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degli affari e si moltiplicò la moneta scritturale di cui facevano parte le azioni e le obbligazioni.

Numerose e di vario tipo erano le società per azioni, che erano compagnie privilegiate, che

operavano in regime di monopolio, quanto le joint stock compagnie, aperte a chiunque pagasse

una determinata quota. Si delineò un mercato dei valori, che trovò il suo punto di coagulo nella

Borsa, sede di spericolate manovre, di folgoranti fortune e di subitanei rovesci. Le operazioni

finanziarie e bancarie si concentravano in piazze prestigiose come Amburgo, Francoforte, Ginevra,

Genova. Fin verso il 1750 il primato nel commercio delle tratte fu detenuto da Amsterdam. Quando

declinò a causa della crisi, gli olandesi svilupparono il collocamento all’estero di fondi sotto forma

di prestiti agli Stati. Ad Amsterdam ricorsero la Francia, la Spagna, i paesi scandinavi, la Russia e

l’Inghilterra. Cresceva l’importanza di Londra, dove i mercanti banchieri avevano un ruolo

fondamentale. Questi prestavano somme cospicue allo Stato, o per conto dello Stato pagavano le

truppe o gli alleati. La preferenza per gli investimenti nei prestiti allo Stato era un tratto di arcaismo.

Le strutture ecclesiastiche e la vita religiosa

Il Settecento dal punto di vista religioso non è né un periodo di uniforme grigiore né un periodo in

cui la cacciata di Dio celebri i suoi fasti. Ci fu un declino del potere pontificio e un generale distacco

dalla fede tradizionale. Una ristretta èlite professava lumi anticristiani e le masse persistevano in

credenze e comportamenti tradizionali. I lumi non erano necessariamente irreligiosi. I più attivi nel

contestare le pretese della Santa Sede furono i devoti cattolici o addirittura uomini di Chiesa. Si

ridussero privilegi, si stabilì una più rigorosa tutela sul clero. Tutto ciò mirava a modellare i rapporti

Stato-Chiesa in senso più favorevole allo Stato. Di fronte alla ridefinizione che alla Chiesa veniva

imposta dall’esterno, il papato assunse atteggiamenti vittimistici. Ai nuovi indirizzi di pensiero non

reagì con matura consapevolezza. Il clero era moralmente e culturalmente migliore rispetto a

quello dei secoli precedenti, e l’attività delle missioni divenne più intensa. Movimenti come il

giansenismo e il richerismo suscitavano la diffidenza della Santa Sede, ma si manifestavano pur

sempre in seno alla Chiesa. Al di là degli interventi sovrani la Chiesa resisteva. Per il blocco

austro-boemo tra il 1683-1780 si può parlare di un periodo di cattolicesimo trionfante. Fiorente era

la Chiesa ungherese nella seconda metà del secolo. In Polonia furono strepitosi i trionfi delle

missioni gesuitiche. L’Europa era ancora cristiana. Il clero restava il primo ordine della società,

l’ordine di chi aveva il compito di pregare, di implorare l’aiuto di Dio. Il clero rivendicava la

superiorità su chi aveva il compito di combattere e di lavorare; rivendicava l’esenzione dalle

imposte. Nel corso del secolo le iniziative erano continue anche se non si arrivò mai a soluzioni

radicali. Si intaccò il principio dell’immunità reale, si usò alla Chiesa il riguardo di sottoporne i beni

ad imposte inferiori a quelle che gravavano sui beni laici. Vanno considerati gli incameramenti

seguiti all’espulsione dei gesuiti e alla soppressione dei conventi. In Ungheria nel 1733 fu istituita

una Cassa generalis parochorum cui i sovrani asburgici attinsero per finanziare le guerre. In

Spagna il clero era assoggettato ad una serie di imposte. In Francia delle somme venivano

incassate dallo Stato grazie al dono gratuito, che il clero versava sotto forma di offerta spontanea.

Accanto all’immunità reale, l’immunità personale e l’immunità locale. Si trattava di una perenne

fonte di disordini, dell’istituzionalizzazione di diseguaglianze e disparità di fronte alla legge. Di

fronte all’offensiva del potere laico la Chiesa fu costretta ad arretrare. Si procedette con lo

strumento concordatario, poi con iniziative unilaterali da parte dello Stato. L’Inquisizione fu

costretta a battere in ritirata. L’Inquisizione romana istituita nel 1542 da Paolo III operava mediante

la Congregazione del Sant’Uffizio mediante tribunali. Nella seconda metà del secolo, l’Inquisizione

aveva ridotto la sua attività persecutoria anche se la sua presenza era ancora ingombrante.

L’Inquisizione spagnola non aveva mai attecchito in Italia. A Napoli non esisteva neppure

l’Inquisizione romana; la curia romana aveva però un tribunale speciale che si adoperava a far

passare per ordinario ma che aveva i caratteri del Sant’Uffizio. Nel 1746 alcuni processi per eresia

provocarono tumulti popolari e il governo dovette intervenire. Nel paese d’origine l’Inquisizione

spagnola non subì modificazioni strutturali di rilievo. Il principio che l’Inquisizione dovesse

continuare ad esistere non fu mai messo in discussione da Carlo III, che si limitò a controllare il

tribunale. L’Inquisizione si sentì vessata. In Portogallo continuò ad esistere e funzionare ma nella

seconda metà del secolo si fece sentire la mano pesante del ministro Pombal. Nel campo

dell’istruzione era presente la Chiesa. Il clero regolare si era impegnato nel settore scolastico. I

gesuiti già nel Cinquecento si erano adoperati a diffondere collegi. Si concentrarono sull’istruzione

secondaria e universitaria. Nel 1749 esistevano in Spagna 117 collegi gesuitici riservati ai nobili.

Nel complesso austro-boemo Maria Teresa indebolì le loro posizioni nelle facoltà di teologia e

filosofia. Nella monarchia asburgica erano attivi anche i piaristi. La Polonia conobbe uno

spettacolare aumento dei collegi gesuitici e piaristi. Il Collegium nobilium di Varsavia aveva grande

prestigio. I gesuiti in campo scolastico erano molto preparati e quindi si incontrarono gravi difficoltà

nel sostituirli dopo che il loro ordine fu abolito per ordine del papa nel 1773. Ma non si voleva

creare una scuola interamente laica e quindi al loro porto vennero chiamati altri religiosi di altri

ordini. Neppure le riforma scolastiche in Europa accantonarono la Chiesa e la religione. Il clero era

impegnato nell’attività assistenziale con la gestione di ospizi, nelle iniziative a favore degli indigenti

e nella distribuzione di cibo ed elemosine. La Chiesa dava anche lavoro ad un gran numero di

persone. La proprietà fondiaria ecclesiastica era spesso affidata ai contadini dietro corresponsione

di canoni tenui e con contratti a lungo termine. La polemica contro la manomorta non teneva conto

delle esigenze dei contadini poveri. La Chiesa era sempre presente nei momenti fondamentali

della vita: la nascita, il matrimonio e la morte. Anche nelle domeniche, la quaresima, l’avvento e le

feste di precetto. A messa capitava spesso che i fedeli assistevano distrattamente, facevano

baccano e se ne andavano prima della fine. La messa era un’occasione di incontro per chi poi

andava nelle osterie. L’oste era il gran nemico del parroco. Sospettose erano anche le autorità

civili, che vedevano nelle taverne un pericolo per l’ordine pubblico. Il parroco era comunque un

punto di riferimento essenziale per tutti sia come uomo di Chiesa che come funzionario civile e

come consigliere. I principi esigevano dal clero collaborazione ed obbedienza. I controlli sul clero si

intensificarono ma il principe rimase il difensore della vera fede. Le minoranze religiose come i

protestanti e gli ebrei erano tenute in condizioni d’inferiorità giuridica. A poco a poco il rigore nei

confronti delle minoranze diminuì. Non mancarono episodi tragici. Gli ebrei ottennero la totale

emancipazione solo con Giuseppe II d’Austria. Oltremanica le sette protestanti dissidenti non

riuscirono a ottenere una piena tolleranza. I dissidenti continuarono ad essere esclusi dalle cariche

pubbliche e dalle università, così fondarono accademie proprie. Anche la posizione dei cattolici era

difficile, perché guardati da tutti con diffidenza. I sovrani volevano rafforzare la sovranità dello

Stato. Attraversò l’uso del placet e dell’exequatur i monarchi cattolici concedevano o negavano la

pubblicazione delle disposizioni papali. Un altro strumento di controllo era la nomina ai benefici. La

Corona francese riuscì ad arrogarsi diritti sulla nomina ai benefici più importanti. Nel Settecento il

sovrano designava tutti i vescovi. In Spagna il concordato del 1753 riconobbe alla Corona il diritto

di nominare a tutti i benefici tranne che a cinquantadue. Nessuno dei sovrani cattolici si spinse

quanto Giuseppe II, le cui realizzazioni in campo ecclesiastico e religioso venivano chiamate col

nome di giuseppinismo. Fuori dall’area cattolica era prono all’esecutivo il clero anglicano e in

Russia la Chiesa ortodossa sulla quale Pietro il Grande aveva stabilito un controllo con l’istituzione

del Santo Sinodo. I riformatori lamentavano che il clero fosse troppo numeroso, che non

producesse nulla dato che vivendo nel celibato non contribuiva all’aumento della popolazione ed

era ozioso, vizioso e ignorante. Ci fu una drastica diminuzione negli ultimi decenni del secolo sia

per crisi interna sia per l’applicazione di provvedimenti governativi. A livello europeo non si può

parlare di decadenza degli ordini religiosi. Negli ambienti riformatori cresceva l’ostilità verso i

regolari. I governi decretarono la soppressione di conventi, la fusione tra vari piccoli conventi, il

divieto di accettare novizi, l’innalzamento del limite d’età per la professione dei voti. Questi

provvedimenti furono adottati a Venezia dal 1767 e di conseguenza il numero di regolari quasi si

dimezzò. Nella monarchia asburgica Giuseppe II agì con determinazione, mentre a Napoli i

successi furono imparziali. In Francia cominciò ad operare nel 1767 una Commissione dei regolari.

I regolari a Vienna esercitarono un vero e proprio dominio. In Spagna erano in declino gli ordini

monastici che non godevano delle simpatie del governo. Nell’ambito del clero secolare bisogna

distinguere tra alto e basso clero. L’alto clero comprendeva i vescovi e i canonici cattedrali e delle

collegiate: un’èlite che disponeva di ricchezze e a cui spettava il governo della Chiesa. Venivano

tutti reclutati tra la nobiltà. Il cursus honorum non prevedeva quasi mai il passaggio attraverso la

parrocchia. Si diventava canonici, poi si otteneva una diocesi secondaria, infine si poteva essere

promossi ad una sede importante. Se si aveva un nome illustre si saltavano le tappe intermedie. Al

vescovo era chiesta comunque un’istruzione di livello universitario. I vescovi di fede tiepida non

mancavano. Molti vescovi vivevano con frugalità. Alla preparazione culturale e religiosa del basso

clero provvedevano i seminari. I seminari venivano frequentati però dai più fortunati, mentre gli altri

dovevano accontentarsi di studi approssimativi. Il grado medio di istruzione del clero parrocchiale

francese era comunque discreto. L’azione pastorale era spesso inefficace, un ostacolo fu il puzzle

delle circoscrizioni parrocchiali. Il vescovo nominava una parte dei suoi parroci. Questo fenomeno

ostacolava il controllo da parte dei superiori ecclesiastici, incoraggiando nei parroci la negligenza

nell’adempimento dei propri doveri. Le costituzioni tridentine avevano prescritto che l’ordinazione

sacerdotale potesse essere conferita solo a coloro che godevano di un determinato reddito, per

evitare così il moltiplicarsi di preti squattrinati. In Francia il clero parrocchiale veniva reclutato tra la

piccola e media borghesia cittadina. Esisteva una divisione tra città e campagna. In città le

parrocchie erano più ricche e dotate e si concentrava un clero abbastanza istruito e consumato

mentre in campagna andava a finire una plebe ecclesiastica rozza e sprovveduta. Il clero traeva

parte della sua retribuzione dalle decime. La riscossione delle decime però a volte poteva essere

confiscata dal vescovo e così gli spettava da parte del de cimatore la porzione congrua. Le

ricchezze del clero erano distribuite con ingiustizia dato che la maggior parte era accaparrata da

una parte di prelati e da alcuni ordini religiosi. Il potere civile riteneva che la Chiesa possedesse

troppo. La figura del vescovo e quella del parroco furono al centro di intensi dibattiti. Fu importante

la querelle sviluppasi in Francia intorno alla bolla Unigenitus, con il quale il pontefice Clemente XI

condannò 101 proposizioni tratte dalle Riflessioni morali sul Nuovo Testamento di Quesnel. Con la

sua opera Quesnel aveva diffuso le tesi gianseniste sulla grazia e sulla predestinazione,

sostenendo che non tutti gli uomini possono salvarsi. Ne conseguiva che il sacrificio di Cristo non

valeva per l’intera umanità. C’era qualcosa di più: una visione della Chiesa strutturata in senso

antigerarchico con valorizzazione del popolo dei fedeli e autonomia dei vescovi dal papa. Il

giansenismo ripiegò sul sociale. I vescovi avevano rivendicato contro il dispotismo pontificio una

direzione collegiale della Chiesa che si imperniasse su di loro tanto da indurre le altre gerarchie

anglicane a vagheggiare il distacco della Chiesa francese da Roma e la sua unione con la Chiesa

d’Inghilterra. Il basso clero aveva invece ripreso i temi del De ecclesiastica et politica potestate. I

parroci erano considerati discendenti dei discepoli di Cristo e visti come collaboratori. Il richerismo

rimase vivo per tutto il Settecento. La figura del parroco ebbe grande rilievo all’interno della Chiesa

di Utrecht che proclamò la sua autonomia dal papa manifestando la volontà di rimanere legata a

Roma. La tesi episcopalista, con valorizzazione delle Chiese nazionali e riconoscimento al papa

della qualifica di sommo dei vescovi fu affermata nel De statu Ecclesiae deque legitima potestate

Romani pontificis di Giustino Febronio. L’opera fu condannata dalla Santa Sede, ma ebbe fortuna

in Europa tra i riformatori laici ed ecclesiastici, diventando un punto di riferimento per i governi in

lotta contro Roma. Nel pamphlet Cos’è il Papa di Eybel, il papa veniva declassato a presidente di

una Chiesa dalla struttura collegiale. Più radicali le opinioni del giansenista Pietro Tamburini che

affermava che Cristo non ha voluto stabilire una gerarchia che comprendesse vescovi, preti e

ministri. Questi appartenevano al ministero della Chiesa. Il sinodo di Pistoia fu il punto culminante

del giansenismo settecentesco, motivo di allarme per la Santa Sede. Scipione de’Ricci era il

principale promotore del sinodo, era un giansenista. La Chiesa dei primi secoli era animata da una

fede vissuta in purezza di cuore. Si trattava di un’immagine mitica carica di suggestione che

suscitava operose energie. Si condannava la degenerazione della Chiesa, sperando di ottenere

una Chiesa meno coinvolta negli interessi terreni e più sollecita del suo ministero spirituale. Il

giansenismo accentuò le sue preoccupazioni sull’assetto della Chiesa ed intensificò la sua azione

di fiancheggiamento alla politica dei principi riformatori. Non furono giansenisti uomini come

Celestino Galiani o Antonio Genovesi e Angelo Anzani, Ludovico Muratori. Muratori fu una figura

centrale del cattolicesimo illuminato. A proposito dei cattolici illuminati si parlava di terzo partito

cattolico. Ci furono un muratorismo più moderato e uno più radicale. Processioni, novene, rosari,

pellegrinaggi erano in auge presso la maggioranza della popolazione europea. Nelle missioni,

intese a portare la parola di Dio alle masse cittadine e rurali, i gesuiti terrorizzavano gli ascoltatori.

