1- I DUE VOLTI DEL GUTAI
a)Dall’ “Action painting” all’ “Action painted”
Il fenomeno Gutai ha un’origine e una data d’inizio, Osaka 1954. Sotto la direzione di Jiro
Yoshihara si raccoglie un manipolo di ragazzi, che fin dalla prima esposizione mettono subito in
chiaro quali sono le linee guida del gruppo, linee tra di loro opposte per non dire conflittuali. Il
significato del nome, “concretezza”, è di per sé fuorviante (vedi Pollock). “Concretezza” come
ripudio della figura, per dare libero sfogo a colate di colore. Ma il superamento della pittura non era
lo scopo delle neoavanguardie? Ecco il doppio volto del Gutai, la velocità a due marce, una che
procede in avanti con potenza e vigore, l’altra che rallenta, inverte indietro tutta. Il nucleo
embrionale del Gutai risale al “Comitato per l’arte contemporanea”, il Genbi, che organizzato a
partire dal 1952, prevede la partecipazione di artisti di diverse generazioni per discutere sulle sorti
dell’arte. Tra i partecipanti figura Yoshihara, che proprio al Genbi entra in contatto con Kazuo
Shiraga e Akira Kanayama. L’evento decisivo per dare coesione alla squadra si svolge però a
Ashiya, nel 1955, in una mostra dall’ambientazione insofferente alla tradizionale collocazione in un
museo, collocata quindi anche all’aperto, nel “plein air” dello spazio reale. Fino ad allora nessun
artista aveva mai osato tanto. La terza dimensione era già stata invasa (vedi
Duchamp,Schwitters), ma mai all’aperto. Michio Yoshihara, piazza un tubo metallico nel parco.
Di scultoreo non c’è niente, perché l’artista non plasma nessuna forma, prende un elemento “già
fatto” (vedi Duchamp, Rauschenberg, Arman), anche se è un articolo di metallurgia pesante,
ingombrante inorganico, perciò è un anticipatore (vedi Mattiacci). Sempre all’esposizione di
Ashiya dà il suo contributo Sadamasa Motonaga, che ai rami del parco appende numerosi
sacchetti pieni d’acqua colorata, in bilico tra artificiale e naturale, è una manifestazione di arte
ambientale (vedi Arte povera). L’opera più tenace rappresentata ad Ashiya, è allo stesso tempo
un’installazione e una performance. “Pali” di Shiraga (vedi Ernst). La I Esposizione Gutai si tiene
a Tokyo. Non passa inosservata la lotta che Shiraga ingaggia con una colata di materia informe
nel giardino del museo (vedi Informale, Body Art). Meno taglienti, ma non meno suggestivi altri
lavori di Shiraga all’interno della Ohara Kaikan, dove dipinge grovigli di pittura simili a quelli
dell’Informale con i piedi, appeso ad una fune ondulante. Anche nei lavori di Yasuo Sumi c’è poca
convenzionalità, dato che tra gli oggetti usati per i suoi quadri prevede vibratori intinti nel colore. Le
opere di Saburo Murakami mostrano di nuovo una gestualità esplosiva, come in “Passarci
attraverso” (vedi Fontana). Alla I Esposizione partecipa anche Motonaga; aggirandosi nei paraggi
di Tokyo l’artista raccoglie un gran numero di pietre da collocare, dopo averle colorate, all’interno
di una stanza (vedi Land Art, Richard Long, Gina Pane, Tony Cragg).
Ma qual è il significato di questi lavori? Da un lato bisogna osannarne la conquista spaziale e
l’impiego del corpo, ma allo stesso tempo è fondamentale il riconoscimento di un limite, e cioè che
questi artisti subordinano le loro performance alla confezione finale dell’opera d’arte. In altre parole
si tratta non di “action painting” ma di “action painted”, dunque di gesti congelati in un prodotto
finale. Un passato remoto che lo divide lo “happening”, che secondo Allan Kaprow e la somma di
ambiente + azione, da uno “happened”.
