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ESAME DI TECNICHE DI INTERVENTO NELLA MEDIAZIONE CULTURALE

CAPITOLO 1. DEFINIRE L’ESCLUSIONE SOCIALE, L’OSTRACISMO, IL

RIFIUTO

INTRODUZIONE

1.1.

“ESCLUDERE” in italiano lasciare fuori, non ammettere a partecipare alla vita

sociale, alle opportunità, ai diritti, alle risorse.

L’ESCLUSIONE è un processo multidimensionale e dinamico che si compone di

diverse dimensioni:

ECONOMICA: è la non partecipazione al mondo della produzione e dei

1. consumi

SOCIALE: è la non partecipazione alla vita sociale e politica

2. SIMBOLICA: è la mancata condivisione di valori comuni, norme di

3. comportamento condivise e rappresentazioni della realtà

Secondo LEVITAS l’esclusione sociale è la mancanza o il rifiuto di risorse,

diritti, beni e servizi, e l’impossibilità, per vari motivi, a partecipare alle normali

relazioni e attività disponibili alla maggior parte delle persone in diversi ambiti

(economico, sociale, culturale e politico).

ATKINSON sostiene che l’esclusione sociale è caratterizzata da 3 fattori:

RELATIVITA’: esclusione vista all’interno di una particolare società, in spazi e

1. tempi precisi

AGENCY: l’esclusione è un atto compiuto da qualcuno nei confronti di altri

2. DINAMICHE: l’esclusione è dovuta alle poche prospettive future, oltre che alla

3. situazione presente

L’esclusione sociale non è solo la mancanza di risorse, ma comprende tutti i

processi per i quali alcuni individui o gruppi vengono marginalizzati dalla

società, perché “DIVERSI” e quindi costretti ad organizzarsi in associazioni per

difendere i propri diritti o la pari dignità di trattamento e fare in modo che tutti

siano liberi di esprimersi e rivendicare le proprie ragioni senza essere esclusi.

Il concetto di ESCLUSIONE nasce in FRANCIA e negli anni ’70 inizia ad essere

usato nelle società occidentali avanzate come sostituto del termine POVERTA’.

Con il tempo questo termine viene utilizzato non solo in ambito economico, ma

si espande anche alle strutture politiche, sociali e culturali della società.

1.2 CARATTERISTICHE DELL’ESCLUSIONE SOCIALE: I LIVELLI DI

APPLICAZIONE

L’esclusione sociale si caratterizza rispetto ai LIVELLI DI APPLICAZIONE:

LIVELLO TRANSNAZIONALE: in cui l’esclusione si basa su differenze

1. geografiche, religiose ed etniche

LIVELLO SOCIALE: secondo il quale alcuni gruppi all’interno di una

2. società vengono esclusi perché stigmatizzati, come ad esempio gli

omosessuali o le persone obese, ecc…

LIVELLO FORMALE/INFORMALE: l’esclusione formale è quella

3. ufficializzata dalle istituzioni. Quella informale, invece, è spesso legata ai

cambiamenti culturali, e quindi alle visioni del mondo e dei gruppi, di una

società.

LIVELLO ISTITUZIONALE: alcune istituzioni all’interno di una società

4. possono stabilire i criteri di esclusione/inclusione applicabili a diversi

gruppi e/o individui, ad es. le “quote rosa” per le donne.

LIVELLO DI GRUPPO: secondo il quale alcuni gruppi dominanti

5. stabiliscono i confini entro i quali gli altri gruppi sono ammessi o no. Ciò

può sfociare in COMPETIZIONE e CONFLITTO.

LIVELLO INTERINDIVIDUALE E INTRAINDIVIDUALE: il livello

6. interindividuale si riferisce al rifiuto a relazionarsi con un’altra persona

per vari motivi. Il livello intraindividuale, invece, fa riferimento a strutture

cognitive ed emotive che ciascuno di noi possiede e secondo le quali

poniamo dei limiti rispetto alle possibilità di includere/escludere gli altri

(ad es. un eterosessuale potrebbe non concepire in alcun modo qualsiasi

rapporto con una persona omosessuale).

Ma che differenza c’è fra l’esperienza di esclusione individuale e di

gruppo?

A livello INDIVIDUALE, una persona che non è socialmente esclusa non è detto

che sia per forza “inclusa”; infatti, un individuo potrebbe essere escluso dalla

società più ampia, ma essere fortemente connesso e vivere un’intensa

esperienza di rete con gli altri individui all’interno della comunità di

appartenenza.

Alla base di tutto questo vi è il concetto di “CAPITALE SOCIALE”, con il quale si

intende l’insieme delle relazioni attraverso cui ciascun individuo coopera con

altri per conseguire obiettivi che, altrimenti, gli risulterebbero preclusi.

