Attaccamento e cambiamento
Bowlby spiega come le nostre vite ruotano attorno ai legami di attaccamento. Per quanto quelli infantili siano quelli che ci influenzano maggiormente, l’uomo rimane comunque malleabile ed aperto ai cambiamenti legati a nuovi legami di attaccamento, come se essi fossero una seconda opportunità. Il come i terapeuti possono far crescere i pazienti al di là dei limiti imposti dalle loro storie infantili non viene specificato dalla teoria di Bowlby, ma ricerche successive a lui ispirato hanno evidenziato tre aspetti fondamentali per la pratica terapeutica:
- Le relazioni di attaccamento concrete sono il contesto determinante per lo sviluppo
- L’esperienza preverbale prepara il nucleo del sé in via di sviluppo
- L’atteggiamento del sé nei riguardi dell’esperienza, intendendo con questo lo sviluppo della funzione riflessiva, predice la sicurezza dell’attaccamento
Relazioni trasformative
Se l’attaccamento primario ha permesso al bambino di svilupparsi, l’attaccamento della relazione terapeutica permetterà all’adulto di cambiare. Bowlby afferma che il terapeuta deve creare quella base sicura che permetta al paziente di prendersi il rischio di sentire e conoscere ciò che si suppone egli non senta e non conosca, o che abbia dissociato. Bisogna aiutare il paziente a decostruire i modelli passati e creare quelli nuovi. I modelli di rilevazione, infatti, non implicano solo un modo di entrare in relazione, ma anche un particolare tipo di sentire e pensare, quindi la creazione di nuovi modelli permette di creare una nuova regolazione non solo alle relazioni ma anche agli affetti e ai pensieri.
Il conosciuto non pensato
I modelli di attaccamento originari hanno delle radici prelinguistiche con cui il terapeuta deve sintonizzarsi sul piano non verbale. Questo significa trovare il modo di connettersi con il “conosciuto non pensato” del soggetto. Afferrare questo substrato non verbalizzato viene chiamato da molti autori attuare una “visione binoculare” ossia il prestare contemporaneamente attenzione alla soggettività propria e altrui. Il paziente, che non riesce a ricordare e recuperare esperienze del passato ormai scisse, tenderà a evocare e rimettere in scena tali contenuti in modo non verbale all’interno della nuova relazione terapeutica di attaccamento. Avere una visione binoculare significa, allora, fare attenzione al transfert e al controtransfert, a ciò che accade dentro di sé come espressione del paziente.
Atteggiamento nei confronti dell’esperienza: rappresentazione, riflessione e pienezza mentale
L’attaccamento sicuro viene ormai associato a un atteggiamento riflessivo nei confronti dell’esperienza. La Main definisce tale atteggiamento come la capacità di riconoscere la natura rappresentazionale delle nostre credenze e dei nostri sentimenti e quindi la possibilità di distaccarsi dalla visione del reale e far luce sugli stati mentali sottesi alle nostre esperienze. Fonagy parlerebbe di mentalizzazione ossia di riflettere sul funzionamento della nostra mente per evitare di rimanere schiavi dei nostri riflessi emotivi costruitisi a partire dalle nostre prime relazioni. Se le persone sicure mostrano un atteggiamento riflessivo, le persone insicure mostrano di minimizzare l’impatto della propria esperienza e di esserne sopraffatti. Ma allora un atteggiamento riflessivo è necessario anche nel terapeuta affinché egli possa portare il paziente ad essere sicuro, e quindi aiutarlo a disinibire in lui la capacità riflessiva: rafforzare la mentalizzazione significa aumentare la loro capacità di regolazione degli affetti, la possibilità di integrare le esperienze dissociate e creare un sé più coerente e solido.
Oltre all’atteggiamento riflessivo, Wallin propone l’ipotesi di creare un atteggiamento vicino alla soggettività dell’individuo che possa essere inteso come “pienezza della consapevolezza mentale”. Questo concetto non fa parte della teoria dell’attaccamento ma nasce all’interno della psicologia buddista che però sembra recuperare elementi intrinseci nella conoscenza del sé e nel rapporto del soggetto con se stesso. Nel buddismo esiste una figura metaforica caratterizzata da 4 cerchi concentrici che simboleggia il rapporto con la realtà esterna, il rapporto con il mondo rappresentazionale e i modelli mentali delle precedenti esperienze e poi il sé riflessivo che ha il compito di filtrare la nostra esperienza della realtà esterna in base alle rappresentazioni interne e ai nostri modelli. Al centro degli anelli troviamo il Sé nella pienezza della consapevolezza mentale. Questo sé è contemporaneamente la piena consapevolezza di sé e allo stesso tempo nessuno, nel senso di pura consapevolezza.
