Anni ’10-‘20
1. Collage: dire,fare,tagliare
Ai giorni d’oggi la cultura del collage è diffusa in moltissimi campi: dal pc, alla
televisione, alla musica! Basti pensare al “remix” di un dj. In arte accade lo stesso: è
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sufficiente citare ad esempio Inez Van Lamsweerde, o Cindy Sherman.
L’imperativo alla base del collage è dire,fare,tagliare. E il collage ha una doppia anima:
agli esordi il collage ingloba pezzettini di mondo reale nell’arte, incorporate come
emanazioni della vita reale. Oggi diventa qualcosa di più impalpabile, (vista la mistura
che contraddistingue l’essenza del collage stesso) tutto frutto delle immagini digitali.
Solitamente per collage intendiamo un utilizzo dei materiali bidimensionali incollati a
una tela. Sono solitamente ritagli di carta, o comunque materiali leggeri. È una
precisazione molto importante perché lo distingue da alcuni tipi di assemblaggio.
Il collage nasce con il Cubismo, quando Picasso e Braque, sulla scia della rivoluzionaria
“Les demoiselles d’Avignon” marciano verso una riconquista dello spazio. E lo spazio i
cubisti lo avevano rifondato da cima a fondo: la realtà era stata trasformata con una
nuova grammatica che prevedeva una serie di ingranaggi utili a ridisegnare il modo di
dipingere paesaggi,oggetti e addirittura volti.
Questo non è un vezzo cubista: infatti alla base del movimento c’è il principio del
tecno morfismo, cioè ricostruire il mondo con alla base i moduli della macchina, quindi
attraverso figure geometriche: cilindri, cubi …
Al collage arrivano nel 1912, quindi con il passaggio dal cubismo analitico a quello
sintetico. Braque con “Fruttiera e bicchiere”, dove incolla alcuni fogli di carta, in mezzo
a disegni estremamente stilizzati. Siamo ancora nella bidimensionalità, in contrasto
con una serie di strati che simulano le venature del legno: il pubblico non può
interagire con l’opera, ma siamo già davanti all’innovazione, verso la realtà tale e
quale. Picasso va anche oltre; “natura morta con sedia impagliata” è un quadro
innovativo: Picasso vi attacca infatti una porzione di tela cerata ricavata appunto da
una sedia e utilizza una vera corda come cornice.
Juan Gris in “lavabo” inserisce un frammento di specchio, inglobando così lo
spettatore.
Anche un futurista, Gino Severini nel 1912 esegue un collage, anche se lontano dal
rigore cubista; in “ballerina blu” infatti, attacca una serie di lustrini riflettenti ad alcuni
lembi della superficie riflettente. Così la nostra immagine di semplici voyeur viene
proiettata nel dipinto, in maniera quasi divisionista, frammentata; da qui
all’adorazione del pixel manca pochissimo.
Il collage rientra anche in un’altra opera di Severini “natura morta con giornale
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Lacerba” inserisce pezzi di giornale, carta, cartone e cartoncino. Così facendo
rispetta anche l’ideale cubo/futurista a inserire inserti “già pronti” di provenienza
industriale.
Il giornale infatti non è altro che il prodotto di una macchina, che non presenta alcuna
traccia di personalità e che quindi si applica bene a descrivere il prodotto di una
società di massa.
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Ma non troviamo solo le pagine di giornale. Ci sono spesso anche tipo volantini o
biglietti. È il caso del “manifesto interventista” di Carrà, che resterà fedele al collage
almeno fino al periodo di “ritorno all’ordine” che lo porterà a mollare il collage e le
sperimentazioni in favore di una pittura più classicheggiante.
Nel frattempo Prampolini preannuncia le linee guida del suo polimaterismo in
“Béguinage” spostando l’ordine di riferimento degli elementi impiegati, debitori di
alcuna griglia pittorica e presenti sulla tela in tutta la loro autonomia, a ribadire la
morbidezza, la loro “softness”, o l’antiform, come la definirà Robert Morris. Trampolini
si allontana così dal mito della macchina, avvicinandosi più a un qualcosa di morbido,
evoca il piacere del tatto, evocando con piume o merletti le dimensioni di un eros
tattile.
Nei collage compare l’estetica moderna: l’arte è sempre più interessata e vicina alla
realtà, al vero e agli elementi del mondo. Con futuristi del calibro di Marinetti, Balla o
Sironi il collage assume toni più figurativi e quindi più vicini alla tradizione, rispetto
che all’innovazione di inserire frammenti di mondo dentro la finzione del quadro. I toni
sono più accademici e vengono usati per sagomare maschere o arlecchini della
tradizione.
