Premessa
I termini stereotipo e pregiudizio sono due termini che non esprimono lo stesso concetto, tuttavia, sono strettamente collegati. Obiettivo di questo libro è quello di conoscerne i significati da un punto di vista scientifico sperando, in tal modo, di riconoscere e superare i propri stereotipi e pregiudizi.
Lo stereotipo può esser considerato come il nucleo cognitivo del pregiudizio. Il pregiudizio invece, è inteso come un atteggiamento negativo nel confronto di un altro gruppo o dei suoi membri e, solitamente, si basa su uno stereotipo negativo (ovvero: sulle credenze associate a un determinato gruppo sociale, con attributi per lo più negativi).
Capitolo 1. La natura degli stereotipi: processi cognitivi di base
1.1 Definizione
Gli stereotipi (dal greco stereos= rigido, permanente e tupos impronta), sono delle immagini molto semplificate e condivise dalla gente e riguardanti una categoria di persone. Esistono diversi tipi di stereotipi:
- Stereotipi di genere (riguardanti i tratti di personalità tipici di uomini e donne - uomini forzuti, donne romantiche)
- Stereotipi di nazione (gli svedesi sono biondi; gli inglesi sono freddi)
- Stereotipi di etnia differente dalla nostra
- Stereotipi verso gli anziani
- Stereotipi verso gli omosessuali
- Stereotipi verso i disabili
Più in generale si differenziano anche:
- Stereotipi positivi (gli italiani sono amanti del divertimento)
- Stereotipi negativi (gli zingari rubano)
Ruper Brown (1997) sostiene che tutte queste diverse tipologie vengono accomunate dal fatto che sono tutte rappresentazioni della realtà.
1.2 Come nascono gli stereotipi
Vari autori hanno contribuito con varie teorie allo studio degli stereotipi. Ecco schematicamente i principali sviluppi storici:
- Lippmann: gli stereotipi sono rigidi, selettivi e generali, ma necessari per la semplificazione;
- Katz e Braly: gli stereotipi sono ingiustificati e contraddittori;
- Adorno: gli stereotipi sono prodotti di una personalità patologica;
- Allport: gli stereotipi si basano sul processo razionale di categorizzazione, ma la razionalità è contingente alla natura dell’individuo;
- Sherif: gli stereotipi sono prodotti di relazioni intergruppi;
- Tajfel: gli stereotipi si basano sui processi razionali di categorizzazione comuni a tutti; gli stereotipi sono prodotti condivisi formati nelle relazioni intergruppi.
1.2.1 Lo stereotipo come distorsione mentale
Dal significato originario di stereotipo, ovvero lo stampo tipografico da cui derivano le copie tutte uguali di un giornale, si potrebbe giungere a definire in senso figurativo le caratteristiche psicologiche degli stereotipi, che sarebbero fissi e immutabili, come lo stampo tipografico appunto. Walter Lippmann (1963) definisce gli stereotipi come rigide generalizzazioni riguardanti gruppi sociali, dal contenuto illogico e inesatto.
Secondo tale definizione, si può definire la stereopatizzazione come un processo di pensiero distorto e tendenzioso, ne consegue che gli stereotipi siano un modo parziale e inadeguato di rappresentare il mondo, in quanto presentano immagini fisse e talmente tanto generalizzate da annularne ogni variabilità umana. A conferma delle intuizioni di Lippmann ci fu lo studio pionieristico di Katz e Braly (inizi anni ‘30, USA) i quali attraverso un esperimento, riuscirono a descrivere lo stereotipo come un’impressione fissa e immutabile non esattamente congrua con la realtà rappresentata.
Nell’esperimento venne chiesto a degli studenti universitari italiani di selezionare da una lista di 84 aggettivi relativi ai tratti della personalità quelli che essi ritenevano maggiormente caratteristici di 10 gruppi nazionali loro proposti. I principali risultati furono i seguenti:
- Le associazioni aggettivo-gruppo rivelavano l’enorme influenza sul giudizio da parte dei mezzi di comunicazione.
- Gli stereotipi comprendevano le credenze verso aspetti fisici e comportamentali dei membri dei gruppi e le valutazioni di tali aspetti.
- Gli aggettivi maggiormente associati a un gruppo costituivano le caratteristiche primarie dello stereotipo di quel gruppo (per esempio, risultò che gli italiani erano artistici ed impulsivi, i tedeschi razionali e laboriosi, gli ebrei scaltri e attaccati ai soldi etc.).
