Parte prima – Demografia, economia, ceti, istituzioni
La popolazione italiana nel 700 e il ruolo nelle città
Le guerre, le carestie ed epidemie del Seicento avevano dimezzato la popolazione in Italia. All’inizio del Settecento l’Italia contava circa 13.5 milioni di abitanti. Nel corso del Settecento l’Italia partecipa al processo di accrescimento della popolazione che coinvolge un po’ tutta Europa, anche se il trend in Italia è nettamente inferiore all’Europa, in un secolo aumenta di circa 4 milioni di abitanti. Causa di questo trend furono sicuramente un complessivo miglioramento delle generali condizioni di vita e di lavoro, dell’igiene individuale e collettiva.
Nel primo cinquantennio ci fu un incremento della popolazione soprattutto nelle regioni del nord, tipo Lombardia. A Torino ci fu un’intensa crescita dovuta dall’immigrazione dalle campagne spesso a carattere stagionale, le mura perdono infatti nel corso del secolo la loro funzione difensiva, e la compenetrazione tra città e campagna è molto intensa soprattutto per le città che sono più nell’entroterra. Questo fenomeno è dovuto soprattutto al dimezzamento demografico delle città colpite dall’epidemia del Seicento, e cercano di recuperare forza lavoro dalle campagne. Le città che più si ingrandiscono sono quelle che svolgono un ruolo amministrativo di primo piano, tipo Napoli, Palermo, Roma, Torino e poi quelle che sono sedi di scambi commerciali e portuali come Genova, Cagliari, Livorno e Ancona.
L’Italia del sud si riprese più lentamente del nord, ma nella seconda parte, ci fu un’inversione, lo si può vedere già con Napoli che arrivò a contare trecentomila abitanti. La Sardegna era all’epoca una delle regioni meno popolate d’Italia. Anche per lo Stato Pontificio, come la Toscana, i Ducati del centro-nord e la Repubblica veneta lo sviluppo demografico avvenne nella seconda metà del secolo.
Le città rimangono il cuore propulsivo della vita politica ed economica dell’Italia settecentesca, dove si concentrano i compiti amministrativi e giudiziari degli stati, confermano l’andamento cinquecentesco di guida politica e culturale. Le città che si sono formate nel periodo dei Comuni e delle Signorie sono meno vitali per l’indebolimento politico dei vecchi patrizi a causa della loro diminuzione numerica e della loro chiusura sociale.
Roma presenta un volto rinascimentale e barocco grazie agli anni dello splendore del papato. Milano e Napoli, che hanno subito la dominazione spagnola del Seicento, hanno avuto importanti trasformazioni urbanistiche e hanno nuovi modi di vita. Le capitali delle Repubbliche mantengono immutati i tratti architettonici risalenti a prima del Seicento.
Torino e il suo sviluppo
Torino invece si differenzia, era stata capitale dello Stato Sabaudo già dal 562 e all’epoca contava ventimila abitanti, inizialmente impostata sulla pianta romana e priva di segni rinascimentali. Nel corso del Seicento si era trasformata nella cultura barocca con una espansione regolata sull’antica simmetria romana. Il suo ruolo di capitale politica e centro di intense attività artigianali e commerciali ha permesso una costante crescita. Nel 707 Torino conta quarantatremila abitanti, a metà secolo supera i cinquantottomila abitanti, per arrivare al 1791 con novantaquattromila abitanti. Le ragioni di questo sviluppo sono molteplici, da considerare anche il successo della politica dei Savoia, l’aumento quantitativo e qualitativo delle categorie di commercianti e di professionisti e l’immigrazione di nuova manodopera dovuta all’avvicinamento della nobiltà ai Sabaudi che investono parte dei loro capitali nella costruzione di nuove case e occupano un gran numero di personale di servizio.
Milano e Venezia
A Milano il quadro demografico è ben diverso, la peste del Seicentotrenta aveva dimezzato la popolazione scesa a sessantaseimila dai centotrentamila che contava all’inizio del Seicento. Nel 715 conta circa centoventimila abitanti che resteranno più o meno stabili per la prima parte del Settecento, per arrivare al 1795 a circa centotrentacinquemila. La causa di questo arresto di crescita è dovuto alla forte crisi dell’industria tessile conseguente alla depressione del Seicento, crisi che aveva investito soprattutto il settore della lana, infatti scompaiono quasi totalmente le manifatture laniere. A livello urbanistico qualche miglioramento lo si può notare nella costruzione di alcuni nuovi palazzi, ville, teatri, giardini pubblici e l’inserimento dell’illuminazione notturna nel 1784.
