La fede
Il vocabolario della fede
L'antico testamento per indicare l'atteggiamento di fede usa termini ebraici che si rifanno a due radici: “aman” che indica solidità e “batah” che indica fiducia, mostrando come la fede non sia qualcosa di passivo. In essa c'è speranza, desiderio e attesa. La prima radice esprime la nozione di solidità, fermezza ed il paragone più frequente è la solidità della roccia (la solidità di chi è abbracciato alla roccia così come quella del bambino tra le braccia del padre). Avere la fede significa appoggiarsi a Dio (roccia e padre) e sentirsi su un terreno solido, al sicuro, tranquilli.
La Bibbia dice che Dio è verità, che la sua parola è vera e fedele, che il suo piano è fedele perché resiste. L'uomo è vero, è fedele se sta con costanza appoggiato alla parola di Dio, se attraverso le prove non si frantuma. Il vocabolo greco più frequente nel nuovo testamento per indicare la fede è “pìstis”, nelle sue due accezioni di credere e confidare. La fede esprime l'atteggiamento completo dell'uomo di fronte a Dio che si rivela Salvatore. La Bibbia applica al comportamento di Dio gli stessi termini che usa per indicare la sede dell'uomo: anche Dio è un credente. Ciò non solo significa che Dio è fedele, che mantiene le promesse; ma indica inoltre che Dio decide un piano, si assume un impegno, si fida dell'uomo e corre il suo rischio. Così come l'uomo deve fidarsi di Dio, appoggiarsi a lui che è roccia, anche Dio si fida dell'uomo. Ciò evidenzia che c'è una somiglianza tra il comportamento di Dio e il comportamento dell'uomo: in entrambi c'è l'aspetto di decisione totale, di impegno, di legame definitivo.
Convertitevi e credete: il vangelo di Marco
Nel Vangelo di Marco viene mostrato come la fede sia un'adesione personale alla persona di Gesù, annunciata ora nella Chiesa e presente ora nella chiesa; che è un itinerario che richiede continua conversione; che il suo centro è la croce/risurrezione, visto come luogo in cui si è svelato il vero volto di Dio e la via dell'uomo. Due sono i contenuti della fede: Dio si è svelato nel crocifisso, la via della croce è salvezza per l'uomo.
“Il tempo è compiuto e il regno di Dio è giunto, convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15). I primi due verbi all'indicativo annunciano un fatto, i due verbi all'imperativo indicano le conseguenze; l'accento cade sull'evento, che precede la conversione e la fede e costituisce il nucleo dell'originalità cristiana. Questo evento è una lieta notizia del regno e svela contemporaneamente il volto di Dio e dell'uomo.
Dato ciò, ne segue la necessità di un radicale cambiamento, che è insieme un capovolgimento, un credere vero l'annuncio dell'evento e un affidarsi a quello stesso evento. L'ordine dei termini, prima la conversione e poi la fede, lascia intendere una conversione teologica (chi è Dio e qual è la sua azione) e non una conversione morale (come vivere): quindi la conversione è la fede in atto. Secondo Marco, credere significa affidarsi al Vangelo, termine che non indica soltanto l'annuncio del regno fatto da Gesù, ma indica più ampiamente l'annuncio di Gesù ripetuto dalla Chiesa, attualizzato e diffuso a Roma e in tutto l'impero attraverso la predicazione. Il suo contenuto non riguardava soltanto l'annuncio di Gesù in merito al regno ma l'avvenimento Gesù, perché era proprio lui la lieta notizia. Marco usa il termine Vangelo non solo per riportare l'annuncio del regno fatto da Gesù, ma per raccontare la sua vita.
Nel suo Vangelo, dopo la predicazione di Gesù, presenta la chiamata dei primi discepoli per mostrare che la parola del regno è efficace e crea una comunità, per introdurre nella narrazione un secondo personaggio (il discepolo) e per illustrare la risposta di conversione e fede che il regno esige. Convertirsi e credere significa fare ciò che hanno fatto i primi discepoli.
Miracoli e fede
Per Marco il miracolo è un segno per la fede, permettono di attirare l'attenzione delle folle su Gesù. Il miracolo inizia il processo della fede e tramite i miracoli, la folla ha intravisto in Gesù qualcosa di straordinario e i discepoli sono giunti a riconoscerne la messianicità. Però i miracoli non svelano interamente l'identità di Gesù quindi avviano il processo della fede, ma non conducono alla fede piena. I miracoli sono segni di potenza ma sono anche circondati da debolezza perché non impediscono la discussione, non bastano a sconfiggere l'incredulità che diventa più decisa. I miracoli sostengono la fede, ma non sono sufficienti a identificare la vera realtà di Gesù.
