Introduzione all'etica cristiana
L'etica cristiana cattolica è stata spesso identificata con un’arida casistica negativa, cioè con una serie indefinita di norme che hanno lo scopo di segnare un limite invalicabile al comportamento umano in tutti gli ambiti della vita e che finiscono per coartare la libertà dell’uomo. L'etica biblica si presenta con connotati esigenti, rinviando a stili di vita improntati all’ideale di perfezione. Ma l’orientamento di fondo è un orientamento positivo, dove alla radicalità della proposta fa da contrappunto l’esperienza di una profonda liberazione interiore.
La vita cristiana assume i connotati di un cammino di permanente conversione: essa diviene, in altre parole, impegno a un costante rinnovamento interiore che ha come obiettivo la sequela di Gesù e che si traduce nell’acquisizione di atteggiamenti e nell’esercizio di comportamenti che, oltre a dire a chi li fa propri la gioia di un serio appagamento interiore, creano le condizioni per lo sviluppo di forme di convivenza ispirate alla solidarietà fraterna e alla pace universale.
Parte prima – I fondamenti
Crisi e attualità della domanda etica
La crisi morale è sotto gli occhi di tutti. I sintomi affiorano sul terreno sia dei vissuti personali che dei comportamenti sociali. Sul primo fronte – quello dei vissuti personali – la caduta di normative eccessivamente rigide legate a modelli repressivi con effetti colpevolizzanti e/o alienanti (soprattutto nell’ambito sessuale) ha provocato una radicale rimessa in discussione di valori che rappresentavano il naturale riferimento per la scelta dei singoli. Ad avere il sopravvento è uno stato di disorientamento che genera insicurezza e destabilizzazione. Sul secondo fronte – quello dei comportamenti sociali o dell’etica pubblica – dove a venire meno è la convergenza attorno a valori universalmente condivisi, riconosciuti in passato come pilastri irrinunciabili sui quali edificare la convivenza civile.
Alla radice della crisi: la ricerca delle cause
La prima di queste cause è l’avanzare di una cultura individualistica: accentuata privatizzazione dei comportamenti e degli stili di vita. Ad assumere un ruolo prioritario sono, in questo quadro, istanze strettamente connesse alla sfera dei bisogni e dei desideri soggettivi, del benessere, della felicità e dell’autorealizzazione. Il ritorno al soggetto è equivalente; può condurre al recupero della persona in quanto essere costitutivamente relazionale, perciò aperto agli altri e alla società; ma può anche determinare il ripiegamento dell’individuo su se stesso, con la riduzione della socialità a semplice imposizione esterna cui sottostare e con l’affermazione di una morale del “fai da te”, che finisce per rendere evanescenti “evidenze etiche” in passato da tutti riconosciute come ineludibili, al di là delle differenze ideologiche e culturali.
La seconda causa è costituita dall’affermarsi del fenomeno della complessità in campo sociale ed etico. In campo sociale un accentuato moltiplicazione delle appartenenze, con la conseguenza di appartenenze deboli e precarie, e un alto livello di differenziazione che si traduce in una crescente destrutturazione del tessuto collettivo e provoca la sostituzione delle classi sociali con le corporazioni, perciò la creazione di una società “neo-corporativa”. In campo etico, il bene comune è sostituito dalla ricerca dell’interesse privato o di gruppo, con la conseguente rinuncia a ogni tensione ideale e valoriale.
La terza causa coinvolge direttamente il sistema economico: il capitalismo selvaggio ha assunto i tratti di un’ideologia totalitaria, una sorta di “pensiero unico” che si ispira a logiche dell’efficienza produttiva e del consumo e che tende ad estendersi trasversalmente a tutti gli ambiti della vita. Le concezioni utilitariste dominanti e l’ostracismo atto all’ideologia hanno come esito l’abbandono di qualsiasi prospettiva progettuale e finiscono per ripiegare l’uomo su una visione pragmatica della vita e dell’azione sociale. La logica mercantile e la cultura consumista non possono che condurre a un’allarmante flessione della tensione morale, a una forma di regressione con gravi ripercussioni sulle scelte personali e sulla conduzione della convivenza civile.