Per esempio era bene predicare nelle tenebre di notte perché con questo tipo di atmosfera era più

facile ottenere risultati. Si cantavano anche delle canzoncine. Contro questi predicatori insorse

sant’Alfonso de’Liguori, che preferiva parlare dell’amore che ci porta Gesù Cristo. Molti santi erano

popolari e onorati come divinità. Nel Settecento si diffuse anche il culto mariano. Venivano fatti dei

pellegrinaggi al santuario della Vergine Nera di Mariazell, nella Basilica di Maria Taferl, nel

monastero di Czestochwa in Polonia. De’ Liguori fu un assertore del culto mariano. Un’altra

devozione che conquistò l’Europa fu quella al Sacro Cuore di Gesù. I cattolici illuminati e i

giansenisti non erano devoti al Sacro Cuore. Scipione de Ricci si levò con asprezza a questa

devozione. A queste pompe esteriori si contrapponeva il richiamo ad una fede vissuta in interiorità

e intesa come principio di operare. C’erano luoghi in cui gli abitanti sapevano soltanto alla lontana

chi fosse Gesù, da ogni parte spuntavano guaritori, la vita quotidiana era piena di abitudini che non

avevano nulla a che vedere con la purezza dell’autentica fede cristiana. Nel regno di Napoli veniva

chiamata folklorizzazione del cristianesimo. Spesso l’olio santo veniva usato per proteggere dai

malanni, il vino eucaristico serviva per curare gli occhi, il sabato santo i malati venivano immersi

nel mare. Per rimediare all’ignoranza religiosa la Chiesa cattolica si era impegnata nella

cristianizzazione. L’attività delle missioni si intensificò. Esistevano delle associazioni spontanee, le

confraternite, di laici che prestavano attività assistenziali e di partecipazione alla liturgia. I parroci

non le vedevano di buon occhio. E nemmeno i principi riformatori, i giansenisti, i cattolici illuminati.

Nella seconda metà del secolo vennero presi dei provvedimenti di soppressione e riduzione delle

confraternite ma il loro declino non fu dovuto alle iniziative dei governi. L’Europa era cristianizzata

solo approssimativamente. La scristianizzazione che si manifestò durante il periodo rivoluzionario

proseguì anche nel XIX e XX sec. I movimenti rinnovatori volevano dar vita ad una religione del

cuore in cui era accentuato l’elemento sentimentale, emotivo, mistico, tratto saliente del pietismo.

Spener si propagò nei territori tedeschi per mezzo di piccole comunità che non ruppero

ufficialmente con la Chiesa di pietra luterana ma le si contrapposero. Una nuova fase del pietismo

si aprì col conte Zinzendorf. Al centro dell’esperienza religiosa egli pose l’amore per Cristo

crocefisso. Nel 1722 acolse in una sua tenuta della Lusazia superiore alcuni Fratelli moravi

(anabattisti), primo nucleo della colonia di Hernut nella quale confluirono in seguito altri gruppi di

eretici e di perseguitati. La Comunità dei fratelli che scaturì nel 1727 era retta da regole

severissime. Zinzendorf strinse legami con l’arcivescovo di Parigi, esponente di quelli che contro la

bolla Unigenitus, si appellavano al futuro concilio. La Chiesa luterana considerava le iniziative

zinzendorfiane pericolose per l’ortodossia e per la gerarchia. Zinzerndorf vnne espulso ma poi

accolto da Federico Guglielmo I di Prussia, e divenne vescovo della Comunità dei fratelli. Federico

Guglielmo I tentò di imporre d’autorità nei territori prussiani l’unificazione tra luterani e calvinisti. Si

occupò del miglioramento della preparazione culturale e spirituale dei pastori e di promuovere la

purificazione della vita religiosa. Prescrisse l’abolizione degli elementi esteriori che davano esca

alla superstizione. Alle fonti zinzendorfiane si abbeverò il più grande riformatore religioso

d’Inghilterra John Wesley. Wntrò in contatto con Bohler, capo della Comunità dei fratelli di Londra.

Wesley cominciò a predicare il nuovo verbo e anche lui come Zinzendorf insisteva sulle emozioni.

Ricorse alla predicazione all’aperto. Chi si convertiva sull’onda dell’entusiasmo religioso doveva

rafforzare continuamente la sua fede e cercare assiduamente la perfezione. Il fedele doveva

osservare delle regole e furono fondate delle piccole comunità i cui membri si riunivano per

pregare insieme. Le classi metodiste si moltiplicarono e si diffusero in Gran Bretagna. Il metodismo

nacque come risposta all’inquietudine di molte anime deluse dal formalismo e dal soffocante

ordinamento gerarchico della Chiesa anglicana. Ci furono sforzi notevoli sul piano assistenziale,

come la fondazione di una Società per l’abolizione della tratta dei neri, ma oltre questa soglia il

metodismo non andò. La Chiesa anglicana ebbe molti difetti. Il parroco era spesso mal retribuito

ma non di rado si sentiva mal retribuito. Il suo livello di istruzione era discreto. L’episcopato era

asservito al governo. I whigs al potere pretendevano un’obbedienza assoluta. I vescovi anglicani

erano funzionari ed amministratori. La pratica religiosa spesso cadeva nella routine; le prediche

erano monotone ma tuttavia la partecipazione dei fedeli era alta. In Russia esisteva una rigida

subordinazione della Chiesa ortodossa allo Stato. L’aveva attuata Pietro il Grande e proseguì

anche Caterina II secolarizzando i beni ecclesiastici. Non si trattava di provvedimenti antireligiosi.

Esclusi dalla Chiesa ortodossa, i Vecchi credenti resistevano grazie all’organizzazione delle loro

comunità e alla fede. Il potere zarista usò con loro la politica del bastone e della carota:

repressione manu militari da un lato e tentativi di conciliazione dall’altro. Sotto Caterina II si

raggiunse un compromesso. Alla vigilia della Rivoluzione Francese, per la Chiesa cattolica erano

finiti i tempi della potenza. L’Europa era alla ricerca di nuove vie di fede.

La nobiltà

Nel 1793 in Francia la nobiltà era ormai stata travolta dall’ondata rivoluzionaria ma il barone di

Munchhausen prendeva posto tra i loro difensori. La nobiltà settecentesca non era composta dalle

stesse famiglie dell’epoca medievale. Nuovi gruppi avevano raggiunto lo status nobiliare. La

maggioranza dei nobili era di origine recente e questi uomini erano diventati magistrati o acquistato

terre. Grazie all’acquisto di cariche giudiziarie importanti avevano ottenuto la nobilitazione: nobiltà

di toga a fianco della nobiltà di spada. I nobili settecenteschi erano servitori dello Stato. I nobili

venivano descritti come personaggi dotati di immense proprietà terriere, ricchissimi o dediti al lusso

sfrenato, frivoli, ignoranti, intriganti, prepotenti. Ma spesso capitava invece che la nobiltà non

avesse chissà che patrimonio; molti dovevano tirare sulle spese, avevano proprietà fondiarie

modeste o non ne avevano affatto. Né tutti i nobili erano insensibili ai pregi dell’educazione e della

cultura. Nulla dimostra una rovinosa decadenza della nobiltà nel corso del Settecento. La nobiltà si

era rimodellata. I borghesi in ascesa aspiravano a nobilitarsi e quando riuscivano molti grossi

mercanti francesi abbandonavano l’attività alla quale devono la loro fortuna. La nobiltà si definiva

per il suo contrario, cioè in rapporto alla non nobiltà, a ciò che in Francia si chiamava la roture.

Essere nobile significava sentirsi diversi, e veder riconosciuto il sentimento della propria superiorità

dalla stima pubblica, dagli altri nobili, dal re. Quelli che pretendevano di essere nobili senza poter

vantare origini antiche dovevano fornire al re delle prove , dei diplomi o attestati che giustificassero

la loro pretesa. Luigi XIV diede caccia ai falsi nobili mentre in Polonia era facile infiltrarsi nella

nobiltà: il potere monarchico infatti non era in grado di controllare. Molti uffici dei parlamenti

davano diritto ad una nobiltà immediata e trasmissibile, oppure ad una nobiltà graduale. Una via

agevole era quella dell’acquisto di una carica di segretario del re. Accanto alla nobilitazione per

carica, la nobilitazione per lettere patenti, concessa dal sovrano a solenne riconoscimento di

servizi di varia natura resi allo Stato. La ricchezza consentiva di giungere alla nobiltà. Il ricco

finanziere o banchiere e il grosso mercante potevano beneficiare del favore del sovrano senza

doversi sottoporre al tirocinio purificante. La vecchia nobiltà guardava con sospetto e disprezzo

quelli che ai suoi occhi erano solo dei parvenus. I nobili antichi di oggi erano i nobilitati di ieri.

L’accettazione piena era avvenuta quando la loro nobiltà s’era stagionata. Esistevano quindi

nobiltà di toga, nobiltà di vecchia data, nobiltà recente, nobiltà de cloche. Giuridicamente però la

nobiltà formava un’entità unica. Stessi diritti di portare la spada, di fregiarsi delle insegne gentilizie,

di sedere in chiesa in anchi riservati, di avere precedenze nelle cerimonie pubbliche. C’erano

anche delle scuole destinate ai soli nobili. I nobili avevano diritto a essere giudicati secondo

modalità e procedure particolari, le sanzioni erano più lievi, in caso di condanna gli si risparmiava

l’umiliante impiccagione, sostituita dalla decapitazione; nessuna punizione corporale. Nell’Europa

orientale i nobili avevano il monopolio della proprietà terriera. Alle terre nobili si connettevano le

esenzioni fiscali. La nobiltà versava allo Stato meno di quanto avrebbe potuto. Tutta la società

d’Ancien Regime era caratterizzata dai privilegi. Molte regioni, singole città e gruppi di funzionari

erano esenti da tasse. In Inghilterra la nobiltà riconosciuta si limitava ai Pari, cioè ai Lord. Erano

pochi e godevano di privilegi ridotti. Non avevano diritto ad alcuna esenzione dall’imposta

fondiaria, né potevano costringere i contadini a fornire prestazioni di tipo feudale. Avevano il diritto

di sedere alla Camera alta cioè quello di essere giudicati solo da chi possedesse lo stesso status.

Essere duchi o conti non compensava il fatto che la parìa si trasmetteva solo al primogenito,

mentre gli altri figli non disponevano di nessuno status privilegiato. I Lord non costituivano una

nobiltà vera e propria. La gentry voleva e credeva di distinguersi dalla borghesia adottando uno

stile di vita che incideva sulla sua stessa configurazione come gruppo sociale e sul suo ruolo

all’interno della vita economica del paese. La gentry era uno strato di proprietari fondiari che

vivevano nobilmente. Le terre toccavano in eredità al primogenito, e i secondi figli si dedicavano

alla carriera delle armi, a quella ecclesiastica e alle professioni liberali. I lord non si sposavano con

membri degli strati inferiori ma tendevano a limitare il più possibile l’infiltrazione di nomine novi. La

consistenza numerica delle diverse nobiltà era diseguale. Trionfava la Polonia, le contendeva il

primato la Spagna, seguivano l’Ungheria, la Francia, l’Italia e l’Inghilterra, in cui la nobiltà quasi

non esisteva a parte la gentry. Alle differenze nella consistenza numerica se ne accompagnavano

molte altre. La nobiltà asburgica degli alti burocrati e degli alti ufficiali dell’esercito aveva un

accentuato carattere cosmopolita. La Boemia offriva un esempio unico di preponderanza del

fattore religioso nel determinare la sostituzione di una nobiltà all’altra: nobiltà cattolica insediata al

posto di quella protestante. Disparità esistevano anche nel potere esercitato sui contadini e nei

criteri di gestione delle terre. Esistevano divisioni tra nobiltà già consolidata e nobilitanti, tra nobiltà

di corte e gli altri nobili, tra confessioni religiose. Divisioni anche relative alle origini: nobiltà

d’ascendenza feudale da un lato, nobiltà d’estrazione urbana dall’altro. La prima formava la nobiltà

di spada e la seconda la nobiltà di toga. I membri delle famiglie di spada sceglievano di diventare

magistrati e i membri delle famiglia di toga abbracciavano la carriera militare. In Svizzera, nelle

Province Unite, nei Paesi Bassi austriaci e nell’Italia centro-settentrionale esisteva un ceto che

vantava la propria superiorità rispetto al resto della popolazione, cioè il patriziato, che veniva

considerato pari alla nobiltà d’origine feudale. I patriziati avevano costruito le proprie fortune con

attività mercantili e finanziarie. Nel settecento erano complessivamente buoni i rapporti tra nobiltà

feudale e patriziato ma l’una e l’altro guardavano con disprezzo a coloro che erano stati nobilitati

nel periodo spagnolo. Numerosi ricchi borghesi si sforzavano di accreditarsi come nobili, e tali li

proclamava un verificatore di requisiti nobiliari. In questo caso si parlava di noblesse d’agrègation.

