

tre momenti: → b. si agita, piange, quasi come se la sua ribellione possa far tornare il genitore;

1. PROTESTA →

2. DISPERAZIONE la speranza del ritorno del genitore comincia a svanire, b. continua a piangere

ma esprime un sentimento di profondo dolore, non più di rabbia;

3. INDIFFERENZA quando la speranza svanisce il b. prende le distanze dal dolore provato e dallo

stesso genitore.

Questo schema di reazioni riguarda le perdite più gravi, mentre in molti pazienti con attaccamento insicuro ci

sono state perdite meno gravi che però si sono cronicizzate.

• Adulti con attaccamento ansioso-preoccupato sono cresciuti con genitori incostanti e

imprevedibili e hanno vissuto frequenti situazioni di perdita. Da adulti, continuano ad avere paura di perdere

le relazioni, inclusa quella col terapeuta, e di fronte a tale minaccia reagiscono con rabbia e protesta (si

comportano come bambini nella fase 1). In tal caso il terapeuta deve accogliere la loro reazione, senza però

confermare la loro idea di non potercela fare da soli, una volta abbandonati.

• Adulti distanzianti si comportano come bambini nella fase 3. In genere, hanno avuto genitori

distaccati, che non hanno accolto i loro bisogni precoci di relazione. Il distacco degli adulti distanzianti dagli

altri e dalle proprie emozioni è una risposta alla loro disperazione per aver perso la speranza di avere

qualcuno che si prenda cura di loro. Tale comportamento serve anche a difenderli da nuove e analoghe

delusioni. Il terapeuta deve aiutarli a rientrare in contatto con i propri bisogni ed emozioni.

• Adulti irrisolti possono disorganizzarsi ed essere disorientati rispetto alla possibile separazione.

Alla luce di ciò, è importante che il terapeuta conosca le proprie reazioni alla separazione, in modo da non

colludere col paziente. Ovviamente la separazione più importante è data dalla fine della terapia, situazione

che dà la possibilità di rivisitare i vissuti attorno alle esperienze di attaccamento e separazione passate e

presenti. La conclusione implica la possibilità di dare un addio completo ed emotivamente sentito. Il

terapeuta deve organizzare questo momento a seconda delle inclinazioni del paziente: con pazienti

preoccupati, può essere necessario che il terapeuta al momento giusto strutturi la fine della terapia e accolga

le proteste del paziente; con pazienti distanzianti, che minimizzano l'importanza delle relazioni ed evitano i

sentimenti, può essere utile che il paziente dedichi ancor più ampio spazio a questa ultima fase; con gli

irrisolti, spaventati dalla perdita, che temono di restare soli, si può optare per una conclusione “a scalare”, in

cui il paziente può lasciare la terapia prima, ma può tornare qualora lo ritenga necessario.

4. Valutare lo stato mentale del paziente rispetto all'attaccamento

Questo può servire a dare significato ai problemi relazionali del paziente e alle sue caratteristiche, oltre che

alla sua storia d'attaccamento passata. I pazienti hanno un modo di sentire diverso, a seconda del loro stato

mentale rispetto all'attaccamento e i terapeuti possono avere sensazioni diverse quando si relazionano con

loro. Uno strumento valido, utile per identificare i modelli d'attaccamento degli adulti è l'Adult Attachment

Interview.

4.1. La valutazione clinica e l'AAI

L'AAI è uno strumento di valutazione dello stato della mente dell'adulto rispetto all'attaccamento, quindi

valuta i modelli operativi interni del soggetto e le regole ad essi sottostanti. Ciò che si valuta non è il

contenuto del discorso, bensì la sua forma. Main ha dimostrato che narrazioni coerenti e collaborative

corrispondono ad un attaccamento sicuro, mentre narrazioni incoerenti, discontinue e con lapsus

simboleggiano attaccamenti insicuri o disorganizzati. Nel setting terapeutico è possibile cogliere le

caratteristiche del discorso del paziente. Non dimentichiamo che il paziente è una persona che chiede aiuto

ad un'altra persona ritenuta più saggia, per risolvere le proprie angosce (si ripropone ciò che succede nel

legame di attaccamento madre-bambino), infatti le prime ore della terapia sono momenti in cui si attiva il

sistema d'attaccamento del paziente e le sue difese verso esso. Quando il terapeuta ascolta il paziente, deve

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fare attenzione a 4 caratteristiche del discorso, che Main (riprendendo il filosofo Grice) chiamò quantità,

qualità, relazione e modo.

• Quantità il paziente ci dà una giusta quantità di informazioni nelle sue risposte? Oppure è troppo

prolisso, o al contrario troppo sintetico?

• Qualità c'è una coerenza nel discorso del paziente? Oppure ciò che dice non è supportato da

evidenze effettive?

• Relazione riesce il paziente a mantenersi attinente alla questione di cui si sta discutendo?

• Modo riesce il paziente a comunicare in modo chiaro e ordinato?

Comunicazione dei pazienti sicuri

Essi appaiono credibili e collaborativi, danno la giusta quantità di informazioni, si esprimono in modo chiaro

e mantengono un'aderenza alle domande del terapeuta. Dimostrano di mantenere una buona connessione col

terapeuta e sanno supportare ciò che dicono con il ricordo di esperienze concrete.

Comunicazione dei pazienti distanzianti

In genere sono poco credibili e collaborativi, spesso si contraddicono e danno poche informazioni sulla

propria storia d'attaccamento. Il fatto di “non ricordare” esperienze e sensazioni relative all'attaccamento è

una strategia di difesa che hanno sviluppato nel tempo e serve per renderli inconsapevoli dei propri bisogni

di connessione, al fine di preservare il miglior attaccamento possibile. Allo stesso modo, i pazienti

distanzianti possono avere difficoltà ad esprimere i motivi alla base della loro richiesta d'aiuto.

Comunicazione dei pazienti preoccupati

Il loro discorso può essere veritiero, ma in genere non è pertinente e chiaro. Questi pazienti parlano in modo

confuso e non riescono a mantenere un'aderenza alle domande del terapeuta. Essi risultano ancora molto

coinvolti nelle loro vecchie relazioni d'attaccamento con i genitori e ciò li porta a riversare le emozioni

intense di rabbia e angoscia, legate ad esse, nelle relazioni attuali (compresa quella col terapeuta).

Comunicazione dei pazienti irrisolti

Essa è caratterizzata da ciò che Main chiama “cadute nel monitoraggio del ragionamento o del discorso”,

cioè quando si toccano temi riguardanti l'attaccamento o la perdita il discorso dei pazienti si allontana

temporaneamente dal modo normale di ragionare. Cadute nel discorso possono riflettersi in cambiamenti nel

tono della voce o nella condotta del paziente, segnali di uno stato di coscienza scisso. La scissione è, infatti,

una modalità tipica con la quale i pazienti irrisolti tendono a parlare e rivivere un'esperienza passata.