Quando si parla di esclusione sociale a livello individuale dobbiamo tener

conto che essa può essere VOLONTARIA o INVOLONTARIA. Volontaria quando le

persone scelgono di rimanere escluse con il resto della società; involontaria,

invece, quando alcuni individui vengono esclusi per genere, età, status

lavorativo, ecc…

Inoltre, l’esclusione non procede per gruppi omogenei, ma coinvolge diversi

attori di differenti culture, credenze, appartenenze politiche o religiose. Per

questo risulta difficile, e in parte anche sbagliato, voler etichettare in modo

rigido “esclusi” ed “inclusi”.

Alcuni autori, infatti, ritengono che l’esclusione sociale debba essere vista

come un continuum, lungo il quale il posizionamento di ogni singolo individuo

in un particolare momento e contesto si caratterizza come una combinazione

multipla di inclusione ed esclusione. In questo caso, quindi, più che da fattori

legati al mercato del lavoro o all’economia, l’esclusione sociale è determinata

da caratteristiche personali, fattori culturali ed etnici e dallo stigma. Ma può

dipendere anche da come le persone reagiscono all’esclusione.

Un altro livello al quale bisogna riferirsi quando si parla di esclusione sociale è

quello COMUNITARIO: vi sono comunità che includono molti individui esclusi

dalla società più ampia.

Ma in realtà i livelli sono incrociati: esiste l’esclusione sociale di persone o

gruppi all’interno di una comunità, ma esiste anche l’esclusione sociale di una

comunità dalla piena partecipazione alla società civile.

Nel primo caso i fattori di questa esclusione possono essere sia di natura

individuale, sia legati ad esempio al tempo di residenza all’interno di una

comunità (chi è residente da più tempo, infatti, è molto probabile che sia

maggiormente coinvolto nelle attività della comunità e che abbia maggiori

relazioni con gli altri membri).

Inoltre, possiamo dire che il significato di ISOLAMENTO SOCIALE può variare

anche in relazione alla NAZIONE di riferimento.

1.3 L’OSTRACISMO

La differenza tra ESCLUSIONE SOCIALE e OSTRACISMO: la prima si riferisce alla

non partecipazione all’interno di una società o di un gruppo; il secondo, invece,

si riferisce all’atto di essere ignorati, esclusi, e respinti socialmente, e questo

tocca da vicino i BISOGNI PERSONALI.

L’ostracismo possiede diverse dimensioni quali:

L’INTENSITA’: ovvero il livello di gravità dell’ostracismo che può andare

1. dal disprezzo verbale alla morte procurata

IL GRADO DI COINVOLGIMENTO PERSONALE NEI PROCESSI DI

2. ESCLUSIONE MORALE: ovvero dall’esserne inconsapevoli fino alla sua

pianificazione e messa in atto

L’ESTENSIONE DELL’ESCLUSIONE: può interessare una parte di

3. popolazione o intere comunità.

Il modello di spiegazione dell’ostracismo di Williams

Secondo alcuni studiosi alla base dell’esclusione sociale e dell’ostracismo vi

sono 4 bisogni personali fondamentali che sono:

BISOGNO DI APPARTENENZA: gli individui che vivono l’esperienza

1. dell’ostracismo avvertono fortemente minacciato il bisogno di

appartenenza che si rivela talmente importante che la sua privazione

porta i soggetti a sofferenza mentale e malattie fisiche. Essere esclusi,

infatti, è sicuramente un evento stressante che risveglia emozioni e

pensieri negativi, e a volte anche malattie fisiche. Addirittura la sola

minaccia percepita evoca nei soggetti uno stato di forte preoccupazione.

BISOGNO DI AUTOSTIMA: l’ostracismo minaccia l’autostima nel suo

2. aspetto più sociale, ovvero “come pensiamo che gli altri ci vedano”. In

questo caso alcuni autori sostengono che le persone minacciate

esibiscono quello che si chiama EGOISMO AUTOMATICO, cioè mostrano

un’immagine di sé ampiamente positiva. I soggetti rifiutati vivono spesso

esperienze di bassa autostima, dolore interiore, ansia e un generale stato

emotivo negativo. Reazioni che portano spesso il soggetto a non sentirsi

all’altezza per il suo spetto fisico o per la sua intelligenza, ecc..

L’autostima quindi è strettamente collegata con l’identità sociale.

