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Slovenia e la secessione del 1991

Il 27 giugno 1991 è il giorno della secessione slovena e della sua indipendenza: ma nel giorno in cui è lecito sognare, dalle parole del presidente della Repubblica Kucan, i carri armati sono tornati nel cuore d'Europa. Gli avvertimenti e gli ultimatum non sono mancati: da mesi l'Armata jugoslava aveva ripetuto che non avrebbe tollerato una secessione della regione. Per questo aveva tentato di disarmarla ed occupare alcune sedi del nascente esercito nazionale, ma senza vere azioni di forza. Solo il 26 giugno, con l'approvazione da parte del Parlamento degli atti per l'indipendenza, i carri armati circondano le frontiere del nuovo stato. Ma i dirigenti sloveni decidono di continuare per la loro strada.

Quando l'ultimatum raggiunge il governo, inizia la guerra dei dieci giorni, con cui Lubiana si conquista sul campo il diritto alla sovranità. Non si sa se il combattere sia stato un rischio calcolato o meno. Ma certo è che i ragazzi della Difesa territoriale slovena, addestrati in fretta e con poche armi a disposizione, sono riusciti ad umiliare un'armata che solo fino a qualche anno prima era considerata tra le più efficienti d'Europa e che i vertici sloveni hanno saputo sfruttare a meraviglia i riflettori accesisi sul loro paese dopo l'entrata del primo carro armato federale.

Il conflitto miete fortunatamente poche vittime. E pochi si aspettano che questo sia solo il prologo di una guerra vera che durerà otto anni e causerà centinaia di migliaia di morti.

La dissoluzione della Jugoslavia

Il primo conflitto armato nel cuore dell'Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale esplode cogliendo apparentemente tutti di sorpresa. Ma la dissoluzione della Repubblica federativa socialista di Jugoslavia inizia molto prima del 27 giugno 1991: essa inizia con la morte di Tito nel maggio 1980 e viene accelerata alcuni anni dopo dall'ascesa al potere in Serbia di Slobodan Milosevic. Sarà lui a dare forma a un conflitto che si manifesterà inizialmente come confronto tra i difensori dell'ortodossia comunista, conquistati alla causa grandeserba, e i propugnatori della democratizzazione e liberalizzazione della Jugoslavia.

A regolare i rapporti tra le sei repubbliche jugoslave (Serbia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Slovenia, Macedonia, Montenegro) e le due regioni autonome della Vojvodina e del Kosovo è nel 1991 ancora la Costituzione del 1974. Essa prevede un complesso meccanismo di rotazione ai vertici degli organismi federali: la Jugoslavia viene guidata da una presidenza composta di otto membri, il cui presidente è solo un primus inter pares; i provvedimenti sono assunti a maggioranza e lo stesso esercito dipende da questo "capo di stato".

La Costituzione poi affida molti poteri alle repubbliche che hanno banca centrale, polizia e magistratura proprie; soprattutto eleva a regioni autonome la Vojvodina e il Kosovo. Ma se l'obiettivo è di calmare i rapporti interetnici, il risultato sarà diverso: i serbi si sentono mutilati della loro culla storica, il Kosovo; gli albanesi del Kosovo invece chiederanno per la propria regione lo status di Repubblica; gli sloveni saranno incoraggiati a contrastare il centralismo politico, militare ed economico di Belgrado; i croati riscopriranno il vecchio sogno di creare un proprio stato. E a queste rivendicazioni non è estranea una situazione economica disastrata, malgrado i programmi di stabilizzazione internazionali del periodo post-Tito.

Le tensioni crescenti

Slovenia e Croazia cominciano quindi a ribellarsi a un meccanismo che dal 1983 impone loro di ripianare i buchi prodotti dagli investimenti fallimentari delle repubbliche meridionali, invece di rendere più competitive le proprie economie. Già da qualche anno quindi la leadership comunista di Lubiana si dimostra disponibile a rendere più pluralista la società jugoslava e a liberalizzare l'economia dando spazio all'iniziativa privata.

Le divergenze tra conservatori e liberali si manifestano a metà degli anni Ottanta, ma sarà il Kosovo a svolgere la funzione di detonatore, facendo emergere i diversi indirizzi politici che si vanno formando nel paese e che porteranno al conflitto serbo-sloveno.

Infatti è nella Piana dei Merli (Kosovo Pojle) che Milosevic scopre lo strumento cardine della sua ascesa: il nazionalismo. Già un anno dopo la morte di Tito gli albanesi del Kosovo, 90% della popolazione, chiedono che alla loro regione sia riconosciuto lo status di repubblica. Le manifestazioni vengono represse da polizia ed esercito e nella Lega dei comunisti del Kosovo viene messa in atto una radicale purga. Tuttavia la popolazione serba continua a denunciare le sopraffazioni albanesi e chiede che Belgrado accorpi nuovamente il Kosovo alla Serbia.