Cap.12 IL PAZIENTE DISTANZIANTE (Psicoterapia e teoria dell’attaccamento di Wallin)

In termini diagnostici e convenzionali, i pazienti distanzianti possono essere situati su un continuum che ha a

un estremo gli ossessivi e all’altro i narcisisti e gli schizoidi. I pz di questo tipo hanno enormi difficoltà a

dare la fiducia necessaria agli altri per poter essere con loro in una intimità genuina, ma anche per loro è

possibile avere relazioni stabili e di lungo termine. La loro “fiducia compulsiva in se stessi” e una difensiva

sovrastima del proprio valore richiedono loro di rimanere lontani da qualunque sentimento, pensiero o

desiderio che possa indurli a cercare sostegno, relazione o terapia da parte di altri.

I pz dismissing sono riluttanti a provare emozioni che possono stimolarli a entrare in relazioni profonde con

gli altri e ancora di più riluttanti a esprimere tali emozioni.

Il terapeuta deve mettersi in sintonia profonda con i segnali affettivi elusivi del pz distanziante di solito

comunicati attraverso il corpo. Cosa più importante è mettersi in sintonia con i quasi impercettibili

cambiamenti del nostro stato psico-biologico.

Ma perché la psicoterapia possa fornire quella base sicura che rende possibile l’integrazione, il terapeuta

deve assumere importanza per il pz. Pertanto la sfida principale consiste nel mettere il pz in condizione di

consentire che il terapeuta acquisti importanza.

Un pz del genere comincia la terapia comportandosi come se il terapeuta avesse poco da offrire o

rappresentasse una minaccia che debba essere tenuta a bada.

Empatia e confrontazione

Sia la sintonia empatica che la confrontazione sono strumenti predisposti con lo scopo essenziale di aprire il

pz a qualcosa di più di quello che ha sul piano dell’esperienza emotiva.

Tradurre in parole la nostra empatia per l’esperienza del paziente può diminuire la paura del pz che vogliamo

controllare o rifiutare, nel qual caso una nostra risposta di quel tipo sarà per lui rassicurante, ma può avere

anche l’effetto contrario. 14

La consapevolezza del pz distanziante di sé gravemente limitata a causa di tutto ciò che non possono darsi il

permesso di sentire, pensare o ricordare. Le loro esperienze preverbali sono perdute per la memoria esplicita

e le loro reminiscenze successive non hanno potuto mai essere codificate a causa della disattivazione, messa

in atto da questi pz, delle emozioni forti che di solito “etichettano” come qualcosa che vale la pena ricordare.

Poiché la strategia difensiva dei pz distanzianti compromette la loro capacità di empatizzare e a sua volta

blocca la loro consapevolezza del proprio impatto sugli altri, l’esperienza del terapeuta può essere una risorsa

eccezionalmente vitale quando viene fatta conoscere anche a loro.

Talvolta la confrontazione ha quel genere di “incisività” che solo le parole mettono a disposizione della

mente.

I pz distanzianti possono sembrare “resistenti” ciò può sembrare che lavorio contro il terapeuta o contro gli

scopi della terapia. Ma interpretare l’apparente resistenza del pz distanziante come una comunicazione è

molto più utile per l’esperienza del pz.

Avere bisogno di aiuto e non trovarlo è sempre un rischio, ma ottenerlo può rappresentare un rischio

maggiore. Sentirsi aiutati in una relazione significativa vuol dire rischiare di destabilizzare un modello

operativo conscio e dominante nel quale il Sé viene valutato come forte e completo mentre l’altro viene

svalutato come debole e dipendente. Ciò che rischia di emergere alla superficie al suo posto è il temuto

modello inconscio nel quale il Sé è disperato e vulnerabile mentre l’altro è rifiutante, controllante e punitivo

sotto l’influsso di questo modello.

La psicoterapia mette i pz distanzianti in una situazione difficile, perché li invita alla dipendenza da una

nuova figura di attaccamento, il cui aiuto, però, loro non sono in grado di aspettarsi. Come terapeuti

possiamo cominciare con lo sconfessare questa aspettativa quando ci dobbiamo destreggiare tra il tentativo

di metterci in sintonia con l’esperienza emotiva del pz e il riconoscimento della nostra stessa esperienza.

L’interazione terapeutica e il paziente distanziante

Perché il pz distanziante possa sentire la presenza del terapeuta come quella di una persona da lui separata,

può essere necessaria un’espressione autentica della soggettività del terapeuta.

Specialmente quando i pz distanzianti sono distanti, possono aver bisogno di uno stimolo o di un

incoraggiamento a essere presenti che può ben essere fornito da una sostanziale espressione affettiva del

terapeuta. I terapeuti che siano neutrali o oggettivi in modo stereotipato possono finire col colludere con le

difese del sé del pz distanziante rinforzando così senza volere l’isolamento emotivo che ha ostacolato lo

sviluppo del pz.

I terapeuti che sono inclini al distanziamento possono diventare freddi o ritirarsi, oppure possono diventare

controllanti, oppure, ancora, possono interpretare, aggiungendo l’insight alle ferite preesistenti. I terapeuti

preoccupati con potenti paure di abbandono possono non riuscire a dissimulare quando si sentono soverchiati

dalle passioni o possono andare su tutte le furie.

Nel caso ideale abbiamo un attaccamento sufficientemente sicuro tale da poter trasmettere qualcosa dei

nostri sentimenti con una intensità affettiva sufficiente per raggiungere il pz ad un livello emotivo. L’essere

capaci di riconoscere e capire i modelli caratteristici del transfert e controtransfert che hanno probabilità di

insorgere con i pz non è una garanzia di responsività ottimale ma può aiutare.

Si distinguono 3 modelli:

IL MODELLO SVALUTANTE: gli adulti distanzianti sono stati definiti diffidenti nei confronti della

fusione e quelli tra loro che svalutano sono stati definiti come persone diffidenti nei confronti della fusione e

che sabotano l’amore. Questi pz tendono a essere etichettati come narcisisti. Spesso figli di genitori deprivati

e narcisisticamente svalutanti, sono cresciuti in un deserto emotivo. Prendendo in prestito le difese dei

genitori hanno imparato a proteggersi dai loro bisogni insoddisfatti e dalle frustrazioni rabbiose pensando

troppo bene di se stessi e troppo male degli altri..

Con passare del tempo, tuttavia, le illusioni di essere speciali, che proteggono e confortano questi pz possono

rivelarsi dei vuoti sostituti dell’amore

La difficoltà nel pensare che gli altri contino qualcosa per loro si riflette negli sforzi del pz di assicurarsi che

il terapeuta non diventi troppo importante per lui.

