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Welcome to the machine

Tra cubismo e futurismo

Molti concordano nel vedere l’inizio del collage e readymade in un quadro di Braque, nato nel 1882. In realtà, “Brocca e violino” non ha novità diverse rispetto a quanto già fatto da Picasso nelle Demoiselles. È solo pittura, colore. Nella parte centrale del quadro, in alto, c’è però un elemento che si tradisce: un finto chiodo che ci illude gli occhi in quanto è in trompe l’oeil.

In mezzo alla divisione dei regimi geometrici cubisti quel quadro è un elemento autonomo e totalmente distaccato dal resto. Salvo alcuni casi sporadici di imitazione, il chiodo illusionario rimane un episodio isolato. A dargli supporto e a renderlo autonomo è un altro espediente, cioè l’uso del lettering, cioè lettere messe in modo sporadico e fissate come ritagli di giornale.

Questa tecnica è usata da Braque per la prima volta in un quadro del 1911, il Portoghese, dove compare chiaro la scritta DBAL, che si impone autonoma come il chiodo insieme ad altri elementi sparsi per il quadro come lettere o numeri. È un elemento già fatto che si impone nel quadro senza sbavature anche se fatto a mano. La scritta DBAL emula la scrittura impersonale dei quotidiani, un prodotto fabbricato in serie entra nella parte virtuale del quadro, imponendosi come frantumatore della virtuale.

Il reale poteva essere nella mente cubista solo la mentalità delle macchine e quindi del giornale, che da lì a poco sarà applicato proprio sulla tela invece che solo dipinto. Ma anche Picasso non sta a guardare. In lui nel 1911 la nuova tendenza si manifesta attraverso la scrittura di una parola, CORT, abbreviazione del nome Cortet, quello di un pianista. Natura morta su un pianoforte è un quadro spesso poco considerato dagli studiosi del cubismo nonostante Picasso moltiplichi lungo tutto il 1911-1912 la tendenza a riempire le sue tele di numeri o lettere, come “Ma jolie”, spesso dedicati all’amante. E lo fa molto più di Braque.

Anche Boccioni si fa presto vivo con la serie dedicata agli stati d’animo. Negli Addii fa risuonare il numero i matrice della locomotiva, 6943, valido quanto le scritte cubiste. Allo stesso modo di Braque è andata persa una statua datata più o meno sempre 1911-1912 intitolata Fusione di una testa e una finestra. Questa scultura non solo è composta da ready made (un telaio di una finestra e una parrucca femminile), ma è anche anticipatrice del polimaterismo da lì a poco ufficializzato dall’effettivo creatore, Prampolini.

L’elemento soffice rappresentato dalla parrucca inoltre è un elemento che è consono all’idea futurista, un qualcosa da palpare, toccare, come sottolineerà Marinetti nel manifesto del Tattilismo, citando la stessa scultura in questione. Il primo manifesto del futurismo (febbraio 1910) incita al disprezzo di qualsiasi forma di imitazione, in favore dell’inserimento della realtà vera e propria. Ad aprile dello stesso anno esce il manifesto tecnico che ribadisce ancora di più quanto i futuristi siano attaccati alla realtà, della quale bisogna sentire il battito, la si deve considerare una cosa fortemente legata a questa terra.

L’obiettivo è reinserire lo spettatore nel quadro, attribuirgli un’importanza che finora gli è stata negata dal ruolo di mero osservatore. Peccato che una simile proposta sia stata relegata solamente nella teoria anche se non si devono sottovalutare le serate futuriste, casiniste, spesso ai limiti della legalità, e spesso terminavano in risse, arresti o valanghe di frutta e verdura rovesciati addosso. Forse non riguardano le classiche cose che l’uomo comune fa nella sua quotidianità, ma l’importante è che il target futurista era preciso: giovani, o comunque il popolo, quindi non una casta ben delineata.

In questi anni si fa strada il binomio arte/vita, che poi sarà ancora più evidenziato dal dadaismo prima e poi dagli anni ’60. Anche il 1912 è un anno interessante. Braque era già attivissimo sul campo delle sperimentazioni. Già dall’anno precedente aveva costruito in 3D i modelli dei suoi futuri dipinti senza accorgersi della potenzialità nel superare la superficie bidimensionale. Delle sue maquettes, questo il nome preciso di questi manichini, non rimane più nulla, se non alcune testimonianze fotografiche.

