Cap. 1 Attaccamento e cambiamento
Nel mondo, secondo Bowlby, le nostre vite ruotano attorno agli attaccamenti intimi. Le ricerche in corso, ispirate dalle intuizioni di Bowlby, offrono una visione più chiara dello sviluppo del Sé in un contesto relazionale. Tre sono i risultati che sembrano avere implicazioni più profonde per la psicoterapia: primo, che le relazioni di attaccamento sono il contesto determinante per lo sviluppo, secondo, che l'esperienza preverbale prepara il nucleo del Sé in via di sviluppo, e terzo, che l'atteggiamento del Sé nei riguardi dell'esperienza predice la sicurezza dell'attaccamento meglio degli stessi fatti che costituiscono la storia personale.
Il modello di psicoterapia proposto da Wallin descrive una traiettoria che ha un andamento parallelo a quello della teoria dell'attaccamento. Bowlby cominciò col rendersi conto che l'attaccamento è un imperativo biologico radicato nella necessità evolutiva: la relazione di attaccamento al caregiver è determinante per la sopravvivenza e per lo sviluppo fisico ed emotivo del bambino. Il bambino si deve adattare al caregiver, escludendo qualunque comportamento che possa minacciare tale legame.
Le ricerche di Mary Ainsworth hanno chiarito che è la qualità della comunicazione non verbale nella relazione di attaccamento ciò che determina la sicurezza o l'insicurezza del bambino, e nello stesso tempo la modalità del bambino di affrontare i propri sentimenti. Le ricerche di Mary Main hanno fatto luce sulle modalità in cui queste interazioni precoci, non verbali e prescritte biologicamente, si registrano nel bambino come rappresentazioni mentali e regole per processare le informazioni che influenzano quanto il bambino, l'adolescente e l'adulto sia capace di pensare, sentire, ricordare e agire.
Infine, Main e Fonagy hanno messo in evidenza l'importanza dell'atteggiamento del Sé in relazione alla propria esperienza, facendo riferimento alla sicurezza dell'attaccamento, alla resilienza e alla capacità di far crescere dei bambini sicuri. Gli stessi tre temi organizzano il modello della terapia come trasformazione effettuata nella relazione. In questo modello, la relazione di attaccamento del paziente col terapeuta è fondamentale e primaria. Mette a disposizione la base sicura, lo sviluppo e il cambiamento.
In virtù della sicurezza percepita da queste interazioni di regolazione degli affetti, la relazione terapeutica può mettere a disposizione un contesto atto ad accedere ad esperienze disconosciute o scisse nel paziente e che non sono state tradotte in parole. Accedere ai sentimenti, pensieri e impulsi non verbalizzati, articolarli e rifletterci sono atti che rafforzano la “competenza narrativa” del paziente. Un processo riflessivo emotivo e relazionale, quindi, che viene a collocarsi in terapia, facilita l'integrazione dell'esperienza rinnegata, aiutando in tal modo a far crescere nel paziente un senso del Sé più coerente e sicuro.
Relazioni trasformative
Con modalità molto simili a quelle della relazione di attaccamento primaria, la nuova relazione di attaccamento con il terapeuta dà al paziente la possibilità di cambiare. Una tale relazione mette a disposizione una base sicura che consente al paziente di prendersi il rischio di sentire ciò che non si suppone egli senta e di conoscere ciò che non si suppone conosca. In questo caso il ruolo del terapeuta è quello di aiutare il paziente sia a decostruire i modelli di attaccamento del passato sia a costruirne di nuovi nel presente. La relazione del paziente col terapeuta ha la potenzialità di generare modelli freschi di regolazione degli affetti, pensieri e attaccamento.
Il conosciuto non pensato
Date le radici prelinguistiche dei modelli di attaccamento originali del paziente e i ripudi e le scissioni che può aver richiesto, il terapeuta deve sintonizzarsi sulle espressioni non verbali dell'esperienza per le quali il paziente non ha ancora le parole. Ciò significa che il terapeuta deve trovare il modo di connettersi con ciò che Christopher Bollas ha chiamato “il conosciuto non pensato” del paziente. Il terapeuta deve prestare attenzione alla propria esperienza soggettiva, alle messe in atto di trasfert e controtrasfert che entrambi creano e al linguaggio non verbale dell'emozione e del corpo, perché queste sono tutte strade per accedere a ciò che il paziente ha negato o disconosciuto, e che potrebbe essere integrato.