Con i pz che sono difensivamente svalutanti, implicitamente o esplicitamente possiamo ritrovarci a mettere

in atto un paio di risposte diverse. In uno stato della mente distanziante potremmo rispondere al transfert

svalutante del pz con un controtransfert svalutante o rabbioso. Qualora fossimo in uno stato della mente

preoccupato, per contrasto, potremmo sentirci perfino tropo vulnerabili e potremmo rispondere come se la

svalutazione del pz fosse giustificata dalla nostra insufficienza.

In entrambi i casi, se siamo capaci di sopportare tutto il nostro disagio di fronte alla possibilità che la

svalutazione continui e nello stesso tempo anche il disagio del pz che si sente esposto abbiamo l’opportunità

di esplorare a fondo insieme al pz un importante modello di relazione che può dar nuova forma alle

interazioni del pz, non solo con il terapeuta ma anche con gli altri.

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MODELLO IDEALIZZANTE: i pz che idealizzano come quelli che svalutano, sono spesso cresciuti con

genitori manifestatamente assorbiti in se stessi e nascostamente insicuri.

L’ammirazione di questi pz è esagerata perché sovradeterminata. Non importa quanto siamo terribilmente

negativi: a qualche livello i pz sentono che l’ammirazione nei nostri confronti è obbligatoria.

Generalmente questo tipo di pz tiene per sé l’assunto implicito che il terapeuta abbia i piedi di argilla e

bisogno di rassicurazione. Non detto questo assunto conferisce alla relazione con il terapeuta una qualità di

“come se” che preserva la distanza. Visti in questa prospettiva, i pz idealizzanti, mentre appaiono

significativamente più impegnati rispetto alle loro controparti svalutanti, possono in realtà essere non meno

evitanti.

Probabilmente dobbiamo rispettare il bisogno di idealizzazione del pz di questo tipo così come dobbiamo

rispettare il bisogno di svalutare che ha il pz dell’altro tipo e in definitiva dobbiamo occuparci delle difese in

modo tale che siano di aiuto al pz e quindi trattarle di conseguenza.

Mentre la svalutazione è essenzialmente motivata dal bisogno di evitare la dipendenza, l’idealizzazione può

essere in gran parte al servizio del bisogno del pz di mantenere in vita la società bipersonale basata sulla

reciproca ammirazione che ha imparato a usare per consolidare la propria sensazione di poter essere speciale.

I terapeuti preoccupati possono sentirsi a disagio di fronte all’idealizzazione dei pz e di conseguenza possono

sentirsi costretti a bucare il pallone che i pz ha gonfiato per tenere entrambi in aria. I terapeuti distanzianti al

contrario, possono esagerare e prendere per buona l’idealizzazione del paziente al suo valore facciale oppure

goderne troppo per poter riconoscere il ruolo dell’idealizzazione come parte di un modello difensivo del pz

di mettersi in relazione

MODELLO DEL CONTROLLO: alcuni pazienti distanzianti arrivano a trasformare la loro relazione con il

terapeuta in una lotta per il potere. Etichettati spesso come “personalità ossessive” questi pz sembrano

ossessionati dal voler controllare e della paura di essere controllati. Tali pz sono spesso cresciuti con genitori

controllanti, bruschi e fastidiosi che avevano rimosso la propria rabbia e dimostravano di sentirsi a disagio

nelle occasioni di intimo contatto fisico.

Nella psicoterapia di pz di questo tipo, sembrano saltar fuori con esasperante frequenza questioni di potere e

di controllo. Possiamo essere tirati dentro a lotte sulla parcella, sugli appuntamenti o sulla scelta del modo di

lavorare col pz. Il pz spesso vede il terapeuta come una figura controllante intenta a imporre il suo volere. La

chiave consiste nell’identificare il significato che queste lotte hanno per pz. Spesso si scopre che esse

rappresentano una rivincita nei confronti dei genitori a anche un modi di evitare le sottese questioni relative

all’attaccamento.

Con questi pz la sfida consiste nel fatto che non bisogna né evitare la lotta per il controllo sottomettendosi,

né cercare semplicemente di dominarli.

La lotta per il controllo a un significato diverso per i pz diversi. La perdita di controllo può essere assimilata

a una minaccia all’identità del pz, all’autosufficienza o all’autonomia. Arrendersi a proposito del controllo

può essere sentito come una resa o una sottomissione.

Conclusione, su una nota neurobiologica

Nel caso ideale la relazione del terapeuta con il pz distanziante facilita lo sviluppo e l’integrazione della right

mind (mente di desta) e ciò accade con modalità di cui l’attaccamento originale del pz non era capace.

Le connessioni relazionali che normalmente facilitano la crescita delle connessioni neurali del pensare con il

sentire, del linguaggio con l’esperienza emotiva e il senso del Sé in relazione con gli altri, possono essere

state in gran parte assenti nel caso di un pz del genere, cresciuto come un bambino evitante con genitori

distanzianti. Occorre ricordare che l’attaccamento e il comportamento del caregiver, il riconoscimento dei

volti e la capacità di leggere i segnali non verbali e corporei sono tutte funzioni dell’emisfero destro.

Nell’evitare l’intimità e i sentimenti il pz distanziante può aver imparato a vivere soprattutto nel mondo

dell’emisfero sinistro che è organizzato dalla logica lineare e dal linguaggio.

Il riuscire a persuadere la “mente destra” del pz a entrare in relazione con il terapeuta dipende dalla

comunicazione da cervell9o a cervello destro che è in gran parte non verbale e implicita ma che può anche

emergere attraverso parole che incorporino ed evochino l’emozione. Un terapeuta distanziante che operi

esclusivamente a partire dall’emisfero sinistro è improbabile che riesca ad attivare la capacità

sottosviluppate del pz in modo tale da e che possono entrare in relazione in modo intimo e provare

sensazioni. Il terapeuta preoccupato che abbia difficoltà a imbrigliare le risorse linguistiche e interpretative

del cervello sinistro, può essere incapace di parlare un linguaggio cui il pz possa rispondere.

La capacità di entrare in uno stato di pienezza della consapevolezza mentale può essere di particolare aiuto

quando si lavora con i pz distanzianti perché la pienezza mentale consapevole promuove nel terapeuta quel

genere di esperienze aperta e integrata che speriamo di incoraggiare nel pz.

Un atteggiamento di pienezza della consapevolezza mentale fa crescere la capacità del terapeuta di percepire

e di esprimere con chiarezza le correnti non verbali ed emotive che scorrono sotto traccia nella relazione con

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il pz. Inoltre questo facilita lo sviluppo di una capacità del pz di raggiungere la pienezza della

consapevolezza mentale può essere anche di grande aiuto. Con i pz distanzianti dobbiamo essere il più

presente possibile e ben radicati a terra se mai vogliamo metterli in condizione di connettersi, quanto più

profondamente possono, con se stesi e con coloro che potrebbero amare e dai quali potrebbero essere amati.