L’esperimento ha permesso di definire lo stereotipo come una scorciatoia mentale che influenza la percezione dell’individuo, spingendolo a operare delle inferenze scorrette e soprattutto inaccurate della realtà.
1.2.2 La spiegazione psicoanalitica
Dopo il 1950 (successivamente al fenomeno della Shoah) l’interesse degli studiosi si è spostato dall’analisi di contenuto specifico degli stereotipi ai processi sottostanti questi fenomeni.
- L’approccio psicodinamico vede gli stereotipi e i pregiudizi come espressione dei bisogni motivazionali del soggetto e di profondi conflitti intrapsichici. Un esempio a cui si può far riferimento può essere quello del capro espiatorio: secondo tale approccio, le persone quando sono frustrate, ovvero non riescono a raggiungere uno scopo prefissato/sono infelici, tendono a mostrare maggiore aggressività nei confronti dei gruppi privi di potere, poco graditi e visibili, che svolgono dunque la funzione di capri espiatori.
(Esempio: dati statistici del 1882-1930 in USA/Stati Meridionali: al peggiorare della situazione economica, aumentavano il numero di pestaggi e linciaggi nei confronti dei neri. Tale risultato portò gli studiosi a ritenere che l’ostilità verso gruppi più deboli si manifesti in momenti di frustrazione. Dunque, nonostante la vera causa della frustrazione in questo caso sia la crisi, l’aggressività si sposta (meccanismo di dislocazione) verso un obiettivo generalmente più debole: i neri.)
- Altri psicologi, hanno sostenuto che i motivi che portano a cercare dei capi espiatori sarebbero dovuti in particolare a “perturbazioni della coscienza morale”. Se un soggetto prova un forte senso di colpa per un qualsiasi motivo, tenterà di espiare la propria colpa o di accusare qualcun altro per sentirsi meno colpevole.
- Secondo la teoria di Adorno (1963) elaborata da un gruppo di studiosi ebrei scampati ai campi di sterminio nazisti, gli stereotipi si originano da un particolare tipo di personalità, quella autoritaria, generalmente caratterizzata da uno stile di pensiero rigido e dogmatico.
Queste teorie furono oggetto di numerose critiche in quanto non spiegano:
- Le diversità di livello e di manifestazioni del pregiudizio in culture e regioni diverse;
- Perché certi gruppi e non altri diventino bersagli di atteggiamenti pregiudiziali.
Di fatti, secondo il sociologo sociale Thomas Pettigrew (1958) (e molti altri) gli stereotipi e i pregiudizi sono dovuti più alle differenze delle norme socioculturali che ai fattori di personalità.
1.2.3 L'approccio del conflitto realistico
Tale approccio, con taglio più sociologico, ritiene che gli stereotipi nei confronti di altri gruppi e le discriminazioni messe in atto siano dovuti alla competizione che nasce per risorse e beni limitati, quando cioè i guadagni di uno si traducono in perdite per un altro (esempio: guerre tra i poveri, antisemitismo).
1.2.4 La spiegazione culturale
Questo approccio evidenzia l’interdipendenza fra sistemi culturali e processi psicologici concependo gli stereotipi come un prodotto del contesto sociale e culturale. Di fatti, la psicologia culturale (disciplina che si rifà per l’appunto alla spiegazione culturale) studia la cultura come elemento fondamentale dell’agire umano, inoltre, analizza le modalità attraverso cui mente e cultura si costruiscono reciprocamente. Secondo tale spiegazione, la realtà (intrinseca di stereotipi e pregiudizi) non è come la percepiscono gli individui in quanto gli stereotipi e i pregiudizi sono considerati un prodotto del contesto sociale e culturale, un contesto dunque già precostruito, trasformato e plasmato da coloro che li hanno preceduti (Mantovani 2003).
1.2.5 La prospettiva cognitiva
Qui, gli stereotipi vengono intesi come insiemi di credenze riguardanti gruppi sociali. Bisogna notare il fatto che assegnando le stesse caratteristiche a un gruppo, non si tiene conto delle differenze singolari dei membri di quel gruppo. Henri Tajfel propone un’impostazione di studi che cerca di comprendere non tanto le ragioni sociali e politiche degli eventi sociali, quanto il comportamento umano e i processi psicologici sottostanti. Per questo, egli intende il processo di stereotipizzazione, non più come una distorsione mentale, ma bensì come un prodotto dei processi cognitivi normali comuni a tutti gli individui (attraverso il processo di categorizzazione). Dai lavori di Allport (1954), Sherif (1961) e Tajfel (anni ’70), si arriva dunque a concepire gli stereotipi non più come un giudizio irrazionale e avventato della persona (così come affermava la prospettiva psicoanalitica), ma originati da processi normali del pensiero umano quali categorizzazione, differenziazione, prese di posizione diverse.
