La visione dei Balcani tra gli stereotipi del passato e del presente
I Balcani vengono rappresentati come un ricettacolo della barbarie di cui è capace l’uomo e un luogo per eccellenza dell’instabilità politica e della conseguente frammentazione statuale: è possibile quindi individuare una netta opposizione tra i Balcani e l’Europa.
Le più conosciute derivazioni del termine balkan sono oggi balcanizzazione, nel senso di totale frammentazione, e balcanismo, come sinonimo di barbarismo, tribalismo e primitivismo. Da un lato, abbiamo un’Europa sinonimo di progresso, civiltà, ragione, tolleranza e democrazia. Dall’altro lato, i Balcani, sinonimo di arretratezza, irrazionalità, barbarismo e primitivismo.
Da parte di alcuni studiosi è stata formulata una mappa culturale dell’Europa in base alla quale esiste una divisione in due spazi incompatibili: uno moderno, civilizzato e pacifico, riconducibile alla cristianità occidentale; l’altro arretrato e tumultuoso riconducibile alla cristianità ortodossa e all’islam.
Paradossalmente, la retorica orientalista della mentalità balcanica è stata usata nel passato e ora nel presente, non solo da soggetti della comunità internazionale, ma anche dalle stesse popolazioni balcaniche a cui essa è applicata. L’eredità ottomana nei Balcani, ad esempio, evoca la memoria collettiva delle antiche rivalità religiose tra l’islam e il cristianesimo. Il cuore del paradosso è rappresentato dalla Grecia, indubbiamente balcanica, parte del mondo ottomano e allo stesso tempo culla dell’ellenismo e della civiltà occidentale.
I quasi cinque secoli di sovranità ottomana sono diventati il capro espiatorio per ogni elemento di negatività nella storia della regione balcanica. La chiesa cristiana ortodossa viene quindi raffigurata come il soggetto protagonista che ha preservato l’identità etnica ed il senso distinto della storia, nonostante la regione fosse sottomessa agli ottomani.
Il termine balcanizzazione viene utilizzato poi anche in Paesi e culture molto lontane dalla regione a cui si riferisce originariamente. Nella comunità internazionale forte è la percezione del kaos balcanico. Conseguentemente, alla penisola balcanica è stata attribuita l’immagine di una regione sanguinosa, mentre alle sue popolazioni una doppia connotazione, in primo luogo europea dal punto di vista geografico e religioso, in secondo luogo non europea, in quanto sua parte peggiore, lato oscuro.
In realtà è già di per sé discutibile se i Balcani siano orientali in senso storico, geografico, culturale e politico. Le terre a Sud dei fiumi Danubio, Sava e Kupa hanno avuto sempre un doppio carattere, in quanto parte dell’Europa e parte dell’oriente allo stesso tempo. All’indefinitezza dei confini interni corrisponde un’analoga indefinitezza del rapporto tra la regione e il resto d’Europa.
Nel secolo XVII i Balcani sono stati ritenuti con convinzione l’Oriente, per poi prendere le sembianze della Turchia europea e diventare parte integrante dell’Europa, benché la sua parte malata. Da un lato quindi abbiamo l’incertezza se i Balcani siano Occidente ed Oriente, dall’altro l’incertezza di cosa siano realmente i Balcani.
Europa centrale e Balcani occidentali
Negli anni Ottanta si è affermato un termine precedentemente caduto in disgrazia: Europa Centrale, fraseologia politica inventata dai circoli intellettuali occidentali in opposizione ad Europa orientale, quest’ultima metafora negativa della Russia. I Balcani dopo la Seconda guerra mondiale sono stati relegati a rappresentare l’altro negativo. A Bruxelles è poi stata introdotta la denominazione di Balcani occidentali per indicare Albania, Bosnia ed Erzegovina, Croazia, Macedonia, Montenegro e Serbia. Altra sorte è toccata alla Slovenia, passata in un lampo oltre la Cortina di Ferro. Tale denominazione però risulta già essere inadeguata vista la nascita di due nuove repubbliche come il Montenegro e il Kosovo.
Come i contorni della regione balcanica sono cambiati nel corso della storia, così anche l’intera categoria si è spostata più volte lungo l’asse est-ovest. Oggi i Balcani costituiscono l’Occidente, in quanto geograficamente sono in Europa. Nel passato sono stati sempre relegati ad essere l’Oriente.