Capitolo 13: “IL PAZIENTE PREOCCUPATO”

Il paziente preoccupato sembra essere sopraffatto dai sentimenti, ha paura di distanziarsi dagli altri, è

dubbioso su di sé e si preoccupa quando deve fare affidamento su se stesso. I pazienti preoccupati possono

ricadere in quel continuum diagnostico che va dall'isterico al borderline. Il primo appare sopraffatto e

disperato, ma a volte cooperativo o seduttivo, il secondo è, invece, esigente, caotico e arrabbiato. In entrambi

i casi si tratta di persone che hanno sofferto durante l'infanzia per la paura dell'abbandono, persone “affamate

di fusione”. Credono che per poter attirare l'attenzione degli altri debbano manifestare in modo vistoso la

propria angoscia, così da non poter essere ignorati. Questo porta i pazienti a fare una scansione continua dei

segni interni ed esterni dell'angoscia e a sopravvalutare la loro importanza. I pazienti preoccupati appaiono

ipervigilanti riguardo ai segnali reali o immaginati di disapprovazione o rifiuto da parte del partner. Il

bisogno di avere il sistema d'attaccamento cronicamente attivo porta questi pazienti ad avere uno squilibrio

emotivo, bassa autostima e bassa fiducia negli altri. In psicoterapia, il terapeuta deve fare in modo di rendere

superflua la strategia iperattivante del paziente, quindi deve rendersi disponibile al rapporto emotivo, senza

bisogno che il paziente accentui i suoi sintomi. È necessario lavorare sui sentimenti alla base del dramma del

paziente e porre l'attenzione sulla strategia di iperattivazione, un tempo adattiva ma ora disadattiva. Si fa poi

luce sugli aspetti dell'identità del paziente (ambizioni, punti di forza, bisogni) che sono stati schiacciati dalla

sua angoscia di abbandono. Per agire al meglio bisogna valutare la posizione del paziente sul continuum

isterico-borderline e applicare un intervento specifico. I diversi comportamenti dei bambini ambivalenti al

momento della riunione con il genitore nella Strange Situation sono predittivi dei loro futuri comportamenti

da adulti: il bambino apertamente disperato tende allo stile isterico, quello che oscilla tra forte bisogno di

vicinanza e rifiuto tende al border. Ci sono, inoltre, pazienti che riescono comunque ad assumere una

funzione di guida, mentre altri che si fanno prendere dalla rabbia e dalla disperazione (spesso questi ultimi

hanno avuto dei traumi e quindi sono classificabili anche come irrisolti).

1. Il modello della disperazione

I pazienti definiti “isterici” appaiono iperemotivi e melodrammatici e tendono a relazionarsi con gli altri più

per mezzo della disperazione che della rabbia. Non riescono a soddisfare la loro necessità di bisogno

dell'altro e, avendo perso la speranza di riuscire a non essere abbandonati, hanno paura di affermare se stessi

e cercano sempre di piacere agli altri. In terapia questi pazienti sembrano avere buone risorse psicologiche,

però si comportano come se fossero impotenti nel gestire e capire la propria angoscia. Presto, desiderosi di

essere aiutati, possono mostrarsi come molto entusiasti a partecipare alla terapia, dando al terapeuta

l'impressione che il lavoro sarà più facile. In realtà questo comportamento di collaborazione serve solo al

paziente per compiacere il terapeuta, mantenere la relazione grazie alla disperazione e, nel contempo, dare al

terapeuta emozioni positive. Sta al terapeuta non farsi prendere dall'impulso di essere idealizzato e

considerato un salvatore, e capire che alla base del comportamento del paziente c'è solo il desiderio di

piacere. In genere, l'affievolirsi della fiducia del paziente nel metodo iperattivante, si ha nel momento in cui

il paziente comincia a vivere il terapeuta come base sicura. Chiaramente all'inizio della terapia questi

pazienti concentrano tutte le proprie energie nel mantenere la relazione col terapeuta e portano in terapia le

loro paure d'abbandono. Quando si sentono meno costretti a gestire e controllare le risposte del terapeuta,

riescono a concentrarsi di più sulle proprie esperienze. Caratteristiche della relazione che possono facilitare

lo sviluppo sono l'inclusività e il gradiente di sviluppo.

1.1. Inclusività

L'emotività del paziente preoccupato ha lo scopo non tanto di esprimere ciò che lui prova, ma piuttosto di

attirare l'attenzione dell'altro, che sarebbe altrimenti indisponibile (questo è ciò che il paziente crede). Per

non colludere con questa strategia iperattivante, il terapeuta deve mostrarsi ugualmente disponibile sia

quando il paziente esprime verbalmente le emozioni, sia quando lo fa indirettamente. Quindi, il terapeuta

dovrà prestare molta attenzione anche al linguaggio del corpo del paziente, così come ai propri vissuti

interni, al fine di cogliere le informazioni che il paziente ha imparato ad escludere.

1.2. Il gradiente dello sviluppo

Spesso i pazienti preoccupati sottostimano le proprie capacità e i propri punti di forza. Dunque, il terapeuta

non deve prendere per buona la visione negativa che il paziente ha di sé, ma deve partire dall'assunto che il

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paziente sa pensare e sentire più approfonditamente di quanto sembri. È utile che il terapeuta comunichi

implicitamente al paziente la propria convinzione che egli sia più capace di quanto crede (perchè

comunicarla direttamente vorrebbe dire far confrontare il paziente con una contraddizione tra l'immagine che

lui ha di sé e quella che gli viene comunicata dal terapeuta, dunque il paziente potrebbe non accettare di buon

grado il commento fatto) e che esplori il punto di vista del paziente sulle sue capacità e potenzialità di

sviluppo. I pazienti preoccupati hanno difficoltà a dare un senso alle proprie emozioni, è come se le

lasciassero fuori dal proprio pensiero. Questo succede poiché in passato l'espressione forte delle proprie

emozioni è stata utile a far uscire questi pazienti da situazioni difficili. Quindi il terapeuta che deve fare per

essere d'aiuto?

1. Deve dare spazio ai sentimenti del paziente, ma nel contempo incoraggiarlo a pensare ad essi,

agevolando lo sviluppo del Sé riflessivo;

2. deve favorire nel paziente la mentalizzazione, ad esempio esprimendo ciò che lui prova di fronte

all'espressione di determinate emozioni da parte del paziente stesso;

3. non deve prendersi la responsabilità esclusiva di dare un senso all'esperienza del paziente, piuttosto

deve invitare quest'ultimo a partecipare con lui in quest'impresa;

4. deve far capire al paziente che comprende la sua paura di aver fiducia nelle proprie risorse (scaturita

dal fatto che durante l'infanzia del paziente autonomia e iniziativa sono state scoraggiate, quindi ora sono

viste come inefficaci per attirare l'attenzione degli altri);

5. deve accorgersi dei sentimenti di rabbia e critica del paziente verso di lui, in modo da dargli spazio.