Secondo TAJFEL e TURNER (TEORIA DELL’IDENTITA’ SOCIALE) l’immagine

che le persone hanno di se stesse deriva dalla consapevolezza di

appartenere a un gruppo specifico (es. sono donna, sono uomo, sono un

dottore, ecc…). Di solito le persone sono motivate a mantenere

un’identità sociale positiva, e per questo cercano di far parte di gruppi

valutati positivamente in base al confronto sociale. L’identità sociale

quindi è quella parte dell’immagine di sé che deriva dalla consapevolezza

di appartenere a uno o più gruppi sociali, unita al valore e al significato

emotivo attribuito a tale appartenenza. Tra due gruppi la tendenza è

quella di favorire il gruppo di appartenenza (ovvero l’INGROUP) rispetto al

gruppo a cui non si appartiene (OUTGROUP). Si scatena quindi quel

meccanismo chiamato INGROUP BIAS, cioè avere trattamenti speciali per

le persone del proprio gruppo.

Sempre a riguardo, altri studiosi sostengono che quanto più l’ingroup è

considerato positivamente, tanto più sarà rafforzata la propria identità

sociale.

BISOGNO DI PERCEZIONE DEL CONTROLLO SULL’AMBIENTE

3. SOCIALE E SULLE RELAZIONI: le persone che subiscono ostracismo

possono avere reazioni aggressive e perdita di controllo e in generale

avvertire una minaccia al significato della propria esistenza.

Uno dei rimedi all’ostracismo è “ACCRESCERE IL SENSO DI APPARTENENZA”,

nascondendo lo stigma attraverso varie tecniche di mascheramento, grazie alle

quali si esercita un controllo straordinario sulla propria immagine e su quello

che essa produce e sul come è proiettato sugli altri. Se invece l’esperienza di

ostracismo continua, la capacità di reagire dell’individuo si esaurisce e

prendono il sopravvento l’accettazione della situazione e la rassegnazione.

Esistono diverse tipologie di ostracismo:

- OSTRACISMO A LIVELLO FISICO: venire esclusi dalla presenza fisica

degli altri (es. a scuola l’essere esclusi dal gruppo perché si portano gli

occhiali)

- OSTRACISMO SOCIALE: escludere dalla presenza degli altri (es.

situazione delle donne maltrattate)

- CYBEROSTRACISMO: essere esclusi da una comunità o da una

relazione attraverso email, chat, ecc…

- OSTRACISMO INTENZIONALE E PUNITIVO: ha effetti diversi in base a

fattori legati alla persona. Coloro che hanno un basso desiderio di

appartenenza o un’alta autostima sono meno toccati dalle conseguenze

dell’ostracismo.

1.4 ESSERE RIFIUTATI, SENTIRSI RIFIUTATI

Secondo alcuni studiosi noi siamo il risultato di quello che rifiutiamo ed

eliminiamo, del rifiutare noi stessi, ma siamo anche il risultato di un netto

rifiuto altrui.

Noi nella nostra vita possiamo rifiutare o non accettare qualcuno nella nostra

mente, ma non per questo adottare un comportamento negativo.

Secondo la TEORIA DELL’AMBIVALENZA, infatti, le persone possono avere

contemporaneamente reazioni positive e negative (es. simpatia e avversione)

nei confronti degli altri.

Per meglio comprendere i concetti di accettazione e rifiuto, occorre guardarli in

termini di VALUTAZIONE RELAZIONALE, ovvero il grado in cui una persona

considera la propria relazione con un altro individuo. Secondo LEARY

l’accettazione e il rifiuto possono essere visti lungo un continuum: la prima

prevede una valutazione relazionale alta, mentre il rifiuto considera la relazione

non di valore e per nulla importante. Per questo non tutti i tipi di esclusione

sono rifiuto o portano ad esso: possiamo venire esclusi ad es. perché a causa di

uno spazio insufficiente non possiamo assistere a una manifestazione, ma non

per questo sentirci rifiutati.

L’elemento centrale nell’esperienza del venire rifiutati è, infatti, il VALORE

RELAZIONALE percepito dal soggetto rispetto alla relazione che sta vivendo.

Il rifiuto si accompagna quasi sempre alla SOLITUDINE e porta alla nascita nei

soggetti colpiti di atteggiamenti ANSIOSI. Tutto questo spesso alimenta una

spirale che si auto avvera: la paura di sfidare il mondo porta l’individuo ad

isolarsi sempre più, e l’aspettativa di essere respinto alimenterà la paura del

rifiuto e il rifiuto stesso.

CAPITOLO 2. LE CONSEGUENZE PSICOLOGICHE DELL’ESCLUSIONE

SOCIALE

2.2 DALLA PARTE DELL’INDIVIDUO: STIGMA ED ESCLUSIONE SOCIALE

L’esclusione sociale per quanto diffusa e inevitabile non si distribuisce

equamente all’interno della società. Vi sono infatti alcuni individui che sono

sistematicamente esclusi per colpa del loro STIGMA.

Per Stigma, infatti, si intendono i segni fisici che vengono associati agli aspetti

insoliti e criticabili della condizione morale di chi li ha.