Venezia, anch’essa dimezzata dalla peste, come Milano si ristabilisce lentamente a centoquarantamila abitanti, comunque un numero inferiore a quello di prima dell’epidemia. I suoi tratti architettonici, unici, restano inalterati dal Seicento. Oltre il problema della peste, Venezia nella seconda parte del Seicento e per i primi del Settecento, pur mantenendo il primato sul giro d’affari, vede ridursi il volume di traffici navali a causa della nascita del porto di Trieste, voluto dagli austriaci, con l’inserimento anche del porto-franco. Trieste fu attrezzata proprio per diventare la diretta concorrente di Venezia. Il governo austriaco investì molti capitali per creare un cantiere navale e un arsenale della marina militare austriaca. In queste circostanze, la città-stato trae gran parte delle sue ricchezze dalla Terraferma, di cui si era impadronita già dal Quattrocento, facendo in modo che quasi tutte le ricchezze della terraferma venissero consumate a Venezia, aveva inoltre anche una sorta di monopolio nelle manifatture, impedendo la formazione di attività concorrenziali sul mercato interno. Ci fu una forte espansione di colture di gelso, e bachicolture nelle zone del veronese, bresciano, bergamasco e nel Friuli.
Trieste e Genova
Trieste si ingrandì e favorì l’immigrazione di lavoratori provenienti da altre province dell’Impero, ma solo dopo il 1760 si registrò una vera espansione del porto. Il suo volto urbanistico mutò, furono ampliate le vie di comunicazione verso la Lombardia austriaca e verso il Nord Europa. Le manifatture si moltiplicarono, sorsero fabbriche di candele, pellami, carte da gioco, stamperie…
Genova invece, aveva toccato il suo apice tra la metà del Cinquecento e la metà del Seicento, con un grande potere finanziario, le maggiori trasformazioni urbanistiche risalgono a questo periodo florido. Anch’essa dimezzata dalla peste, raggiunge verso i primi del Settecento di nuovo i suoi settantacinquemila abitanti. Il suo periodo di declino inizia proprio nella seconda metà del Seicento, si indebolirono i rapporti con la Spagna, nel frattempo si valorizzarono anche i porti di Nizza e Livorno, con il porto-franco, che fu scelto come base mercantile dalle navi inglesi e di altre bandiere europee. Genova, al contrario di Venezia che si sosteneva anche grazie alla Terraferma, era rimasta legata solo alla potenza della sua città, come capitale finanziaria, così quando iniziò il declino, il sistema monetario e finanziario che fino allora i mercanti-banchieri genovesi avevano allargato a quasi tutta l’Europa, si ridusse a vantaggio dei mercanti del nord Europa. Anche nel settore industriale ci fu una grave crisi, la produzione di seta e lana non riuscì a battere la concorrenza dei prodotti francesi, più alla moda e meno costosi. Nonostante tutto però, mantenne una forza economica abbastanza significativa.
Livorno, Firenze e i Ducati
Livorno, il suo incremento demografico era iniziato già nel corso del 600, contava 31.000 abitanti all’inizio del 700 e arrivò a 41.000 verso la fine del secolo. La sua prosperità era dovuta quasi interamente al suo porto e alle franchigie, le vicende militari avevano incrementato ulteriormente i suoi introiti, era diventata centro di un florido commercio marittimo di capitali straniere, fu l’unica città portuale che all’epoca aumentò i suoi volumi di affari. Le sue ricchezze erano del tutto indipendenti dal Granducato di Toscana, godeva di una posizione di neutralità. La crescita di popolazione ed economica rimase un caso isolato nella Toscana della prima metà del 700. Altre città diminuirono di popolazione.
Firenze, e nel complesso un po’ tutte le città toscane, diminuirono la popolazione o mantennero la stessa cifra, attraversarono una fase di inerzia, con il ristagno delle attività industriali e commerciali, perché le classi dirigenti erano incapaci di offrire occasioni di ripresa. Incise anche, l’assottigliamento delle famiglie detentrici del potere politico a causa della crisi demografica, con l’estinzione della famiglia dei Medici, c’era una grave decadenza politica, decadenza che in effetti interessava un po’ tutti gli stati italiani ed europei, costituiti su base repubblicana o signorile. Il complesso urbano di Firenze non subì grandi modificazioni, mantenne il suo aspetto cinquecentesco, solo verso la fine del secolo con i Lorena l’edilizia pubblica e privata si rimise in movimento.