I gesti di potenza diminuiscono e spariscono man mano che ci si avvicina alla croce; nel Vangelo di Marco, vengono mostrati molti miracoli che però muoiono sulla croce, ed è qui che vanno compresi. Il miracolo mostra la potenza di Gesù, ma vuole anche contemporaneamente evidenziarne l'impotenza.
Per quanto riguarda il “segreto messianico”, Gesù compie dei miracoli che lo rivelano Messia, ma non vuole che questo si sappia. C'è il rischio di intendere male la sua messianicità, non bastano i miracoli. Sembra che Marco voglia dire: non concludete subito e in fretta chi è Gesù, ma aspettate di avere in mano tutti gli elementi necessari per capire chi egli sia (quindi aspettate la croce). Sulla croce vengono ricordati i suoi miracoli (ha salvato altri) ma c'è la debolezza che circonda il crocifisso (non può salvare se stesso) quindi la potenza di Gesù è una potenza per altri e non per se stesso.
Fede che sposta le montagne
Per Gesù la fede è sentirsi al sicuro anche quando il mare è in tempesta. I discepoli hanno una sede incerta, debole, trovano ancora paura e ciò è un segno di mancanza di fede. La sede è la fiducia serena di chi si sente al sicuro, anche se le difficoltà sono grandi e il Signore sembra dormire.
Fede è ritenere possibile ciò che all’uomo pare impossibile. Fede è l’atteggiamento di chi, non confidando in se stesso, ricorre alla preghiera, consapevole che la salvezza è un puro dono. La fede vera è tanto forte che può spostare le montagne, a patto che sia una fede che non esita e il luogo in cui si esprime al meglio la fede è la preghiera.
L’incredulo e le sue ragioni
La figura dell'incredulo è inizialmente rappresentata da scribi e farisei, poi anche dai discepoli. Farisei e scribi giudicano la prassi di Gesù e dei suoi discepoli, la valutano e la rifiutano: i miracoli vengono giudicati opera del demonio; i segni compiuti da Gesù non sono sufficienti a legittimare la sua pretesa (chiedono segni più convincenti); viene messa a confronto la sua precedente potenza nel compiere miracoli e la presente debolezza quando si trova in croce, perché viene invitato a dare la dimostrazione della sua filiazione divina.
Lo scriba è abile nel ragionare: da una parte non può negare la prassi di Gesù e quindi si convince che in lui è presente la potenza di Dio; dall'altra si pone il problema che accettare Gesù significa rinunciare alle proprie convinzioni; lo scriba sceglie la seconda. L'incredulità è l'atteggiamento di chi accetta Dio soltanto nella misura in cui la sua azione non sconvolge i propri criteri. È necessario però spiegare l'azione di Gesù e lo scriba dice che la cacciata dei demoni è una sceneggiata; i suoi esorcismi sono magie destinate a sedurre le folle. Questo atteggiamento di rifiuto è il massimo dell'incredulità perché è un rifiuto deciso, giustificato: è la bestemmia contro lo spirito.
In tutti e tre gli episodi la negazione è totale ma le ragioni sono differenti. Nel primo la negazione nasce dallo scontro tra la prassi di Gesù e l'ortodossia giudaica: i segni compiuti pretendono di superare l'ortodossia. Nel secondo la negazione nasce dallo scontro tra i segni offerti da Gesù e i segni di legittimazione pretesi o attesi: Gesù ha compiuto segni non codificati. Nel terzo la negazione nasce da una contraddizione alla vita di Gesù: una vita composta da segni di potenza ma anche di debolezza. Quest'ultima ragione coinvolge tutti nell'incredulità: le autorità, la folla dei passanti e i crocifissi con Gesù.
Anche i Nazaretani rifiutano Gesù perché contraddicono la sua potenza e sapienza da una parte, e l'umiltà delle sue ragioni dall'altra. Gli ascoltatori di Gesù passano dallo stupore iniziale, un atteggiamento di chi resta colpito e si interroga, ma rimane neutrale cioè può sfociare sia nella fede sia nell'incredulità; allo scandalo, un ostacolo alla fede, che impedisce ragionevolmente di credere e di capire che Gesù viene da Dio.