Cominciano quindi a circolare false voci su presunte violenze perpetrate dagli albanesi a danno dei serbi: a Belgrado inizia una violentissima campagna stampa contro gli albanesi. Il punto di svolta arriva però il 24 settembre 1986 quando viene pubblicato il Memorandum dell'Accademia serba delle scienze e delle arti, un testo anonimo che diventerà base ideologica per tutte le rivendicazioni serbe. Esso spiega che la causa della grave crisi economica che attanaglia la Serbia va ricercata in un'ingiusta ripartizione dei fondi federali; che l'obiettivo delle più ricche Slovenia e Croazia è di umiliare Belgrado; che a danno delle comunità serbe del Kosovo si sta attuando un vero e proprio genocidio; che i connazionali serbi in Croazia sono soggetti all'assimilazione forzata. Il nazionalismo è quindi risorto.

L'ascesa di Milosevic

È il 24 aprile 1987 quando Milosevic viene mandato a visitare il Kosovo dal suo padrino politico, il presidente serbo Stambolic: dovrebbe essere una visita di routine, invece si trasforma nel trampolino di lancio del futuro dittatore. Milosevic è accolto da una folla urlante che protesta contro l'oppressione albanese e che per attirare l'attenzione del rappresentante di Belgrado comincia a tirare sassi. "Nessuno ha il diritto di picchiarvi" dice Milosevic: la folla è con lui.

In questa occasione, la sopraffazione albanese diventa una verità storica e i serbi vengono incitati all'azione. La reazione della folla è una grande lezione per Milosevic che tornerà trasformato dal Kosovo e farà dei raduni di massa lo strumento per la conquista del potere. Stambolic tenterà di impedire a Milosevic di causare un conflitto. Ma il nuovo uomo forte di Belgrado non avrà alcuna pietà con gli esponenti del partito più propensi alla moderazione: li farà destituire, a cominciare dal ventennale amico Stambolic, costretto a dimettersi nel settembre 1987.

Intanto la situazione economica continua a precipitare e neanche il governo di tecnocrati riesce a invertire la tendenza. È il momento propizio per sfruttare il malcontento della popolazione.

La primavera slovena

Mladina, gioventù, è il nome della testata della Lega della gioventù socialista di Lubiana, che galvanizzerà l'opinione pubblica slovena avviandola verso la secessione. La voglia di libertà è sempre più grande e i giovani sloveni si fanno più audaci nelle loro richieste di pluralismo; richieste che i vertici comunisti locali non possono più trascurare. Grazie all'elezione del riformista Kucan alla presidenza del partito, la Slovenia diventerà anzi un'isola di libertà nel mondo comunista. Inizia una sorta di propaganda contro gli stessi simboli della Jugoslavia titina e la presidenza federale chiede di prendere provvedimenti contro ciò: ma dopo l'esperienza del memorandum serbo, le autorità slovene rimangono impassibili.

Sarà questo settimanale a segnare il punto di non ritorno: dopo aver divulgato privilegi e storture del regime, esso attacca frontalmente l'esercito federale denunciando le enormi spese necessarie al suo mantenimento. Si trattava di una campagna stampa mai vista prima in Jugoslavia nei confronti delle forze armate, considerate la spina dorsale del paese, unico elemento unificante tra popoli assai diversi tra loro.

L'esuberanza dei giornalisti guidati da Jansa convince i vertici dell'armata che è giunta l'ora di dare una lezione alla Slovenia: con la pubblicazione di un documento segreto, i ragazzi vengono incriminati di violazione di segreto militare e finiscono in carcere. L'arresto dà inizio ad un vero e proprio movimento di massa per la difesa dei diritti umani: la sentenza di condanna crea una nuova frattura tra Slovenia e Jugoslavia, rafforza la diffusa diffidenza nei confronti dell'esercito e del resto del paese. Tutta la vicenda convince i vertici sloveni a opporsi ai disegni centralisti proposti da Milosevic.

L'esperienza del comitato per i diritti umani poi porta alla fondazione del primo partito politico non comunista: la Lega democratica slovena (Sdz). La primavera politica di Lubiana suscita un'ondata di indignazione in Serbia, dove l'odio per gli sloveni è ormai pari a quello per gli albanesi del Kosovo. Milosevic sfrutta la situazione e ottiene il controllo delle due ormai ex province autonome: così facendo ha dalla sua quattro degli otto membri del governo federale e potrà così condizionarne il lavoro.