Il “caos” e il “caso”, convivono perfettamente nelle opere dadaista, quelle che si
prestano maggiormente a rappresentare il binomio collage-vita. A Berlino ci sono i
lavori di Raoul Haussman, a Colonia quelli di Hans Arp o Theodor Baargeld, lavori
connotati da una forte carica erotica. Tuttavia è a Berlino che la scena si presenta
molto ricca e multiforme. Nei ‘20s Grosz montava le sue creazioni per farle ssembrare
simili a dei robot, con forme molto ben identificabili e con interventi di grafica sempre
più lontani dalla presa diretta patrocinata dal collage di prima mano.
Dal polo dell’autenticità ci spostiamo all’in autentico, chiamando in causa gli androidi
degli anni ’20.
Tuttavia, nell’immenso panorama artistico di quegli anni, è una donna, nello specifico
Hanna Hoch a garantirsi un posto tra le stelle e un seguito che arriverà fino agli anni
’90- 2000, a livello di influenza.
Con la Hoch il collage diventa espressione di una quotidianità micidiale, al tempo quasi
un tabù nella pseudo espressione libera del dadaismo nel riconoscimento della parità
dei sessi.
Hannah Hoch viene sopportata, addirittura estromessa dal gruppo di amici dadaisti del
suo compagno Hausmman. Le sue opere si distaccano molto dai “canoni” degli
uomini: la Hoch infatti rappresenta una serie di donne mostriciattoli, donne insetti,
donne mostri, dunque diametralmente opposte all’ideale di bellezza maschile, dove la
donna dev’essere con tutti gli attributi al suo posto e come una geisha: servizievole a
letto e brava ai fornelli.
In risposta a questo mondo così soffocante la Hoch risponde con collage pungenti:
prende dalle riviste visi delle modelle bellissime e agghindate e le modifica creando
una “bellezza strana”: quei visi sono modificati con l’applicazioni di acconciature
fantasiose oppure occhi ciclopici. La Hoch crea delle Veneri storpie. Ma non solo
l’immagine della donna viene totalmente sconvolta. Anche quella dell’uomo viene
ribaltata: l’ “uomo forte” della Hoch non è altro che un uomo debole interessato
all’arte, fortemente femminilizzato. Un colpo basso per il “macho man” del tempo.
Così la Hoch anticipa quelli che saranno i lavori di Cindy Sherman o di Inez
Lamsweerde, digitalizzati al pc. Ma non solo. Anticipa anche i giochi di ambivalenze
sessuali portati avanti da Sarah Lucas. Il tutto usando solamente la tecnica del collage.
In molti hanno avanzato l’ipotesi che la Hoch lavorasse con fotomontaggi, ma non è
del tutto corretto, in quanto questa tecnica avviene solamente con un lavoro sul
negativo dell’immagine, non sulla foto vera e propria, come accade invece con il
collage.
Un altro personaggio importante in quest’ambito è Max Ernst. Anche lui si inserisce in
una linea che proseguirà fino agli albori del mondo digitale. I suoi lavori ricordano
nuovamente quelli di Grosz: sono uomini a metà tra il corpo umano e l’androide. E
questo copia incolla tra uomo e androide ricorda straordinariamente gli uomini/bestia
che ritroveremo nelle figure dei videogames , in Grϋnfeld o ancora nei taglia e incolla
firmati fratelli Chapman.
Ernst è molto preciso nei suoi collage perché incolla immagini di diversa provenienza
(ad esempio immagini di riviste scientifiche o immagini ottocentesche) su uno stesso
piano e dopodiché rifotografa tutto quanto per evitare che si vedano le immagini in
rilievo.
John Heartfield è un altro personaggio interessante, che anima la Berlino degli anni
’30, sotto il nazionalsocialismo. È un mago del fotomontaggio, che usa magistralmente
(non ci ricorda forse Photoshop?) per prendere di mira gli esponenti nazisti e
schiacciarli con la satira.
2. Assemblage: rimontare la realtà.
Un assemblaggio a assemblage lo riscontriamo quando un gruppo di oggetti
eterogenei tra loro vanno a costruire un aggregato unitario a sé stante, autonomo
rispetto a un supporto bidimensionale.
L’autonomia dal piano non è un elemento imprescindibile, perché esistono
assemblaggi che di fatto appartengono a un piano, ma gli oggetti sporgono dal
supporto, e possono essere toccati o manipolati.
Praticamente gli oggetti devono essere aggettanti.