Se paziente e terapeuta riescono a superare queste difficoltà, sarà confermata l'idea per la quale autonomia e

consapevolezza possono coesistere con l'intimità della relazione, contrariamente a ciò che il paziente ha

imparato nell'esperienza col proprio caregiver.

1.3. La relazione: modelli e trappole

La relazione che si crea tra terapeuta e paziente è funzione dello stile d'attaccamento del paziente e di quello

del terapeuta. Quanto prima e quanto più intensamente il paziente mette in atto comportamenti per ottenere la

benevolenza del terapeuta (per es. mostrare angoscia, disperazione, compiacere il terapeuta, sedurlo ecc)

tanto maggiore è la sua diffidenza e angoscia riguardo l'abbandono. Il terapeuta si comporterà diversamente a

seconda del proprio stato della mente rispetto all'attaccamento:

• Terapeuta con stato della mente relativamente sicuro: riesce a cogliere con più facilità i sentimenti

che sottendono le richieste di relazione del paziente: paura di essere abbandonato, la rabbia dovuta al fatto di

dover rischiare di perdere se stessi per assicurarsi l'attenzione dell'altro, e la tristezza e lo stato di bisogno.

Interagisce più liberamente e aiuta il paziente a dare un senso al proprio ruolo nell'interazione con lui.

• T. con stato della mente tendente al distanziante: potrebbe sentirsi a disagio di fronte al desiderio di

attaccamento e fusione del paziente e cercare di attenuare l'intensità emozionale del paziente con la

comprensione intellettuale ed un approccio più interpretativo. Di fronte a ciò il paziente potrebbe o sentirsi

ulteriormente solo e incompreso, o unirsi al terapeuta per compiacerlo o entrambe le cose. Oppure potrebbe

sentirsi soddisfatto nel trovare nel paziente (invece che in se stesso) i propri affetti disconosciuti e la capacità

di dipendenza. Potrebbe, inoltre, rafforzare la propria autostima, accettando di incarnare il ruolo del terapeuta

brillante e idealizzato.

• T. con stato della mente tendente al preoccupato: da un lato può essere più empatico con i vissuti

del paziente, in quanto sovrapponibili ai propri, dall'altro può avere problemi a far capire al paziente che

esiste un modo diverso di affrontare le relazioni, oltre a quello di enfatizzare l'angoscia. Infatti, per far ciò, il

terapeuta deve separarsi un po' dal paziente, e un t. preoccupato potrebbe vivere questa separazione come

una minaccia alla relazione. Inoltre il t. potrebbe cedere alla tentazione di “salvare”il paziente, invece di

aiutarlo a trovare le risorse per autosalvarsi. Infine, t. potrebbe avere difficoltà a interpretare le proprie

emozioni, quindi piuttosto che usarle come segnale, potrebbe finire con l'esserne sopraffatto.

1.4. Il transfert erotico

Dimensione di sessualità, amore romantico e desiderio di vicinanza. Il tipo di transfert-controtransfert

dipende molto dal genere del terapeuta e del paziente. Un transfert erotico o romantico è molto più facile che

nasca quando la paziente è donna e il terapeuta è uomo, nella misura in cui le donne, in genere, temono la

separatezza, mentre gli uomini l'intimità. Dunque per le donne la relazione romantica col terapeuta serve a

difendersi dalla lontananza e a risolvere i problemi legati all'attaccamento, mentre per gli uomini

l'evitamento di sentimenti romantici verso il terapeuta serve per difendersi da un coinvolgimento più

profondo e per dividere sessualità da attaccamento. Tuttavia, un uomo, soprattutto se distanziante, può

sessualizzare il terapeuta al fine di svalutarlo e non considerarlo come una figura di attaccamento da cui

potrebbe essere tentato di dipendere.

Come reagisce un terapeuta al transfert erotico di una paziente?

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• T. con stile evitante: può esserne lusingato poiché vede il desiderio di vicinanza della paziente come

una conferma di se stesso, oppure può esserne turbato perché lo vede come un tentativo di trasgredire alla

solita distanza che interpone tra sé e le persone.

• T. con stile preoccupato: può essere contento del bisogno di vicinanza della paziente, oppure può

esserne frustrato perché costretto a rifiutarlo e anche preoccupato perchè teme che la paziente possa pensare

che sta rifiutando lei, piuttosto che il suo desiderio.

In situazioni ideali, il terapeuta può dare spazio al desiderio della paziente, senza gratificarlo e senza farlo

cessare del tutto, in modo da usarlo per capire cosa sottende e da dare alla paziente un'occasione per

migliorare la propria capacità di amare e dar fiducia.. Il transfert erotico può essere l'esternazione del

modello di attaccamento frustrato interiorizzato dalla paziente (di desiderio mai soddisfatto).

2. Il modello della rabbia e del caos

Si tratta dell'estremo opposto del continuum diagnostico dei pazienti preoccupati, classificabili come

borderline. Molti di loro hanno sperimentato traumi e separazioni ripetute che non sono riusciti a risolvere.

Essi possono essere, quindi, classificati, in termini di AAI, come contemporaneamente preoccupati e irrisolti.

I pazienti border preoccupati si sentono sovraccaricati dalle proprie emozioni, vuoti e in una condizione di

eterno caos. Sono in conflitto tra paura della dipendenza e i propri bisogni e credono che proprio questi

ultimi allontanino ogni possibile aiuto. Hanno, in genere, relazioni difficili, che finiscono lasciandogli la

sensazione di essere stati traditi. Quando sono disperati possono avvicinarsi, ma appena sopraggiunge la

rabbia si allontanano. Il terapeuta che ha a che fare con questi pazienti sente che questi ultimi lo allontanano

e gli impediscono di svolgere la sua funzione d'aiuto. Per creare e mantenere con questi pazienti la relazione

d'attaccamento di cui hanno bisogno, il terapeuta deve dosare empatia e imposizione di limiti.

2.1. Empatia

Raggiungere una sintonia col paziente è importante per farlo sentire riconosciuto e compreso ed è la base di

una relazione che funziona. Per raggiungere una buona sintonia è necessario far riferimento a una teoria e a

risultati di ricerca pertinenti, aprirsi all'intero spettro di esperienza e trovare modi per arginare gli ostacoli

alla relazione. Questi pazienti, preoccupati per via del trauma e spaventati, parlano spesso molto

esplicitamente dei propri genitori, in genere imprevedibili, ma a volte anche spaventanti. Spesso pazienti

vittimizzati nell'infanzia, continuano ad esserlo anche nelle relazioni successive, e anche in quella con se

stessi. Fonagy sostiene che in queste persone al posto del Sé costituzionale (o vero Sé) si è formato un Sè

alieno, che incorpora le risposte della figura abusante. Questo Sé alieno è persecutorio e in conflitto col vero

Sè, quindi il paziente lo proietta sugli altri, in modo da convincersi che siano loro a perseguitarlo. Tuttavia,

quando gli altri non sono disponibili, il paziente si vede costretto a dirigere su di sé la sua persecuzione e

attua condotte crudeli verso se stesso (anche di automutilazione). La principale barriera all'empatia per il

terapeuta è il controtransfert negativo. Spesso esso è inevitabile, però verbalizzare con se stessi o col

paziente le proprie reazioni negative può aiutare il terapeuta a modulare i propri sentimenti e anche a capire

il paziente e le reazioni che può evocare. A volte questo, però, non è possibile, ed è in tal caso che è

necessario porre dei limiti.