Si trattava di una nobiltà non legalizzata mediante una delle due forme classiche, cioè carica o

lettere patenti del re. C’era chi alla fine riusciva ad essere nobilitato in piena regola. Nessuna

discriminante incideva come quella economica. Le ferree leggi sul denaro contribuivano a

determinare una stratificazione interna che assegnava ai più doviziosi la maggiore influenza e

potenza. In ogni paese esisteva una grande, media e piccola nobiltà: il reddito giocava un ruolo

importante. Il nobile spiantato era poco considerato e anzi disprezzato. Si poteva essere privati

dello status nobiliare quando non si avevano soldi. Ci fu infatti uno sfoltimento dei ranghi della

nobiltà in Spagna nel 1703 quando sparirono così migliaia di hidalgos. Anche in Polonia, Russia e

Prussia. Bisogna distinguere tra una povertà relativa attinente alla sfera psicologica e a una

povertà assoluta, connessa col basso livello del reddito. Molti nobili infatti si sentivano poveri ma in

realtà non lo erano. Solo quando il reddito scendeva sotto alle 100 livres si può parlare di povertà.

Questi nobili saltavano pasti, e lavoravano personalmente la terra. Questa plebe nobiliare era

presente in Spagna, Ungheria e Polonia. Il fattore economico si rifletteva sul piano politico: chi

meno aveva meno contava politicamente. I nobili più poveri erano sotto il controllo delle famiglie

più ricche. Un problema era quello della dote da assegnare alle figlie, vero incubo per la nobiltà

non ricca. La dote monacale era la meno costosa quindi spesso le figlie venivano mandate in

convento. Era costantemente in agguato il pericolo dell’indebitamento. I governi venivano in

soccorso con prestiti e donativi. L’istituto del fedecommesso impediva la dispersione dei patrimoni

nobiliari: i beni immobili venivano ereditati da un solo parente che si impegnava a trasmetterli ai

suoi discendenti. Spesso però il fedecommesso aveva effetto opposti. Il nobile che ereditava debiti

o s’indebitava o incontrava ostacoli gravissimi nei suoi tentativi di uscire dalle difficoltà. Le cose

sarebbero migliorate se avesse potuto alienare le sue proprietà ma non poteva farlo. Un altro

inconveniente del fedecommesso era la sorte che toccava ai figli esclusi dall’eredità, costretti a

guadagnarsi da vivere. Col fedecommesso ci furono conseguenze rovinose per l’economia del

paese: la terra non circolava, sul mercato era poca e quella che c’era costava molto dato lo

squilibrio tra domanda e offerta e chi avrebbe potuto acquistare non poteva soddisfare i suoi

desideri, mentre signori assenteisti concentravano nelle loro mani vaste proprietà di cui non si

curavano. I nobili non svolgevano mestieri manuali. Nei paesi di Gutsherrschaft era vasta la riserva

signorile e i nobili potevano attingere facilmente ad un’abbondante manodopera servile e la

partecipazione nobiliare alla vita economica aveva un peso schiacciante ed esercitava quasi un

monopolio in quei settori borghesi. In Prussia, Polonia e Russia i nobili erano tradizionalmente

agricoltori, esportatori di grano, industriali. La nobiltà fu messa sotto accusa da pubblicisti,

riformatori, scrittori d’economia. Nel 1756 scoppiò in Francia il caso Coyer. Il cavaliere d’Arc invece

riaffermava la necessità della distinzione tra gli ordini e additava alla nobiltà la gloriosa carriera

delle armi. In Francia ci furono nobili che praticavano il commercio ma non ci fu mai una vera e

propria nobiltà commerciante. Si temeva che una volta nobilitati, i negociants abbandonassero la

loro attività e si mettessero a vivere di rendita. Nei grandi porti la nobiltà già consolidata agì a

fianco dei negozianti borghesi o nobilitati. Oltre che nel commercio marittimo la presenta nobiliare

risalta nel settore manifatturiero: miniere e metallurgia in primis ma anche produzione tessile. Il

principe de Croy diede vita alla Compagnia d’Anzin per lo sfruttamento di giacimenti di carbone. Il

duca d’Orleans ebbe un ruolo di protagonista nella fondazione di due grandi stabilimenti cotonieri.

Al 1761 risaliva la nobilitazione di Jean III Dietrich, appartenente ad una famiglia di banchieri e

manifatturieri alsaziani e creatore di un complesso metallurgico importante. Nel Settecento si

intensificarono gli sforzi compiuti nei secoli precedenti in direzione dell’accentramento del potere.

Trionfava l’assolutismo anche se i successi dei monarchi furono solo parziali. La nobiltà aveva

ormai smesso di opporsi ai principi ma non significava che fosse disposta a cedere. La storia

francese del Settecento dopo la morte di Luigi XIV fu attraversata da un tentativo di riscossa

nobiliare. Il problema del ruolo da assegnare alla nobiltà era il problema fondamentale con cui

doveva misurarsi chi doveva costruire lo Stato burocratico-assolutistico. Ai monarchi stava a cuore

utilizzare la nobiltà entro un quadro statale e la nobiltà era disposta a lasciarsi utilizzare. In cambio

del consenso all’assolutismo, la nobiltà ottenne il rafforzamento del suo dominio sui contadini e

beneficiò del sostegno finanziario del principe. In Russia e Prussia con Pietro il Grande e Federico

Guglielmo I, la nobiltà fu costretta al servizio militare e civile. La nobiltà aveva dei privilegi in

campo economico e sociale che incidevano anche a livello politico. Nei paesi di Gutsherrschaft il

potere del sovrano s’arrestava al confine dei feudi e non riusciva a tutelare i contadini. I monarchi

si orientavano verso le riforma parziali e a piccoli passi. Maria Teresa d’Austria si sforzò di

introdurre correttivi contrappesi mediante una politica filo contadina. In Prussia Federico II fece

poco per i contadini e in Russia con Caterina II i privilegi nobiliari si estesero. La Carta della nobiltà

provvide a consacrare questi privilegi e confermava l’esenzione dal servizio militare e civile. Nel

Maggio 1763 il cancelliere Kaunitz scrisse all’imperatrice Maria Teresa a proposito

dell’irrequietezza della nobiltà boema. Lo Stato è lontano dall’apparire come Stato dei nobili e al

contrario si individua nell’abbassamento della nobiltà il passaggio obbligato per la realizzazione di

una maggiore giustizia in tutti i campi. Nella Prussia di Federico II e nella Russia di Caterina II

l’intreccio monarchia-nobiltà fu strettissimo ma non fu così sotto la monarchia asburgica di Maria

Teresa che comunque non pensava alla distruzione della nobiltà. Giuseppe II assalì i privilegi

nobiliari e anche in Francia fu presente la linea della mediazione. L’incoerenza dei provvedimenti

però finì con lo scontentare tutti. I rapporti della nobiltà con il re divennero molto tesi finché le

riforme del 1789 non diedero un colpo decisivo ai suoi privilegi. Poco teneri con la nobiltà erano i

sovrani sabaudi come Vittorio Amedeo II. Essi cercarono di ridurre le immunità fiscali e i privilegi

feudali. Venne abolita la feudalità in Savoia con Carlo Emanuele III nel 1771. I nobili si

inferocirono. La nobiltà avvertiva l’esigenza di non restare immobile e preferiva abbandonare

alcuni privilegi per difendere quelli che volevano conservare di più. Si trattava di un progetto di

riscossa che teneva conto delle circostanze. Le idee e gli atteggiamenti assunsero un carattere

reazionario. Sulla nobiltà che si stava rinnovando troppo lentamente piovevano diverse critiche: si

contestavano i privilegi, ci si appellava all’eguaglianza naturale. Né Muratori né Parini avevano

intenzione di abolire la nobiltà ma si auguravano che si liberasse dai vizi. Con l’avanzare del

secolo la critica divenne meno generica e si volevano ridurre i privilegi della nobiltà. D’Holbach

conduceva contro la nobiltà una violenta polemica e chiedeva la cancellazione. Con l’avvicinarsi

della Rivoluzione il tono della protesta in Francia si inasprì. Non tutta la nobiltà comunque aveva

scelto di vivere tra i fantasmi del passato e non tutta era rimasta immobile.

La borghesia

Nel Settecento la borghesia fu protagonista di un’ascesa, in particolare in Francia. La borghesia

francese concentrò le sue energia nella lotta per dar vita al mondo di produzione capitalistico. Era

impedita nella sua espansione e si sentiva soffocare, perciò lo scontro con la nobiltà era una

necessità vitale. Nel Settecento si è parlato di borghesia conquistatrice, capitalistica e

rivoluzionaria. La Rivoluzione francese celebrò l’apoteosi dell’epoca borghese. La borghesia

doveva liquidare i rapporti di produzione feudali e liberare le forze produttive nuove. In Francia si

pensava che i borghesi fossero cresciuti in ricchezza e potenza e avessero lottato contro la nobiltà

feudale e infine trionfarono con la Rivoluzione. Lo storico sovietico Boris Porsnev definì l’ascesa

dei borghesi come una leggenda. Evidenziò come gli strati superiori del Terzo stato mirassero ad

integrarsi alla nobiltà e non a combatterla. Il capitalismo settecentesco era un capitalismo

commerciale e finanziario. Della borghesia francese si sono esaltate la modernità e la vocazione al

modo di produzione capitalistico valorizzando certe qualità. Lo studioso marxista Roberto Zapperi

ha osservato che la leggende della rivoluzione borghese si consolidò solo con l’avallo di un

complesso procedimento che confuse proprietà privata e gestione capitalistica del processo

economico. Per Zapperi i grandi commercianti non erano impegnati in rapporti di produzione di tipo

capitalistico, e dunque non costituivano una borghesia protesta verso la lotta di classe. Nella

Francia settecentesca non esisteva forza lavoro libera. Regine Robin ha formulato una teoria

secondo cui bisogna distinguere la borghesia di coloro che i testi settecenteschi definiscono

borghesi, la borghesia di coloro che vivevano di rendita, la classe che raggruppa i non nobili che si

situano in posizione di dominio economico-sociale nella sfera dei rapporti sociali capitalistici.

Quest’ultima è la borghesia stricto sensu, dove vanno individuati dei tipi misti, poiché una stessa

persona traeva redditi da fonti diverse. In questa categoria vanno inseriti i mercanti imprenditori, i

proprietari di opifici, i grossi commercianti, i banchieri e i finanzieri. Esclusi sono i membri delle

professioni liberali e i maestri artigiani. In Francia la ricchezza proprietaria era costituita da

investimenti in terre, proprietà urbane, cariche venali e rendite annuali. I redditi ottenuti erano

modesti. Venivano realizzati tramite la proprietà stessa e l’attesa di scadenze fisse. Tra i borghesi

era diffusa l’aspirazione alla ricchezza proprietaria cioè al vivere di rendita. I borghesi che

campavano di rendita non differivano dalla nobiltà. E’ sbagliato quindi parlare di antagonismo a

livello di classe e di borghesia in ascesa. La borghesia francese era in ascesa in un certo senso

ma va sottolineata la sua volontà di farsi largo ai danni della nobiltà entro il contesto non

capitalistico dell’Ancien Regime. Nel Settecento la borghesia indicava uno status giuridicamente

definito. In Francia bourgeois era colui che in città godeva del droit de bourgeoisie, comportante

privilegi di varia natura. La residenza era una condizione necessaria assieme ad altri requisiti. In

alcune città però il droit de bourgeoisie non esisteva. I borghesi rentiers vennero riconosciuti come

una categoria a parte. I borghesi erano in genere i datori di lavoro, i coltivatori agiati, i padroni di

navi anche se erano nobili. In bocca di chi stava in alto “borghese” era un termine dispregiativo. Si

riferiva ai nobili nuovi. A Ginevra esistevano cinque ordini. Alla sommità i cittadini e i borghesi, che

avevano il diritto di far parte del Consiglio generale, cui spettava il potere legislativo e l’elezione dei

magistrati. Solo i cittadini però potevano essere eletti alle cariche pubbliche. Per essere cittadini

bisognava essere nati a Ginevra ed essere figli di Cittadini. I borghesi avevano ottenuto il loro

status che li abilitava all’esercizio di tutte le professioni e li dotava dei diritti politici nei limiti, grazie

a lettere di borghesia rilasciate dietro pagamento. Un gradino più in basso c’erano i Natifs, nati a

Ginevra da genitori appartenenti alla categoria degli Abitanti che erano stranieri che avevano

acquistato il diritto di risiedere in città ed erano assoggettati ad imposte più pesanti di quelle che

gravavano sui primi due ordini. I Natifs e gli Abitanti non potevano diventare maestri artigiani. Al

fondo stavano i Sujets, contadini dei territori sotto dominazione ginevrina, mercenari, mendicanti e

vagabondi. Rientravano nella borghesia i Cittadini e i Borghesi, maestri artigiani che esercitavano il

mestiere di orologiaio. Natifs e Abitanti appartenevano al mondo del lavoro dipendente. Esisteva

un sesto ordine costituito dal ristretto numero di famiglie che si perpetuavano nel Piccolo Consiglio

e nel Consiglio dei Duecento. Formavano un patriziato contraddistinto da uno stile di vita raffinato

e lussuoso. In Inghilterra i Lord costituivano un ordine ufficialmente riconosciuto; ma anche la

