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Introduzione

Il tema della "mediazione culturale" sollecita molteplici riflessioni: la prima è di natura politica e riguarda la condizione di vita e le profonde ingiustizie e disparità sociali disseminate nell'intero pianeta. Successivamente ci si pone l'interrogativo sociale di come far coesistere l'estraneo col familiare, tema antico quanto l'umanità, che in molti, quelli che accolgono, produce angosce esistenziali e paure irrazionali, un sentimento di perdita totale delle certezze (diverso = potenziale minaccia).

Per quelli che arrivano, c'è un altro dilemma, quello di stare tra le aspettative della società d'origine (cultura, lingua, religione) e le aspettative di quella di accoglienza. In teoria la posizione "tra" dell'emigrato potrebbe essere una risorsa in più favorendo una maggiore mobilità tra le due alternative ma nel concreto ciò è spesso difficile (ignoranza società di accoglienza e paura dell'emigrato di perdere le proprie radici).

Un terzo livello di riflessione è quello operativo e si racchiude nel che fare con il problema del crescente fenomeno migratorio, oggi condizione di rapida espansione anche da noi. La memoria storica non è un parametro congeniale a molti dei nostri politici nel costruire politiche per una reale integrazione sociale degli stranieri in Italia; eppure potrebbero liberarsi di molti stereotipi e luoghi comuni sui nuovi immigrati in Italia, se solo avessero il coraggio e l'interesse di andarsi a studiare la storia di 27 milioni di italiani che emigrarono nel secolo del grande esodo dal 1876 al 1976.

Se conoscessimo l'altra faccia della grande emigrazione italiana, quella brutta, piena di vergogne e di umiliazioni subite dai nostri emigranti, potremmo capire, rispettare e apprezzare ancora di più i nostri antenati che partirono per fame, miseria e mancanza di lavoro. Il diritto inalienabile di ogni nuovo cittadino è quello di sentire le proprie appartenenze, il proprio "corpo familiare" come un valore fondante la sua persona e di poterle portare con sé a testa alta e coltivarle con libertà: solo riconoscendo pari dignità e uguale interesse per il patrimonio culturale e valoriale di chi arriva, come di chi accoglie, si può pensare a un processo vero di integrazione (processo lungo e faticoso).

Il libro si colloca in questo dibattito sociale, sia nel versante politico (politiche integrazione immigrati) che in quello culturale e istituzionale (Scuola, giustizia, salute pubblica). Il razzismo va sfidato e smontato nella realtà di tutti i giorni. L'operatore deve essere radicato in un atteggiamento autoriflessivo e critico nei confronti della propria cultura nel momento stesso in cui si mette in ascolto di quella dell'altro, così da stabilire un rapporto soggetto-soggetto.

Assai esplicativa è l'immagine che l'autore Roberto Beneduce (etnopsichiatra), ci offre per descrivere lo spazio della sofferenza di molti immigrati: la metafora della terza sponda invisibile su cui una canoa sia ostinatamente sospesa in mezzo al fiume, un altrove che non è né quello di prima né quello di adesso, non più la loro sponda e nemmeno la nostra.

Gli autori Aldo Morrone e Federica Mereu, ci sottolineano le principali problematiche che incontrano nella loro esperienza quotidiana in ospedale. Si entra più a fondo nella tematica della mediazione linguistico-culturale e dei suoi sviluppi storici in Italia attraverso il lavoro di un sociologo, Ugo Melchioda che da anni si occupa del fenomeno migratorio, fornendoci una mappa interessante e una possibile geneaologia della mediazione culturale.

Ciola e Rosenbaun ci descrivono il loro lavoro come esperti di multiculturalità nella Svizzera francese e ci presentano presupposti teorici ed esperienze di mediazione culturale maturate per quasi un decennio presso l'associazione Appartenances di Losanna. L'ultima parte di questo volume racchiude gli elementi essenziali di un progetto di formazione europeo per mediatori culturali gestito e coordinato dalla Fondazione Silvano Andolfi e riportato da Anna Mascellani che illustra nel suo lavoro gli elementi salienti di questa esperienza-pilota. Il bagaglio comune di tutti i corsisti era di essere stranieri e immigrati e questo comune denominatore è risultato la risorsa personale-professionale più significativa (gruppo come laboratorio attivo).