I Ducati di Modena, Parma, Piacenza, Mantova, dopo le guerre di successione subirono rimescolamenti e nuove alleanze, terminava così un ciclo iniziato con le guerre del 600, dove gli stati padani avevano subito una collocazione di vassallaggio, rispetto alle grandi potenze europee.
Roma, Ancona e Bologna
Roma, capitale dello Stato Pontificio, nel 700 era la seconda (Napoli) città italiana più popolata, 158.000 abitanti circa nel 1750. La popolazione era soggetta ad oscillazioni periodiche, tipo quelle stagionali dei pastori abruzzesi, o quelle legate ai pellegrinaggi, o dei contadini, qualora il raccolto andava male, andavano in città in cerca di protezione ed assistenza. Città dai forti contrasti sociali, con poche e ricchissime famiglie, che avevano lasciato una impronta di sperpero e carattere parassitario dell’economia. I tratti architettonici erano come 200 anni prima, tra il barocco e il cinquecentesco. Roma non era una città in via di espansione, si era fermata a contemplare i suoi antichi splendori, infatti non visse nel 700, uno slancio di rinnovamento.
Ancona, molto simile a Livorno, grazie al papa che concesse al porto la franchigia doganale, sull’esempio del porto di Trieste, si avviò verso un incremento economico e demografico.
Bologna, invece era entrata in una fase di ristagno dalla fine del 600, causa la crisi del settore tessile dovuta alla concorrenza estera. Tra il 600 e 700 era diventata in tutta l’Europa, capitale della cultura, grazie alla sue università, scuole di pittura, musica…
Napoli e Palermo
Napoli era la città più popolosa d’Italia, contava 300.000 e arrivò a 420.000 verso la fine del secolo. Fu sede di tribunali, e organismi burocratici e politici, a Napoli risiedevano le grandi famiglie della nobiltà che controllavano l’amministrazione della città. Il porto era uno dei principali scali marittimi del Tirreno, il bisogno fondamentale era di approvvigionarsi del grano della Puglia. La struttura urbanistica aveva avuto uno sviluppo spontaneo di precarietà e di disordine edilizio con un fitto addensamento delle case, con il Regno di Carlo di Borbone si riaprì per la città una speranza di sviluppo economico e civile, si potenziò il porto, si aprirono nuove strade, fu costruito il teatro San Carlo, la Reggia, il parco di Capodimonte… furono abbattute le mura di cinta della città per assorbire il forte incremento demografico.
Palermo, fu l’altra capitale del sud, superava i 100.000 abitanti, il suo volto urbano si era consolidato nel 1500, le opere realizzate nel 700 seguirono comunque i canoni del barocco, senza alterare la sua fisionomia. Nel periodo della successione spagnola Palermo aveva subito il divieto di fare scambi commerciali con inglesi e olandesi, e questo l’aveva molto penalizzata, ci fu quindi un interesse per la produzione agricola di olio, vino, frutta, che portò la nobiltà a costruire ville fuori dal centro urbano. La società era controllata da grandi famiglie feudali, mancava però a differenza di Napoli un ceto medio di magistrati, avvocati, burocrati. Solo verso gli anni 40 i traffici portuali tornarono a segnare incrementi significativi, grazie anche all’economia locale che fu esportata.
Il mondo delle campagne tra debolezze strutturali e sintomi di ripresa
La depressione economica del secolo precedente si trascinò fino agli anni 40 del 700. A partire dal 600 l’Italia inizia ad accumulare un ritardo di sviluppo nei confronti dell’Europa. Da un’analisi storica le arretratezze e l’immobilismo produttivo si situano a partire dal 300 e il 400, quando le grandi aree latifondiste che funzionavano benissimo, vennero impoveriti di manodopera nel periodo signorile dal prelievo urbano di contadini, con una conseguente diminuzione di produzione agraria già dalla fine del 500. Altro grande problema fu la divisione europea del lavoro, che si ristruttura nel corso del 600, attribuendo all’Italia le esportazioni di materie prime (grano olio vino seta greggia), e l’importazione di prodotti finiti. In questo modo l’Italia perde quel ruolo attivo all’interno del mercato europeo che aveva acquisito nei secoli precedenti, per scendere a una posizione subordinata. Anche il fenomeno della “rifeudalizzazione” dove i nobili non destinano le loro ricchezze per un incremento produttivo ed innovativo, ma tendono a difendere le loro posizioni sociali, patrimoni e dominio, lo fanno anche con politiche matrimoniali.