Gentry può essere considerata una nobiltà. Ma poiché la proprietà terriera, fondamento della

condizione di gentleman, passava al primogenito, i cadetti per guadagnarsi da vivere dovevano

lavorare. Diventavano commercianti, apprendisti collocandosi nel primo caso tra la borghesia e nel

secondo tra i lavoratori dipendenti. Nella zona di confine tra gentry e borghesia c’erano i cadetti e i

gentleman e i grandi commercianti definiti borghesi gentiluomini. Nell’Inghilterra settecentesca non

esisteva una borghesia di statuto. Nelle città libere dell’Impero tedesco la distinzione tradizionale

era tra Vollburger e Beisassen. Cittadini a pieno titolo erano i Vollburger che potevano possedere

case e terreni, commerciare, diventare maestri artigiani e partecipare al governo cittadino. Membri

associati alla comunità erano i Beisassen, nati fuori dalla città. Niente diritto di partecipare al

governo cittadino o di avere proprietà immobiliari. L’intera popolazione fu divisa in cinque gruppi in

base a criteri di prestigio e ricchezza. Alla sommità dei Vollburger c’era spesso un’èlite che s’era

sostituita in patriziato. I patrizi proclamavano la loro parità con la nobiltà imperiale. Nelle città

territoriali sottoposte all’autorità dei principi, veniva diminuendo l’attaccamento alle classificazioni

tradizionali. A Venezia i Cittadini formavano un ordine distinto dalla nobiltà e dai popolani. Chi era

nato nella Dominante poteva aspirare alla cittadinanza originaria, quella che assicurava i maggiori

diritti. Bisognava essere veneziani di nascita e il padre e il nonno del candidato non dovevano aver

esercitato mestieri manuali e egli doveva avere proprietà immobiliari a Venezia. I Cittadini originari

avevano facoltà di abbigliarsi come i nobili, cioè con la toga ducale ed ai nobili erano assimilati dal

punto di vista fiscale e come loro avevano accesso alle cariche ecclesiastiche più alte ad

eccezione del patriarcato di Venezia. In Europa esisteva il Terzo stato cioè l’insieme di coloro che

non erano né ecclesiastici né nobili. All’interno di una medesima categoria borghese vi erano

comunque delle differenze. Anche in ogni paese la borghesia era molto di versa. In Francia e

Inghilterra erano cospicui il numero e il ruolo dei grossi commercianti, nel Regno di Napoli erano gli

avvocati e i giuristi che occupavano il proscenio. Parlare di commercianti e artigiani in Russia non

è la stessa cosa che parlare di commercianti e artigiani in Francia o Province Unite. Vi erano

grandissime differenze anche nelle dimensioni delle singole borghesie. Era diversa la consistenza

delle borghesie europee, e c’è una netta divisione tra Europa occidentale e Europa orientale.

Nell’Europa orientale la polarizzazione nobiltà feudale-contadini non consentì il formarsi di uno

strato borghese. Furono semmai i nobili a dedicarsi alle attività solitamente considerate borghesi.

Fondarono manifatture sulle loro terre come in Polonia, Russia e Boemia. In Russia i nobili si

impegnavano nell’industria estrattiva e metallurgica degli Urali, rilevando molte imprese fondate

dallo Stato durante il regno di Pietro il Grande. Nel settore metallurgico e tessile i borghesi fecero

sentire la loro presenza. Fu notevole l’apporto di capitali da parte di ricchi mercanti. I borghesi

erano restii ad investire nell’industria. Nello sviluppo dell’industria russa ebbero un ruolo importante

i servi imprenditori, come Nikita Demidov che grazie alla sua fabbrica di munizioni accumulò

capitale necessario a fondare negli Urali un vero e proprio impero. A Barcellona si affermò e

rafforzò dopo il 1750 un’èlite borghese composta da due gruppi, i commercianti coloniali e i

fabbricanti di stampati di cotone. Questi ultimi ampliarono la loro attività sull’onda della prosperità

che investì la Spagna dal 1783. I grandi commercianti, i grandi banchieri e i grandi manifatturieri

contribuirono ad elaborare nuove tavole di valori. Il capitale mobile tendeva a rimodellare la società

in base al principio che conta di più chi più possiede. Emergeva la società di classi. I commercianti

venivano considerati ridicoli zoticoni dalla gentry che identificatesi con il landed interest si riteneva

superiore ai commercianti che incarnavano il monete interest. Tra i due gruppi non correva buon

sangue. Agli assalti del capitale mobile l’opinione conservatrice opponeva l’immagine di una

società imperniata sulla proprietà fondiaria, garante dell’immutabilità delle gerarchie tradizionali.

Difensori di queste gerarchie erano i Lord e la Gentry, ma anche i rappresentanti del monete

interest mostravano di accettarle, dato che la loro aspirazione era quella di diventare gentlemen.

Ad assistere ad un declino dei Lord e della gentry furono le regioni più industrializzate. Proprietari

di terreni, immobili e titoli di Stato sognavano di evadere dalla condizione borghese che non era

abbastanza prestigiosa.

Le forme di governo

In Francia nel 1766 il potere regio attraversò tempi difficili. Dopo la morte di Luigi XIV i parlamenti

tornarono a creare problemi. A partire dal 1763 il conflitto con la Corona s’era complicato ed

invelenito. Luigi XV aveva spesso subito l’iniziativa parlamentare e perse la pazienza e sferrò

dunque una violenta controffensiva sul piano politico-ideologico. Nella seduta della flagellazione

del 1766 rivendicò la pienezza del suo potere. L’assolutismo settecentesco aveva ancora tracce

della struttura statale dualistica ereditata dal tardo Medioevo. Accanto al re, in un rapporto di

collaborazione e scontro, entrano esistiti per secoli organi rappresentativi. Questi organi erano

assemblee politiche composte dai rappresentanti dell’Ordine o degli Ordini politicamente privilegiati

di un paese. I sovrani volevano sbarazzarsi di queste assemblee. Nell’eliminazione della struttura

dualistica la Francia riuscì più velocemente di altri Stati. Nella Francia del 1766 il re imponeva

tributi senza dover negoziare l’approvazione di nessuno. Della struttura dualistica era rimasto

poco. Gli Stati generali composti da clero, nobiltà e Terzo stato, non si riunivano più ed erano

spariti anche gli Stati provinciali che avevano garantito in passato l’autogoverno delle province. Gli

Stati provinciali ancora esistenti erano quelli di Linguadoca, Bretagna, Borgogna, Artois e Bearn.

Una nuova struttura dualistica contestava il potere monarchico. Ad assumere il ruolo di guastafeste

erano i parlamenti, organi giudiziari composti da uomini che avevano acquistato le cariche. La

venalità delle cariche, promossa dalla Corona, era volta a creare un gruppo di devoti servitori regi

da opporre come nobiltà di toga alla nobiltà di spada o di nascita. La logica della carica venale

rischiava però di procedere per conto suo alimentando la volontà di condurre una politica in

proprio. Gli intendenti sotto Luigi XIV aumentarono e si videro attribuire una posizione chiave nel

quadro del rafforzamento del potere assoluto. I tentativi di dar vita ad un Quarto stato fallirono e i

parlamenti tacquero. Scomparso Luigi XIV si rialzarono e rimasero in ribalta sino alla Rivoluzione.

Le pretese che avanzarono con aggressività non avevano alcun fondamento legale. Non gli era

riconosciuta la facoltà di formulare rimostranze sul contenuto degli editti. La contestazione

parlamentare dell’assolutismo si proponeva di conservare più che di innovare e bisognava

conservare una costituzione del regno che il monarca voleva stravolgere. I Parlamenti

sostenevano di essere gli autentici rappresentanti della nazione e raramente risonò l’appello agli

Stati generali. In Francia c’era anche chi si lamentava che la monarchia francese fosse assoluta

soltanto di nome e che i privilegi lasciati ai nobili fossero troppi. SI invocava comunque a gran voce

la fine degli abusi dell’autorità regia. L’azione del principi era ostacolata dalla resistenza

aristocratica. La Francia veniva considerata anche come aristocrazia monarchica. Alcuni

philosophes giunsero a prospettare una monarchia temperata che facesse posto ad un’assemblea

di rappresentanti eletti su base censitaria. Nel settecento ci fu una desacralizzazione della figura

del sovrano. Andava però guadagnando terreno in tutta Europa l’idea che a legittimare il potere del

sovrano fosse l’assiduo adoperarsi per la prosperità del paese. I sudditi stavano per avere il diritto

di eleggere dei rappresentanti che illuminassero e consigliassero il sovrano. La monarchia sarebbe

stata sostituita da una monarchia temperata. In Gran Bretagna la monarchia di diritto divino era

scomparsa e il potere del parlamento era cresciuto. Durante il conflitto anglo-francese nella guerra

di successione spagnola il parlamento era riuscito ad inserirsi nella sfera di competenza del Tesoro

stabilendo un controllo sulle modalità di spesa del pubblico denaro. Il parlamento tese a vincolare

l’esecutivo e la politica estera. C’erano due camere. La prima dove sedevano i Lord spirituali e

temporali e vide diminuire il suo potere politico benché i suoi membri influenzassero le elezioni alla

Camera dei Comuni. La rappresentanza della gentry era folta. In base ad una legge i Comuni

venivano rinnovati ogni sette anni. L’elezione dei 558 deputati avveniva secondo procedure diverse

in ogni località. Anche se il suffragio prevaleva, alcuni membri venivano designati dai Lord e altri

designavano se stessi. Per eleggere e per essere eletti occorreva una proprietà fondiaria con una

determinata rendita annua. La divisione in circoscrizioni riduceva il numero degli aventi diritto al

voto. Molti erano i deputati inviati ai Comuni cadenti. Il ristretto elettorato di questi borghi poteva

essere controllato con la massima facilità. C’era molta corruzione comunque. Sotto Giorgio I e

Giorgio II l’Inghilterra divenne una monarchia parlamentare. Durante i loro regni cominciò ad

emergere un gruppo ristretto formato da quelli che ricoprivano le cariche politicamente più

importanti come Lord Cancellieri, Lord dell’Ammiragliato ecc. Questi personaggi presero l’abitudine

di consultarsi al fine di conferire alla loro azione un minimo di indirizzo comune. Diedero vita ad un

gabinetto effettivo. La carica di primo ministro non esisteva. In Francia e Russia il principe era un

legislatore supremo anche se la Francia poteva contare su magistrati amati che frenavano e

disciplinavano l’autorità sovrana. Questo non succedeva in Russia dove il senato doveva

assecondare lo zar e i sudditi non contavano nulla. In Russia c’era l’autocrazia zarista. L’autocrazia

doveva fare i conti con la nobiltà. Pietro il Grande si impegnò nella costruzione di uno Stato

burocratico e centralizzato. In Russia una struttura dualistica non si era mai consolidata. Lo

Zemskij Sobor con la rappresentanza di clero, piccola nobiltà e mercanti urbani, ricordava le

assemblee come gli Stati Generali francesi o le Diete dell’Europa centrale. La Duma dei boiari non

si era più ripresa dopo i colpi di Ivan il Terribile e Pietro il Grande la accantonò definitivamente

creando un senato alle proprie dipendenze. Composto da nove membri il senato provvedeva

all’esecuzione delle direttive dello zar. Il Senato aveva perso ogni ruolo politico e cambiò anche

nome sotto Elisabetta I diventando “conferenza”. Alla conferenza subentrò il Consiglio imperiale.

Pietro il Grande sostituì ai numerosi dipartimenti nove Collegi basati sul criterio della

specializzazione in settori diversi. Ogni collegio era composto da dieci membri più il presidente. Le

decisioni venivano prese a maggioranza. Le riforme di Pietro il Grande miravano ad impedire che

clero, nobiltà, esercito costituissero centri indipendenti di potere. La chiesa ortodossa venne

messa sotto tutela. La nobiltà fu costretta a servire secondo le modalità fissate nella Tavola dei

ranghi che prevedeva tre carriere distinte, quella militare, civile e della corte. La nobiltà rialzò la

testa subito dopo la morte dello zar Pietro. Ci fu anche il tentativo di dar vita ad una struttura

dualistica dello Stato. Fu innalzata al trono la nipote Anna e il principe Golicyn indusse il Consiglio

privato a dettarle delle condizioni in base alle quali il Consiglio stesso s’arrogava il diritto di

decidere sulla pace e guerra, di imporre tasse, di regolare la successione. Da questa prova di

forza l’autocrazia uscì rinvigorita. La nobiltà adottò una strategia d’attacco per linee interne. Grazie

all’incremento del loro potere sui contadini, i nobili chiusero i canali di comunicazione tra la Corona

e la maggior parte dei sudditi: accettarono di servire lo zar. Tra gli Stati monarchici troviamo anche

la Danimarca. Nel 1660 l’odio per la nobiltà provocò la svolta. La componente ecclesiastica e

quella cittadina della dieta avevano premuto affinchè la corona fosse resa ereditaria ed al sovrano

fosse conferita la facoltà di attuare una riforma costituzionale. Anche la Spagna vantava tradizioni

in materia di tentativi assolutistici. Durante la guerra di successione spagnola, Catalogna, Aragona

e Valenza si erano schierate contro il pretendente francese che considerò quelle regioni come

terra di conquista cancellando i privilegi fiscali e riunendo le cortes del regno aragonese a quelle

della Castiglia. Il piccolo Stato sabaudo ebbe successi sul fronte dell’assolutismo sotto la guida di

Vittorio Amedeo II. Quando Maria Teresa ereditò il trono la struttura dualistica era ancora radicata.