Wallin sottolinea l’importanza di tale “pienezza della consapevolezza” poiché se con l’atteggiamento riflessivo utilizziamo la meta cognizione e riflettiamo sulla nostra esperienza, con la “pienezza della consapevolezza” parliamo di meta consapevolezza, ossia di consapevolezza della consapevolezza e quindi guardare al processo che porta alla costruzione e alla comprensione dell’esperienza, ad un piano più profondo di comprensione di noi stessi.
Ora, la pienezza della consapevolezza e l’attaccamento sicuro, collegato alla capacità riflessiva, sono una risorsa psicologica fondamentale da cui prendere origine la base sicura internalizzata. Nel terapeuta, la pienezza della consapevolezza mentale è la base per poter dare aiuto all’altro e si esplicita nel seguire determinati principi:
- Rimanere ancorati al presente piuttosto che nel ricordo del passato, nel futuro del desiderio o nell’astrazione teorica
- Essere pienamente presenti nel presente significa essere in grado di rispondere alle richieste del paziente che insorgono nell’attualità dell’interazione
- La pienezza si esplica anche nella consapevolezza del nostro corpo, delle nostre risposte somatiche e nella capacità di prestare attenzione al nostro e altrui linguaggio non verbale
Tutto questo facilita la creazione di un’accurata empatia che crea un atteggiamento di accettazione che permette un’apertura non difensiva da parte del paziente ma soprattutto da parte del terapeuta che prende le esperienze e le emozioni del paziente così per come sono. Inoltre, così come la capacità riflessiva, anche la pienezza della consapevolezza è “contagiosa”, e quindi il possederla aiuta il paziente a svilupparla. Tutto questo è possibile e sottolinea come il potere curativo della terapia sta nella natura stessa dell’interazione.
Prima parte: Bowlby e oltre
Le fondamenta della teoria dell’attaccamento
John Bowlby: prossimità, protezione e separazione Comunemente Bowlby viene riconosciuto come il padre indiscusso della teoria dell’attaccamento, sebbene spesso a lui viene affiancato il lavoro della Ainsworth. Il contributo originario di Bowlby consiste nel aver riconosciuto la necessità fondata biologicamente dell’attaccamento del bambino al suo caregiver, bisogno di prossimità fisica per assicurare la sopravvivenza, come presi posizione innata sviluppatasi in base allo sviluppo filogenetico della specie. Egli parlava di “sistema comportamentale dell’attaccamento” caratterizzato da tre comportamenti:
- Vedere, monitorare e cercare di mantenere la prossimità di una figura protettiva di attaccamento. Si potrebbe pensare che tale attaccamento si sviluppi nei confronti della persona verso cui si ha un maggiore coinvolgimento, eppure tale relazione sembra instaurarsi verso la madre a prescindere dal coinvolgimento che il bambino ha con lei.
- Usare la figura di attaccamento come base sicura per esplorare le situazioni non familiari ma ritornando ad essa per “rifornirsi” di carburante. Quando la base sicura è disponibile il bambino sviluppa la voglia di esplorare, quando essa manca tale necessità cessa bruscamente.
- Correre verso la figura di attaccamento come porto sicuro in situazioni di pericolo o momenti di allarme.
La visione dell’attaccamento di Bowlby è stata più volte rivisitata anche dal suo stesso autore. Bowlby, per esempio, ammise la possibilità che accanto all’inevitabile necessità della sopravvivenza, ci fosse anche una necessità emotiva legata al bisogno di ricevere conforto. Ma poiché egli sottolinea come una figura di attaccamento può essere fisicamente disponibile ed emotivamente assente, è la qualità dell’apprezzamento da parte del bambino della disponibilità emotiva della madre che connota positivamente o negativamente la qualità emotiva del legame di attaccamento. Altri autori come Sroufe e Waters sottolineano come l’obiettivo dell’attaccamento non sia tanto la regolazione della distanza dalla madre ma la “sicurezza percepita” in termini di esperienza interna. Inoltre, se originariamente Bowlby lavorava solo con neonati, successivamente si aprì all’osservazione dei bambini più grandi, notando come i comportamenti di attaccamento, nel senso di manifestazione del comportamento di attaccarsi ed avere un contatti fisico ed emotivo con gli altri, si manifesta per tutta la nostra vita.