2.2. Stabilire dei limiti

“ Se lei fa X, io farò Y”. Non serve a controllare il paziente, ma a metterlo al corrente di ciò che il terapeuta

farà o non farà in determinate circostanze. I limiti proteggono da un controtransfert troppo intenso che

potrebbe rendere difficile l'empatia del terapeuta e la creazione di una base sicura per il paziente. Spesso

porre dei limiti può esporre al rischio di rotture, tuttavia esse sono anche occasioni di riparazione. Il terapeuta

deve essere sempre pronto a lottare, altrimenti il paziente potrebbe avere l'impressione che lui si sia arreso.

2.3. La relazione: modelli e trappole

Il paziente preoccupato disperato ha internalizzato un altro che occupa tutto il suo spazio mentale,

lasciandone poco alla definizione del Sé. Così, il paziente cerca sempre di compiacere l'altro nelle relazioni,

e risulta vago rispetto ai propri bisogni, ambizioni e pareri. Il preoccupato arrabbiato, invece, ha

internalizzato un altro ingombrante ma anche minaccioso verso il Sé. Per questo il paziente cerca di

proiettare all'esterno questa minaccia, di solito verso persone dalle quali potrebbe potenzialmente dipendere

(quindi anche il terapeuta), in modo che risulta più impegnato a scansare il pericolo, piuttosto che a

riconoscere e soddisfare i propri bisogni. Per avere una relazione positiva con un paziente arrabbiato è

necessario che il terapeuta si comporti come, nell'ottica di Fonagy, fa un genitore sicuro col figlio: provi

empatia per la sua angoscia, comprenda i suoi desideri, credenze e sentimenti e sappia far fronte alle

esperienze per lui difficili. Questi pazienti sono per lo più privi di un Sé riflessivo e di capacità di

mentalizzazione, quindi all'inizio ha più impatto su di loro ciò che il terapeuta fa e mostra, piuttosto che ciò

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che dice. Il paziente arrabbiato mette il terapeuta continuamente alla prova, agendo i propri sentimenti

anziché esprimendoli, ma, anche quando quest'ultimo fallisce, è sempre possibile riparare. Così facendo si dà

al paziente una visione più integrata del mondo, un mondo che non è bianco o nero, ma aperto a più

possibilità.

2.4. Il posto della pienezza della consapevolezza mentale e della meditazione

Questi pazienti devono la loro strategia iperattivante a un sistema nervoso autonomo molto reattivo che li

porta a reagire in modo esagerato agli stimoli e ad avere più difficoltà a ritornare ad uno stato di equilibrio.

Questa iperattivazione del sistema autonomo potrebbe essere dovuta ad esperienze d'attaccamento

acutamente o cronicamente traumatiche. Quando, nei pazienti, viene attivato il ramo simpatico del sistema

autonomo, essi si agitano molto, mentre quando si attiva il parasimpatico diventano sonnolenti e possono

sembrare scissi e paralizzati. Utile per la terapia con questi pazienti è la meditazione, poichè serve a calmare

il corpo e a favorire la mentalizzazione.

CAPITOLO 14: IL PAZIENTE IRRISOLTO.

La AAI identifica come irrisolti non solo alcuni adulti preoccupati, ma anche altri che sono distanzianti o

addirittura sicuri. La maggior parte di noi ha nella propria storia “isole” di trauma e di scissione. Spesso, non

sembra esserci un legame tra uno stato della mente irrisolto da un alto e problemi psicologici gravi dall’altro.

I disturbi borderline, quelli della scissione, e quelli postraumatici da stress sono tutti associati in modo

evidente alla mancanza di risoluzione del trauma, così come lo è una storia infantile di attaccamento

disorganizzato. Per identificare i pazienti irrisolti, dobbiamo prestare attenzione ai lapsus nel ragionamento e

nel discorso quando i pazienti parlano delle proprie esperienze relative al trauma e/o alla perdita. Non è

l’esperienza dolorosa e travolgente di per sé che ha un impatto permanentemente disorganizzante sulla

personalità. Ciò che invece è decisivo è la mancanza di risoluzione riguardo a quel tipo di esperienza. Come

in tutte le terapie orientate all’attaccamento, l’azione terapeutica del lavoro sul trauma è insita nella

relazione.

L’autore racconta di una sua paziente, Sarah, che quando era adolescente, tornò a casa dalla scuola e trovò

che la madre era stata uccisa dal padre. Parlava della sua scoperta dell’assassinio con toni monotoni e piatti

che comunicavano distacco. Gli evidenti slittamenti degli stati di coscienza, il tono della voce che faceva

rabbrividire, la descrizione del passato con verbi al presente e le lunghissime pause sono indicatori di un

trauma irrisolto. Questa paziente non poteva parlare dell’esperienza del trauma senza sentirsi ritraumatizzata.

La terapia rivolta ai pazienti irrisolti assomiglia a quella rivolta agli altri pazienti, ma in questo caso tutto ha

un formato maggiorato e più importante (writ large= scritto grande, maiuscolo). Con i pazienti irrisolti per i

quali la scissione è una caratteristica così fondamentale e definente, promuovere l’integrazione in tutte le sue

varie forme è proprio il cuore del lavoro. Mentre per la maggior parte dei pazienti la relazione con il

terapeuta è una parte significativa della terapia, per i pazienti irrisolti la relazione terapeutica è la terapia. E,

infine, c’è la questione della memoria, che per i pazienti irrisolti è più problematica che per gli altri. I

pazienti irrisolti, rimangono muti, fuori del tempo e senza contesto perché privi non solo delle memorie

dell’esperienza preverbale, spesso di natura disorganizzata, ma anche di quelle relative a esperienze

traumatiche più tardive. Incapaci di recuperare dalla memoria in modo conscio simili esperienze, i pazienti

traumatizzati tendono semplicemente a riviverle senza alcun senso di reminiscenza. Spesso questi pazienti

sono cresciuti all’interno di relazioni di attaccamento disorganizzanti che erano traumatiche almeno in due

sensi: erano dolorose in modo opprimente e non offrivano al bambino alcun contesto sicuro nel quale poter

far fronte a quel dolore. In questo caso l’esperienza era quella di una rottura devastante, regolarmente

ripetuta e senza riparazione. Esperienze del genere producono nei pazienti modelli del Sé e degli altri (e della

relazione tra di essi) che sono incoerenti e multipli, che i pazienti portano con sé nella psicoterapia. La nostra

missione con pazienti del genere è quella di fornir loro un’esperienza diversa e un diverso modello di

relazione. Vale a dire che dobbiamo generare una nuova relazione di attaccamento che sia sicura, affidabile e

inclusiva, e nella quale le rotture possano essere riparate. Questa relazione dovrebbe anche promuovere lo

sviluppo delle risorse del paziente, incluse quelle necessarie per risolvere i traumi del passato.