Secondo quanto affermato dalla Todorova i Balcani e la balcanizzazione sono intesi come il frutto di una insidiosa e pericolosa tradizione intellettuale dell’Occidente, il balcanismo, che ha fatto di loro lo specchio in cui l’Europa centrale ha potuto guardarsi, mondato di tutte le proprie contraddizioni. Il cosiddetto discorso sui Balcani rappresenta una retorica con forti similitudini con quella dell’orientalismo di Said. Sempre secondo la Todorova, nonostante le forti similitudini, il discorso balcanico presenta delle differenze tali da costruire una categoria a sé.
Balcanismo intende significare un insieme di rappresentazioni stereotipate ed immaginarie, elaborate spesso sulla base delle guerre degli anni Novanta, queste ultime spiegate come l’esplosione degli atavismo balcanici. Il termine balcanizzazione è stato riapplicato agli stessi Balcani per descrivere la deriva sanguinaria della Jugoslavia.
Per Todorova il balcanismo si è cristallizzato solo a partire dal tempo delle Guerre balcaniche tra 1912 e 1913 e della Prima guerra mondiale. L’immagine dei Balcani non è quindi stata invariabile e nemmeno sempre negativa.
Transizione e percezione dei Balcani
Sin dal Cinquecento, i Balcani sono stati visti come un’area di transizione, un ponte tra Occidente e Oriente, tra Europa ed Asia, vale a dire tra due civiltà diverse. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento si è poi affermato e diffuso il fenomeno delle impressioni di viaggio dei primi turisti, soprattutto nella Grecia scoperta come luogo sacro per eccellenza. Nel secolo XIX sono emerse due distinte percezioni della regione: l’una aristocratica, simpatizzante con le popolazioni cristiane dominate dagli ottomani, l’altra borghese, critica dell’impero ottomano, in base alla quale i Balcani sono stati descritti come la regione dell’arretratezza spesso con particolari esotici.
Tuttavia, fino alla seconda metà dell’Ottocento i Balcani non sono stati ancora cristallizzati come immagine negativa dell’Europa, ma considerati come una regione non ancora toccata da progresso e modernità. La costruzione dell’immagine prevalentemente negativa dei Balcani è legata all’affermazione dei valori Illuministi come parametro valutativo. Da qui la percezione di arretratezza.
Già nel 18esimo secolo quindi l’Europa occidentale ha inventato l’Europa orientale come sua metà complementare, con l’Illuminismo che si erge ad agente civilizzatore. È solo a partire dall’inizio del Novecento che si è cristallizzato il discorso sui Balcani: con le Guerre balcaniche essi sono stati sottoposti ad un processo di classificazione e la loro immagine è stata costruita ed elaborata in termini negativi, fino ad arrivare al culmine nel 1914 con l’assassinio di Ferdinando d’Austria.
I Balcani sono quindi percepiti, rappresentati e studiati secondo il paradosso in base al quale sono al tempo stesso completamente conosciuti, ma non del tutto conoscibili. Ed in effetti nella percezione occidentale c’è sempre stata la tendenza a sommare tutte le popolazioni della regione balcanica, annullando le differenze tra Paesi, regimi, nomi, lingue. I Balcani non possono né essere descritti distintamente, né essere messi insieme, sono contemporaneamente unici e identici, ma anche differenti gli uni dagli altri.
Altri due elementi hanno concorso a formare il discorso narrativo sui Balcani, ossia la complessità etnica e l’arcaicità della violenza, nato in concomitanza con le Guerre Balcaniche. A partire dagli anni Venti infatti il crogiuolo delle etnie ha cominciato a essere considerato come un problema e come causa principale della instabilità.
Relazioni inter-balcaniche e identità nazionali
Le relazioni inter-balcaniche, sia quando costruttive sia quando antagoniste, sono sempre state determinate dalla politica estera delle Grandi potenze in competizione tra loro. La balcanizzazione quale tendenza alla frammentazione della regione, ha attribuito connotazioni mitiche alla dimensione geografica e territoriale delle situazioni di crisi emergenti a livello locale. Le dispute territoriali sono state affrontate attraverso le guerre, considerate erroneamente quale strumento più conveniente di risoluzione delle controversie. Da qui il perdurare dei conflitti inter-etnici secolari sino alla fine del Novecento, di fronte ad oltre cinquant’anni di pace e stabilità in Europa occidentale.