L'atteggiamento nei confronti dell'esperienza: rappresentazione, riflessione e pienezza mentale
Insieme con l'enfasi sulla centralità dell'esperienza relazionale e non verbale, la ricerca sull'attaccamento sottolinea la salienza della funzione riflessiva e della metacognizione. L'attaccamento sicuro è chiaramente associato con l'atteggiamento riflessivo nei confronti dell'esperienza. Nella descrizione di Main questo atteggiamento si basa sulla capacità metacognitiva di riconoscere la natura di rappresentazione delle nostre credenze e sentimenti.
Con tale atteggiamento, possiamo fare un passo indietro rispetto alla realtà immediata dell'esperienza e reagire alla luce degli stati mentali che potrebbero essere sottesi (in altri termini, mentalizzare). L'atteggiamento riflessivo nei confronti dell'esperienza è totalmente diverso da quello che si trova nelle persone insicure che tendono a minimizzare o negare l'impatto della propria esperienza (distanziante), o ad esserne sopraffatti (preoccupato). Come regola, più si è capaci di mobilitare un atteggiamento riflessivo, più si è capaci di allevare bambini sicuri. Allo stesso modo, per allevare pazienti sicuri, dobbiamo coltivare in noi stessi una capacità riflessiva che abbia la massima profondità psicologica.
Al di là della capacità di avere un atteggiamento riflessivo, ci sono buone possibilità che possa concretizzarsi un atteggiamento più vicino al centro della nostra soggettività, definito “atteggiamento di pienezza della consapevolezza mentale”. Per chiarire cosa si intenda per atteggiamento di pienezza della consapevolezza mentale immaginate 4 anelli concentrici, ognuno dei quali rappresenti uno degli elementi che contribuiscono momento per momento all'esperienza di essere un Sé nella propria pienezza della consapevolezza mentale.
L'anello più esterno rappresenta la realtà esterna e include non solo gli eventi che ci circondano e le situazioni che creiamo, ma anche le persona con le quali abbiamo a che fare. Il secondo anello rappresenta il mondo delle rappresentazioni: vale a dire i modelli mentali dell'esperienza precedente. All'interno del secondo anello ce n'è un terzo che rappresenta quella parte di noi capace di un atteggiamento riflessivo nei confronti dell'esperienza, il Sé riflessivo.
La teoria dell'attaccamento si occupa in modo esplicito solo degli elementi rappresentati da questi tre anelli: la realtà esterna, il mondo delle rappresentazioni e il Sé riflessivo. La storia evolutiva della teoria dell'attaccamento predispone però una traiettoria che punta a un quarto anello. Questo quarto anello rappresenta il Sé nella pienezza della consapevolezza mentale.
Un altro sguardo, da questa diversa prospettiva, su questa questione della pienezza della consapevolezza mentale: mentre un atteggiamento riflessivo nei confronti dell'esperienza implica la metacognizione, un atteggiamento di pienezza della consapevolezza mentale implica la metaconsapevolezza (la consapevolezza della consapevolezza). Detto in altro modo, un Sé che riflette sull'esperienza si occupa dei contenuti dell'esperienza, mentre un Sé che è nella sua pienezza della consapevolezza mentale si occupa del processo dell'esperienza.
L'esercizio della consapevolezza mentale sembra propriziare gli stessi benefici che la ricerca ha dimostrato essere correlati con le storie di attaccamento sicuro nella fanciullezza, in quanto entrambi sono capaci di dare origine a una base sicura internalizzata. Le relazioni di attaccamento sicuro nella fanciullezza e nella terapia aiutano a sviluppare una presenza interna rassicurante fornendoci esperienze dell'essere riconosciuti, capiti e curati. La pratica della pienezza mentale può sviluppare una presenza interna rassicurante offrendoci esperienze di un Sé altruista, sentimenti di sicurezza, accettazione e contatto in relazione con gli altri e con noi stessi.
Come terapeuti la capacità di essere nella pienezza della consapevolezza mentale può essere determinante per ciò che facciamo per i pazienti. Un atteggiamento del genere, ci dà modo, in primo luogo di essere pienamente presenti, capaci di rispondere alle richieste del momento. In secondo luogo, l'atteggiamento di pienezza della consapevolezza mentale e un atteggiamento centrato sul presente facilitano l'esperienza di essere dentro al nostro corpo e di esserne consapevoli. In terzo luogo, facilita un atteggiamento di accettazione nei confronti dell'esperienza così com'è, che può aiutarci a far posto ai sentimenti, pensieri e desideri del paziente.