Il principe Eugenio di Savoia voleva superare il particolarismo e ripeteva a Carlo Vi che la

monarchia asburgica avrebbe dovuto formare un tutto. Carlo Vi cercava di rafforzare il potere

centrale anche se i risultati furono magri e si trovò costretto a negoziare con le singole diete il

consenso alla successione al trono della figlia Maria Teresa. Il consenso fu ottenuto ma a prezzo di

concessioni tali da compromettere il prestigio del sovrano. Vennero presi dei provvedimenti che

misero capo al riordinamento dell’amministrazione centrale e al risanamento finanziario. Le diete

locali continuarono a votare le impose ma non avevano più la facoltà di gestione delle somme

raccolte. Contemporaneamente fu elevato l’ammontare dei tributi richiesti. Le diete si piegarono

docilmente e riconobbero i vantaggi che avrebbero avuto da una monarchia più agguerrita contro i

nemici esterni. Alla sommità venne posto un ristretto Consiglio di Stato e al di sotto nuovi organi

amministrativi e giudiziari. Nel 1740 Federico II salì al trono in Prussia. Raccolse un’eredità diversa

da quella di Maria Teresa. Federico Guglielmo I innalzò il nuovo Stato prussiano continuando la

linea di condotta del Grande Elettore Federico Guglielmo che aveva posto mano alla costruzione

dell’apparato burocratico. Il dualismo aveva perso terreno e Guglielmo I cinse la corona quando

ormai era tramontata la pratica dell’assemblea generale degli Stande. Con la creazione nel 1723 di

nuovi organi operanti in campo finanziario e militare i poteri delle diete locali subirono una

diminuzione. Solo gli Stande di Cleve e Mark continuarono ad esercitare il diritto di votare le

imposte. Federico II rivitalizzò le istituzioni cetuali per contrastare una burocrazia che stava

diventando troppo potente. Era un assolutismo imperfetto quello delle monarchie assolute. La

nobiltà rinunciò a contestare nelle diete il potere del sovrano ma lo condizionò con gli estesi

privilegi di cui godevano. Emersero dei blocchi corporativi di tipo nuovo come la burocrazia

prussiana. L’assolutismo era addirittura inesistente nei paesi in cui le diete si mantennero salde. Il

Sacro Romano impero occupava l’area tedesca. Era un insieme di principati e città libere.

L’autorità nominale spettava al’Imperatore ma principati e città libere si comportavano come Stati

indipendenti e sovrani. La dieta riunita a Ratisbona constava di tre Camere: la prima era destinata

ai nove principi elettori, la seconda ai principi territoriali, la terza ai rappresentanti delle città libere.

L’assenteismo era di regola. Le città libere erano accomunate da un regime oligarchico e sotto i

principati si celava una realtà politica diversa. Nell’area tedesca gli Stande avevano messo radici

più profonde. Così in parecchie regioni l’assolutismo era consolidato mentre in altre gli Stande

continuavano a funzionare. In Baviera il duca Massimiliano III cercò di sottrarre gli affari fiscali al

controllo della Commissione permanente degli Stande. Ma il duca dovette fare marcia indietro.

Grande vitalità conservava lo Standestaat nei Paesi Bassi austriaci. Nelle Fiandre i nobili erano

esclusi mentre nel Brabante dominava la nobiltà più antica e più ricca. Gli Stande dei Paesi Bassi

godevano di un immenso prestigio. Durante il regno di Maria Teresa le cose filarono abbastanza

lisce. Gli Stati si mostrarono comprensivi e ben disposti nei confronti delle richieste finanziarie della

sovrana. La scena cambiò quando nel 1787 s’abbattè sui Paesi Bassi l’uragano assolutistico di

Giuseppe II. Giuseppe sperimentò il radicamento del particolarismo da cui scaturì una violenta

opposizione conservatrice alla quale si intrecciò un movimento aperto ad istanze democratiche.

Per i conservatori e anche per i progressisti, gli Stati erano un punto di riferimento essenziale. Il

rifiuto degli Stati del Brabante e dell’Hainault di concedere i tributi al sovrano suonò come una

squilla di guerra. Le province poi proclamarono l’indipendenza dal dominio austriaco.

Un’organizzazione cetuale esisteva in Ungheria dov’era indiscussa la supremazia nobiliare. Erano

molto potenti i magnati, che sedevano alla Camera alta. La Sicilia sotto Carlo di Borbone entrò a

far parte del Regno delle Due Sicilie. Pur riconoscendo la sovranità del re di Napoli, l’isola godeva

di autonomia. Il vicerè lasciava mano libera ai baroni. Il parlamento si divideva in tre bracci: quello

militare o feudale, quello ecclesiastico e quello demaniale. Un arma per la tutela degli interessi

baronali era il diritto del parlamento di fissare l’ammontare delle imposte, di ripartirle e di

riscuoterle. In Polonia il dualismo costituzionale comprometteva il funzionamento dello Stato. Le

componenti della dieta erano tre: il re, il senato e la Camera dei deputati. Dominavano i nobili.

L’autorità regia era nulla. Il re, eletto dalla dieta doveva impegnarsi a convocarla regolarmente, a

rispettarne i poteri e a non violare i privilegi della nobiltà. La dieta esercitava il potere legislativo. La

Polonia era mantenuta dai magnati in una situazione di disordine. Nel 1772 subì la prima

spartizione. In Svezia l’assolutismo si era spinto avanti. Il re Carlo XI era poco permissivo con i

nobili e lasciò il regno al figlio Carlo XII. Carlo XII ebbe molti successi in guerra ma nel 1718 cadde

combattendo contro i danesi. Con la sua fine ci fu la fine dell’assolutismo, da lui esteso e

rafforzato. Il regno era a pezzi e la nobiltà ne approfittò per tornare alla ribalta con una politica di

pace, la corona elettiva e un mutamento di regime. Cominciava così l’Era della libertà. La dieta

fissò i propri poteri e quelli del sovrano. Alla dieta spettava il potere legislativo e controllava il

Consiglio di Stato, cui era affidato il potere esecutivo. I 16 membri del consiglio erano nominati dal

re. La Svezia era una monarchia parlamentare. Nelle Province Unite c’erano tensioni tra

repubblicanesimo aristocratico e assolutismo. Sul piano sociale si accentuavano le differenziazioni

e le polarizzazioni che si traducevano in inquietudine politica. L’incertezza dell’assetto

costituzionale dava spazio al manifestarsi dei conflitti. Le Province Unite erano una repubblica con

connotazioni monarchiche. Gli Stati generali sedevano in permanenza all’Aia. Vi partecipavano i

deputati delle sette province, ognuna delle quali aveva leggi proprie. Fondamentale era il ruolo

delle città. Erano privi di cittadinanza politica gli strati inferiori della piramide sociale e anche i

gruppi mercantili ricchi ed attivi. I deputati agli Stati generali non erano autorizzati a fare di testa

loro: prima di deliberare dovevano consultare gli Stati provinciali, che a loro volta consultavano i

committenti. La velocità dei lavori era ostacolata. In momenti di emergenza lo stadhouderato si

occupava di assicurare la velocità d’esecuzione che aveva permesso alle Province Unite di

fronteggiare le minacce esterne. I successi ottenuti dai vai stadhoulder avevano fatto assumere

delle connotazioni monarchica ad una carica che gli Stati generali non volevano sfuggisse al loro

controllo. Era previsto uno stadhoulder in ogni provincia e doveva vegliare all’esecuzione dei

deliberati degli Stati e mantenere l’ordine pubblico. Morto nel 1702 Guglielmo III d’Orange, gli Stati

generali lasciarono vacante la carica di stathoulder. Si riaprirono contrasti tra il partito dei reggenti,

difensore della repubblica aristocratica e della struttura federalistica, e il partito orangista, ostile al

patriziato e fautore della monarchia assoluta. L’invasione francese nel 1747 giocò a favore dello

stadhouderato. La disfatta screditò infatti il governo aristocratico e portò alla carica di statolder per

tutte e sette le province Guglielmo V d’Orange. Lo stadhouderato fu reso ereditario nella casa

d’Orange. Gli anni successivi furono tranquilli. La scena politica mutò negli anni settanta col

delinearsi di un movimento che coinvolgeva nella condanna sia il patriziato sia lo stadhouderato.

La sconfitta subita dalle Province Unite contro la Gran Bretagna nel 1780 alimentò un

repubblicanesimo aggressivo che sfociò in guerra civile. L’intervento militare prussiano assicurò la

vittoria a Guglielmo V. In Italia Genova e Venezia non avevano retto il passo delle grandi

monarchie. A Genova ci fu una sollevazione popolare nel 1746, quando l’odio per le truppe

austriache aveva investito con violenza anche il governo aristocratico accusato di arrendevolezza

nei confronti dell’invasore. Prese corpo un contropotere popolare. Ci fu poi un ripristino dello status

quo. Venezia sopravviveva aggrappandosi alla massima del quieta non movere. Mentre

tramontava il mito di Venezia, si affermava quello della Svizzera. Cittadini e borghesi in Svizzera

sedevano nel Consiglio generale ma erano esclusi dal Consiglio dei Duecento e dal Piccolo

Consiglio. Contro Pierre Fatio, che aveva sostenuto che spettasse al Consiglio generale il diritto di

stabilire e cambiare le leggi e gli editti, il Piccolo Consiglio intervenne drasticamente

condannandolo a morte. Dopo un periodo di calma i contrasti si riaccesero nel 1734. L’intervento

dei Cantoni di Berna e di Zurigo condussero al Regolamento dell’illustre mediazione, in base al

quale il patriziato riconosceva a Cittadini e Borghesi il diritto di fare richieste ai quattro sindaci e al

Piccolo consiglio. Cittadini e Borghesi volevano far rispettare le loro conquiste e il patriziato di

cercò invece di svuotarle di significato. La tensione si trasformò in crisi nel 1763. Cittadini e

Borghesi chiesero che della questione fosse investito il Consiglio generale. Il patriziato rifiutava la

formazione di due partiti: i rappresentanti e i negativi. Il conflitto mise in discussione l’intera

organizzazione dello Stato. Dalla difesa conservatrice delle leggi, che secondo i rappresentanti i

negativi avevano violato, si giunse ad adombrare la sovranità del popolo. I Natifs continuavano ad

essere in condizioni di minorità civile e politica. La rivoluzione ginevrina del 1768 fu un

compromesso tra Cittadini e Borghesi da un lato, e patrizi dall’altro. Una parte dei Natifs non aveva

cessato di reclamare la pienezza dei diritti civili e politici e il Consiglio generale venne parzialmente

incontro alle loro richieste. I patrizi scandalizzati chiesero e ottennero l’intervento delle potenze

garanti e trionfarono. Con il Codice Nero tutto tornava com’era prima del 1768. Nel Settecento la

monarchia assoluta godeva di consensi perché sembrava incarnare l’ordine ma non solo lei

suscitava simpatie. Il fatto che esistessero delle repubbliche alimentava idee di libertà suscettibili.

Si affermava che il regime repubblicano conveniva solo ai piccoli Stati. Si manifestava differenza

per la democrazia. Circolava uno spirito repubblicano; il quale significava esigenza di

partecipazione politica dei cittadini, esaltazione dei diritti individuali. Si vigilava contro gli arbitrii del

potere regio. Il repubblicanesimo acquistò maggiore franchezza. L’America era la terra della

libertà, dove sorse uno Stato senza re che perfezionava la lezione delle repubbliche antiche e

moderne. Nel 4 Luglio 1776 ci fu la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Gli apparati burocratici e l’attività amministrativa

In Francia i vari Consigli non erano organi indipendenti l’uno dall’altro, bensì sezioni dell’unico

Consiglio di Stato del re. Le questioni di politica estera e interna erano trattate nel Conseil d’en-

haut e nel COnseil des depeches. Delle finanze e del commercio si occupavano il Consiglio reale

delle finanze e il consiglio reale del commercio. Il titolo di ministro spettava a chi veniva ammesso

al conseil d’en-haut. Per brigare meglio gli affari funzionavano dei comitati di ministri con eventuale

intervento di consiglieri e diplomatici. Non era prevista la carica di primo ministro. L’apparato

governativo francese era un modello di accentramento. All’unità teorica del Consiglio del re

corrispondevano nella pratica conflitti di competenze e rivalità. In Prussia con Federico II il sovrano

aveva il compito di decidere tutto e a lui spettava l’ultima parola sulle relazioni e i dispacci che gli

venivano inviati dai collaboratori e dagli organi governativi. La monarchia prussiana sembrava

funzionare a pieno ritmo, potendo contare su ingranaggi che Federico Guglielmo I aveva costruito

con cura e che Federico II conservò. Federico II salito al trono nel 1713 riformò l’amministrazione

dell’esteso demanio regio affidandolo a dei sovraintendenti-affittuari detti Amtmanner, dipendenti

dalle Camere provinciali dei demani e a loro volta sottoposte al Direttorio generale delle finanze.