b)Verso l’opera “aperta”
Il Gutai deve però ancora esibire il suo stadio finale. Concludono le presenze di rilievo alla I
Esposizione Gutai altri personaggi che hanno il merito di continuare il filone delle installazioni e
dell’invasione ambientale, emanandole allo stesso tempo dei limiti dello “happened”, cioè da opera
“chiusa” ad “aperta”. Tra questi Akira Kanayama che partecipa ad una mostra con un readymade
del tutto artificiale: un pallone gonfio di aria, collocato in un ampio spazio, arricchito dal pulpito
pulsativo di una luce rossa posta al suo interno (vedi Manzoni). Tsururo Yamazaki impila barili di
provenienza industriale (vedi César): in questa installazione non è presente traccia di pittura e,
cosa più notevole, l’opera può colonizzare l’ambiente. Strepitoso il lavoro di Atsuko Tanaka che
espone alla Ohara Kaikan due lavori. Nel primo ritaglia semplici rettangoli di tessuto, e li fa
danzare con la brezza che li alza e li solletica. Nel secondo la corrente elettrica alimenta i
campanelli che modula su sonorità variabili in un grido artificiale (vedi Russolo). Intanto il Gutai
alza il livello di sperimentazione con la seconda uscita “en plein air” di Ashiya nel 1956, dove
Yoshihara e soci giocano quasi tutte le loro carte migliori. Motonaga prosegue il suo percorso di
specializzazione in arte ambientale riempendo di acqua alcune strisce di nylon tirate fra un albero
e l’altro, trafiggendo lo spazio. Un po’ come aveva fatto ad Ahiya nel ’55 Fujiko Shiraga, moglie di
Kazuo, che aveva preparato una tavola di legno divisa in due parti irregolari da un evidente gesto
di intervento muscolare, “performed”, mentre ora la bella serie di piatti di Shigeki Kitani, che
disposti a terra a rombo formano un epitelio decorativo di readymade, esibisce un’altra nota
straniante per l’impatto ambientale. Non cambia il discorso per la “Grande spirale” (1956) di
Kyochi Mizuguchi (vedi Land Art, Merz, Smithson). “Prego camminate qui sopra” (1956) di
Shozo Shimamoto il senso del movimento lo condensa nel titolo. Ci sono almeno 3 ragioni che
rendono emblematico questo lavoro:
1)L’artista sente di doversi rapportare all’ambiente, con la stessa pressione motoria delle onde che
spaziano nell’etere, spostandosi, camminando, aggrappandosi allo spazio (vedi Body Art, Jim
Morrison, Hendrix, Townshend)
2)Il gesto è sincronizzato con l’opera, non è un pregresso, un “performed” che ne anticipa
l’esecuzione, al contrario tutto il valore dell’operazione sta nel compiere un semplicissimo atto di
performance
3)Interazione con il pubblico: la griglia e la passerella sono concepite “aperte”, per essere usate da
chiunque, soprattutto ad un fruitore invitato a ripensare la propria relazione con lo spazio o più
semplicemente a svolgere una specie di giochino gestuale. A ogni sezione della pedana
corrisponde una diversa resistenza dovuta ad alcune molle sottostanti.
Un che di esplosivo promana da un altro lavoro di Shimamoto, ovvero una grande tela posta fra
due alberi con macchie di colore sparate da un cannone. Il limite? È il solito “happened”.
Tornando invece a oggetti da usare in gesti reali, anche Murakami sfodera un pezzo da novanta.
Sarebbe un errore clamoroso considerare il suo “Cielo” una scultura ad opera “chiusa”, dal
momento che quell’installazione oblunga a forma di missile è pensata per contemplare il mondo “là
sopra”: una volta entrati si apre una nuova prospettiva.
L’arte del dopoguerra ha cercato di celebrare il vitalismo della società contemporanea superando
la prigionia del supporto bidimensionale attraverso i mezzi meglio adatti ad esprimere gli stimoli del
“massaggio sensoriale”, da realizzare con l’uso del corpo, dei muscoli, della pelle. Qualcosa però
spinge la Tanaka a fare un passo in più, allargando il raggio d’azione fino a intuire che proprio in
tema di esaltazioni vitalistiche è giunta l’ora di considerare anche il plesso delle manifestazioni
extraorganiche, specialmente quando queste si presentano sotto le forme di luci artificiali in uno
sfavillio di intermittenze che sa di palpito, di linfa elettrica. Ecco appunto sette vestiti enormi
disposti in parata a costituire uno sbarramento, quasi si trattasse di spiriti, in “Vestiti da Scena”
(1956) (vedi Pink Floyd, Jefferson Airplane, Greatful Dead, Doors). Intanto sulla stessa linea di
euforia elettrificata va ricordato il semaforo tale e quale installato da Kanayama, in “Semaforo”
(1956). Michio Yoshihara non è da meno. Con pieno anticipo rispetto alla sistematica esaltazione
elettrica dell’Arte povera con i suoi ibridi di natura e artificio, l’artista collega al terreno una vasca
cubica, che subito si illumina di una luce opalescente e lattiginosa.
