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Il padre nostro: significato e struttura

Il padre nostro è una preghiera essenziale, precisa ed ogni particolare ha un suo significato. Viene recitato in diverse occasioni: per lodare Dio, per ringraziarlo e per chiedergli qualsiasi cosa ma in realtà il padre nostro è una preghiera con domande precise che presuppongono una determinata situazione.

Sulla soglia

Il padre nostro è composto da un triplice ambiente: quello dei discepoli al seguito di Gesù, quello delle prime comunità postpasquali e quello del discepolo oggi. Esiste un legame tra la preghiera e Gesù ed infatti il padre nostro è una chiave per comprendere Gesù. Esistono 2 versioni del padre nostro, di Matteo e di Luca e la differenza è che hanno rispettivamente sette e cinque domande ed alcune varianti all’interno di tali. Tuttavia, le due forme costituiscono delle preghiere compiute, quasi identiche: la formula breve di Luca è contenuta in Matteo e l’ordine delle domande è lo stesso.

Matteo inserisce la preghiera nel discorso della montagna nella sezione della giustizia superiore del discepolo ma ciò che lo preoccupa è il modo di pregare: non bisogna essere ipocriti cioè pregare pensando ad altro, recitando oppure per dare il buon esempio e nemmeno pagani cioè ricorrere alla preghiera prolissa composta da parole inutili, senza senso. Pregare non vuol dire fare affidamento sulle parole ma sulla certezza che il Padre conosce i nostri bisogni. Se preghiamo, è per far nascere in noi il desiderio e la fiducia.

Luca invece ha collocato il padre nostro all’inizio di una catechesi sulla preghiera che riguarda l’educare alla fiducia. Luca pone una relazione diretta fra la preghiera di Gesù e quella dei discepoli e si dice che il padre nostro è la preghiera del discepolo. I discepoli infatti hanno chiesto a Gesù non di insegnargli una preghiera ma un modo di pregare e Gesù rispose insegnando il padre nostro perché racchiude un metodo. Tale preghiera non è come le altre, è il modello di ogni altra. Quindi il padre nostro è una preghiera che distingue i cristiani dagli altri gruppi religiosi, dagli ipocriti e pagani.

Nella preghiera ci sono alcune assenze: mancano le espressioni ti prego, ti supplico, ti lodo, ti ringrazio; le richieste del padre nostro sono sempre asciutte e all’imperativo. Il nome Padre viene pronunciato una sola volta, all’inizio: tutte le domande sono rivolte a lui. Nel padre nostro si prega come Lui e in Lui ma non attraverso di Lui quindi manca la mediazione di Cristo. La prima parola è Padre e l’ultima è male quindi la preghiera termina con lo sguardo rivolto verso il basso, dove la minaccia del male è sempre incombente, molto significativa come conclusione.

Come già detto, nel testo di Matteo ci sono sette domande, in quello di Luca cinque. Le prime tre domande di Luca e due di Matteo sono rivolte al singolare; le altre per entrambi invece al plurale. Una particolare domanda è quella del pane che si lega alle prime perché chiede qualcosa di positivo mentre le altre domande chiedono qualcosa di negativo ma si lega alle seconde perché è al plurale. Sia in Luca che in Matteo tale domanda, considerata la più umile, viene quindi posta al centro della preghiera.

Il padre nostro risale a Gesù ed è quasi una fotografia della sua spiritualità e vita. A favore di tale teoria ci sono il contenuto e lo stile: il contenuto comprende un rapporto particolare con Dio, la tensione radicale verso il regno, la vita totalmente affidata alla provvidenza, il perdono e la tentazione; lo stile comprende un tono perentorio, la concisione delle formule, la densità del contenuto e la forza.

Si ritiene che Luca sia più vicino al testo originale rispetto al numero di domande mentre Matteo rispetto alle espressioni e parole. Per loro, il padre nostro è una preghiera che distingue il discepolo ma anche un ebreo o un fedele di un’altra religione potrebbe recitarla: ciò significa che nel padre nostro lo specifico viene espresso con categorie aperte, universali, concentrandosi su richieste elementari.

Solitamente vengono messi a confronto il padre nostro con due grandi preghiere giudaiche: il Qaddish e la preghiera delle diciotto benedizioni dove vi sono sia somiglianze che differenze. La novità del padre nostro rispetto a tali preghiere sono la sinteticità e la densità, le domande sono concise ed anche se i bisogni dell’uomo sono gli stessi, cambia il modo di porsi davanti a Dio. Nel Qaddish c’è un rapporto impersonale (uso dell’aggettivo “suo nome”) invece nel padre nostro c’è un rapporto diretto (uso dell’aggettivo “tuo nome”).

La novità del padre nostro non sta nelle singole domande ma nell’evento di Gesù che comporta una triplice novità: come Padre e Figlio, come Regno e come compimento.

Padre nostro che sei nei cieli

Iniziare una preghiera con il vocativo “Padre”, senza aggiungere altri titoli, è un modo diretto di rivolgersi a Dio e secondo il vangelo, è il nome più appropriato per indicare Dio. Padre viene pronunciato soltanto una volta, anche se è presente nel “tuo” delle prime domande e negli imperativi delle altre domande. Padre è un titolo diverso dagli altri per un altro motivo: esprime la relazione che Dio vive all’interno di se stesso: il Padre e il Figlio. Il termine Creatore, invece, esprime un rapporto esterno. Con il permesso di chiamarlo “Padre nostro”, Dio estende anche a noi tale relazione, introducendoci in un dialogo che è suo.