La creazione dell’identità etnica e nazionale è stato poi un processo attivo, legato direttamente alla lotta per la rappresentazione contrapposta dell’io e dell’altro. Nella regione balcanica i confini territoriali non sono mai stati accettati definitivamente dagli attori locali e dai gruppi etnici, tanto che la territorialità è stata quasi sempre arricchita chimicamente per l’esplosione dei conflitti.
L’arretratezza politica della regione ha impedito la risoluzione pacifica delle dispute territoriali. I numerosi casi irrisolti delle istanze identitarie, una volta trasformati in programmi politici di stampo nazionalista, sono stati identificati con le dispute territoriali e con l’espressione costante di pretese irredentiste e secessioniste. Quindi l’occupazione di un territorio ha coinciso con l’affermazione dell’identità nazionale. In tal modo la pulizia etnica è sembrato l’unico strumento adatto per garantire il rafforzamento e il consolidamento all’interno dello stato-nazione, su base territoriale, dell’identità nazionale. In realtà, la pulizia etnica non ha rappresentato lo strumento della guerra, quanto piuttosto la sua finalità.
Le guerre balcaniche degli anni Novanta
L’essenza del balcanismo è stata persistente nel corso del 20esimo secolo. Nel corso delle guerre degli anni Novanta i termini Balcani e balcanico sono nuovamente divenuti sinonimi di barbarismo, di un’economia di sottosviluppo con connotazioni negative. Ai primi cenni di guerra degli anni Novanta per molti giornalisti si è trattato del ritorno degli Stati dell’Europa dell’Est al vecchio kaos balcanico, la cui migliore illustrazione è stata mostrata dalla disintegrazione jugoslava.
Di Huntington è stata applicata alla regione balcanica la teoria dello scontro delle civiltà, formulata nel 1993 proprio nel corso della guerra in Bosnia. Per questa teoria i più grandi conflitti del ventesimo secolo saranno rappresentati dalle lotte lungo le linee di faglia delle differenti culture e civiltà. Gli stati nazionali rimarranno gli attori più potenti nell’ambito delle relazioni mondiali, ma i conflitti principali della politica globale occorreranno tra nazioni e gruppi di differente civilizzazione.
Nel caso delle guerre jugoslave degli anni Novanta si è trattato di conflitti tra gruppi di civiltà diverse che vivevano all’interno della stessa nazione. Il carattere prevalentemente cristiano dei Balcani ha alimentato a lungo la dimensione crociata del cristianesimo, nella sua diretta opposizione all’islam. Le diverse auto-identità si sono erette immancabilmente contro l’altro orientale. E questo poteva essere o il vicino e nemico in senso geografico, per lo più impero ottomano e Turchia sino ad abbracciare l’intero islam, oppure, all’interno della stessa regione, l’embrione dell’orientalismo nell’ex Jugoslavia.
A Kaplan invece risale l’utilizzo dell’espressione neo-barbarismo applicata alla regione balcanica e al Medio Oriente, in base alla quale le differenze culturali e la presunta e innata propensione alla violenza sono le cause inevitabili del conflitto etnico e della guerra. Le ripetute crisi jugoslave sono state spiegate in termini di veri e propri fantasmi balcanici. Kaplan ha perpetuato una visione occidentale stereotipata dei Balcani, come una terra dal passato vivente, ed ha applicato alle atrocità degli anni Novanta le metafore di atrocità tratte dai massacri della popolazione bulgara avvenuti nel 1876 ad opera degli ottomani.
Per questa accezione, le differenze culturali rendono la coesistenza impossibile, soprattutto in territori che sarebbero percorsi da odi secolari e dall’innata e geneticamente determinata propensione alla violenza delle loro popolazioni. Viene stabilita quindi l’interconnessione tra l’immagine del terrorismo islamico e l’arretratezza della mentalità del mondo arabo e musulmano, in base alla quale il terrorismo è violenza irrazionale, che diventa il prodotto delle culture arretrate.