Sempre nel ’56 e sempre alla Ohara Kaikan di Tokyo, II Esposizione, il team di Yoshihara insiste
sulla via della sperimentazione, per capire quale dei due percorsi divergenti del “performed” e della
“performance” sia meglio imboccare. L’ambiguità però rimane, fra l’altro profusa dall’artista che ha
sempre dato al suo lavoro una patina di spettacolarizzazione decisamente più marcata rispetto al
resto del gruppo. Shimamoto, se da un lato scopre un altro medium elettronico come la
videocamera puntandola svariati minuti sul volto fisso, dall’altro ritorna ai mezzi tradizionali della
pittura quando si impegna in bellissimi esempi di “Action painted”. La tela viene issata in verticale,
dietro un corpo di legno o un blocco di pietra, inizia a scagliare le sue bottiglie di colore con
violenza. Peccato che la foga confluisca in un “performed” statico. A questo tipo di lavori è
accostabile l’attività di Ushio Shinohara, che non ha mai fatto parte ufficialmente del Gutai, anche
se se ne avvicina per molti aspetti. La serie più nota delle sue opere è un insieme di tele prese a
pugni indossando guantoni da boxe, realizzate con gesti molto scenografici e performativi, ma
sempre riconducibili alla logica di un quadro astratto, da “action painted”.
c)“Koden” Tanaka
A partire dal ’64 Murakami confeziona un cubo intitolato “Aria” (vedi Bob Morris, Donald Judd). È
evidente la virata concettuale già dalla trasparenza delle materia, senza dimenticare che il cubo
contiene un ennesimo readymade di origine dadaista, l’aria (vedi Duchamp). Di ben diverso effetto
i lavori presentati dalla Tanaka alla II Esposizione Gutai, così pregni di futuro. La Tanaka
assembla un oggetto che è insieme scultura e performance, il “Vestito elettrico” (vedi Boccioni,
tendenze post-human). È di conio recente il termine giapponese “Koden”, “Ko”, individuo, +
“denshi”, elettronica, che testimonia la fusione di elementi inorganici e organici che in modo quasi
del tutto coincidente suona più o meno come “individuo elettrificato”. Di questa sintonia con il
“Koden”, Tanaka dimostra una consapevolezza fuori dal comune quando accanto al suo vestito da
cyber performance esibisce una bellissima serie di disegni. E cosa sono quei disegni se non veri e
propri schemi elettronici?
d)Gutai va in scena
Il 1957 è un anno fatale, un anno ambivalente: un anno di ritorno a soluzioni superate, ma anche il
momento in cui la carica energetica del Gutai esplode nelle meravigliose magie della
multimedialità con la prima manifestazione “on the Stage”, all’Asahi Kaikan di Osaka.
Campionessa indiscussa è ancora la solita Koden Tanaka con il suo “Vestiti da scena”. Entrata
sul palco, l’artista è visibilmente ingrossata, abbigliata a strati di tessuto che si toglie scoprendo
altri vestiti, tutti di colori diversi, fino a rimanere con una tuta molto aderente, mentre nell’edizione
del ’58 la Tanaka prepara enormi dischi da cui escono fasci luminosi in un “happening” totalmente
immateriale. Richiama Kandinskij anche l’ “ambiente + azione” di Motonaga, realizzato con la
leggerezza eterea di flash colorati e sbuffi di fumo, prima sul palcoscenico poi all’uscita della
Kaikan, provocando colpi di tosse tra i passanti. L’anno dopo, sempre di Motonaga è la
spettacolare trafittura spaziale di un tubo di plastica, ovvero di un verme gigantesco che emette
fiotti di fumo quasi fosse la coda incandescente di un drago o di un’altra creatura mitologica. Sbuffi
e fumogeni, leggeri, fluttuanti come meduse fuor d’acqua (vedi Mariko Mori). Altri esempi di arte
ambientale vengono dai lavori di Kanayama, che ripropone il pallone gonfiabile, enorme, insieme
ad un elemento fondamentale dell’arte contemporanea, il suono (vedi Russolo). Composta da
Shimamoto, nell’opera di Kanayama la musica è composta da una singola nota (vedi
“Antrometrie” di Yves Klein). L’anno dopo il pallone di Kanayama si dota di protuberanze
tentacolari, diviene insomma una specie di navetta spaziale che, ulteriormente modificato in
“Pallone biologico”, può galleggiare leggero nell’aria con tettarelle allungate e un’esplosione di
colori. E la performance? Oltre a Tanaka, si dedica ad attività performative anche Shiraga con
“Super Modern Sanbaso”. Il Sanbaso è una danza tradizionale giapponese, ma l’aggettivo
introdotto dall’artista aggiunge una nota di aggiornamento, quasi una virata manga nell’indossare
un costume che gli allunga le braccia in maniera smisurata, e che, posizionato con abilità,
descrivono nell’aria la falce di una mezza luna (vedi Goldrake, Daitarn, Neon Genesis Evangelion).