1.2.6 La spiegazione motivazionale
Gli stereotipi derivano da motivazioni autoprotettive e servono a mantenere un’immagine positiva di se stessi e del proprio gruppo di appartenenza. Forte identificazione con gruppo di appartenenza = autostereotipo positivo. La teoria dell’identità sociale. Con questa teoria di Tajfel e Turner (1979) si parte dal presupposto che l’immagine che le persone hanno di se stessi derivi, in parte, dalla consapevolezza di appartenere a un gruppo specifico. Per l’individuo, è importante potersi identificare in un gruppo valutato positivamente. Basti pensare, ad esempio, a una partita di calcio: l’appartenenza a un gruppo (ingroup) viene valutato in maniera più positiva rispetto a un gruppo a cui non si appartiene (outgroup) - La MIA squadra, è più forte della tua. L’ipotesi chiave della teoria dell’identità sociale è quella secondo cui le discriminazioni intergruppi e l’attivazione quindi di stereotipi negativi nei confronti del outgroup derivino dal desiderio di raggiungere e mantenere un’identità sociale positiva.
Riassumendo, si può affermare che la posizione di Tajfel ha rivoluzionato la ricerca sugli stereotipi, i quali vengono ad assumere una duplice funzione:
- INDIVIDUALE - come aiuto nella strutturazione cognitiva dell’ambiente sociale dell’individuo;
- SOCIALE - per il gruppo, in quanto gli stereotipi preservano e/o mantengono una differenziazione valutata positivamente dell’ingroup rispetto all’outgroup.
La teoria della categorizzazione di sé. Secondo Turner, bisogna comprendere i processi attraverso i quali le persone categorizzano se stesse come appartenenti a categorie sociali ampie. Di fatto, le persone possono:
- Categorizzare se stessi come esseri umani → identità umana
- Categorizzare se stessi come membri di un gruppo → identità sociale
- Categorizzare se stessi come individui unici rispetto agli altri → identità personale
La categorizzazione di sé e degli altri a livello intermedio porta ad un senso di omogeneità all’interno del gruppo .. (il senso della parola NOI: Noi ci assomigliamo perché apparteniamo a questo gruppo). Dunque, si può anche parlare della teoria dell’autocategorizzazione, la quale prevede due tipi di percezione di sé:
- INDIVIDUALE - tale percezione serve per conoscere e comprendere le persone (esempio, i tratti individuali/attributi di una persona);
- CATEGORIALE - percepire una categoria in base a punti in comune.
Sommariamente, possiamo dire che percepire un individuo significa essenzialmente categorizzarlo in termini di tratti o attributi (amichevole, estroverso etc..) e rimandare tale percezione a categorie cognitive presenti nell’ambiente sociale. N.B. Un tratto personale, molto spesso diventa la base della categorizzazione sociale. Sia il processo di categorizzazione sociale, sia quello della stereotipizzazione, condividono il fenomeno dell’individuazione, ovvero quella capacità di etichettare l’Altro come “individuo” con caratteristiche e tratti precisi. Secondo questa prospettiva, i pregiudizi e gli stereotipi sono condizionati dal contesto sociale e dal significato che ad esso viene attribuito dai soggetti: vi è quindi un’interazione fra il sociale e le strutture mentali individuali.
Processi cognitivi alla base di stereotipi e pregiudizi
1.3.1 La categorizzazione
Per categorizzazione, s’intende il processo secondo cui gli individui ordinano mentalmente il loro mondo sociale e riducono la quantità di informazioni con cui si confrontano. Essa è vista come il processo di ordinamento dell’ambiente in termini di categorie, attraverso il quale si raggruppano persone, oggetti ed eventi simili o equivalenti in base alla loro pertinenza rispetto alle azioni, intenzioni o agli atteggiamenti individuali. Analogamente al processo di stereotipizzazione, la categorizzazione è un meccanismo cognitivo che porta alla semplificazione delle informazioni e opera secondo un processo di “economia mentale”.