Nelle città, un funzionario nominato dal re, il Commissarius loci, provvedeva alla riscossione

dell’accisa. Nei distretti il Landrat si occupava dell’imposta fondiaria, detta contribuzione. Era scelto

dalla nobiltà locale entro una serie di candidati approvati dal sovrano. Al di sopra dei Commissari

loci e dei Landrate c’erano dei Commissariati provinciali di guerra, che dipendevano dal

Commissariato generale di guerra. Nel 1723 tutto cambiò. In periferia furono create nove Camere

di guerra e demani ognuna delle quali ebbe un presidente, due direttori, quindici consiglieri,

cinquanta impiegati. Un nuovo funzionario, lo Steuerrat sostituì il Commissarius loci. Federico II

creò dei nuovi dipartimenti, uno per l’economia e l’altro per la guerra e anche uno per le

costruzioni. Nel 1763 all’indomani della guerra dei Sette anni la monarchia asburgica era molto

cambiata rispetto al 1740, l’anno in cui Maria Teresa prese il potere. Nel 1760 era stato istituito il

Consiglio di Stato che si occupava degli affari del blocco austro-boemo. Nell’apparato burocratico

andava ormai prevalendo il criterio della specializzazione funzionale. Nel 1749 si era avviata la

separazione della sfera amministrativa e finanziaria da quella giudiziaria. Kaunitz decise di abolire

il Directorium in publicis et cameralibus. Fu unità la cancelleria di Boemia e Austria. La Camera

aulica dei conti vide aumentare i suoi poteri di vigilanza sulle entrate dello Stato e un nuovo

Consiglio fu incaricato di gestire il debito pubblico. La Corte dei conti doveva accertare la

correttezza delle operazioni di tutti gli organi finanziari. Anche dopo la morte di Pietro il Grande in

Russia il sistema dei Collegi continuò a costituire l’ossatura dell’amministrazione zarista. Caterina

II creò nuovi Collegi. I capi dei Collegi più importanti insieme con il procuratore generale e col

direttore della polizia formavano un comitato in seno ad un Consiglio imperiale. Il Consiglio

imperiale soppiantò il senato istituito da Pietro il Grande. Dei progressi in senso accentratore si

ebbero anche in Spagna. Gli ostacoli derivavano dalla molteplicità dei Consigli. Nel 1714 il lavoro

da sbrigare era cresciuto in seguito alla guerra di Successione spagnola e allora la segreteria del

Despacho fu divisa in quattro segreteria o ministeri: guerra, marina e Indie; Stato; giustizia e affari

ecclesiastici; Azienda. Sotto Carlo III si costituì una specie di Consiglio dei ministri. Nel 1787 venne

creata una Giunta suprema di Stato che riprodusse i difetti dei vecchi Consigli: lentezza e

confusione. Questi difetti vi erano nel Consiglio di Castiglia che ebbe come presidente il conte

d’Aranda. Pedro Rodriguez de Campomanes ricoprì la carica di fiscale e poi divenne presidente

del Consiglio di Castiglia. In Piemonte il disordine dell’apparato amministrativo fu superato con le

riforme del 1717 e 1730. Tutto faceva capo al principe che esercitava il potere con mano ferrea. Di

scarso rilievo era il Consiglio di Stato. La carica di consigliere era più che altro onorifica. A Vittorio

Amedeo erano subordinati i tre segretariati di Stato. Il controllore generale sovraintendeva alla

correttezza della gestione finanziaria. Al Consiglio delle finanze spettava autorizzare le spese e

verificare i bilanci delle quattro Aziende delle finanze, della guerra, dell’artiglieria e della Real

Casa. In Francia era oggetto di ammirazione la figura dell’intendente. Agli intendenti Luigi XIV

aveva assegnato un ruolo di primo piano nella realizzazione del suo programma di riduzione

all’ordine. Ostacolati dal particolarismo locale gli intendenti dovevano limitarsi ad osservare e

riferire, riuscendo solo parzialmente ad assolvere le loro funzioni. Dovevano inoltre ripartire la

taglia, riscuotere le imposte dirette, presiedere i tribunali, provvedere all’ordine pubblico e stendere

relazioni sulla situazione demografica economica ecc. I commissari erano l’esatto contrario degli

ufficiali. Entrambi agivano in nome e per delega del re ma gli ufficiali erano proprietari di cariche

venali ed ereditarie e avevano sviluppato un senso d’indipendenza che li induceva ad atteggiarsi a

critici e avversari dell’assolutismo. I commissari erano gli esecutori diretti dei voleri del sovrano, i

suoi servitori devoti. Divennero sempre più simili ad impiegati e ricevevano uno stipendio. In

Francia nel 1770 si soppressero i parlamenti sostituiti dai Consigli di nomina regia. L’esperimento

ebbe vita breve però. Nel Settecento il sistema commissariale si sviluppò in Prussia. Federico

Guglielmo I diede rilievo alla figura del commissario. Lo Steurrat era un funzionario stipendiato e

revocabile, e governava le città. Diversa la posizione del Landrat. Steurrate e Landrate erano

membri delle Camere di guerra e demani che amministravano le province. Queste camere

possono essere considerate come gli intendenti francesi. La burocrazia dell’Ancien Regime era

organizzata in modo approssimativo. L’assetto degli stipendi era incerto e confuso. Gli stipendi

erano inadeguati. In Prussia Federico II mostrò maggiore propensione per la nobiltà. Spesso per

fare carriera bisognava avere la protezione di personaggi influenti. Negli impieghi subalterni gli ex

militari avevano la precedenza. La riforma giudiziaria attuata nel 1746 stabilì che i giudici

dovessero possedere una formazione professionale conseguita dopo un tirocinio con esame. Due

esami furono introdotti per ch intendeva accedere alle cariche amministrative. Opposto al caso

della Prussia era quello della Gran Bretagna. Qui i funzionari erano pochi e gli stipendi erano

sconosciuti. La venalità delle cariche non aveva mai attecchito e neppure la figura del commissario

aveva mai assunto nettezza di contorni. Servitori del sovrano tipo gli intendenti non ne esistevano.

I giudici di pace oltre a rendere giustizia avevano competenze in materia di ordine pubblico, di

imposte, di assistenza, di reclutamento, di controllo prezzi ecc. Funzioni simili a quelle degli

intendenti francesi. I giudici di pace però non erano stipendiati e la gentry locale operava in

autonomia. I primi ad essere impiegati e stipendiati furono i tecnici di marina. Verso il 1780

apparve anche in altri settori un personale modellato su quello della pubblica amministrazione

continentale. Uno degli aspetti fondamentali del problema finanziario era come aumentare la

capacità contributiva dei sudditi. I governanti volevano promuovere lo sviluppo economico e

vennero fatti dei tentativi per realizzare un sistema più equo di tassazione in vari paesi.

Nell’Europa del 700 venne attenuandosi l’idea secondo la quale l’imposta è straordinaria e

provvisoria. I sovrani cercarono di rendere permanenti i tributi richiesti. Non c’era distinzione tra

imposte ordinario e straordinarie. Le impose dirette non rispondevano a criteri né di progressività

né di proporzionalità. In Francia l’imposta diretta era la taglia, detta taglia personale quando

colpiva il reddito globale, taglia reale quando colpiva la proprietà fondiaria. Venne introdotta una

taille tarifee che rischiava la disparità di reddito. In Europa era presente la tassa per testa. I nobili e

gli ecclesiastici evadevano dalle imposte dirette. I concordati sottoposero parzialmente ai tributi le

terre del clero. Il clero spagnolo era costretto a pagare diverse imposte. Anche la nobiltà spagnola

pagava qualcosa. SI pagava anche l’esenzione dal servizio militare. Il clero francese offriva il dono

gratuiro, la nobiltà francese era esente dalla taglia ma vi era sottoposta nelle regioni di taglia reale

ed era tenuta a pagare la capitazione, una imposta sui cavalli. La nobiltà della Prussia orientale

pagava la contribuzione, un’imposta fondiaria. In Inghilterra con la Land tax né i Lord né la Gentry

erano esonerati. Lo Stato incamerava denaro più con le imposte indirette, gravanti su vari prodotti.

Le imposte indirette si presentavano sotto forma di dazi esistenze alle frontiere, ai confini tra una

provincia e l’altra, alle porte delle città. In Francia la gabella consisteva nel monopolio regio della

vendita del sale. Ognuno era costretto a comprarne una certa quantità. Creavano terrore i controlli

domiciliari per assicurarsi che non si sfuggisse al tributo. In Prussia aveva importanza l’accisa,

un’imposta sui generi di consumo. In Inghilterra si chiamava uguale un’imposta analoga introdotta

dal Lungo parlamento. Chi più consumava, più pagava quindi i ricchi sopportavano il peso

maggiore. Nel 1763 per far fronte alle difficoltà derivanti dalla guerra dei sette anni si tentò di

imporre la tassa sul sidro. La Gloriosa rivoluzione aveva significato anche rivoluzione finanziaria.

Era stata fondata la Banca d’Inghilterra, il parlamento era subentrato a re come garante dei prestiti

contratti dallo Stato, erano state istituire nuove imposte indirette e aumentare le dirette. Gli Stati

europei avevano come obiettivo il pareggio del bilancio. In Francia il gettito delle imposte essendo

insufficiente, bisognava ricorrere ai prestiti ma siccome i debiti andavano pagati, c’era bisogno di

altro denaro. Si creava una bancarotta parziale. Bisognosi di denaro liquido i governi spesso non

trovavano di meglio che affidare ai privati l’appalto della riscossione delle imposte indirette. La

Ferma era praticata nei paesi continentali. Nella seconda metà del secolo le voci dei riformatori

sottolineavano come l’appalto delle imposte fosse gravoso per i sudditi e dannoso per lo Stato. In

Toscana e Lombardia la Ferma venne abolita mentre in Prussia Federico II la istituì affidandola ad

una società francese, l’Administration generale des accise set des peager che costituiva una

struttura burocratica parallela. Con i catasti furono compiuti dei tentativi per riempire le casse dello

Stato e allo stesso tempo per introdurre una maggiore giustizia fiscale. Si trattava di stabilire

imposte fondiarie adeguate mediante la misurazione dei terreni e l’accertamento del reddito.

Cominciò lo Stato sabaudo dove venne promulgato nel 1731 l’Editto di perequazione dei carichi. Il

catasto venne realizzato anche nella Lombardia austriaca. La Giunta del censimento istituita nel

1718 si sciolse però nel 1733 e di catasto non si parlò sino al 1749, anno in cui il meccanismo si

rimise in moto sotto la direzione di Pompeo Neri. Nobiltà e clero si erano nuovamente opposti ma

questa volta fu più ferma la volontà politica. Le esenzioni nobiliari rimasero ragguardevoli e quelle

ecclesiastiche subirono solo una riduzione di lieve entità. Complessivamente il catasto lombardo

rappresentò un’impresa grandiosa. Diversa da quella lombarda fu la sorte del catasto intrapreso

nel Regno di Napoli da Carlo di Borbone. Il sovrano voleva rimediare alle iniquità ma non si riuscì a

combinare nulla e anzi le cose peggiorarono per i meno abbienti. Opponevano resistenza i baroni

e gli ecclesiastici che sentivano minacciate le loro immunità. I baroni trionfarono e videro

confermati i loro privilegi. In Toscana e Sicilia potenti interessi impedirono la realizzazione del

catasto. Nel Bolognese il catasto non entrò in vigore. Stessa cosa in Spagna. In Francia nobiltà e

clero fecero naufragare i progetti del catasto. Il controllore generale Machaul cercò di introdurre

una riforma radicale e venne istituito il ventesimo, un’imposta su tutti i contribuenti. Il clero si

oppose e vinse. Non ebbero sorte migliore gli editti del generale Bertin, dato che i parlamenti

scesero in rivolta. I tribunali spesso costituivano delle zone franche dove l’assolutismo doveva

arrestarsi. I magistrati respingevano qualsiasi controllo dall’alto. Il Senato fu abolito da Giuseppe II

anche se non cessò di dare filo da torcere ai sovrani asburgici. Le sue prerogative erano enormi.

Pretendeva di essere consultato su tutto, non riconosceva a nessuno il diritto di sindacare il suo

operato. Il Senato insomma si sentiva maggiore del Governatore. In Sicilia, la Gran corte civile e

criminale teneva in scacco il vicerè, al quale il suo presidente pretendeva sostituirsi. I magistrati

inneggiavano alla propria indipendenza dall’autorità regia e di sudditanza ai baroni. Trionfava il

soggettivismo. Si voleva togliere l’arbitrio ai giudici con le costituzioni del 1723 e 29 di Vittorio

Amedeo II di Savoia; e contro le intemperanze dei magistrati si fece valere l’esigenza di attenersi

alla legge. A favore della certezza del diritto presero posizione alcuni philosophes come Voltaire,

Verri, Beccaria, Bentham e Condorcet. I philosophes pensavano che le leggi andassero cambiate

e doevano essere poche, chiare e semplici. Le leggi dovevano essere note a tutti e facilmente

consultabili. La volontà di incidere sui contenuti animò le battaglie della seconda metà del secolo.

Tra gli obiettivi l’abolizione dei privilegi. Da qui derivava la lentezza e la confusione della macchina

giudiziaria. Le cause passavano da un tribunale all’altro. Per rimediare al caos i sovrani

intervenivano con tribunali ad hoc o ricorrevano all’avocazione cioè al trasferimento di una causa

di un giudice naturale ad altra giurisdizione da essi controllata. I tribunali protestavano. Furono

soppressi vari tribunali inutili e creati nuovi più efficienti. Si eliminò il foro ecclesiastico, si imposero

limiti alle perorazioni degli avvocati, si elaborarono nuovi codici. Non mancarono risultati.

Le relazioni internazionali e le forme della guerra

Voltaire fece una riflessione intorno alle relazioni internazionali del 700. L’Europa veniva

considerata come comunità differenziata al suo interno sotto il profilo dei regimi politici e delle

confessioni religiose, ma saldamente unita da vincoli profondi. Si pone l’accento sulla politica

dell’equilibrio, esaltata come strumento atto a preservare una civiltà degna della massima

ammirazione. Questa idea di Europa nobilitava la politica dell’equilibrio ma c’era chi avanzava dei

dubbi e perplessità, come Saint Pierre. Secondo Sain Pierre il preteso equilibrio era vizioso, gli

Stati erano diffidenti tra loro. Con la diffusione dei lumi veniva avvertita la necessità di una radicale

rifondazione dei rapporti internazionali. Federico II scriveva che l’equilibrio era una cosa di pura

opinione e che era servito alle leghe che si sono formate e rinnovate contro la Francia. L’obiettivo

di Federico II era portare la Prussia in rilievo. L’ascesa della Prussia mise in crisi il sistema

dell’equilibrio che si era configurato dalla pace di Westfalia nel 1648. Il dinamismo di Federico

costrinse a mutare gli schieramenti. L’equilibrio doveva essere definito ormai ad altri livelli.

Federico II iniziava così la sua marcia verso la grandezza. Il sistema di equilibrio tradizionale visse

dalle paci di Utrecht e Rastadt nel 1713 alla pace di Aquisgrana nel 1748. In questo periodo

Francia, monarchia asburgica, Inghilterra e Spagna si scontrarono e s’accordarono a spese degli

Stati più deboli. La logica del bilanciare a spese dei più deboli veniva sempre meno accettata dai

lumi. Non lasciò indifferenti la prima spartizione della Polonia nel 1772. Con la pace di Hubertsburg

la Prussia ottenne il pieno riconoscimento della sua ascesa. Questa pace con la monarchia

asburgica regolava le questione tedesche separatamente da quelle dell’intero sistema europeo.