In tal modo, la pienezza della consapevolezza mentale del terapeuta può facilitare una relazione con il paziente tale da promuovere il processo di integrazione. Tale integrazione, può non essere solo una meta primaria della psicoterapia, ma anche una conseguenza sia dell'attaccamento sicuro sia della pratica della pienezza della consapevolezza mentale.
Capitolo 8: L'esperienza non verbale e il "conosciuto non pensato"
Accedere al nucleo emotivo del Sé
Ciò che “conosciamo”, ma che non pensiamo (o cui non possiamo pensare), è anche ciò di cui non possiamo parlare. La conoscenza non verbalizzata (o non verbalizzabile) ha un'influenza enorme perché rimane impressa al di fuori della consapevolezza conscia e gioca un ruolo determinante sia in psicoterapia sia nella fanciullezza. Rischiamo di permettere che le parole che ci scambiamo durante la terapia monopolizzino la nostra attenzione mentre ci dimentichiamo che sotto le parole c'è un flusso di esperienza di importanza determinante che delle parole costituisce il contesto di base. Di natura fondamentalmente emotiva e relazionale, questa esperienza inizialmente inarticolata è spesso laddove troviamo, in seguito, il punto di leva per il cambiamento terapeutico.
Strumenti della ricerca per rilevare le esperienze non verbali
L'evidenza empirica indica chiaramente che le fondamenta dei nostri modelli operativi interni, e anche le strategie di attaccamento e di regolazione delle emozioni consuete e codificate in questi modelli, sono tutte messe in opera ben prima dell'acquisizione del linguaggio. Sono questi i dati sottesi alla conclusione di Shore che “il nucleo centrale del Sé è non verbale e inconscio e risiede fondamentalmente nei pattern della regolazione diadica”. Dato che l'esperienza preverbale costituisce la base del Sé in sviluppo, è assolutamente di vitale importanza fare posto, nell'ambito della psicoterapia, alla riverberazione e all'elaborazione di queste esperienze.
In secondo luogo, le relazioni genitore-bambino che hanno maggiore probabilità di poter promuovere con successo un attaccamento sicuro sono quelle inclusive, intendendo con ciò che il genitore deve saper trovare quanto più spazio è possibile per l'intero spettro delle esperienze soggettive del bambino. Per dar luogo a una relazione terapeutica che sia altrettanto inclusiva dobbiamo prestare attenzione non solo a ciò che dicono a parole, ma anche a ciò che i pazienti espongono con altri mezzi. La teoria di Bowlby, secondo la quale il bambino integrerà solo ciò per cui la sua esperienza di attaccamento ha saputo trovare spazio, implica che il bambino escluderà dalla consapevolezza quei pensieri, sentimenti e comportamenti che rischiano di provocare rotture nelle relazioni di attaccamento, con il risultato che quei pensieri, sentimenti e comportamenti, non solo rimarranno non sviluppati e non integrati, ma spesso anche impossibili da verbalizzare.
Per integrare ciò che è stato scisso o escluso, abbiamo bisogno di avere accesso a ciò che nel paziente è ancora non detto, non pensato e, forse, non sentito. I pazienti possono essere privi delle parole per descrivere le esperienze determinanti per ragioni che sono evolutive (le esperienze avevano avuto luogo prima dell'acquisizione del linguaggio) o difensive (le esperienze non potrebbero essere pensate o sentite, né se ne potrebbe parlare, senza mettere a rischio le relazioni vitali). Esistono delle barriere, sia neurofisiologiche sia psicodinamiche, che inibiscono un accesso linguistico a certe esperienze formative (soprattutto se traumatiche).
Le ricerche sullo sviluppo neurale hanno mostrato che i centri cerebrali che mediano il linguaggio e la memoria autobiografica non sono effettivamente connesse in rete fino a un'età compresa tra i 18 e i 36 mesi. Di qui discende la quasi universale convinzione che esiste un’ “amnesia infantile”. Inoltre, le emozioni opprimenti della specie di quelle evocate dal trauma inibiscono il funzionamento di quelle stesse strutture cerebrali. I pazienti con disturbi dovuti a stress angoscianti postraumatici, inondati da un insieme caotico di emozioni disturbanti, sensazioni somatiche, immagini e impulsi, sono privi dei mezzi linguistici per dare un significato o un contesto alle loro esperienze multisensoriali frammentate.