Del primo papier collé

Picasso capisce le potenzialità del lavoro dell’amico e promuove le marquettes come entità autonome non come preparazione al quadro finché poi non costruisce chitarra con corde, cartone e fil di ferro. I materiali aggettanti al quadro passano da uno a tre e sono un momento di caposaldo tra le tecniche artistiche d’avanguardia. Sempre nel 1912 Picasso continua con un altro colpo da maestro, infatti mette alle corde il contenuto del dipinto raffigurando qua e là pezzetti di corda, spago o funi, unici elementi risparmiati dalla dissezione cubista e pronti ad accogliere la realtà effettiva, vera e propria nel quadro.

Picasso passa al già fatto con Natura morta con sedia impagliata dove non solo la cornice è una corda vera, ma dove all’interno troviamo già un primissimo timido tentativo di readymade: la famosa tela cerata. Ciò nonostante questi tentativi saranno sempre soffocati dall’aspetto pittorico che ammorbidirà sempre sia i quadri di Braque e Picasso che la scultura bocconiana, ammorbidita dal gesso. Ciò non toglie la validità del gesto: per la prima volta la realtà è portata sulla tela, è scattato un punto di non ritorno che soprattutto i Dadaisti capitanati da Duchamp sapranno usare a loro favore.

Sembra strano che la rivoluzione venga innescata proprio con gusti così lontani dall’uomo comune, ma la nuova visione del mondo parte da un’ottica diversa che coinvolge tutti e 5 i sensi, non solo la vista. Inoltre, l’uso di materiali diversi rispetto alla convenzione porta alla cosiddetta morte dell’arte secondo una definizione data a suo tempo da Argan. Non si intende la mancanza di fantasia, come si potrebbe pensare, ma si intende il disinteresse degli artisti verso i mezzi convenzionali dell’arte a dimostrare che spesso la realtà possiede in sé molta più possibilità di immaginare rispetto alla fantasia stessa.

Marinetti spesso favorisce con le sue intuizioni il procedere del readymade e inizialmente lo fa con un manifesto non collegato strettamente all’arte, ma analogo ai pensieri cubisti e futuristi. Nel manifesto della letteratura futurista, Marinetti si pronuncia a favore di una distruzione dell’io, della soggettività, a favore di un impatto incondizionato con la materia. La materia in questione, in un’estetica che alla sua base vede l’idea della macchina, ha poco a che fare con l’idea di una natura, però è vicina all’idea di un già fatto tecnologico, un motore, un pianoforte meccanico, del metallo lavorato.

Eliminare l’io inoltre consente di lasciare spazio alla libera espressione delle cose. Materia e oggetti hanno un loro fascino, il mondo dell’artificio emana un suadente potere di seduzione e un suo vitalismo interno. Ma come le parole di Marinetti possono in qualche modo coinvolgere l’uomo comune? Attivati della giusta disposizione mentale e percettiva, abbiamo l’obbligo come uomini comuni di uscire dalla condizione di puri e meri osservatori per farci coinvolgere dagli oggetti là fuori: cerchiamo di notarli di più, di farceli piacere, di spezzare quella barriera di noia che l’abitudine causa in noi.

In fondo tutta la letteratura del primo novecento ci fa apprezzare gli oggetti epifanici, cioè quelli che vanno apprezzati e considerati solo per il loro esistere. Per Marinetti a essere tali non sono solo oggetti piatti e banali, ma anche oggetti monumentali, come ad esempio i cantieri o le industrie. Quindi sembrerebbe impossibile a primo impatto un possibile contatto con la prosaicità quotidiana del riscatto epifanico.

Alla base di questa estroflessione sta il potenziamento dei sensi e dell’apparato sensoriali, oggi esteso anche dalla tecnologia di specie elettronica che costituiscono un sistema nervoso centrale disseminato ai quattro angoli del pianeta, come dice McLuhan, e 50 anni prima di lui Marinetti. Cioè ogni forma estetica arricchita da oggetti come il collage o il readymade, o totalmente riversata sull’ambiente come ad esempio l’installazione, pongono artista e spettatore in condizione di agire su uno spazio e questo, in contrasto con gli automatismi di tutti i giorni, provoca uno shock emozionale.