Andava in pezzi la balance des forces vecchio tipo, mentre emergeva un nuovo equilibrio parziale

nell’area germanica. Un’altra area di equilibrio si delineò a est. La Russia assunse un ruolo da

protagonista. La spartizione della Polonia avvenne tra Russia, Francia e Inghilterra, e sancì la

totale dislocazione del sistema della prima metà del secolo. Conseguenze decisive ebbe il nuovo

ordinamento coloniale della politica estera inglese. Affari coloniali e affari europei dovevano essere

tenuti distinti. Giunta al culmine del successo l’Inghilterra pagherà il suo trionfo con l’isolamento.

Francia e Spagna meditavano la riscossa, Russia e Prussia non avevano interesse a rafforzare il

gigante britannico in funzione antiborbonica; la monarchia asburgica intendeva rimanere legata

all’alleato francese. La Francia continuò a privilegiare nella Guerra dei Sette anni il teatro

d’operazioni europeo, esponendosi al rischio di catastrofe nel Nuovo Mondo. La Francia si inserì

con difficoltà nella questione polacca. L’attività diplomatica del 700 era sostenuta da apparati

politico-amministrativi specializzati ed efficienti. In Francia esisteva un segretaro di Stato agli esteri

a capo di un ministero articolato. Anche la Russia aveva conseguito risultati. Lo zar riformatore

mise in piedi un corpo diplomatico e creò un Collegio degli affari esteri mentre il numero dei

funzionari aumentò. Ovunque la tendenza era alla distinzione e specializzazione dei compiti.

Arretrata era l’Inghilterra dove gli affari esteri erano affidati al segretario di Stato per il nord e al

segretario di Stato per il sud. In Inghilterra la tendenza alla specializzazione arrivò con ritardo nel

1782, quando fu istituita la carica di segretario agli esteri. Praticate dai vari governi erano

l’intercettazione e la copiatura della corrispondenza dei diplomatici stranieri. La direzione della

politica estera era prerogativa del sovrano. In Inghilterra i negoziati erano condotti in nome del re,

come venivano stipulati i trattati e dichiarate le guerre. Il parlamento controllava e indirizzava. Il

lavoro diplomatico richiedeva l’impiego di un gran numero di addetti. Centrale era la figura

dell’ambasciatore, rappresentante di una potenza presso un’altra e stipendiato. Nella scelta degli

ambasciatori prevaleva il criterio dei natali illustri su quello della preparazione professionale e così

succedeva che spesso venivano promosse delle nullità. Funzionari di rango inferiore erano i

consoli che si occupavano dei rapporti commerciali e fornivano informazioni. Intorno a questi

funzionari giravano dei personaggi come inviati straordinari, agenti segreti e spie. La politica

dell’equilibrio conferì ai negoziati diplomatici importanza. La guerra totale mobilitava tutte le risorse

al fine di annientare il nemico e mirava solo ad arrotondare i propri possedimenti. Adesso gli

scontri avvenivano solo tra re, per ragioni dinastiche e i sudditi non combattevano per i loro ideali.

Solo nella Rivoluzione francese i sudditi si leveranno per difendere la repubblica, la cosa pubblica

di tutti. Federico II voleva far in modo che mentre l’esercito era impegnato in azioni belliche, i

cittadini potessero rimanere tranquilli. Non potevano essere riportati successi nelle guerre col

sistema dell’equilibrio e con la guerra lenta. Ci si asteneva dal saccheggiare e dall’infierire sulla

popolazione civile perché l’esperienza aveva insegnato che devastare una regione significava poi

trovarsi sprovvisti di viveri e foraggi. Federico II aveva paura per i suoi soldati quindi nella guerra di

Successione austriaca non mandò le sue pattuglie lontane. Allontanarsi dai rifornimenti era

pericolosissimo. Erano rare le battaglie campali. Trovare soldati non era facile e mantenerli

costava molto. Re, generali e studiosi di arte militare erano alla ricerca di una strategia e tattica

che consentissero di riportare successi. Era indispensabile ricorrere ai virtuosismi diplomatici con

la strategia metodica. Bisognava perseguire il logoramento con azioni di disturbo nei confronti delle

truppe nemiche. Meno si combatteva, meglio era. Federi II puntò sui negoziati a tavolino

attenendosi ad una guerra di gabinetto e di manovra. Principi simili alla base della guerra sui mari.

All’inizio del Settecento Scomparvero le picche. Trionfava il fucile con baionetta a collare che

soppiantò il moschetto e quindi era più facile maneggiare l’arma e meno pericoloso stare affianco a

chi sparava così di conseguenza maggiore compattezza della riga. Si poteva sparare più

rapidamente. Ci si schierava in battaglia formando una colonna della profondità di sei righe

orizzontali parallele. Nel 70 il fuoco ininterrotto si realizzò con tre righe. Le regole in battaglia erano

rigidamente codificate. L’esercito si disponeva davanti a quello avverario in righe parallele tra le

quali veniva lasciato un intervallo di 150 metri. Alla battaglia di Praga del 1757 Federico II schierò

le due linee del suo esercito in tre righe ciascuna, per un totale di sei righe. In queste condizioni

era difficile mantenere un perfetto allineamento e bisognava quindi procedere con lentezza e

cautela. Ai fini di un efficace funzionamento, l’ordine parallelo e l’ordine obliquo esigevano che i

soldati fossero addestrati in maniera impeccabile. Un addestramento li rendeva automi. La fanteria

regnava sovrana mentre la cavalleria abbandonò progressivamente il ruolo che aveva nel 600.

Federico II non attaccava più al trotto. L’artiglieria crebbe d’importanza anche se presentava degli

inconvenienti: imprecisione dei riti ed eccessiva pesantezza. I cannoni vennero resi più leggeri e

quindi venivano trasportati facilmente. Si distinse tra artiglieri d’assedio e artiglieri da campagna.

C’era chi rimpiangeva i bei tempi di supremazia delle picche e delle armi bianche. Folard e

Parlmieri guardavano alla Roma antica e sognavano il ridimensionamento del ruolo delle armi da

fuoco. Sulla scesa comparvero le truppe leggere. Nella guerra di successione austriaca erano

state impiegate dall’esercito asburgico. Venivano definite piratesche e barbare perché

combattevano in ordine sparso, si spostavano rapidamente, sparavano sulla fanteria allineata. In

Francia nacquero gli chasseurs. Anche Federi II iniziò a utilizzarle per i combattimenti in montagna

e nelle foreste. Importante la creazione delle divisioni. Articolato in corpi, l’esercito acquistò

maggiore mobilità. Ogni divisione comprendeva fanteria, artiglieri a cavalleria. Andò delineandosi

l’organizzazione del moderno stato maggiore. Tardivi i mutamenti nella guerra sui mari che

arrivarono col conflitto anglo-francese del 1778. Il dogma dell’allineamento cominciò ad incrinarsi

grazie all’ammiraglio francese Suffren. Convinto che il cannoneggiamento a distanza fosse inutile,

Suffren raccomandava di avvicinarsi al nemico e colpire alla coda. Quando si parla di esercito in

riferimento al Settecento è necessario distinguere tra esercito regolare e milizia. L’esercito vero e

proprio formato dai volontari aveva carattere permanente e professionale e la milizia formata da

elementi nazionali aveva carattere militare meno accentuato e operava entro i confini dello Stato.

La coscrizione era considerata come un attentato alla libertà dei sudditi, essa non veniva adottata

anche per altre ragioni. Il desiderio di non compromettere il funzionamento dell’economia induceva

i sovrani a non chiamare sotto le armi tutta la popolazione. Chi doveva essere escluso dalla

categoria dei miliziabili erano i nobili, gli ecclesiastici, i minori di 16 anni. In Francia fu motivo di

esenzione la condizione di ammogliato ma dato che tutti ne approfittarono la clausola venne

revocata. Erano esenti i titolari di uffici venali, gli addetti ai servizi postali, gli amministratori

cittadini, gli agenti municipali, i lavoratori delle manifatture dello Stato, gli avvocati e i notai, i

maestri artigiani. Il peso della milizia ricadeva sui contadini meno abbienti. I miliziabili venivano

scelti per sorteggio. In Francia il servizio era di cinque anni in tempo di pace; l’addestramento

durava pochi giorni all’anno. Quando scoppiava la guerra la milizia veniva versata nell’esercito

regolare. Con l’Act del 1769 la miliza fu resa permanente. L’Inghilterra forniva l’esempio di una

rigorosa distinzione tra esercito e milizia mentre non era così in Prussia. Nel 1733 venne istituito il

reclutamento cantonale. Gli uomini validi di ogni canone dovevano essere arruolati, prestare

servizio per un anno o due e poi essere congedati. I soldati prussiani erano di due tipi: i volontari e

i cantonisti. In Russia l’obbligo del servizio militare venne introdotto da Pietro il Grande. Era

previsto l’arruolamento a vita di una recluta in corrispondenza di un determinato numero di

famiglie. I progressi furono enormi. Sulla via della coscrizione s’era spinta avanti la Svezia. Per

tutto il secolo funzionò il sistema dell’indelta: gruppi di contadini erano tenuti a fornire un soldato, al

quale dovevano assegnare un appezzamento e assicurare il sostentamento provvedendo a

sostituirlo nei lavori agricoli quando questo era assente perché in servizio. La militarizzazione della

popolazione svedese fu scarsa perché il soldato svedese viveva sulla sua terra. Nello Stato

sabaudo in Italia la riforma della milizia del 1714 diede vita ad un organismo efficiente e

disciplinato. Miliziabili erano gli uomini tra i 18 e 40 anni e l’addestramento aveva periodicità

annuale e durava due settimane. Le vecchie milizie urbane esistevano anche in Francia. Nel

Settecento ci fu la tendenza ad estendere a più ampie cerchie di sudditi il servizio militare, dando

rilievo alla funzione ausiliaria dei coscritti considerandoli come soldati regolari. In nessun paese ci

fu una militarizzazione capillare della società. Alla base dell’esercito regolare c’era il volontariato. I

volontari spesso erano gli stranieri. Agli stranieri si ricorreva per distogliere dalle attività produttive

meno sudditi, per sottrarre forze ai paesi nemici, per stringere buone relazioni con gli Stati fornitori.

L’inconveniente maggiore era che gli stranieri costavano cari. Una categoria di stranieri era

costituita dai prigionieri di guerra. Federico II se ne servì imponendo l’arruolamento. Nei porti si

aggiravano le press-gangs in cerca di uomini da costringere ad arruolarsi. La vita di bordo era

dura. I reclutatori prussiani si aggiravano tra le chiese e spesso ricorrevano ad intimidazioni e

raggiri. I ricercati potevano evitare la prigione arruolandosi. I volontari accorrevano numerosi

quando c’era miseria, spesso erano anche studenti con poca voglia di studiare o piccoli

avventurieri, vedovi, orfani e trovatelli. Nell’esercito francese i rurali prevalevano sui cittadini nel

1763. Diminuirono i rappresentanti del mondo degli offices, delle professioni liberali, del grande

commercio, cioè i membri dell’èlite popolare. Aumentò il peso delle professioni meno qualificate

come contadini proprietari di un piccolo appezzamento, vignaioli, giardinieri, manovali, giornalieri,

facchini, battellieri. Crebbe la rappresentanza dei mestieri più umili. Aumentarono manovali

giornalieri e diminuirono i contadini proprietari. La vita miliare era dura. Si soffriva e moriva per le

penose condizioni di esistenza. La disciplina era molto dura. Micidiali per la salute erano le

malattie come tifo e colera. Erano diffusi i reumatismi, le ernie, le affezioni polmonari. Le condizioni

degli ospedali migliorarono ben poco. Le paghe erano modeste e spesso arrivavano in ritardo. Le

razioni di cibo lasciavano desiderare. La situazione era diversa nell’esercito prussiano. Capitava

comunque di stringere amicizie e di acquisire un minimo di istruzione. Verso la fine del secolo

cominciarono a stabilirsi i legami massonici. C’era chi si ammalava di nostalgia e cadeva in

depressione e spesso disertava. La diserzione era un incubo per le autorità. I soldati

appartenevano al terzo stato, mentre gli ufficiali provenivano dalla nobiltà. I sovrani ritenevano che

solo la nobiltà possedesse i requisiti indispensabili per comandare. Un esclusivismo nobiliare molto

rigido esisteva in Prussia dove gli ufficiali plebei venivano tollerati solo nelle armi tecniche dove

passava in primo piano il criterio della competenza. Se qualche plebeo riusciva a far carriera

nell’esercito, Federico II lo nobilitava. L’egemonia nobiliare nell’ambito delle forze armate in

Prussia rifletteva l’egemonia nobiliare nell’ambito della società. In Inghilterra insieme con i figli dei

Lord diventavano ufficiali i figli della gentry. Essere ricchi era necessario per diventare ufficiali. Nel

1720 furono fissate delle tariffe per regolarizzare la compravendita. Il denaro spianava la via fino al

grado di tenente colonnello. Per salire in alto occorreva la designazione del sovrano. In alcuni Stati

dell’impero tedesco gli ufficiali di estrazione plebea erano presenti in misura cospicua. Lo stesso in

Svezia. In Spagna non molti ufficiali erano nobili. In Russia invece i nobili monopolizzavano le

cariche di ufficiale. Di reazione aristocratica si è parlato a proposito dell’esercito francese degli

ultimi decenni del secolo. Gli ufficiali di origine borghese furono numerosi sino alla fine degli anni

settanta. La svolta sarebbe avvenuta con l’editto Segur del 1781, editto che avrebbe precluso ai

borghesi ogni possibilità di carriera. Di qui nacquero frustrazioni e risentimenti. Attraverso un

esame dei documenti, Bien ha dimostrato come anche prima gli ufficiali non nobili fossero in

numero esiguo. Anche nell’artiglieri e nel genio i borghesi non erano molto numerosi. L’editto

intendeva colpire i nobili di fresca data e quindi va considerato non contro il fronte borghese ma

come una lotta tra gruppi di nobiltà. La nobiltà antica si proponeva di creare un corpo di ufficiali più

efficiente e competente. Quindi ci fu reazione aristocratica, ma di una parte di nobiltà contro

un’altra. Nel Settecento lo Stato si adoperò per eliminare gli elementi di privatizzazione esistenti

nell’apparato militare. Era diffuso il sistema in base al quale il colonnello riceveva una somma di

denaro per ogni recluta. Venne imposto così l’obbligo di tenere dei registri ordinati, e vennero

intensificate le verifiche e le ispezioni. In Francia grazie all’apparato amministrativo lo Stato

controllava tutto. Netta la tendenza all’allargamento della sfera pubblica. In Francia si cominciò a

togliere ai capitani l’incarico di effettuare l’arruolamento, e il sovrano avocò a sé la proprietà delle

compagnie. Nel 1776 si abolì la venalità delle cariche militari e fu soppresso l’appalto degli

ospedali militari. Iniziative simili a quelle francesi ci furono in Prussia. L’azienda di guerra si

occupava della stipulazione dei contratti per gli approvvigionamenti, i ruoli, e i congedi dei soldati, il

controllo delle caserme e degli ospedali. Di questioni più specialistiche si occupava l’azienda di

artiglieria.