L’assemblage diventa il naturale proseguimento dei collage, di conseguenza non
stupisce che saranno proprio i cubo futuristi ad accendere la miccia, a partire
dall’invenzione dei manifesti.
Bisognava dire le cose come stavano, senza mezzi termini. E questo le avanguardie lo
sanno fare bene. Ma quanto si poteva osare realmente in quel periodo? Ogni artista in
cuor suo aveva voglia di superare i limiti e
Sperimentare, sperimentare, sperimentare!
Ancora oggi il senso comune vede collegare il concetto stesso di arte con quello di
bravura nell’usare un pennello. Un secolo fa era anche peggio. La tendenza era quella
di accostarsi a vedere il solito quadro, la solita scultura: quindi gli artisti più radicali
trovano un muro davanti a loro. E allora? Allora via ai manifesti! In particolari a quelli
di Boccioni: egli vedeva lontano, predicando un coraggio sgonfiato e cartaceo,
depotenziato dalla mancata realizzazione di idee potenzialmente rivoluzionarie. È con
“la scultura futurista” che si va oltre, si formalizzano materiali fino ad allora
considerati impensabili. Boccioni accetta sia materiali tipici della “hardness”, come
ferro e materiali pesanti, sia materiali più delicati, come cuoio o capelli, utili alla
celebrazione della “softness”. L’eredità di Boccioni è largamente diffusa (ad esempio
la pelle è usatissima nell’arte povera). Ma Si ferma a queste propaggini la sua
influenza?
Ogni scelta di materiale implica a sua volta una serie di convenzioni sociali e
psicologiche che portano necessariamente a parlare di noi. La scelta di materiali
“poveri” dunque, ci fa capire come, nonostante la civiltà sia estremamente
complicata, bisogna sempre ricordarsi l’importanza di una vita molto più elementare,
con un equilibrio dialettico tra primordio e progresso. Noi siamo carne, siamo entità
antropologiche. Viviamo in una complessa comunità industriale, ma siamo allo stesso
tempo anche entità fisiologiche. Chi siamo? Natura e artificio. Dove andiamo? Verso
l’estremizzazione del sintetico Da dove veniamo? Dalla carne del mondo.
Boccioni è geniale anche perché anticipa l’idea di utilizzare la luce elettrica.
L’assemblage di Boccioni annunciato nel manifesto è insomma molto più che un
elenco di materiali da usare.
Ma Boccioni non è l’unico. Nel 1912 è il turno di Picasso, con la sua “Chitarra” fatta di
cartone, corde e carta; il risultato è omogeneo, senza i vari schizzi che dovrebbero
contraddistinguere un assemblage. Anche la sua “natura morta con sedia impagliata”
era un inizio di assemblaggio, ma in bilico tra collage e assemblage. Nel 1914 Picasso
esegue un’altra “chitarra”, fatta con una tramatura di legno e di lamiera dipinta. Nel
1914 anche Boccioni realizza una delle sue opere più famose: “dinamismo di un
cavallo in corsa + case”. Usa frattaglie di cartone,latta,legno, fil di ferro, ma il risultato
è comunque omogeneo, simile alla chitarra di Picasso.
I risultati la avrebbero ottenuti usando l’uno una chitarra vera e l’altro veri cavalli e
case. Ma non Si chiamavano né Marcel Duchamp, né Jannis Kounellis, e non fecero né
ready made né installazioni. “la toga e il tarlo” è un assemblaggio di Depero, ma
troppo formale rispetto alle ricerche dei cubo futuristi.
Un altro assemblatore delle avanguardie che non va dimenticato è Henri Laurens, che
crea ritagli colorati disposti lontano dalla parete in orizzontale. Anche Tatlin crea
assemblaggi ancora più impavidi. Tatlin è il padre del costruttivismo russo, e
percepisce subito la nuova tendenza a scardinare l’opera dalla sua verticalità fissa e
concretizza questa visione con la serie di lavori intitolata “rilievi e contro rilievi”. Le
sue opere sottolineano la natura tridimensionale dell’assemblaggio, quasi a giocare
con il nome dell’autore: “tatto- tatlin” perché lo spettatore deve toccare, deve
interagire, deve fare. Lo spettatore è anche spaventato da queste composizioni ancora
troppo ordinate, quindi “astratte”.
In questo momento Tatlin è ancora troppo legato al ruolo di “ingegnere dell’arte”,
quindi molto legato anche al costruttivismo, ma successivamente saprà progettare
spazi da vivere.