Un trauma che “spenga” l'area di Broca e l'ippocampo può causare un “sequestro emotivo” nel quale l'amigdala con le sue connessioni con il cervello destro sopraffà l'ippocampo e le capacità, che gli sono associate, di codificare, recuperare e contestualizzare la memoria del trauma. Le persone traumatizzate nella fanciullezza hanno in genere l'ippocampo sinistro di dimensioni ridotte e un ridotto sviluppo del cervello sinistro, se le si confrontano con soggetti di controllo in buona salute. Quando a degli adulti con storie di abuso si chiese di richiamare alla memoria un episodio precoce disturbante, la loro attività emisferica mostrò un evidente spostamento a destra. In un gruppo di controllo, al contrario, l'attività emisferica era bilanciata.
Inoltre, si è visto che il volume del corpo calloso (il principale canale di scambio di informazioni tra i due emisferi, era significativamente più piccolo nelle persone traumatizzate rispetto ai soggetti di controllo. Sembra pertanto che il trauma impedisca un'integrazione sia neurale sia psicologica, isolando il cervello emotivo destro dalle risorse verbali del sinistro. La totale dipendenza che il bambino ha rispetto alla propria figura d'attaccamento significa che dissintonie, depressioni o rabbie croniche della figura d'attaccamento possono essere vissute come traumatiche.
In relazione con tutto ciò, Shore ha fatto riferimento al “trauma relazionale” che insorge dalle esperienze di attaccamento disorganizzato e che si risolvono in disturbi borderline e magari in disturbi psicotici. Molti dei pazienti soffrono di ciò che Bromberg ha descritto come “isole” traumatiche e di scissione, il cui impatto e significato, inizialmente, è impossibile tradurre in parole.
Ci sono anche risultati che provengono dalla scienza cognitiva che aiutano a chiarire la necessità di mantenere un'attenzione terapeutica concentrate sulle esperienze non verbali. Gli studiosi che operano nel campo cognitivo hanno scoperto che la memoria non è monolitica e hanno identificato due sistemi distinti di memoria, la memoria esplicita che può essere recuperata in modo conscio, è verbalizzabile e simbolica e il suo contenuto è fatto di informazioni e di immagini, e la memoria implicita, non verbale, non simbolica e inconscia. Il suo contenuto implica risposte emotive, modelli di comportamento e abilità specifiche. Implica un “sapere come” piuttosto che un “sapere che”.
Detta talvolta “memoria precoce” perché è disponibile perfino quando si è nel ventre materno e conosciuta originariamente come memoria procedurale, la memoria implicita ha come proprio marchio soggettivo la familiarità piuttosto che la capacità di ricordare. Queste procedure ricordate formano quella che è stata chiamata conoscenza relazionale implicita. La conoscenza implicita si esprime nel come ci comportiamo e sentiamo, nel nostro atteggiamento comportamentale e in che cosa ci aspettiamo dalle relazioni.
Questa conoscenza di solito esiste al di fuori della consapevolezza riflessiva perché ciò che sappiamo si è impresso in una forma implicita che è difficile recuperare in forma linguistica. La conoscenza implicita o procedurale costituisce la base del modello operativo interno. I ricercatori dell'attaccamento hanno documentato che essa emerge presto nella vita in funzione della qualità delle nostre prime relazioni e che essa persiste nell'età adulta.
Per molti pazienti le interazioni precoci sono state problematiche, imprimendosi implicitamente come una visione di sé e degli altri deprimente e profondamente radicata, che non possono facilmente esprimere a parole, ma che non possono neppure impedirsi di mettere in atto. Quando queste messe in atto autodistruggenti accadono durante la psicoterapia, possono diventare una risorsa di valore nella misura in cui ci permettono di impegnare e trasformare quelle rappresentazioni interne non verbalizzabili che fanno dei nostri pazienti degli ostaggi del passato, se il terapeuta ha la capacità di afferrare il subtesto non verbalizzato della conversazione terapeutica.
Capire il linguaggio del non verbale
La direzione del flusso del dialogo parlato è in larga misura determinata dalle correnti emotive e relazionali.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Psicologia Dinamica Avanzata, prof. Amadei, libro consigliato Psicoterapia e Teoria dell'Attaccamen…
-
Riassunto esame Tecniche di Intervento, prof. Taurino, libro consigliato Infant Research e Trattamento degli Adulti…
-
Riassunto esame Psicologia clinica, Prof. Taurino Alessandro, libro consigliato Cultura delle differenze e sessuali…
-
Riassunto esame Elementi di Psicoterapia, prof. La Torre, libro consigliato Psicoterapia Psicoanalitica di McWillia…