C'è anche l'incredulità del discepolo, che può assumere forme diverse: un esempio è lo scontro tra Gesù e Pietro, con oggetto la croce. È lo scontro tra la messianicità (di cui i discepoli sono convinti) e la via della croce (giudicata dai discepoli in contraddizione con la stessa messianicità). Pietro riconosce la messianicità di Gesù e proprio per questo si oppone alla croce: parte dalla messianicità di cui è convinto e si sforza di allontanare Gesù dalla croce.
La fede del crocifisso e nel crocifisso
Gesù al momento della crocifissione mostra la propria totale e profonda solitudine di fronte a Dio. Gesù viene negato nella sua duplice identità: negato in quella logica di donazione che ha guidato tutta la sua vita e negato nella sua origine, nella sua messianicità. Gesù si rivolge al padre con una domanda, ma quest'ultimo tace; la domanda di Gesù esprime l'abbandono ma anche la fiducia, si tratta della preghiera del giusto abbandonato che muore affidandosi pienamente a Dio. Questa è la sede di Gesù. Di fronte al Gesù si scontrano due tipi di fede: la fede di chi pretende che il Messia scenda dalla croce, che per credere deve eliminare la croce; dall'altra, la fede del vero credente che riconosce la divinità di Gesù proprio sulla croce.
Fede e storia
Nel primo capitolo degli Atti c'è un momento che mostra gli apostoli con gli occhi fissi al cielo, dove è appena asceso Gesù. Guardare al cielo non è la posizione giusta per il vero credente cristiano, infatti i messaggeri celesti invitano a guardare la terra, con la consapevolezza che Gesù tornerà e che proprio lì lo si può incontrare. Però lo sguardo verso la terra può complicare l'atto di fede ma è anche vero che non si può guardare iddio astrattamente, togliendo lo sguardo dalla terra e dalla storia in cui viviamo. La storia non è soltanto il luogo in cui inserirsi per servire Dio, ma per incontrarlo e per conoscerlo: la storia è luogo di rivelazione. Nel nuovo testamento si precisa questa convinzione affermando che il figlio di Dio è entrato nella storia umana condividendo l'intera esperienza dell'uomo.
Da qui nasce la prima virtù del cristiano: la sincerità di fronte alla storia, il rifiuto di ogni manipolazione dei fatti. La prima struttura della fede biblica è l'ostinata fedeltà alla storia. Quindi bisogna ascoltare attentamente e sinceramente la storia, sia quando presenta fatti che confermano l'esistenza di Dio, sia quando ne presenta altri che sembrano metterla in dubbio. La storia pone spesso il credente di fronte ad avvenimenti che richiedono un profondo ripensamento della propria fede, del proprio modo di pensare Dio e il suo disegno di salvezza. La fede cristiana attraversa le crisi che la storia propone, non le nega, non finge di non vederle. Dio svela e realizza il suo disegno dentro lo spessore di una storia normale, fatta anche di incertezze e quindi la rivelazione avviene nella storia e tramite la storia.
Tuttavia ciò non oscura, ma illumina il fatto che la parola di Dio non è riducibile alla storia, viene da Dio. La storia umana non è in grado di rivelare se stessa, occorre una chiave per decifrarla e per capirla nel suo movimento. Questa chiave è la parola di Dio, che riesce a illuminare il cammino dell'uomo. Per il credente cristiano la chiave per leggere la storia e la vicenda storica di Gesù, una memoria. Il credente comprende che il disegno di Dio è sempre combattuto, ci può essere un momento in cui le forze del male sembrano prevalere, ma che l'ultima parola è sempre la risurrezione. La memoria di Cristo deve essere attualizzata in ogni tempo, altrimenti non si comprende la storia se si tradisce l'evento storico di Gesù, per assimilarlo ai ragionamenti degli uomini. Storia e parola sono due fedeltà: fedeltà alla parola e fedeltà alla storia perché la parola mi aiuta a capire la storia e la storia mi aiuta a capire la parola.