Lorena Cavalieri (riflettuto sull'esperienza di "Bridge") presenta il tema della formazione personale a livello più generale, come il vero nodo cruciale per riuscire ad esercitare la mediazione culturale in modo professionale. La formazione personale secondo lei, è un'esigenza fondamentale per questo nuovo professionista e deve caratterizzarsi per una attenzione particolare allo sviluppo di capacità autoriflessive che hanno a che fare con i processi di crescita personale; tutto ciò permette di collocare i "mattoni", costituiti dalle conoscenze teoriche, dall'apprendimento di tecniche e di abilità relazionali e sociali, nella costruzione di un processo evolutivo.

Elisabetta Josi, Lucia Palma, e Fulvio Sciamplicotti curano l'ultimo lavoro di questo libro nel campo della giustizia minorile. Il mediatore culturale svolgendo quella funzione di ponte fondamentale tra minore straniero, famiglia e operatori dei diversi Servizi della giustizia minorile, facilita una visione "sistemica" del problema; ovvero rende possibile continuità e coerenza dell'intervento di mediazione; evitando incomprensioni culturali, separazioni temporali e spezzettamenti burocratici, ma insieme permette di mantenere l'attenzione sulla complessità dell'intero sistema nel quale si opera.

Sfidare il razzismo nella realtà di tutti i giorni: implicazioni nel campo del lavoro sociale

Di Lena Dominelli

Nel raggiungere lo scopo di estirpare il razzismo dalle realtà quotidiane, gli operatori sociali, sia "neri" che "bianchi", devono riuscire a tenere le fila di diverse situazioni interconnesse. Per questi è di cruciale importanza la comprensione del fatto che i rapporti sociali razzisti sono quelli che danno vita a soggetti (i dominatori) in rapporto ad oggetti (quelli che sono dominati). In tali rapporti viene negata la capacità di agire della persona oppressa. Gli ulteriori punti che i professionisti devono affrontare includono la necessità di integrare il lavoro che svolgono sul campo con la consapevolezza che:

  • Il razzismo opera a tre livelli che interagiscono e sono interdipendenti tra di loro: il razzismo personale (è praticato attraverso l'espressione di convinzioni ed atteggiamenti negativi che le persone rivolgono a chi è diverso, attuandoli all'interno di rapporti interpersonali);
  • Il razzismo istituzionale (i pregiudizi razziali sono legittimati e convalidati da politiche pratiche approvate da quelle istituzioni create a livello politico come processi e procedure di carattere sociale);
  • Il razzismo culturale (quei valori e quelle norme che cementano le interazioni sociali delle persone che vivono all'interno di una data società o di un dato ambiente culturale) - ciascuno dei quali deve essere smontato perché le attività antirazziste abbiano un maggiore impatto sull'opera di sradicamento del razzismo;
  • Tutti devono essere consapevoli dei rapporti sociali di marca razzista e vedere gli stessi radicati all'interno di una gerarchizzazione su basi razziali che possono accettare, ignorare o desiderare di contrapporvisi;
  • Le gerarchizzazioni su basi razziali si estendono in campo culturale, e le culture esistono all'interno di un insieme di rapporti di potere costitutivi dei rapporti di dominio e subordinazione.
  • Le culture sono entità vive contrastate che cambiano nel tempo;
  • I rapporti sociali antirazzisti sono quelli che rendono possibile alle persone di interagire tra loro in un rapporto "soggetto"-"oggetto" che convalidano il loro diritto ad essere diversi in quanto esseri umani che rispettano altri esseri umani.

Perché gli operatori sociali portino avanti queste idee nella loro professione, è necessario che le adottino come parte di una strategia tesa ad introdurre cambiamenti personali e strutturali all'interno del lavoro sociale, cosicché si possa andare incontro alle necessità delle persone senza essere obbligati ad aspettare che il razzismo venga prima estirpato in quanto entità superata.

Ciò significa anche che gli operatori sociali "bianchi" devono decostruire "l'identità bianca" e quell'accordare privilegi che accompagna la gerarchizzazioni su basi razziali che li favoriscono. In altre parole, essi non possono sottrarsi ai processi di formazione dell'identità stabilita in base alla razza nei quali sono convolti, senza assumersi l'impegno a farlo con un seguito di azioni consapevoli tese a stabilire l'eguaglianza razziale, sia nella loro professione, sia più in generale nella società. Per promuovere rapporti sociali antirazzisti, i "bianchi" devono apprendere a relazionarsi agli altri in un rapporto soggetto-soggetto e garantire che sia riconosciuta la capacità di agire di tutte le parti coinvolte nell'interazione.