Ma cos’è che rende possibili gli attaccamenti sicuri?
Bowlby rifiuta ogni spiegazione psicoanalitica che si basa sul mondo fantasmatico del bambino e lotta per affermare la sua ipotesi relativa all'importanza del reale, dell’esperienza reale della relazione con la madre. Egli, per esempio, studia e sottolinea le devastanti conseguenze della separazione precoce del bambino dalla madre; all’interno della clinica Tavistock ha la possibilità di osservare i risultati dell’istituzionalizzazione e dell’ospedalizzazione. Egli osserva come ci sia una sequenza precisa nella lotta del bambino per fronteggiare la situazione dolorosa: protesta, disperazione, poi indifferenza. Egli arriva allora a concludere che affinché ci possa essere uno sviluppo sano è necessario che il bambino sia allevato in un’atmosfera calda e uniti alla madre da un legame affettivo intimo e costante, fonte per entrambi di soddisfazione e gioia.
Mary Ainsworth: attaccamento, comunicazione e la strange situation
La Ainsworth cambiò spesso residenza per seguire il marito. Tra i suoi vari spostamenti, arrivò anche a Londra e lì divenne ricercatrice di Bowlby allo scopo di indagare l’impatto psicologico della separazione dalla madre in infanzia precoce, e più in generale per provare delle validazioni empiriche per la sua teoria. La collaborazione tra i due durò quasi 40 anni e durante questo periodo effettivamente la Ainsworth convalidò le ipotesi di Bowlby ma fornì anche dei personali spunti e contributi indipendenti. Per esempio, ella affermava che l’attaccamento, definito come biologicamente determinato, fosse in realtà malleabile e che le differenze qualitative del comportamento di attaccamento dipendono dal comportamento differenziale del caregiver, e affermò che esso ha delle ricadute sulla vita adulta, e questo quindi implica nuovi spunti per la pratica clinica. Sottolinea che la chiave per la sicurezza o l’insicurezza siano i modelli di comunicazione tra caregiver e bambino. È a lei che si deve il termine “base sicura”. La Ainsworth ha spostato l’attenzione al piano strettamente legato alla prossimità fisica a quello legato alle aspettative e alle rappresentazioni mentali del bambino verso il caregiver. Sicuramente il contributo più importante sarà la sperimentazione sulla strange situation che ha portato la teoria dell’attaccamento ad essere il paradigma dominante della psicologia dello sviluppo contemporaneo.
Sperimentazione in Uganda
Spostatasi in Uganda per seguire il marito, la Ainsworth cominciò uno studio naturalistico e longitudinale su 26 famiglie con bambini ancora da svezzare allo scopo di indagare lo sviluppo normale dell’attaccamento, partendo dal presupposto che non si possa guardare la condizione patologica per definire quella di salute. I risultati portarono ad osservare come dall’iniziale stato di indifferenziazione, il bambino comincia a preferire e distinguere la madre dagli altri individui e tra i 6 e i 9 mesi cristallizza un legame potente. Questo legame porta a quei comportamenti di attaccamento descritti da Bowlby. La Ainsworth si concentra poi sulle differenze individuali osservando come la maggior parte dei bambini sembravano essere “normalmente attaccati”, una minoranza non riusciva a trovare consolazione nella madre, mentre un’altra piccola minoranza non mostrava proprio traccia di attaccamento. Ella ipotizzò che tali differenze sono dovute al tipo di cure ricevute. Per esempio notò come i bambini sicuri erano quelli che erano stati accuditi con piacere dalle madri e che erano stati allattati al seno per più tempo. Ciò che risultava importante, infatti, non era tanto la quantità di cure ma la qualità, data dal piacere condiviso dai due.