Dio, quindi, è padre di Gesù e padre nostro e per il vangelo questi due rapporti sono sia distinti che correlati: Gesù per esprimere la sua relazione con Dio dice “padre” o “padre mio” mentre per quella dei discepoli dice “padre vostro” e “padre nostro”. Tale rapporto tra il Padre e il Figlio è singolare ma questa singolarità è aperta. Gesù, inizialmente, si rivolgeva a Dio utilizzando la parola infantile Abbà (babbo) che rivela un rapporto di semplicità e immediatezza. Abbà pur essendo un termine infantile, esprime il modo giusto di stare davanti a Dio, cioè con la fiducia di un bambino.

Nel padre nostro non si parla di figli ma la condizione dell’uomo di essere figlio è racchiusa nell’invocazione “padre”. L’essere figli è l’esperienza più universale perché non tutti possono essere padri, ma tutti sono figli. Si è figli quando si avverte che all’origine della propria esistenza non c’è stato il caso o la necessità, ma una decisione libera, un atto d’amore. Invocando Dio col nome di Padre, il credente non può dimenticare di aver vissuto l’esperienza di figlio e deve sapere che è davanti ad un padre che è al tempo stesso amore e legge. Essere amato e accolto è soltanto un aspetto di tale esperienza di fronte al padre: quest’ultimo è colui dal quale si riceve e si dipende a cominciare dalla stessa esistenza.

Nessun bambino può pretendere di essere autonomo, non saprebbe come affrontare la vita, ma col passare degli anni, questo bisogno di dipendenza dovrà approfondirsi e diventare dipendenza da Dio. Nell’esperienza del figlio, il padre assume anche il volto dell’autorità: colui che si prende cura, sorveglia e indica la strada. La condizione di figlio non appartiene ad un momento della vita, bensì a tutta e rimanere figli è sempre la giusta posizione dell’uomo davanti a Dio.

La paternità di Dio viene espressa al plurale (nostro) e vuole che anche i suoi figli si rivolgano a lui da fratelli, infatti il padre nostro è una preghiera dei figli e dei fratelli (preghiera fraterna). Per questo tutte le richieste sono al plurale, in ogni domanda il figlio deve pensare a tutti i fratelli perché hanno gli stessi bisogni. Il padre nostro è stato pensato come preghiera da fare in comunità cioè non basta pregare per tutti i fratelli ma insieme. Il nostro non è un possessivo escludente, Dio è di tutti ma non equivale al semplice “tutti”. Il termine esprime soltanto l’universalità, “nostro” invece pone in primo piano un legame, una fraternità con Dio. Si è fratelli perché figli dello stesso padre anche se si è diversi perché tutti sono amati ugualmente, contano di fronte a Dio ugualmente e vengono difesi nella loro singolarità. L’amore del padre è espansivo e gratuito, non deve essere reciproco e circolare.

Aggiungendo “che sei nei cieli”, Matteo vuole dare un’andatura più liturgica e solenne alla preghiera: nei cieli indica la potenza e la signoria del Dio creatore, padre indica la direzione di tale potenza e signoria ovvero che si manifesta nel prendersi amorevolmente cura delle sue creature. “Che sei nei cieli” è una metafora che non esprime la distanza perché Dio è vicino, ma la sua trascendenza e invisibilità, la sua libertà e alterità. La metafora dell’alto non significa distanza o disinteresse, i suoi pensieri riguardano sempre l’uomo. Non piegandosi ai nostri pensieri, perché i suoi sono più profondi dei nostri, il Padre pare a volte abbandonarci e il suo silenzio può sembrare disinteresse ma il realtà è un modo diverso di parlare: i nostri pensieri devono far posto ai suoi.

Sia santificato il tuo nome

La prima domanda del padre nostro è "sia santificato il tuo nome", ovvero un'espressione lontana dal nostro modo di parlare. Con tale espressione si permette a Dio di svelare, nella vita del singolo e della comunità, la sua potenza salvifica. Con questa domanda il discepolo chiede che la comunità diventi trasparente, capace di mostrare la presenza di Dio.

Inizialmente per invocare il padre si usa "nostro" ma poi nelle domande successive diventa "tuo" (tuo nome, regno e volontà). Il padre è nostro ma la santificazione del nome, la venuta del regno e il compimento della volontà appartengono a Dio. Dicendo sia santificato il tuo nome preghiamo per Dio e non soltanto per noi. "Santificate" è la forma passiva del verbo ed indica rispetto, non lontananza e impersonalità, introducendolo come protagonista, senza nominarlo.

  • La santificazione del nome è opera di Dio, non dell'uomo;
  • L'appartenenza al Signore dopo che Dio ha liberato il suo popolo dalla schiavitù e quindi santo è chi appartiene totalmente al Signore;
  • La novità: si esce da una schiavitù per un'appartenenza nuova e quindi santo è chi si lascia condurre da Dio fuori dalla logica del mondo (separato non perché non ami il mondo ma perché non ne accetta il peccato);
  • La trasparenza: si santifica il nome di Dio quando si rende trasparente al suo amore. Il modello della santificazione di Gesù è stato la trasparenza del Padre durante tutta la sua vita. Allo stesso modo la chiesa deve rivelare il volto di Dio, non se stessa;
  • Imperativo: "non profanerete il mio nome", ovvero che il popolo di Dio può oscurare il volto di Dio, nascondendolo anziché svelandolo. La differenza tra santificazione del nome e profanazione sta nell'amore diretto ad ogni uomo, senza discriminazione e grazie a tale amore la comunità diventa una realtà trasparente.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Meteoropathic di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teologia II e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Varsalona Agnese.
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