Quello che agli occhi dell’uomo comune ci sembra un’assurdità o un’idiozia in realtà sono la forma simbolica di dissetare i sensi repressi che spesso la nostra mente reprime. Boccioni nel manifesto tecnico aveva esaltato ancora di più l’idea che le idee futuriste derivavano da una sensibilità acuta senza contare i riferimenti a raggi X e tecnologia in genere.

Con le dichiarazioni di scultura futurista però Boccioni va oltre, promuovendo l’idea di inglobare nelle opere d’arte il già fatto, suggerendo addirittura e quasi anticipando le traiettorie dell’arte povera, con pelli e neon, il tutto amalgamato a gesso e bronzo, sempre presenti nella poetica bocconiana, vicino alla necessità di inglobarla ai readymade.

Tuttavia, impadronirsi di uno spazio del genere nel 1912 non era impresa facile. Sulle spalle degli artisti gravano molti anni di opere “ben fatte”, meritevoli di nota. Ma l’artista ormai non deve produrre oggetti contemplativi che producano una realtà, bensì deve solo concentrarsi su oggetti in grado di produrre una realtà. Ma prima di tutto ciò bisogna ancora passare per la gavetta di papier-collé e collage, anticamere per l’intromissione delle cose tali e quali.

Quindi sul versante delle sperimentazioni cubo futuriste il 1913 diventa un anno di assestamento. Se però nel cubismo la percentuale di pittura resta invariata e quindi dominante, nel futurismo avviene l’incontrario, come si può notare ad esempio in Natura morta con giornale di Severini. Qui compare il giornale, il Lacerba, ma allo stesso tempo manca il cartone ondulato, utile per indurci a una carezza tattile.

Nel ’13 Marcel Duchamp compra una ruota di bicicletta e uno scolabottiglie, ma per ora li lascia nel suo ripostiglio. Solo l’anno seguente, nel ’14 si vedono i primi incrementi quantitativi a proposito di materiali anti illusionistici e di elementi in aggetto, superando la bidimensionalità tipica di papier-collé e collages. Picasso e Boccioni sono ancora una volta in prima fila nelle innovazioni. Il primo con bicchiere, giornale e dado intaglia lastre di latta e le sagoma in rilievo (sono i cosiddetti tableau relief) ma ancora stende un residuo di pittura, un ultimo rimasuglio di pittura.

Tutto cambia con chitarra fatto di lamiere colorate completamente aggettanti. Peccato che la disposizione orizzontale impedisca al lavoro di conquistare lo spazio tridimensionale, obbligando a richiamare lo strumento del titolo solo per analogia e quindi a ricadere nel controsenso di una mera simulazione virtuale.

Un cubista di minore importante, Henri Laurens, ha l’intuizione di disporre la sua composizione in orizzontale andando così a finire con il colpo di grazia all’idea canonica di superficie verticale. Anche Boccioni in Dinamismo di un cavallo in corsa + case rispetta il polimaterismo dato che l’artista usa in un certo senso tutti materiali “già fatti” (es. legno o rame), che solitamente non rientrano nei canoni delle belle arti.

Anche Beguinage di Prampolini (nato nel 1894) è un collage, ma è un po’ singolare: rispetto ai collage precedenti c’è un qualcosa che stona: un senso è preponderante rispetto agli altri, il tatto. Nonostante il titolo il quadro appare rimandare a una sensualità: pizzi e merletti rievocano appunto quella sensualità tattile e soffice: è come un erotismo assopito in un certo senso, pronto tuttavia a riuscire allo scoperto. (NB: da Prampolini c’è il breve passo fino ad arrivare al re degli achromes: Piero Manzoni).

Il collage di Carrà, Manifestazione interventista è fortemente urlato: la pigmentazione pittorica è praticamente inesistente, ma viene sostituita da un vortice di ritagli giornalistici che finiscono con l’essere parte di un nucleo creativo che richiama molte cose. Lo stesso Carrà descrive il turbine della sua opera in un articolo pubblicato su Lacerba, intitolato La pittura dei suoni, rumori e odori; la nuova arte dovrà esaltare i rossi che gridano, i verdi mai abbastanza verdi che stridono, i gialli mai abbastanza stridenti: questi colori polisensoriali trovano il loro luogo comune nel mondo della macchina, in generis nelle stazioni di benzina ecc. secondo Carrà insomma lo sbocco ideale della sua arte era l’urlo, inteso come un urlo da farsi in pubblico: in effetti come in molti manifesti anche le parole di Carrà prevedevano di essere enunciate pubblicamente in una maniera già molto bodyartistica.