Strange situation
Nel 1963 la Ainsworth si trasferisce a Baltimore e comincia uno studio su 26 madri incinte che vengono seguite dal parto fino al primo anno di vita del bambino allo scopo di osservare lo sviluppo precoce. Nelle 18 visite di 4 ore fatte a tutte le mamme, l’equipe raccolse dei risultati assolutamente sovrapponibili a quelli dell’Uganda, confermando l’ipotesi di Bowlby dell’universalità della necessità dell’attaccamento geneticamente predeterminato. I bambini ugandesi, però, mostravano una più alta percentuale di attaccamento sicuro rispetto ai bambini di Baltimora. La Ainsworth era sicura che la presenza della base sicura materna permettesse l’avvio dell’esplorazione, così come avveniva nei bambini ugandesi, eppure i bambini di Baltimore mostravano in alcuni casi dei comportamenti strani, sia di assenza di esplorazione che di esplorazione continuativa. Allo scopo di indagare se il comportamento della base sicura fosse davvero un dato genetico, la Ainsworth ideò la famosa procedura della strange situation: una situazione inusuale in cui bambini di 12 mesi e le proprie mamme venivano invitati in una stanza di laboratorio piena di giochi e accogliente in cui si creavano varie situazioni di gioco e di esplorazione libera del bambino accompagnate da due fasi di separazione e due fasi di riunione più una condizione in cui il bambino veniva lasciato solo con una figura di riferimento nuova, una sperimentatrice addestrata alla relazione con i bambini. L’idea era che questa situazione fosse stressante e che avrebbe fatto emergere i comportamenti di attaccamento biologicamente determinati quindi prevedibili. In particolar modo, ci si aspettava che i bambini sicuri avrebbero esplorato l’ambiente usando la madre come base sicura, che avrebbero mostrato angoscia per la separazione ma nella riunione si sarebbero rassicurati velocemente, mentre ci si aspettava che i bambini insicuri sarebbero stati molto turbati dalla separazione. Nella maggior parte dei casi le cose andarono così, ma ci furono alcune sorprese. Ci furono dei bambini che rinunciavano al ricongiungimento con la madre non soltanto mostrando la volontà di continuare ad esplorare ma evitando volontariamente il contatto e l’interazione con essa; furono chiamati bambini evitanti. Altri ancora sembravano aver rinunciato all’esplorazione in favore del ricongiungimento ma mostravano degli affetti ambivalenti di rabbia e passività, e furono chiamati ambivalenti. Da questo la Ainsworth cominciò il suo lavoro di classificazione degli stili di attaccamento, e questo ebbe delle implicazioni molto forti per la pratica terapeutica.
Le classificazioni degli attaccamenti in infanzia
Attaccamento sicuro
I bambini sicuri tendono ad esplorare liberamente quando si sentono sicuri e ricercano il conforto tramite il ricongiungimento quando si sentono insicuri. La Ainsworth si rese conto come ciò che era maggiormente indicativo non era tanto la reazione di separazione, che mediamente comporta in tutti i bambini una condizione di stress, ma la fase del riavvicinamento e il tempo impiegato per porre fine all’angoscia. I bambini sicuri, nonostante fossero angosciati dalla separazione, si sentivano immediatamente rassicurati dal ricongiungimento con la madre e riprendevano facilmente il libero gioco. Questo implica una flessibilità e la presenza di resilienza come frutto di esperienze relazionali precedenti in cui la madre è disponibile a rispondere alle richieste del bambino. In particolare, questo tipo di madri sembra essere, in modo generico, sensibili ai propri figli: li coccolano e li rassicurano quando hanno bisogno, usano un comportamento di tenerezza ma solo per il tempo necessario e richiesto dal bambino, lasciando così la possibilità di giocare in autonomia.
Attaccamento evitante
I bambini evitanti sembrano apparentemente disinteressati alla condizione di separazione, continuando ad esplorare in modo incessante. Nonostante ciò, si rileva un aumento dei ritmi cardiaci che quindi mostrano la presenza di una angoscia di separazione che però non viene manifestata. Rispetto ai bambini sicuri, però, nella fase pre/post separazione questi bambini mostrano elevati livelli di cortisolo, l’ormone legato all’aumento di stress, mostrando quindi una maggiore sofferenza silenziosamente vissuta. L’indifferenza di questi bambini viene ricollegata dalla Ainsworth all’adattamento di quei bambini, descritti da Bowlby, che hanno subito una precoce e traumatica separazione dalla figura materna: si ritiene quindi che i bambini insicuri abbiano sperimentato una madre talmente poco disponibile da essere giunti alla conclusione che ogni apertura nei suoi confronti, allo scopo di ricevere conforto, è assolutamente inutile. Di solito le madri di questi bambini sono donne che hanno respinto attivamente le richieste del bambino e che si sono allontanate da essi.
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