Da ultimo, il fenomeno della secolarizzazione. La perdita di consistenza delle grandi domande di senso e di fondamento e la conseguente assenza di un preciso quadro valoriale al quale ispirare la condotta tanto nell’ambito della vita personale che sociale, si traduce nel ripiegamento su un’etica debole di carattere procedurale, dove a contare è la sola elaborazione di norme che consentono di fare fronte, di volta in volta, alla complessità delle situazioni.
Attualità della domanda etica
La mancanza di solidi pilastri sui quali poggiare le proprie scelte non suscita soltanto insicurezza e lacerazione interiore; rende soprattutto ardua la definizione della propria identità e la progettazione della propria realizzazione personale. Sul piano sociale poi l’impossibilità di convergere attorno a una piattaforma di valori condivisi impedisce l’instaurarsi di forme di convivenza che favoriscono la crescita del senso di appartenenza e lo sviluppo di comportamenti solidali.
Questa ambivalenza si manifesta su diversi fronti: due settori particolarmente significativi quali l’informatizzazione e l’ingegneria genetica che hanno a che fare rispettivamente con la formazione del costume e con la manipolazione delle sorgenti ultime della vita.
L’informatizzazione: la tecnica da semplice strumento od oggetto si è trasformata in fine o soggetto, rendendo di fatto anacronistica ogni forma di etica, destituendo di significato, in altre parole, tanto la tradizione morale dell’intenzione quanto la moderna morale della responsabilità. La fissazione di regole che disciplinano l’uso dei media e la decodificazione dei processi ad essi sottesi diventano pertanto istanze ineludibili, che reclamano il ricorso all’etica come via per restituire un corretto sviluppo alla comunicazione interumana.
Analoga considerazione deve essere riservata alle manipolazioni genetiche. Il progresso scientifico-tecnico viene immediatamente identificato con la crescita umana al punto da far nascere la convinzione che tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente lecito, perché non può che avere effetti umanizzanti. Questa convinzione si scontra tuttavia con l’emergere di rischi di grande portata che rendono necessario il rinvio all’etica, sia per fissare limiti invalicabili all’intervento dell’uomo, sia per individuare quali piste percorrere in vista del perseguimento del vero bene umano. La scelta è infatti tra ciò che è lecito fare, perché concorre a promuovere l’uomo e ciò che, invece, va assolutamente rifiutato perché lesivo della sua dignità.
Il contesto biblico
La Bibbia contiene un messaggio morale, che è venuto dispiegandosi nel tempo, e che è pertanto espressione dell’intreccio costante tra l’autocomunicazione che Dio fa di sé e le tradizioni socio-culturali dei diversi momenti storici. L’esperienza di fede, che costituisce il contenuto fondamentale del messaggio biblico, non può andare disgiunta dal mutamento del costume e degli stili di vita. L’incontro con Dio al quale occorre affidarsi con tutto se stessi non può che avere ripercussioni profonde sulla condotta quotidiana.
Due osservazioni: la prima consiste nella rilevazione della non perfetta coincidenza tra maturazione della coscienza di fede e trasformazione dei costumi. Alla crescita nella fede non corrisponde sempre e necessariamente un’analoga crescita della condotta morale: il percorso è, in quest’ultimo caso, più lento, perché soggetto ai condizionamenti propri dell’ambiente in cui il credente è inserito. La seconda osservazione, che fornisce peraltro la vera motivazione della distanza tra fede e vita morale, è il carattere di peculiare storicità che contrassegna l’esperienza morale: l’influsso dell’ambiente è in essa particolarmente rilevante ed è maggiore dunque la dipendenza dei modelli comportamentali (e degli stessi valori) del costume del tempo. Si spiega così la relatività delle indicazioni morali proprie della rivelazione: l’éthos in essa contenuto è soggetto ad un costante divenire, nel quale si danno aspetti di continuità e di integrazione, ma anche di sviluppo e di cambiamento, che conducono gradualmente fino al momento culminante costituito dall’esperienza neotestamentaria.