Nel 1914 c’è una polemica, pubblicata su Lacerba, tra Papini e Boccioni: Papini (ne “Il cerchio si chiude”) descrive in un certo senso la morte dell’arte: la fine di un ciclo, ovvero la creazione che diventa mera azione: il colpevole è Picasso il primo ad avere “appiccicato” alla parete materiali preesistenti: i ready mades! Papini comprende alla perfezione la direzione dell’arte contemporanea (“la miglior natura morta è una camera ammobiliata”). La risposta di Boccioni arriva con Il cerchio non si chiude!, nel quale accusa l’amico di avere avuto un quarto d’ora di scetticismo; Boccioni capisce che il ready made non rappresenta la resa dell’artista davanti alla realtà, bensì capisce che l’artista compie una scelta nei confronti dell’oggetto, una scelta che decreta in quell’oggetto un diverso ordine fruitivo e causa uno shock emozionale.

L'idea futuristica della macchina

L’idea futuristica della macchina ci consente una digressione in Russia, alla scoperta di Vladimir Tatlin, classe 1885, animatore del costruttivismo: i suoi rilievi e controrilievi (composti dal 1913) sono la risposta costruttivista alla morte dell’arte iniziata da cubisti e futuristi dai quali Tatlin riprende l’idea della macchina, ma ne applica i principi morfologici con una convenzione decisamente più estrema perché quasi totalmente sciolta dal concetto stesso di opera di rappresentazione. Tatlin realizza delle strutture tridimensionali non figurative, fatte di aggregati di frattaglie di ferro, fili metallici, cuoio e legno. Somigliano molto ad assemblagés predadaisti tranne per il fatto che sono troppo precisi con l’ordine, hanno una griglia logica poco interessata e un assetto casuale poco vitalistico. Ribalta la gerarchia a favore di un maggiore senso di vicinanza: l’occhio sotto il controllo del tatto.

In Rilievo del 1914 il russo realizza un readymade a tutto tondo, trattenuto solo dal filo che lo sostiene alla parete: il quadro presenta un barattolo vero e proprio con ancora addirittura l’etichetta attaccata che richiama il cilindro di una macchina. Anticipa in questo modo addirittura la pop art.

Ivan Puni (1892) ci da importantissimi spunti per la causa readymade, che ci turbano se consideriamo l’anticipo sui tempi. Egli non solo realizza quadri rilievo molto suggestivi in quanto escono dalla bidimensionalità, ma nel ’15 la vera novità è che ci presenta oggetti tali e quali impiantati senza manipolazioni che ci vengono mostrati per il loro valore d’uso, decisamente costruzionista: tenaglie, martelli, seghe. Questa sfilata di “già fatto” si pone come antitetica rispetto ai filtri pittorici o illusionistici (es. Natura morta con martello).

Nel 1915 c’è anche un’altra accelerata futurista: il teatro di Marinetti/Cargiullo con i readymade sul palco che provocano reazioni destabilizzanti nell’audience, scatenando uno status di sorpresa che si protrae nel tempo. Gli attori sono pressoché inesistenti (es. Vengono – Dramma d’oggetti) e l’azione è fatta solamente di cose lasciate sotto il naso del pubblico che resta in una specie di contemplazione mistica, magari leggermente aiutate da indicazioni come “lungo momento d’attesa” che caricano gli oggetti di un’aura che per lo spettatore diventa quasi epifanica.

Ancora, in Le Basi Marinetti non toglie gli attori, bensì li nasconde, lasciando visibili solamente le parti dalla cinta in giù: il discorso che viene praticamente annullato e reso a zero fa concentrare l’attenzione sulle parti in movimento: ne Le mani il dialogo sarà totalmente assente: si vedono solo delle mani, maschili e femminili impegnate in una serie di performance gestuali: da atti violenti, ad atti erotici.

Ma in tutto ciò c’è un piccolo neo di perplessità; ad esclusione di Puni e Prampolini gli artisti sono in un certo senso vittime di un problema generazionale: è vero che presentano elementi “già fatti”, ma questi vengono sempre intesi, proiettati, come un qualcosa che rimanda ad altro, lontano dall’essenza stessa dell’opera.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/03 Storia dell'arte contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Darcy di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecniche dell'arte contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Fabbri Fabriano.
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