Vincere la paura della sicurezza che c’è nel paziente.

Creare una relazione in cui il paziente riesca realmente a sentirsi sicuro è essenziale quanto difficile. Creare

una relazione sicura e far fronte al trauma sono processi che si intrecciano fra loro. La conquista

incrementale di un senso di sicurezza nei confronti del terapeuta è proprio ciò che risolve il trauma, mentre la

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risoluzione incrementale del trauma elimina gradualmente la necessità insita nel paziente di continuare a

vivere la relazione terapeutica e le altre relazioni come minacciose.

Bisogna tenere presente la distinzione fra “Trauma con la T maiuscola”, come l’attentato dell’11 settembre o

la scoperta dell’assassinio della madre, e “trauma con la t minuscola”, le esperienze ripetute del bambino di

paura, disperazione, umiliazione, vergogna e/o abbandono in relazione a figure di attaccamento che non

abbiano provveduto a nessuna riparazione. Il trauma con la t minuscola è stato chiamato anche “trauma

relazionale” e “trauma cumulativo”. Un trauma del genere costringe il bambino, e in seguito predispone

l’adulto, a ricorrere a meccanismi di autodifesa primitivi incluse la scissione e l’identificazione proiettiva.

Queste sono difese responsabili di portare il pericoloso mondo interno del paziente all’interno della relazione

con il terapeuta. Lavorare su di esse può modificare gradualmente l’esperienza che il paziente fa nella

relazione terapeutica. Siccome la relazione terapeutica viene sentita progressivamente come sempre più

sicura, si stabilisce un nuovo modello operativo che entra in competizione con quei modelli che erano sorti in

risposta al trauma dell’infanzia del paziente. La sfida terapeutica consiste nel rispondere all’evocazione del

passato con una modalità ferma, ma empatica, che introduca per gradi un cuneo di separazione tra i vecchi

attaccamenti che inducono rabbia e terrore nel paziente e la nuova relazione di attaccamento. Nel tempo, si

comincia a innescare in loro la capacità di prendere in considerazione più di una prospettiva rispetto alle

proprie esperienze, vale a dire di mentalizzare.

Un altro paziente, Casey, era un medico ed entrambi i suoi genitori erano alcolizzati e si erano suicidati.

Parecchi mesi dopo che aveva cominciato la terapia, si trovò a dover far fronte a tutta una serie di lutti e fu

preso lui stesso da manie suicide. Aveva un disperato bisogno di aiuto, ma non era capace di chiederlo o di

farne buon uso. Dalla prima infanzia in poi, Casey aveva dovuto assumere il ruolo di “genitore che presta le

cure” nei confronti dei genitori e dei fratelli più piccoli. Sebbene si sentisse abbandonato e trascurato,

proprio quel ruolo gli consentiva di evitare almeno alcune delle esplosioni di rabbia e di abusi che

regolarmente mettevano sottosopra il suo mondo. Prendersi cura degli altri divenne una sorgente di identità e

un’assicurazione contro gli attacchi esterni. Casey aveva “scelto” di non imporre agli altri i fardelli che gli

erano stati imposti dai genitori. Divenne depresso e con manie suicide, quando dovette far fronte a perdite

reali e minacciate che risvegliarono in lui lo spettro dell’abbandono e del trauma passato. Per più di un anno,

la terapia dava la sensazione di essere simile a una serie di emergenze. C’erano innumerevoli telefonate a

notte fonda, minacce di suicidio, atti disperati, tentativi di suicidio e molteplici ospedalizzazioni. Il terapeuta

sentiva di dover lottare per mantenere in vita il paziente ma alle volte era quasi sopraffatto dalla rabbia, dalla

preoccupazione, dalla confusione e da un senso di coinvolgimento compulsivo. Casey “scindeva” e, in gran

parte inconsciamente, si dava da fare per evocare nel terapeuta le sue insopportabili esperienze.

Scissione, identificazione proiettiva e controtransfert.

Le difese che proteggono i pazienti come questo dall’impatto del trauma, sfortunatamente, rendono

inevitabile che elementi del trauma possano nel seguito essere vissuti di nuovo, ripetutamente. Tali difese

giocano un ruolo nell’evocare il controtransfert del terapeuta, quindi esercitano una considerevole influenza

nel dare forma alla relazione terapeutica.

La scissione ha due significati distinti. Di riferisce a “disintegrazioni” di varie specie, incluso

l’allontanamento di stati della mente insopportabili da altri stati della mente più tollerabili e prontamente

integrabili con il proprio senso di sé già in via di sviluppo. La scissione si riferisce anche a uno stato di

coscienza, alterato e avente come scopo la difesa, simile a quello di trance. La scissione, conosciuta anche

come “scissione primitiva”, è il marchio difensivo dei pazienti con un disturbo borderline di personalità.

Implica un modo di pensare e di mettersi in relazione che produce esperienze del sé e dell’altro

compartimentalizzate, ipersemplificate, irrealistiche e instabili. E, data la tendenza di simili pazienti a

confondere loro stessi e le figure con le quali interagisconopossono facilmente passare dalla categoria in cui

sono stati inizialmente valutati a quella opposta. Ciò comporta che questi pazienti possono fare

assegnamento solo su relazioni con gli altri, terapeuta incluso, instabili, tempestose e particolarmente

difficili. Il mondo interno dei pazienti irrisolti è costruito su modelli operativi e stati della mente che hanno

dovuto essere scissi l’uno dall’altro a scopo di difesa. Da un punto di vista neurobiologico, parte del prezzo

delle relazioni precoci che rendono necessaria la scissione è che il bambino che ha figure di attaccamento

spaventanti può non riuscire a sviluppare pienamente quelle strutture neurali (come l’ippocampo, la corteccia

orbito-frontale e il corpo calloso) che aiutano a modulare la struttura cerebrale preposta a rispondere

all’emergenza, l’amigdala. Senza una tale integrazione e modulazione, l’iperattività dell’amigdala rende

probabile, in molti pazienti irrisolti, che stimoli relativamente innocui provochino risposte del sistema

autonomo estremamente intense. La scissione non è solo una questione di integrazione fallita, ma anche uno