Gli operatori sociali "neri" devono porre in atto strategie di rivendicazione per tutelarsi contro l'attribuzione di responsabilità per la lotta al razzismo o dall'essere confinati in condizioni di lavoro che impediscono loro di esercitare tutti i propri diritti di lavoratori. Inoltre, il fondamento individualizzante dell'ideologia professionale della professione deve essere riconcettualizzato in modo che possa affrontare la necessità dei singoli all'interno del loro contesto sociale e non come persone da esso avulse. Perché le loro azioni sostengano l'eguaglianza, gli operatori sociali devono valutare e rispettare la diversità all'interno di un contesto che promuove i diritti umani, la dignità e lo sviluppo personale e sociale. In breve, che i soggetti interagiscano con altri soggetti.

Un cambiamento sociale di questa natura richiede la mobilitazione di tutte le energie collettive che si estendono oltre l'impegno degli operatori sociali. Questo include la creazione di reti che esprimano solidarietà sulla base di rapporti sociali egualitari oltre le divisioni razziali, e chiamino le persone ad interagire l'una con l'altra come soggetti partecipi del processo di creazione del proprio destino, così come pure ad accettare l'influsso di coloro con cui interagiscono. Gli operatori sociali, in quanto professionisti impegnati nel facilitare le interazioni quotidiane tra le persone che si trovano in uno stato di bisogno, devono svolgere un ruolo importante in questo processo. Il loro scopo è quello di dar vita ad interazioni sociali tra le persone di modo che possano agire in quanto soggetti, sia nel dare aiuto sia nel riceverne.

La terza sponda del fiume. Un approccio antropologico alla mediazione culturale

Di Roberto Beneduce

Queste riflessioni vogliono prendere in esame alcuni aspetti relativi alla pratica clinica con pazienti immigrati, cittadini stranieri nei confronti dei quali chi scrive ha ostinatamente deciso di problematizzare ed esplorare il senso delle appartenenze (culturali, sociali, religiose). La pratica clinica così costruita l'ho definita etnopsichiatria in mancanza di termini migliori (e forse sarebbe il caso di cominciare a parlare di ethos-psichiatria), e in essa il dispositivo della mediazione culturale o etnoclinica, che si incarni in operatori concreti (i mediatori culturali) o meno, ha svolto una funzione essenziale.

Una metafora a mo' di conclusione: la terza sponda di Guimarães Rosa

L'invito a riconsiderare i nostri saperi, a interrogare i saperi e le appartenenze di coloro che abbiamo di fronte, le nostre stesse appartenenze, è un invito strategico nel lavoro dell'etnopsichiatria clinica. "Strategico" significa qui non eludibile. Il fatto che gli utenti stranieri non si trovino a proprio agio nei servizi di salute mentale, al cospetto degli operatori che scrutano e diagnosticano, sembra a molti un dato poco rilevante per dare inizio a una riflessione più ampia e vigorosa sulle ragioni di questo disagio, sul perché la loro presenza sia ridotta in rapporto alla percentuale di utenti autoctoni, o sul perché il numero di incontri è spesso breve: come se avessimo in qualche modo dato per scontato che questi problemi derivino unicamente dalla loro precarietà, dalla loro instabilità residenziale, e ciò basta a rassicurarci, a impedirci di mettere in discussione i nostri stili e la nostra concezione della cura o a ripensare il sapere che lo nutre. Tutto rimane fondamentalmente identico a se stesso, e non si tollera l'idea che possano essere intrecciate, pensate altre strategie, altri modi di guarire, che esista un'altra saggezza della cura che guarda a legami, a ragioni e territori non coincidenti con quelli della ragione biomedica, ciò che traspare anche dal discorso medico descritto da LivingStone nel suo celebre dialogo e riportato in epigrafe poc’anzi: quel medico bianco non riesce infatti a comprendere la serietà della teoria (e delle finzioni) dei guaritori KWena che gli sta di fronte (il medico tradizionale responsabile delle piogge), una serietà che si rivela per intero nell'indifferenza di quest'ultimo verso prove empiriche del suo potere nel sogno, fallace e irrazionale agli occhi del medio bianco (come voleva mettere in rilievo Livingstone) ma umano, di veder fertile e verde l'intero paese. Non una Ragione ma vari sistemi di ragionamento?