La rivoluzione antiburocratica

La rivoluzione antiburocratica comincia dalla ricca e multiforme Vojvodina: il 5 ottobre 1988, 15 mila serbi mettono sotto assedio l'Assemblea regionale a Novi Sad. La folla contesta ai leader locali di non tutelare gli interessi serbi, ossia di non permettere la loro riunificazione con la madrepatria. I vertici del partito chiedono l'intervento dell'esercito, ma la presidenza federale nega qualsiasi aiuto. Milosevic impone le dimissioni del capo del partito.

La rivoluzione continua in Montenegro, dove i serbi sfruttano la situazione economica disastrata per inneggiare a Milosevic. La neutralizzazione dei partiti di queste due zone mette in allarme il Comitato centrale della Lega dei comunisti che propone di votare la fiducia individuale per ognuno dei membri: l'obiettivo è fermare Milosevic, ma questi si sottrae al giudizio dicendo di essere membro di diritto del Comitato in quanto capo del partito serbo. Contro di lui non può essere votata la sfiducia: per la Lega dei Comunisti è l'inizio della fine.

Manca però ancora il Kosovo: Milosevic accusa i vertici albanesi di non riuscire a controllare la situazione. Nel novembre 1988 si ha, in risposta, una formidabile protesta dei minatori. Milosevic allora raduna a Belgrado 350 mila serbi: chiedono una nuova Costituzione, l'abolizione dell'autonomia del Kosovo e armi per marciare contro albanesi e sloveni.

Nel febbraio 1989 quindi il Parlamento serbo annulla l'autonomia delle due regioni, mettendo fine all'ordine costituzionale jugoslavo. Lo sloveno Kucan accusa Milosevic di aver provocato i disordini in Kosovo, ma quest'ultimo risponde che la Serbia userà tutti i mezzi per tutelare i propri interessi. Nel marzo, i blindati serbi circondano l'Assemblea regionale del Kosovo per vegliare sui suoi lavori e a Pristina scoppiano violenti disordini. Viene proclamata a Belgrado la nuova Costituzione serba: l'architettura jugoslava crolla.

La nascita del popolo celeste

Nel 1989 i diversi regimi comunisti europei cominciano a cadere in rapida successione. In Jugoslavia si sta preparando invece la resa dei conti tra corrente liberale e corrente comunista nazionalista. Le fila nazionaliste sono guidate dal nuovo presidente della Serbia, Milosevic, che riesce a piegare ai propri interessi anche il moderato riformista croato Markovic. Quest'ultimo, alla guida del governo federale, dovrebbe porre rimedio ad una situazione economica disperata: le sue riforme sembrano funzionare, ma il presidente non affronta i minacciosi conflitti nazionali, lasciandosi guidare dalla convinzione che il benessere può disinnescare le passioni nazionaliste.

Markovic potrà contare fino alla fine su un unico alleato, l'esercito, legato al premier federale per i generosi finanziamenti destinati a modernizzare l'apparato federale nel nome dell'unità jugoslava. L'esercito è l'istituzione più dispendiosa dello stato e le sue richieste di finanziamento vengono accolte automaticamente: esso, pur multietnico, vede tra gli ufficiali un 70% di serbi. È questo elemento che permetterà ai militari di passare dalla parte di Milosevic senza troppi imbarazzi.

Per ora però la parola d'ordine è preservare l'unità jugoslava. È in quest'ottica che nel novembre 1990 i militari fonderanno la Lega comunista-Movimento per la Jugoslavia. Affidare il proprio destino e quello della Jugoslavia ai soli risultati economici è per Markovic un errore fatale.

La manifestazione che deciderà le sorti della Jugoslavia è quella del 28 giugno 1989 in Kosovo: in occasione del seicentesimo anniversario della sconfitta subita dai serbi ad opera dei turchi, Milosevic darà il via definitivo all'assalto delle istituzioni jugoslave. Davanti a un milione di persone, il duce crea il mito del popolo celeste. Invita i serbi a comportarsi come il principe Lazar che nel 1389 aveva preferito morire piuttosto che accettare il dominio straniero. Oggi come allora, i serbi sono chiamati a non dare ascolto alle sirene del benessere (Markovic) e a sacrificarsi per la libertà.

I mass media cominciano a denunciare violenze e sopraffazioni a danno dei serbi, gonfiando normali episodi di cronaca nera e anche inventando storie di privilegi e discriminazioni: il concetto di spazio vitale e quello di purezza etnica entrano nel linguaggio quotidiano.