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stato ipnoide in cui la reazione del sé con la realtà viene alterata a scopo difensivo. Ma quello stesso stato

mentale alterato che tiene a bada le realtà dolorose può anche impedire che quelle realtà siano affrontate con

efficacia. Inoltre, la scissione, come stato alterato, di solito implica esperienze di “abbandono del corpo” che

possono avere conseguenze molto problematiche. Come conseguenza di questi processi, per molti pazienti

irrisolti, i marcatori somatici delle emozioni diventano inaccessibili o difficili da leggersi. Essi vivono le

emozioni come se fossero semplicemente dei problemi fisici, invece che come stati psicologici. Uno dei

risultati parziali è che questo tipo di pazienti hanno spesso molti problemi fisici, hanno grandi difficoltà a

prendersi cura di se stessi, finiscono nel panico quando si sentono troppo tagliati fuori da se stessi e dai loro

corpi e hanno così bisogno di misure drastiche per riconnettersi. L’automutilazione, nella forma di procurarsi

dei tagli, bruciature o di infliggersi da soli delle percosse, permette a questi pazienti di sentirsi di nuovo più

incorporati. La scissione, che allontana da sé parti del Sé che appartengono al “me cattivo” e al “non me”,

mette i pazienti irrisolti in condizione di “disidentificarsi” rispetto a una gamma di esperienze soggettive

insopportabili, passate e presenti. Tuttavia, ciò che è difensivamente scisso non scompare, sebbene possa

essere relegato nella periferia estrema della consapevolezza. Ciò che non può essere allocato

psicologicamente nel paziente deve trovar posto nell’altro. Questa è l’identificazione proiettiva e, nel setting

della terapia l’”altro” è naturalmente il terapeuta. Il paziente tratta il terapeuta in modo da evocare in lui ciò

che non può sopportare in sé e il terapeuta finisce per identificarsi nella sua esperienza scissa. Il

controtransfert, concepito in senso allargato, sorge nell’interazione tra le identificazioni proiettive del

paziente e la personale psicologia del terapeuta. Il controtransfert, finchè non viene riconosciuto e il

terapeuta non se ne occupa, tende semplicemente a essere messo in atto. Così se vogliamo riuscire a far

nascere una relazione col paziente che sia migliore di quelle del suo passato traumatico, è inderogabile che

noi cerchiamo di riconoscere la situazione di transfert-controtransfert che si sta sviluppando. Se riusciamo a

riconoscere la natura della nostra partecipazione alla relazione terapeutica, è probabile che riusciamo anche a

comportarci in modo tale che le nostre difficili reazioni, dette di controtransfert “negativo”, possano alla fine

essere contenute, invece di essere semplicemente messe in atto o negate. È stata fatta l’ipotesi che i pazienti

traumatizzati che scindono abbiano quattro diverse esperienze del Sé in relazione con gli altri. Avendo fatto

esperienza dell’abuso, dell’abbandono, della perdita o del trauma cumulativo, per mano delle figure di

attaccamento, hanno un modello di sé come vittime. Avendo nel corso di quell’esperienza percepito anche se

stessi come responsabili del trauma e arrabbiati, e anche forse identificati con l’aggressore, hanno un

modello di s come persecutori. Avendo fatto un’esperienza di “rovesciamento di ruoli” con le figure

d’attaccamento, in quanto coinvolti in un processo di “genitorializzazione”, hanno un modello di sé come

salvatori. E infine, dato che hanno dovuto fare un frequente ricorso alla scissione, hanno un modello di sé

come cognitivamente incompetenti o confusi.

Superare la paura del paziente per la propria sicurezza (continuazione).

Durante il periodo in cui Casey era più pericoloso per se stesso, il terapeuta lo incontrava tre volte alla

settimana. Il paziente passava ripetutamente e ciclicamente dalla crisi alla negazione. Quando era in crisi, si

agitava disperatamente per avere aiuto; quando era nella fase della negazione, affermava ostinatamente di

non averne bisogno. Quando era in quest’ultima modalità, minacciava spesso di abbandonare la terapia. Il

terapeuta si accorse di essere molto arrabbiato, spaventato e confuso nei riguardi del paziente, ma quasi

sempre era roso dal bisogno di proteggerlo. Talvolta riusciva a capire che tutti quei sentimenti erano, in

parte, il risultato delle comunicazioni non verbali e proiettive e di messe in atto di Casey. Per Casey il

terapeuta diventava a turno il persecutore, la vittima, l’incompetente che cercava di aiutarlo oppure il

salvatore. A un certo punto, siccome Casey aveva cominciato ad arrivare regolarmente in ritardo ai suoi

appuntamenti, il terapeuta cominciò ad arrabbiarsi sempre di più con lui. Sentiva che stava generando una

relazione in cui si partiva dall’assunto che fosse solo lui quello che doveva rispondere del paziente, proprio

come immaginava che Casey, quando era ancora bambino si sentisse: arrabbiato e solo, con la responsabilità

che i suoi genitori gli avevano scaricato addosso. Poi, in una seduta alla quale era arrivato in ritardo, senza

una parola che ne spiegasse il perché, Casey minacciò, ancora una volta, di abbandonare la terapia.

Inizialmente il terapeuta si sentì esasperato, poi stordito, come se avesse la sensazione di essere stato

“mollato”. Con questa sensazione si cristallizzò in lui un’immagine precisa e con essa un mutamento nel suo

modo di percepire e di capire il comportamento di Casey. Nella mente del terapeuta si era formata

un’immagine del paziente che veniva tenuto in braccio e poi improvvisamente lasciato cadere a terra.

Immaginava pertanto che la loro relazione fosse percepita dal paziente come un invito a essere preso di

nuovo in braccio per poi essere inevitabilmente lasciato cadere. Casey lo fissò con gli occhi spalancati e

senza parole e gli disse che per lui era impossibile credere che il terapeuta non l’avrebbe mollato. Il terapeuta

gli disse che se voleva riuscire a tenerlo realmente in braccio senza lasciarlo cadere, doveva insistere perché

lui desse a se stesso il permesso di essere tenuto in braccio. In futuro, se ci fosse stato un ritardo di più di 20

minuti, gli disse, non avrebbe lavorato con lui, ma gli avrebbe fatto pagare la seduta. Non protestò e

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Tecniche di intervento in psicologia clinica dello sviluppo, basato su appunti personali e studio autonomo dei Capp. 1,8,10,11,12,13,14 del testo consigliato dal docente Psicoterapia e teoria dell'attaccamento (Wallin) Casa editrice: IL MULINO.
Tra gli argomenti trattati: psicoterapia, attaccamento, wallin, pazienti, distanziante, preoccupato, irrisolto.
Voto esame 30L


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia clinica dello sviluppo e delle relazioni
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher roxx86 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecniche di intervento in psicologia clinica dello sviluppo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Taurino Alessandro.

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