Liberatosi dal costume Shiraga inizia a lanciare frecce contro un muro, inzuppate di colore (vedi
Horn). Esempi di Body Art sono evidenti anche in altri due lavori “on stage”, uno di Michio
Yoshihara, del ’58, l’altro di Shimamoto del ’57. Il primo avvolge uomini e donne con abiti bianchi
e ne fa delle mummie viventi (vedi Brus), con un sottofondo acustico di rumori prodotti da
macchinari. Anche l’esibizione di Shimamoto è altamente corporale. Al centro del palco diverse
sfere di vetro pendono dal soffitto, luminose. Ma a rotazione sul suolo del palco si susseguono altri
annientamenti spettacolari di cui Jiro Yoshihara fornisce la solita descrizione a “happening”: “A
palcoscenico buio scendono dall’alto globi luminosi di vetro bianco che vanno a schiantarsi violentemente al
suolo. Torna il buoi e vengono giù bastoni bianchi le cui punte si spezzano. Innumerevoli palline da ping
pong si disperdono per tutta la superficie del palco”.
Visto nel suo insieme di sperimentazione a 360° tra uso di readymade e sconfinamenti nella
performance, il Gutai aveva messo sul tavolo un pacchetto di proposte capaci di esaurire quasi
per intero le soluzioni espressive dell’arte contemporanea, di giocare di anticipo. Era giunto il
momento per il Gutai di collaudare la sua splendida macchina extra-artistica, di trasformare lo
specchio delle soluzioni in una cifra più o meno costante, di verificare per bene le singole proposte
in modo da fissarle in un gettito continuo di riprese. Il materiale c’era tutto insomma, il gruppo
prometteva bene.
e)Si spengono le luci
Purtroppo arriva Tapié. Notissimo coniatore, nel ’48, del termine “Informale” poi dilatato
nell’espressione “arte altra”, ha due possibilità di relazione rispetto al Gutai, le stesse due della
sua natura gemellare. Tapié arriva in Giappone per conoscere Yoshihara & Co. Ma dal Giappone
non importa happening e performance, al contrario esporta l’Informale. Tapié definisce l’arte Gutai
“oltre arte”, con drastico ridimensionamento dei magnifici bollori ambientali e performativi. Via la
conquista dello spazio a favore di un ritorno a quella pittura, che anche in Occidente stava per
chiudere i battenti e scontrarsi con l’oggetto industriale. Un’unica revoca alla contemplazione
statica e passiva del “guardare” è l’International Sky Festival del 1960, elencato da Kaprow tra i
suoi esempi di happening: dal tetto di un palazzo un gruppo di artisti attacca lacerti di tela pittorica
a palloncini che si librano nell’aria; ma sempre di pittura informale si tratta, di cadaveri cromatici
“happened”.
Lo scioglimento ufficiale del Gutai avviene nel 1972, anno di morte di Yoshihama padre. Fino ad
allora i membri del gruppo hanno continuato la loro attività, più nel segno dell’Informale che della
sperimentazione che ne ha fatto pionieri di “happening” e Body Art.
2 – KUSAMA “LOVE & PIXEL”
a)Flower Power
Sulla Kusama aleggia un luogo comune ormai diventato un cliché insopportabile. L’intruglio di
interpretazioni che risuona nei pochi studi dedicati alla Kusama si annacqua in parole come
malattia, ossessione, allucinazione. Ma che tipo di “malattia”? Ce ne dà una lucida descrizione
l’artista nel rievocare un ricordo infantile: “Una volta, da bambina, iniziai a rabbrividire di paura con tutto
il corpo, tra fiori animati apparsi all’improvviso. Ero avvolta da parecchie centinaia di violette in un giardino di
fiori. Con espressione misteriosa, le violette parlottavano tra loro come se fossero esseri umani…Mi convinsi
Ecco, lo spunto biografico c’è ed
che non si trattasse affatto di un’allucinazione, ma di un mondo reale…”
è anche molto utile poiché i primi passi dell’artista, all’epoca più o meno ventenne, ci elargiscono
una didascalia figurativa della sua poetica a cominciare da “Sogno prolungato” (1949). Un groviglio
di piante e steli si inerpica alla sinistra, ci sono spine, ci sono fiori. Gli steli si attorcigliano su se
stessi, e nonostante l’intricato contesto sia di origine organica, nei tessuti saettano pulsazioni in
technicolor con bagliori del tutto innaturali. Sinuosi dei petali si allungano all’ingiù, appassiti e
afflosciati, mentre altri fiori
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