Il pensiero dei lumi: da Newton e Locke a l’Encyclopèdie

Con l’illuminismo l’uomo è il nuovo centro d’interesse. L’uomo ha il compito di essere utile; non

vive più drammaticamente il conflitto tra anima e corpo. L’uomo è mosso da desideri e impulsi. I

pensatori del Seicento meditavano su Dio mentre nel pensiero del Settecento il centro si sposta.

Newton e Locke si sono concentrati sul mondo dei fenomeni. Nel mondo dei fenomeni ci si

propone di realizzare la felicità. La ricerca della felicità si attua nel tempo. La storia diventa così il

dramma dell’umanità in cerca della felicità. La felicità potrà realizzarsi solo se si riuscirà a

rimuovere ostacoli formidabili. Bisognerà bandire le religioni positive, sostituendole con la religione

naturale fondata sulla ragione. Basterà credere in un Dio creatore. E’ questa la posizione deista.

Chi ha a cuore il benessere generale dovrà preoccuparsi di portare dappertutto la luce della

ragione, esercitando l’esprit critique. La filosofia consiste nell’esercizio dell’esprit critique. Il filosofo

si atterrà ai dati che i suoi sensi gli forniscono. Il philosophe acquista sempre più nettamente i tratti

del philosophe pratique, dell’intellettuale impegnato. Suo compito sarà quello di promuovere il

risveglio delle menti intorpidite allo scopo di trasformare la società. A guidare l’uomo dev’essere la

ragione che è la forza originaria dello spirito, che conduce alla scoperta della verità e alla sua

determinazione. La ragione prende il posto della grazia. Una tale ragione mette ordine nei dati

dell’esperienza sensibile procedendo dall’analisi alla sintesi. Locke (1632-1704) con il suo Saggio

sull’intelletto umano aveva condannato la metafisica all’esecuzione capitale, e invitato a rivolgere

l’attenzione al mondo che ci circonda. Dalla realtà fenomenica provengono le sensazioni di piacere

e dolore. Noi cerchiamo di evitare le seconde e di procurarci le prime. La polemica è contro i

sistemi. Bisogna diffidare delle ambiziose costruzioni innalzare grazie ai principi non verificabili

empiricamente. Simile a quella di Locke è la lezione di Newton (1642-1727). Anche lui parte dai

fenomeni. Esperimenti e osservazioni costituivano i cardini del suo metodo. Le ipotesi andavano

rifiutate. Alle ipotesi arbitrarie Newton sostituì dei principi logico-empirici scaturiti dall’osservazione

ed elaborati matematicamente. Giunse a formulare le leggi della meccanica. Le opere di Newton

costituirono per la cultura del 700 un punto di riferimento obbligato. Chi fu anche chi al ripudio della

metafisica accompagnò una valutazione quanto mai disincantata delle possibilità della ragione

all’interno stesso del perimetro tracciato da Locke. Davi Hume (1717-76) sottolineò le debolezze

delle nostre capacità conoscitive. Le impressioni e le idee che confluiscono in noi provenendo dalla

realtà esterna ricevono qualche ordine grazie a meccanismi associativi spontanei, ad un istinti che

non ci dà alcuna certezza scientificamente fondata. Ma la costante successione di due fenomeni

non garantisce che tra un fenomeno e l’altro esista un rapporto di intrinseca necessità. Bisogna

dunque rassegnarsi a vivere in un mondo di pseudo conoscenze. Nel suo libro sulla crisi della

coscienza europea, Paul Hazard ha ricordato che Samuel Clarke elencava quattro specie di deisti.

In un successivo lavoro ha sottolineato che nel Settecento esistono più deismi come quelli di Pope,

di Bolingbroke, di Lessing e Voltaire. Henry Saint John, spregiatore delle religioni positive, si

guardava bene dallo scendere in lotta contro la Chiesa anglicana. Le sue idee in tema di religione

le riservava ad una ristretta cerchia di spiriti superiori. Pope cantava la felicità dell’uomo su questa

terra, una felicità saggiamente predisposta dall’Artigiano eterno che sapeva trarre il bene dal male.

Nel deismo poetico però serpeggiava l’inquietudine. Ognuno doveva accettare il suo stato nella

consapevolezza che era illusorio sperare di cambiare le cose. Il deismo di Voltaire era aggressivo.

Voltaire approdò alla negazione del tutto è bene, e si impegnò contro il cristianesimo e la Chiesa.

Nel caso di Lessing è dubbio se si debba parlare di deismo. La sua è una filosofia delle religioni

elaborata in una prospettiva storica. Lessing giunse ad un’interpretazione secondo la quale le

religioni positive sono tappe indispensabili nel processo di acquisizione, da parte dell’umanità di

una morale più elevata. L’influenza di Locke e Newton fu enorme e si estese a tutto il continente.

Differenziati furono i ritmi cronologici. Nei territori tedeschi fu profondo il segno lasciato da Wolff,

rielaboratore del pensiero di Leibniz. Per Wolff la filosofia doveva rivolgersi sempre alla prassi e

nella stessa metafisica, la quale di solita si reputa meramente speculativa, egli sosteneva di non

insegnare nulla in cui l’intenzione non fosse rivolta alla prassi. Sottolineava la necessità di unire la

ragione con l’esperienza. Il deduttivismo formalistico finì col prendere il sopravvento ma è anche

vero che l’esigenza della concretezza continuò a manifestarsi. I Vernunftige Gedanken che

cominciarono ad essere pubblicati contenevano affermazioni tali da alimentare nei pietisti

dell’università di Hale, dove Wolff insegnava, sospetti di determinismo e di scarso rispetto per la

Rivelazione. Così Wolff fu espulso con decreto di Federico Guglielmo da tutti i territori prussiani.

Venne poi richiamato da Federico II. La sua filosofia non era più considerata pericolosa, ma

appariva ormai come salutare antidoto al veleno dei deisti e atei. Un altro personaggio alle origini

dell’illuminismo tedesco è Thomasius. Oltre ad assegnare alla filosofia un compito praticolo,

s’impegnò in battaglie riformatrici. Lottò per la tolleranza, contro la tortura, contro la credenza delle

streghe, contro i processi per stregoneria. Le idee e gli orientamenti che formano la costellazione

illuministica vennero connettendosi e raggruppandosi alla fine del Seicento. All’interno del

movimento illuministico occorre distinguere i singoli movimenti nazionali. In Francia si costituì

intorno all’Encyclopedie, un gruppo di pressione con dichiarati propositi riformatori al quale fu dato

il nome di parti philosophique. In Inghilterra era assente un partito filosofico. In Francia il parti

philosophique sorse in funzione vicaria di partiti politici che non erano ammessi, e come promotore

di un dibattito politico in senso lato che non disponeva di sedi istituzionali in cui svolgersi. Le idee

del nuovo pensiero circolavano in Inghilterra nei giornali, nei club, nelle coffee houses, nei gabinetti

di lettura. I movimenti intellettuali cominciarono in Inghilterra e Olanda e proseguirono in Francia,

Germania e altri paesi. Negli anni cinquanta la nuova cultura si espande. Negli anni sessanta la

ragione si estende in tutta Europa. Negli anni ottanta la ragione viene messa sotto accusa dalla

valorizzazione delle passioni e dei sentimenti. Il movimento philosophique è in fase di

ripiegamento. La nuova sensibilità romantica trionfa. L’illuminismo nacque tra il 1687, anno di

pubblicazione dei Principia di Newton e il 1690, anno di pubblicazione del Saggio sull’intelletto

umano di Locke. Incise anche la lezione di Bayle, nemico dei pregiudizi e superstizioni e delle

ortodossie religiose. Innalzò con il Dictionnaire historique et critique, un monumento allo spirito

critico. I philosophes si rivolsero a Bayle quando volevano dimostrare che l’ateismo non era

sinonimo d’immoralità. Bayle aveva sostenuto che l’ateo non si comportava peggio dei credenti.

Bayle sceglieva di guardare all’uomo con disincantato realismo. L’etica di Bayle venne elaborata in

Olanda, dove lui si era rifugiato per sfuggire alle persecuzioni di Luigi XIV. Anche Locke era stato

esiliato in Olanda. Dopo di lui una concezione sociale della morale si manifestò presso i

freethinkers. Tindal non esitava ad adattare il messaggio biblico a opinioni dei ceti emergenti che

volevano sbarazzarsi dell’ascetismo. Opinioni storicamente condizionate venivano presentate

come frutto della retta ragione. Tindal invitava a non lasciarsi fuorviare da un’interpretazione

letterale della Sacra Scrittura. Bernard de Mandeville in Inghilterra pubblicò la Favola delle api. In

un alveare dominato dall’egoismo e dal vizio, ma operoso, si installano improvvisamente la virtù e

la giustizia. Il risultato è che le singole api diventano perfette ma l’alveare cade in rovina, poiché

vengono a mancare gli stimoli all’agire e al produrre. La pura virtù era la generosità e l’altruismo. Il

pessimismo antropologico mandevilliano, che si risolveva nell’accettazione della società

competitiva, si spingeva troppo oltre per poter essere condiviso. Migliore accoglienza ebbe la

meditazione di Cooper, che parlava di un senso morale che fornisce i criteri del giusto e

dell’ingiusto e che governa il comportamento umano. Varie furono le posizioni in campo etico che

si espressero all’interno del nuovo pensiero. Tutte si incentrarono sulla definizione della morale in

termini sociali, sul rapporto tra uomo e società. Solo aprendosi alla società l’individuo poteva

realizzarsi pienamente. Bisognava assicurare la felicità del singolo senza cadere nell’egoismo.

Essere utili agli altri significa essere utili a noi stessi. Il tentativo di fondare un’etica mondana si

intrecciò col dibattito su religione naturale e religione rivelata che si svolte in Inghilterra. Il problema

era se la ragione fosse in grado da sola di fornire un’idea adeguata di Dio e le regole della retta

morale, oppure se essa avesse bisogno di essere integrata dalla Rivelazione. Locke si era

impegnato a mantenere il primato della Rivelazione sulla ragione ma i freethinker della Rivelazione

non ne volevano sapere. Non solo, alcuni di questi misero l bando Dio giungendo all’ateismo e al

materialismo. Venivano ridicolizzati i miracoli di Gesù. Nell’opera “Il cristianesimo antico quanto la

creazione”, di Matthew TIndal si affermava che la religione del Vangelo fosse la religione della

ragione e della natura. Si trattava però di un Vangelo riveduto e corretto sulla base della ragione.

In Clarke la polemica antideistica era un tutt’uno con l’interpretazione in chiave religiosa del

newtonianesimo. Dio aveva un posto importante nel pensiero di Newton. La scienza aveva il

compito di scoprire l’ordine mirabile dell’universo creato da Dio, risolvendosi in glorificazione del

Sommo Artefice. Dio veniva raffigurato come un orologiaio messosi a riposo dopo aver fabbricato e

caricato l’universo-orologio. L’Olanda fu la terra dell’illuminismo radicale dal 1690 al 1750. All’Aia si

era formata un’associazione segreta che pubblicava dei classici del libero pensiero. Toland

soggiornò all’Aia e espose tesi materialistiche. Anche Collins riparò all’Aia ed entrò a far parte dei

Cavalieri del Giubilo. Legato ai Cavalieri del Giubilo era anche Jean Rousset de Missy. Non tutti i

Cavalieri del Giubilo erano materialisti e in contatto con loro c’erano scienziati e filosofi che

prendevano le distanze dagli esiti estremisti del libero pensiero. Nel circuito anglo-olandese si

formò un movimento dalle marcate componenti radicali e si formò anche un altro che collegava

anglicani inglesi e arminiani olandesi. Come in Inghilterra, anche nelle Province Unite la linea della

conciliazione tra ragione e Rivelazione sarà vincente. Eppure nelle Province Unite sopravvisse un

illuminismo radicale. L’illuminismo radicale si trovava anche in Francia. L’opposizione aristocratica

aveva avuto il suo uomo di punta in Fenelon. In Boulainvilliers il radicalismo filosofico si intrecciava

ad una proposta politica in cui convivevano aspetti reazionari e aspetti riformatori. Di questa

proposta sarà da valorizzare la tensione antiassolutistica portatrice di un fermento di libertà.

Boulanvilliers era ispirato da Spinoza, dall’astrologia giudiziaria, da Locke. Intorno a lui girava un

gruppo di esprits forts che compose dei manoscritti che circolavano clandestinamente in Francia.

Deusni e ateismo si fiancheggiavano e si mescolavano in un disegno di demolizione delle religioni

positive. Jean Meslier non credeva più in Dio e avrebbe voluto che anche gli altri non ci

credessero. Ma doveva tacere per no incorrere in gravi sanzioni. Riservò la diffusione del suo

appello a dopo la sua morte. Meslier negava proprio l’esistenza di Dio. Voleva sbarazzarsi dei


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Valeder

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della politica e dell'amministrazione
SSD:
Docente: Sanna Piero
Università: Sassari - Uniss
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Valeder di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Sassari - Uniss o del prof Sanna Piero.

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