Gordon Allport (1973) sosteneva che la complessità del mondo ci impedisce di conservare un atteggiamento differenziato rispetto a ogni cosa, di conseguenza massimizziamo la nostra energia cognitiva al fine di sviluppare degli atteggiamenti accurati solo verso alcuni argomenti, mentre semplifichiamo le credenze nei confronti degli altri. In altre parole, data la limitata capacità umana di elaborare le informazioni, le persone adottano determinate scorciatoie e regole pratiche per cercare di capire gli altri.
Perché le persone utilizzano la categorizzazione? Perché di fronte alle multiformi differenze e varietà della realtà sociale, la categorizzazione aiuta a ridurre la quantità di informazioni da gestire. Questo processo, riflette il normale funzionamento della mente umana attraverso cui l’individuo distingue la realtà fisica e sociale in categorie per facilitare sia la scelta del comportamento da adottare, sia l’elaborazione delle numerose informazioni provenienti dall’ambiente circostante.
Secondo Oakes, Haslam e Turner (1994), la categorizzazione da una parte sacrifica la ricchezza dei dettagli (per fornire un’immagine generalizzata del reale), ma dall’altra, arricchisce e organizza in maniera più completa la rappresentazione della realtà sociale, elaborando e dando importanza all’esperienza. Categorizzando un soggetto, si possono dare molte più informazioni specifiche di qualsiasi altro processo. Esempi di categorie: professionale, genere etc..
La categorizzazione come accentuazione di somiglianze e differenze. Uno degli effetti principali del processo di categorizzazione è l’aumento della somiglianza degli oggetti (o soggetti) appartenenti alla stessa categoria e, contemporaneamente, un incremento delle differenze tra oggetti appartenenti a categorie diverse. In termini scientifici tali fenomeni vengono definiti:
- Accentazione della somiglianza intracategoriale (il primo caso);
- Accentazione delle differenze intercategoriali (il secondo caso).
Secondo Tajfel, anche nel giudizio sociale avviene un’analoga operazione mentale in cui la categorizzazione diventa determinante in quanto esplica le condizioni di percezione in termini di somiglianza/differenze da parte dell’individuo. Di fatti, i membri di uno stesso gruppo vengono percepiti come più simili fra loro rispetto quelli appartenenti a gruppi diversi. In sintesi, gli altri vengono percepiti come appartenenti a un gruppo e distinti da un altro gruppo, stabilendo così una netta differenza fra ingroup e outgroup.
La categorizzazione e il favoritismo per il proprio gruppo. La categorizzazione comporta quasi sempre un favoritismo per il proprio gruppo (ingroup) e una conseguente discriminazione comportamentale nei confronti dei membri dell'outgroup. L’esperimento dei dipinti di Tajfel dimostrò che i soggetti tendevano a dare più denaro ai membri del proprio gruppo nonostante il fatto tali membri non si conoscessero fra di loro.
La categorizzazione fornisce quindi quelle motivazioni di base che portano i soggetti a stabilire una specificità positiva di gruppo e un miglior concetto di sé. Favorire il proprio gruppo in mille modi. Bisogna partire dal presupposto che l’outgroup viene percepito dai membri interni del ingroup come più omogeneo, nel senso che, i membri dell’ingroup si distinguono l’un dall’altro, mentre percepiscono gli altri come tutti uguali fra loro (esempio: gli svizzeri son tutti puntuali).
Una causa di tale effetto definito Effetto dell’omogeneità dell’outgroup può esser dovuta alla limitata familiarità con l’outgroup, gruppo dunque, con cui si hanno pochi rapporti. La differenziazione ingroup-outgroup influenza notevolmente anche il ricordo dei comportamenti dei membri dei due gruppi, ad esempio si ricorderà più facilmente un comportamento positivo da parte dell’ingroup e un comportamento negativo dell’outgroup.
*Questo accade perché l’individuo stima la frequenza di una classe di eventi basandosi sulla facilità con cui questi sono disponibili al recupero mnestico (teoria della disponibilità di Rothbart, 1981).
Ulteriori studi hanno dimostrato che i soggetti fanno attribuzioni causali diverse a seconda del gruppo al quale si riferiscono, chiamando in causa giustificazioni differenti per valutare i comportamenti e le azioni dell’ingroup e dell’outgroup. Ad esempio, comportamenti positivi ingroup vengono giustificati con cause interne (NOI siamo più intelligenti) mentre i comportamenti negativi a cause esterne o situazionali (la sfortuna mi perseguita).
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