Da lì, il passo è breve all’interconnessione tra l’immagine del terrorismo islamico e quella dell’arretratezza della mentalità del mondo arabo e musulmano e, in generale, dell’islam. Il terrorismo è violenza irrazionale, il prodotto delle culture arretrate. L’escalation dell’immagine negativa della regione balcanica ha toccato il culmine con le conseguenze a livello mondiale degli attentati dell’11 settembre. In realtà, nessuno dei paesi dell’area balcanica è mai stato inserito nell’elenco dei cosiddetti stati canaglia. Tuttavia, in alcuni casi la distanza ai cosiddetti stati decaduti si è più volte ravvicinata.
Inoltre, a seguito della presenza di oltre otto milioni di musulmani e dell’estremismo islamico, i Paesi balcanici, benché esclusi dalla lista degli Stati che praticano il cosiddetto terrorismo a finanziamento statale, nondimeno sono stati spesso considerati dagli analisti di politica internazionale quale un trampolino per il terrorismo a matrice europea o quale rampa di lancio per gli attacchi in Europa, in quanto regione che di per sé non potrebbe diventare un obiettivo per i terroristi.
La presenza tra 1993 e 1999 di alcune migliaia di mujaheddin votati al jihad in Bosnia e Kosovo ha alimentato inoltre non pochi sospetti. In aggiunta, i numerosi conflitti perpetuati per oltre un decennio nella regione balcanica hanno portato al collasso del network di sicurezza. I paesi della regione balcanica sono spesso considerati alla stregua di una delle maggiori vie di transito per il terrorismo, per il crimine organizzato, per le prostituzione e per i traffici di esseri umani, organi di esseri umani, sigarette, droga ed armi. Da qua si è avuta la paura della creazione di un corridoio verde, una sorta di continuità territoriale delle popolazioni musulmane balcaniche che sarebbe destinata a circondare le popolazioni cristiane cattoliche e quelle ortodosse, congiungendo l’Europa al Medio Oriente.
Abbiamo quindi da un lato l’evidente rischio di sovrapposizione e stratificazione tra gli stereotipi e le immagini tradizionalmente negative e dall’altro l’Ue quale soggetto che produce il discorso dominante sull’intera regione balcanica. Oggi l’Ue costituisce la personificazione e l’incarnazione ultima di ciò che è percepito come europeo. I Balcani rappresentano il perfetto campo di assorbimento di tutte le negatività europee. Dopo le guerre jugoslave il processo di europeizzazione della regione è divenuta priorità strategica.
Impatto dello scisma del 1054
Lo scisma del 1054 ha diviso la cristianità tra la chiesa bizantina d’Oriente e la chiesa romana d’Occidente e ha sicuramente influenzato sino ai giorni nostri la valutazione politica e il giudizio culturale dell’Europa orientale. Sulla base di Said la cultura europea si è posta al di fuori e contro l’Oriente: l’Europa ha definito ciò che era altro rispetto a se stessa. L’Occidente ha definito l’Oriente secondo i suoi termini creando degli stereotipi. Per Said quindi sia l’Oriente che i Balcani sono costruzioni europee rese possibili a seguito delle gerarchie esistenti e quale performance funzionale per l’Europa. Nel caso dei Balcani si tratta però di qualcosa di interno al continente.
Secondo la Todorova i Balcani costituiscono il ponte geografico tra ciò che è Ovest e ciò che è Est, nel senso che determinano la differenza all’interno della stessa Europa orientale. Nei Balcani la modernità è stata sempre connessa all’innegabile influenza occidentale. L’inizio della storia dell’età moderna dei Balcani è coinciso con quello dell’Europa occidentale. In una fase di pericolosa decadenza la necessità di protezione dei propri valori democratici e sociali è risultata nell’identificazione dell’altro negativo grazie al quale l’Europa si è potuta meglio sentire di essere Europa.
Per Huntington però, oltre che l’islam anche l’ortodossia è incompatibile con la civiltà occidentale: cattolicesimo e protestantesimo sono la più importante caratteristica storica della civiltà occidentale e l’Europa sud-orientale è esclusa a priori da ogni possibilità di essere parte dell’architettura europea secondo modelli religiosi e culturali. La Todorova contesta la teoria dello scontro delle civiltà che ha il rischio di isolare i Balcani dall’Europa, ma anche l’Europa dai Balcani.
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