Possiamo riferirci a tre grandi categorie: la categoria di “alleanza” che conferisce all’agire il suo vero senso, collocandolo nell’orizzonte di fede; la categoria di “conversione”, che ne evidenzia il costante dinamismo, perciò l’apertura al futuro alimentata dalla speranza; e, infine, la categoria di “carità”, che ne definisce il contenuto essenziale e fornisce il criterio decisivo per la sua valutazione.
L’alleanza: la radice dell’agire morale
L’esperienza religiosa di Israele è caratterizzata dal dialogo permanente tra Dio e l’uomo. Alla base di tale dialogo vi è l’alleanza, cioè il patto che YHWH ha stipulato fin dal principio con il suo popolo e che nonostante la presenza di momento di rottura viene mantenuto e rinnovato.
Alleanza e legge
Il decalogo, che definisce il contenuto fondamentale dell’agire morale, diventa comprensibile solo nel contesto dell’alleanza. Proponendosi come il Dio unico, che ha salvato Israele sottraendolo alla schiavitù dell’Egitto, YHWH si presenta come il legislatore: la legge acquista significato unicamente a partire dalla preesistente iniziativa salvifica. L’éthos della legge appare sempre determinato da queste due peculiarità: il fatto che Dio si riveli come l’unico e venga come tale creduto fa considerare provenienti da lui tutte le prescrizioni etiche; l’idea di alleanza fa comprendere queste obbligazioni come le clausole del patto pronunciate da Dio stesso, rispettando le quali il popolo contribuisce all’alleanza.
In questa luce, la legge non può essere concepita come il fine dell’agire dell’uomo biblico; è un semplice mezzo funzionale alla preservazione e alla crescita dell’alleanza. Il contenuto del decalogo è costituito da una serie di precetti negativi, che hanno l’obiettivo di discriminare con precisione ciò che è fedele all’alleanza e ciò che non lo è. Il nesso tra la prima tavola, che riguarda il rapporto con Dio, e la seconda, che definisce il rapporto con il prossimo, mette chiaramente in luce il significato interiore della legge; essa, in quanto risposta dell’uomo alla chiamata di Dio alla comunione di amore e di vita, non ha il carattere di un’imposizione esterna né tanto meno può essere ridotta a mezzo di autogiustificazione, ma rappresenta il “sì” dell’amore fedele all’iniziativa radicalmente gratuita di YHWH. La sua accoglienza rende concretamente operativa l’alleanza nella vita del popolo: la comunione che Dio offre trova infatti qui la piena attuazione nel libero consenso dell’uomo.
La nuova alleanza, che prende forma nell’evento-persona di Gesù di Nazaret e che sancisce il nuovo rapporto filiale dell’umanità con il Padre, comporta anzitutto un radicale rinnovamento interiore dell’uomo, che diviene nuova creatura, capace di vivere una vita nuova, grazie all’azione dello Spirito che opera in lui. Lo Spirito assume dunque il ruolo di “legge nuova”, che si sostituisce alla legge esterna e alla sua impotenza, e conferisce alla vita cristiana il carattere di piena e perfetta libertà.
La fede come primo atto morale
Dio è dunque il vero centro dell’impegno morale del credente, la cui salvezza sta nell’unione di amore con lui. L’etica biblica riconosce la radicale dipendenza dell’uomo da Dio: non è dunque un’etica autonoma, ma re-ligiosa (da religare), il cui fine non è l’autoperfezionamento umano ma l’incontro con il Signore. La volontà di Dio, da cui tutto proviene, è la sorgente dell’obbligazione morale dell’uomo, il quale deve dare ad essa il primato se intende attingere la pienezza di vita cui è chiamato. Il credente non cerca se stesso ma Dio. L’esistenza cristiana è un perdersi per poi ritrovarsi; è un morire a se stessi e al proprio egoismo per rinascere alla vita nuova di figli di Dio: “chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà; e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà”. Si tratta dunque di un’etica teologale, nella quale la fede acquista il significato di primo atto morale. Dio non è colui che sanziona dall’esterno la vita morale; è colui che dall’interno la ispira, la orienta e la costruisce insieme all’uomo.