La crisi del grano, per mancanza di manodopera, partita dal 600 e l’istituzione degli uffici delle “annone” creano nuovi poveri, vagabondi, emigrati dalle campagne, che formano una zona buia, e i gruppi di dirigenti creano grandi edifici di ricovero per i poveri, con una politica più verso l’isolamento del fenomeno, che per il sostegno. I nuovi uffici delle annone creano molto impiego, intorno si crea una fitta rete di rapporti politici ed economici, all’interno dei quali agiscono mercanti, politici, speculatori, usurai, diventando una forza di gran peso nell’economia della città, si aggiunsero anche i poteri di regolamentazione dei prezzi, tipo il prezzo del pane. Questo ciclo depressivo dura fino agli anni 40 del 700.
Settori agricoli italiani
Dal punto agricolo l’Italia si può dividere in 3 settori: l’area meridionale latifondista e feudale; l’area centrale con la mezzadria e quella settentrionale capitalistica.
Nel Mezzogiorno l’economia dominante è quella del grano, ed è priva di evoluzione tecnica, arretrata, l’economia resta imprigionata da forme arcaiche di colture dei cereali, olivo e pascolo transumante, i grandi proprietari per recuperare il saldo negativo partito già dal 600 inseriscono le imposte sui contadini che finiscono con l’impoverire la popolazione. Figure imprenditoriali speculative intermediari fra proprietà e lavoratori, furono tipo in Sicilia furono i “gabellotti”. Anche nella campagna romana l’agricoltura rimane profondamente arretrata.
Nel Centro Italia il rapporto di lavoro molto diffuso tra Toscana, Marche, Emilia Romagna e Piemonte era la “mezzadria”, che da una parte frenava la crescita qualitativa della produzione, dall’altra stabilizzava la presenza dei contadini. I legami fra contadino e proprietario erano diretti, garantivano l’approvvigionamento necessario alla famiglia, i contratti erano di tipo annuali, e senza mediazioni. C’erano almeno 4 tipi di contratti: mezzadria, affitto, enfiteusi e gestione economica. Una sostanziale differenza si può notare tra la mezzadria o l’affitto, che con contratti a termine non incitavano il contadino a creare migliorie e innovazioni tecniche, ma lo portavano a pensare solo alla sopravvivenza, mentre il contratto enfiteutico prevedeva la cessione del terreno per periodi più lunghi, con l’obbligo di opere di miglioria, il canone veniva pagato annualmente, con il passare del tempo il contadino poteva anche diventare proprietario del terreno.
All’interno nelle terre tra Abruzzo Umbria fino alla zona di Urbino c’era una notevole povertà legata al fatto che in queste terre non si produceva grano.
Nell’area emiliano-romagnola ci fu una maggiore produzione più articolata nella varietà, migliorata anche di tecniche, con lo sfruttamento dei canali per le irrigazioni. In Toscana e in Umbria la situazione va decisamente meglio, nelle zone montagnose e collinari vengono inserite coltivazioni di tabacco, gelso, allevamento di bestiame, lungo la costa tirrenica aveva preso piede la coltura di ulivi e viti. I rapporti di lavoro sono prevalentemente di mezzadria.
Nella pianura padana si nota già una certa modernità, grazie alle irrigazioni, vengono inserite colture mais e riso vicino alle colture di grano, lungo i bordi degli appezzamenti piante di gelso, colture di canapa e lino, testimoniano una situazione economica elastica e differenziata. Economia questa dai tratti capitalistici. Anche nel Veneto c’è una coltivazione di carattere misto, con il restringimento dei pascoli per dare spazio alle coltivazioni, i nuovi proprietari, nobili veneziani, non si interessano molto delle coltivazioni e preferiscono frammentare la proprietà in piccole unità, diversificando così le produzioni.
Anche nella pianura piemontese si affaccia il riso, anche se il paesaggio è caratterizzato dalle viti e piccole colture di ortaggi e cereali. Al contrario del Veneto non si sviluppano setifici, ma semplicemente allevamenti di bachi.
Per la Lombardia la situazione è molto simile alle altre zone del nord, la montagna resta sempre molto povera, a differenza delle colline e pianure. Il feudo nelle campagne settentrionali è meno soffocante che nel Mezzogiorno, anche se è entrato da tempo in una fase di declino che culminerà.
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