Ragione e fede
Questa è la prospettiva di un credente che si domanda se il suo atto di fede sia ragionevole e si domanda se e come ragione e fede interagiscono. La fede non deve essere una qualsiasi fede, ma la fede nel Dio del Vangelo. Le ragioni del credente devono essere comprensibili anche al non credente e degne di rispetto anche per lui così come le convinzioni e le obiezioni del non credente devono essere comprese anche dal credente. Anche la ragione non è una qualsiasi ragione, bensì la ragionevolezza credente, che deve essere all'interno della fede.
La fede è sempre un dono, anche se giunge al termine di una lunga ricerca, non è mai la deduzione necessaria di una ricerca. Il rapporto tra ragione e fede è un problema che deve essere mantenuto aperto: costituiscono una tensione interiore all'intelligenza della fede, una tensione che non si placa eliminando uno dei due poli, ma mantenendo ferma la consapevolezza del nesso e della tensione. La tensione è la condizione che sta al fondo di ogni rapporto dell'uomo con il divino. Il suo rifiuto è alla base delle due posizioni contrapposte: sia quella che, per difendere la fede, diffida della ragione, sia quella che, per difendere la ragione, diffida della fede. In realtà non bisogna diffidare né dell'una né dell'altra. Nelle conoscenze che implicano la decisione di affidarsi o via mare, la libertà deve rimanere intatta perché un donarsi costretto non sarebbe più amore. Il donarsi dell'uomo deve essere ragionevole, motivato e libero.
La speranza
Il fondamento della speranza
La Bibbia conosce diverse ragioni che congiurano contro la speranza: la generale vanità dell'esistenza; la deludente constatazione che il mondo non cambia mai; la ripetuta esperienza del peccato, un peccato ostinato, incrostato, che non si riesce a scrollarsi di dosso; l'uomo del Vangelo in quanto viene constatato che la Parola di Dio pare più debole della parola degli uomini, non capita, rifiutata, inefficace.
La speranza evangelica
Per comprendere pienamente la speranza neotestamentaria, occorre collocarsi al centro stesso dell'evento di Gesù, scandalo della speranza e insieme fondamento che la sorregge. La speranza evangelica non si identifica con la speranza mondana, bensì la converte profondamente, rinnovandola. La speranza viene collocata dopo la fede e la carità e il suo fonamento è Gesù Cristo. Si tratta di una certezza che si fonda sulla promessa fatta da una persona di cui ti fidi totalmente. Ma il legame con Gesù Cristo è un legame ancora più stretto: la speranza cristiana non solo trova il fondamento in Gesù Cristo, ma è la stessa speranza di Gesù Cristo. Gesù non si presenta come un semplice profeta, ma dichiara che il regno di Dio è già arrivato nella sua persona, nelle sue parole e nella sua attività. Con il suo arrivo iniziano i tempi nuovi e accoglierlo o rifiutarlo è per l'uomo una questione decisiva. L'opposizione e il rifiuto si fanno sempre più chiari e l'avvento di Dio sembra annullato dalla croce. Lo scandalo del Messia porta con sé lo scandalo della sconfitta. Tuttavia è necessario sperare perché se non si spera, si incorre in due rischi: la rassegnazione, che rinchiude il cuore, rende le attività abitudinarie; cedere alla tentazione di sostituire le vie del Vangelo con le scorciatoie degli uomini. C'è anche il pericolo di confondere il regno di Dio con un regno di uomini, è una tentazione che Gesù ha incontrato. Se il Vangelo ricorda le tentazioni di Gesù è per chiarirci le idee su di lui e sulla strada che dobbiamo percorrere. C'è la tentazione di far coincidere il progetto di Dio con un progetto costruito dall'uomo, di pretendere da Dio segni chiari e risolutori, la tentazione di allearsi al dominio e al potere per imporre dall'alto il regno di Dio. Tutte queste tentazioni hanno alla radice la paura di affidarsi completamente alla Parola di Dio, a volte debole, non competitiva nei confronti di altre parole e di altre strade suggerite dagli uomini. Si cade così nel compromesso col mondo, e questa è la tentazione che annulla la speranza.
Le condizioni per poter sperare
La speranza cristiana richiede alcune precise condizioni e il nuovo testamento ne indica almeno tre. All'inizio della prima lettera ai Tessalonicesi, compaiono le tre virtù definite da una precisa parola: la fede è érgon, opera, qualcosa di concreto; la carità è kòpos, dura fatica; la speranza è ypomoné, la forza di sopportare e di attendere. Quest'ultima è la virtù della pietra: anche se la calpesti, non si lascia segnare.
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