Secondo GOFFMAN esistono in particolare 3 forme di stigma che sono:

DEFORMAZIONI FISICHE

1. ASPETTI CRITICABILI DEL CARATTERE ( ad es. MANCANZA DI VOLONTA’,

2. PASSIONI INNATURALI O SFRENATE, ECC..), dovuti a stili di vita (es.

OMOSESSUALI)

TRIBALI (CARATTERISTICHE LEGATE ALLA RAZZA, ALLA RELIGIONE, ALLA

3. NAZIONE, RELIGIONE)

Ridurre la complessità individuale a dicotomie semplicistiche come bene e

male può portare alla DEUMANIZZAZIONE, ovvero privare gli individui della

loro umanità.

LEYES ed altri sostengono che chi deumanizza non attribuisce all’altro le

EMOZIONI SECONDARIE (compassione, tenerezza, rimorso, ecc…). La tendenza

è, infatti, quella di attribuire tali emozioni solo al PROPRIO GRUPPO DI

APPARTENENZA.

La DEUMANIZZAZIONE è il sintomo più grave ed estremo dell’esclusione morale

(processo per il quale persone o gruppi vengono posti fuori dai confini morali,

dalle norme e dalla giustizia).

L’esclusione sociale è un’esperienza di deumanizzazione. Gli esseri umani

ostracizzati, per esempio, tendono a vedere meno umani sia ste stessi che gli

esecutori. Inoltre, anche chi viene escluso di solito ritiene di essere visto in

modo meno umano dagli altri.

Leyes nei suoi studi parla anche di INFRAUMANIZZAZIONE, ovvero la

tendenza ad attribuire un grado di umanità minore ai gruppi estranei piuttosto

che al proprio gruppo.

Secondo HASLAM esistono 2 forme di deumanizzazione corrispondenti a due

tipi di umanità negate:

1) le caratteristiche unicamente umane (UH), che distinguono gli esseri umani

dalle altre specie,

2) le qualità squisitamente tipiche dell’essere umano che chiamiamo della

natura umana (HN).

I tratti tipici legati alla natura umana (HN) sono giudicati universali ed

emozionali ed emergerebbero presto nello sviluppo umano. Le caratteristiche

riguarderebbero la flessibilità cognitiva, le emozioni, il calore umano.

Le caratteristiche “unica- mente umane” (UH) sarebbero meno diffuse e

universali, apparirebbero più tardi nello sviluppo umano e non sarebbero

correlate con l’emotività. Queste ultime riguardano la raffinatezza, la civiltà, la

moralità e le sfere alte della cognizione umana che enfatizzano la

civilizzazione e la razionalità.

Se le persone vengono percepite come prive di quelle dimensioni che

distinguono l’essere umano dalle specie animali, vengono di conseguenza viste

e giudicate come “animali”. Questa, secondo Haslam, sarebbe la forma

“animalistica” di deumanizzazione, molto simile alla “infraumanizzazione”

teorizzata da Leyens et al., ma che si applica anche al di fuori dei contesti

intergruppi, ovvero nelle relazioni interpersonali dove vi è un confronto fra sé/

altro.

Quando invece vengono negate le caratteristiche tipiche della “natura umana”

si deumanizza l’altro percependolo emotivamente inerte e distaccato, freddo,

indifferente e privo di empatia, rigido e passivo a livello cognitivo, privo di ogni

curiosità e flessibilità. Questa forma di deumanizzazione chiamata

“meccanicistica” contiene in sé l’idea dell’altro come “oggetto”, considerato

come “automa” e privo di ogni responsabilità.

La tendenza comune, inoltre, è quella di stigmatizzare e deumanizzare soggetti

con status molto basso e con scarso potere, esclusi socialmente e

stereotipati come aventi scarse capacità intellettuali.

Secondo SUSAN FISKE lo STEREOTIPO è uno schema che rende più facilmente

interpretabile la realtà. La Fiske sostiene che vi è una relazione fra le

competenze di un individuo/gruppo e la sua condizione sociale; per cui spesso

uno status sociale basso è associato alla mancanza di competenze e abilità (es.

i disabili o le persone anziane).

VAES e PALADINO hanno confermato questa ipotesi, dimostrando come la

sottovalutazione delle abilità di un gruppo o di un individuo sia un indicatore

della successiva deumanizzazione. E questa relazione è stata verificata

soprattutto per gli individui/gruppi scarsamente competenti e di condizione

sociale inferiore.

Alcuni autori sostengono che lo stigma è fortemente legato al CONTESTO. Se la

situazione cambia, con essa cambiano anche le persone e quindi di

conseguenza anche le forme di stigma che si

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher tonia_la di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecniche di intervento nella mediazione culturale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Villano Paola.
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