Da sempre ho con me l'immagine che mi viene dal racconto di un grande narratore João Guimarães Rosa. In un breve ma densissimo racconto dal titolo A terceira margem do Rio, l'autore racconta e parla di un uomo descritto dalla voce quasi roca e incerta del figlio (così noi l'abbiamo sentita ogni qualvolta abbiamo letto questo racconto), che a un certo punto decide di lasciare tutto e tutti, si fa costruire una canoa che possa resistere all'azione delle acque e decide di porsi al centro del fiume; rimane lì, immobile, senza andare in nessuna direzione come sospeso a un destino di morte: "Egli non era andato in nessuna parte. Soltanto seguiva l'invenzione di rimanersene in questi spazi del fiume, da mezzo a mezzo, sempre dentro la canoa, per non scenderne, mai più".

La sua scelta sorprende e spaventa la famiglia, che se all'inizio continua a portare del cibo sulla sponda del fiume sperando che lui lo raccolga, comprende poi, solo dopo e quando è già tardi, che quella fuga, quell'andarsene, è solo definitivo, senza ritorno. Quell'immagine mi serve per pensare a questo spazio particolare che è spesso lo spazio della sofferenza di molti uomini e donne immigrati che noi incontriamo, di molti dei loro bambini nati qui o altrove: ma è anche lo spazio dell'incontro reso possibile, prodotto da un dispositivo quale quello della mediazione etnoclinica. Si tratta di uno spazio nel quale ci si può incamminare solo a condizioni di prendere distanza dall'ovvietà dei nostri modelli di salute e dalle nostre categorie diagnostiche, nella consapevolezza che non sarà però ricollocando la sofferenza del paziente immigrato fra le presunte categorie di un altro sapere, di un'altra tradizione culturale, che potremmo capire, operare o curare senza problemi. Quella canoa irragiungibile, ostinatamente sospesa in mezzo al fiume, ancorata ad una sponda invisibile, ad un altrove che non è né quello di prima, né quello di adesso, non più la loro sponda e nemmeno la nostra, è l'immagine esemplare di quell'avventura ambigua di cui scriveva anche Kane per tradurre lo stato di incertezza, la domanda appena sussurrata che accompagna talvolta questi corpi e questi sguardi inquieti in cerca di aiuto, presi in una ricerca infinita, stretti a questa strana "invenzione di rimanersene... da mezzo a mezzo" e insieme la metafora esemplare di quell "entre deux" che costituisce il proprium dell'etnopsichiatria clinica, la condizione della sua efficacia e del suo faticoso operare. Quell'immagine, non molto lontana dalla thin line evocata da Pandolfo, mi è utile perché narra di un problema che in questi anni ho visto riprodursi in forme e linguaggi diversi, ma che al fondo suonava sempre lo stesso, e che interroga il senso del nostro lavoro mostrando, dalla mediazione culturale, il suo significato più profondo: proprio nell'intenzionale scelta di stare nel mezzo, rinunciando a prendere una direzione, il protagonista del racconto è come se implicitamente chiedesse, a chi volesse incontrarlo davvero avvicinandosi così al suo destino, alle sue difficoltà, ai suoi dubbi, di rinunciare alla consueta ed estenuata alternativa: questa o quella sponda (o come dice Nathan, universalismo o culturalismo?, repubblica o comunità?). Queste dicotomie, che fanno purtroppo spesso l'anima delle nostre classificazioni, non servono, queste figure che si contrappongono sono poco utili quando dobbiamo incontrare e curare destini e biografie che si svelano e si nascondono al tempo stesso in una "doppia assenza", e che, ancora prima che il luogo o il tempo, cercano il modo per asserire un progetto e veder riconosciuta la loro ricerca, ciò che sta appena dietro la loro volontà di guarire.

La nuova realtà dell'immigrazione: dal singolo alla famiglia. Dinamiche familiari e aspetti socio-sanitari

Di Aldo Morrone e Federica Mereu

Introduzione. Il fenomeno immigratorio ha assunto negli ultimi tempi dimensioni, complessità e aspetti strutturali assolutamente inimmaginabili solo 20 anni fa. Si osserva tutt'oggi un gap terribile tra accuratezza d'indagine e scarsa applicazione dei risultati in sede di attuazione di poli...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/04 Pedagogia sperimentale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.vellucci.5 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia sperimentale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Roma Tre o del prof Aluffi Pentini Anna.
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