La via verso la secessione

Mentre in Serbia ci si sta preparando alla guerra, la Slovenia inizia a mettersi al riparo. Il Parlamento sloveno ribadisce il diritto alla sovranità e alla secessione: gli sloveni affermano che se hanno volontariamente deciso di far parte della federazione, possono tranquillamente decidere di separarsene.

La Serbia proclama il boicottaggio economico, ma ciò non impedisce a Lubiana di proseguire sulla propria strada: nel 1990 ci sono le prime elezioni libere e viene abbandonata la Lega Comunista jugoslava in nome di diritti civili, sociali e politici. Milosevic afferma che la Lega può vivere anche senza gli sloveni, ma croati, bosniaci ed esercito lo contestano. La coalizione croata abbandona anch'essa il congresso: è la fine della Lega Comunista jugoslava.

Le prime elezioni pluraliste

I comunisti sloveni diventano il Partito del rinnovamento democratico e si fronteggiano con l'Opposizione democratica slovena (Demos). I risultati delle prime elezioni democratiche premiano entrambi: presidente della repubblica viene eletto Kucan e la maggioranza dei seggi viene conquistata di stretta misura dal Demos. Il programma è l'autodeterminazione slovena e la riforma in confederazione di stati sovrani della Jugoslavia.

Il terremoto elettorale si ripete in Croazia, dove sale al potere la Comunità democratica croata (Hdz) di Tudjman, nazionalista. Lo stesso viene eletto presidente della Repubblica, carica a cui, a differenza della Slovenia, vengono attribuiti ampi poteri esecutivi. Tudjman conquista voti grazie ai proclami sull'unità dei croati in patria e in esilio, sulla necessità di assicurare al paese le sue frontiere storiche a danno della Bosnia, sul diritto alla secessione. Ma la propaganda migliore gli viene assicurata dal nemico serbo, Milosevic, che dopo aver normalizzato i suoi satelliti naturali come il Kosovo comincia ad alimentare il fuoco anche nelle altre repubbliche jugoslave in cui vivono i serbi.

In Bosnia e Croazia cominciano ad apparire le bande che inneggiano all'orgoglio serbo e all'unità dei serbi. Tudjman inaugura il nuovo stemma croato, la sahovnica, la scacchiera bianco-rosa usata dal regime ustascia, che sterminò centinaia di migliaia di serbi. Per le comunità serbe comincia la grande paura. La nuova Costituzione definisce la Croazia come stato sovrano della nazione croata, senza nominare nessuna minoranza presente sul territorio.

Milosevic allora comincia a dichiarare che la Jugoslavia non è più l'unica opzione per i serbi e che bisogna cominciare a pensare ad una Serbia autonoma. I serbi della Krajina allora annunciano un referendum unilaterale sull'autonomia delle aree da loro abitate: nasce il primo nucleo dello stato serbo entro i confini croati, cosa che dà inizio alla guerra di Croazia.

Anche nel resto della Jugoslavia le prime elezioni equivalgono alla rottura di una diga: ovunque trionfano i partiti nazionalisti. La Bosnia vede la vittoria dei tre partiti etnici serbo, croato e musulmano: è quest'ultima comunità a esprimere il presidente, Izetbegovic, già prigioniero politico di Tito. In Serbia, Milosevic prende il 65% dei voti e in Kosovo qualsiasi forma di attività politica non serba è impraticabile.

La Slovenia si arma

La leadership slovena è la prima a preparare concretamente la via alla secessione, ipotesi che si fa sempre più strada nell'opinione pubblica anche a colpi di sondaggi. È con la presidenza federale di Jovic, uomo fidato di Milosevic, che lo scontro tra Lubiana e Belgrado assume una dimensione militare e che la Slovenia comincia ad attrezzarsi per diventare indipendente sul piano bellico.

Jansa diventa ministro della Difesa in Slovenia e in un anno sarà in grado di organizzare 70 mila uomini. In pochi mesi raduna ben 20 mila uomini e un buon quantitativo di artiglieria, ma per far fronte all'esercito federale ci vuole ben altro. La leadership slovena inaugura un braccio di ferro con le autorità centrali per evitare di mandare i giovani a svolgere il servizio militare nelle altre repubbliche. Nel marzo 1991 il Parlamento sloveno abolisce infine l'obbligo per i giovani sloveni di effettuare il servizio militare nell'esercito federale.

Belgrado intanto fa finta di non vedere: Milosevic infatti ha deciso di lasciar andare la Slovenia per la sua strada, concentrandosi piuttosto sulla Croazia. Circolano sì piani per fermar...

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Scienze politiche e sociali SPS/04 Scienza politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Koa di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sviluppo politico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Trento o del prof Belloni Roberto.
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