Un altro nome da citare è quello del finlandese Ivan Puni: egli crea resti pittorici, sono
oggetti reali fissati su un piano di base. I suoi sono assemblage e non collage perché
mentre il collage prevede l’uso di materiali leggeri, discreti, l’assemblage al contrario
usa materiali pesanti; e Puni usa gli utensili del fabbro.
I dettami del “Tattilismo” si ritrovano nelle “tavole Tattili” di Marinetti, che dovevano
essere toccate,sfregate ecc. negli intervalli delle serate futuriste. L’oggetto è diventato
fruibile, dunque lo si può toccare anche a occhi chiusi vista l’influenza del canale
visivo.
Qualcosa di tattile, anche se non molto ben concepito, lo troviamo anche negli
assemblage di Hans Arp, che monta qua e la rami trovati per caso, object trouvè, che
la natura e il caso hanno aiutato a formarsi o piegarsi o colorarsi. Arp non fa altro che
mettere insieme tutto ciò.
L’assemblaggio non è altro che rimontare la realtà con risvolti inaspettati: montare
insieme oggetti “già fatti” con collisioni improbabili e impossibili.
Haussmann già conosciuto per i suoi collage, realizza un assemblaggio che chiama
“testa meccanica” che realizza con un manichino, un portafoglio, un righello e un
bicchiere richiudibile. L’opera ricorda i manichini dipinti non molto tempo prima da De
Chirico. Testa meccanica quindi è a metà tra la spinta innovativa e quella tradizionale,
quel richiamo all’ordine che torna negli anni ’20.
È con “il grande plasto-Dio-Dada-Dramma” di Baader che l’assemblaggio trova
riscontro nella sua forma originaria. È un ammasso verticale di oggetti, dove il “già
fatto” non lascia spazio nemmeno al più insignificante e piccolo intervento di
manualità pittorica. Baader accumula in un insieme di nonsense. I suoi oggetti
vengono strappati alle loro funzioni quotidiane e messe tutte insieme senza un senso
apparente. Noi vediamo cose, ci ragioniamo su, eppure sono oggetti che vediamo
tutti i giorni. Non è un’opera “bella”, nella più stretta concezione del termine, anzi è
un’opera “bruttina”, ma ci porta verso un livello di interazione diverso, dove non ci
può condurre il più bello dei quadri di Monet.
Sembra che Baader abbia ispirato il dadaista Kurt Schwitters. Amico della Hoch, con lei
condivise la stessa passione per i moduli circolari-rotatori, che mentre nella Hoch si
limitavano a restare nella superficie del collage, con Schwitters scattano con
prepotenza dalla superficie dei suoi quadri chiamati “Merzbilder”.
Le ruote di Schwitters aggettano dal quadro. L’artista le fissa dopo averle raccattate
qua e la, anche dalla spazzatura, ma non si limita solo ad oggetti circolari, usa
qualsiasi cosa abbia subito l’usura del tempo in modo più o meno crudele. Usa gli
scarti, usa quei prodotti che vengono estromessi dalla società, dando loro una nuova
vitalità. Si instaura un sistema di riciclo duplice perché le macchine di Schwitters
presentano dei meccanismi rotatori apparentemente senza molto senso, che
producono un movimento rotatorio senza sbocco, senza utilità pratica. Il tempo
caratterizza questi oggetti, e li rende dotati di una caratteristica esplicita. Sarà
d’ispirazione per le future generazioni.
Sui suoi oggetti Schwitters spalma una pittura grassa e quasi mai omogenea che
spalma con una mano pesante e quasi incontrollata. Così crea una psicologia pronta a
trastullare la mente con gli scarti delle fogne rianimati con fondali pittorici blu,verdi
ecc.
Un ultimo riferimento prima di abbandonare l’assemblage va fatto per quanto riguarda
una propaggine futurista che va addirittura oltre gli anni ’30, quando Marinetti e Fillia
scrivono la “cucina futurista”: in questo libro ci sono moltissime allusioni a complessi
plastici fatti di elementi culinari, anzi l’assemblaggio di cibarie resta decisamente
elaborato infatti si rischia di evolversi nelle tecniche dell’happening o
dell’installazione.
3. Readymade: creare un nuovo pensiero
Per parlare del readymade possiamo prendere l’argomento alla larga citando il libro
“L’uomo dal fiore in bocca” di Luigi Pirandello.
Il protagonista è affetto da epitelioma buccale e non gli resta molto da vivere, al
massimo dieci mesi. Invece che buttarsi giù però, inizia a vedere il mondo con un
punto di
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