La conferma di questa concezione è presente nel testo della celebrazione dell’alleanza sinaica, dove ad Israele è anzitutto richiesto di ascoltare la parola di Dio e di aderire ad essa nella fede: i precetti della legge altro non sono che l’esplicitazione di quella adesione totale della propria vita a YHWH esigita dall’offerta di alleanza, dall’iniziativa di YHWH di riallacciare il dialogo con il popolo e di farlo partecipe della propria comunione.
Il Nuovo Testamento conferma, consolidandola con nuove motivazioni, questa visione. La certezza della fede è qui fondata sulla constatazione che la promessa di salvezza ha trovato pieno compimento nella persona di Gesù e che occorre perciò affidarsi a colui che merita credito assoluto, rimettendosi totalmente nelle sue mani – pensiero, cuore e condotta – con fedeltà perseverante. L’agire morale del credente è perciò integralmente racchiuso nell’atto di fede, che, in quanto adesione esistenziale-personale al Dio della salvezza, abbraccia tutte le situazioni e orienta tutte le scelte dell’uomo.
L’etica cristiana è dunque una morale religiosa; non è un’ascesi finalizzata al perfezionamento morale dell’uomo; è una mistica dell’incontro e dell’unione con Dio. È un’etica che ha fondamento la fede nel dono divino resosi definitivamente trasparente in Gesù di Nazaret; è risposta all’azione dello Spirito sorretta dalla speranza nella misericordia del Padre. È, in definitiva, un’etica teocentrica, che fa dell’accoglienza del dono divino e dell’affidamento totale di sé a Dio il presupposto per vivere nella dedizione incondizionata di sé ai fratelli.
In Cristo e nello Spirito
L’alleanza trova piena attuazione in Cristo. Il disegno di Dio si compie definitivamente in lui, incontro del Verbo eterno e della nostra carne. In Cristo infatti Dio si è dato totalmente all’umanità ha risposto di sì al dono di Dio. L’esistenza cristiana diviene pertanto risposta di amore alla chiamata suprema di amore che Dio ha rivolto all’uomo in Gesù Cristo. Gesù non è soltanto la ragione e il modello della risposta del cristiano; è anche il principio, la sorgente di tale risposta.
La vita morale del cristiano è allora essenzialmente rinascita, rigenerazione, vita nuova in Cristo. L’indicativo di salvezza, costituito dalla partecipazione alla vita di Dio in Cristo, si trasforma in questo modo in imperativo di salvezza, cioè in impegno ad imitare Cristo fino al dono totale di sé. La progressiva assimilazione a Cristo e al suo stile di vita è dunque per il cristiano un’esistenza ontologicamente fondata.
Il momento culminante di questa partecipazione-imitazione è il mistero pasquale, in cui trova piena attuazione il dono che Cristo ha fatto di se stesso per la vita degli uomini e del mondo. L’esistenza cristiana assume i connotati di un morire per rinascere a una vita nuova ispirata alla giustizia e alla santità.
Emblematico è il caso del battesimo, dove il rito, che ripropone in maniera figurata i due momenti della morte e della risurrezione, manifesta con chiarezza l’esigenza di conformare l’esistenza alla logica di tale mistero, abbandonando la soggezione al male e aprendosi alla grazia della redenzione. Un ruolo fondamentale in questo processo è esercitato dall’azione dello Spirito, lo Spirito di Cristo. Lo Spirito pone infatti l’esistenza del cristiano sotto il regime della grazia, rendendolo partecipe alla figliolanza divina in Cristo e conferendogli la capacità di impegnarsi nella costruzione del regno.
La morale cristiana è dunque una morale cristocentrica e cristonomica e una morale pneumatologica. Vivendo in Cristo, con lui e per lui, i credenti sono chiamati a vivere come lui; a regolare la propria vita e le proprie scelte non aderendo a un codice di precetti, ma ad una Persona. Cristo è dunque la legge suprema dell’esistenza cristiana, il modello al quale occorre adeguarsi, conformando ai suoi atteggiamenti e comportamenti la propria condotta. L’accoglienza del dono di Dio, che coincide con la rigenerazione umana in Cristo e nello Spirito, si attua nella fede. In essa la libertà trova la sua più profonda espressione nell’opzione per Dio, in una radicale fiducia in lui e nell’assenso incondizionato al suo progetto di salvezza.
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