Introduzione
Il testo è stato steso tra dicembre 1851 e i primi tre mesi del ’52, rielaborando precedenti materiali apparsi in un altro opuscolo, Lotta di classe. Il periodo novembre ’50 - dicembre ’51 in Francia fu di particolare rilievo: i nodi irrisolti della seconda repubblica vennero sciolti in senso reazionario verso l’instaurazione del Secondo Impero. Col 18 brumaio gli avvenimenti vengono letti come le condizioni che resero possibile il colpo di stato di Luigi Bonaparte: lo stato d’assedio antiproletario; le azioni repressive di Changarnier tra gennaio e giugno ’49; la guerra contro la repubblica romana (il proletariato va incontro alla disfatta; la borghesia vuol mettere sotto sequestro lo Stato). La politica di forza iniziata dalla borghesia monarchica del partito dell’ordine per mettere fuori gioco i proletari, apre la strada alle vessazioni e allo scioglimento nei confronti dell’Assemblea.
Marx analizza questi eventi, mostrando la logica interna: l’avvento di Bonaparte, “personaggio grottesco”, non fu un fulmine a ciel sereno. Marx sottolinea la clamorosa e pesante sconfitta del proletariato, ma pensa anche che la rivoluzione proletaria alla fine sarà vittoriosa. Anzi, le sconfitte patite fino al ’52, e le altre che sicuramente sarebbero venute, non sono altro che le tappe di un’educazione necessaria per la coscienza proletaria: la sfortunata insurrezione proletaria di giugno '48 è concepita come momento positivo per la vittoria decisiva.
Il giudizio di Marx su questi anni francesi è sempre sul filo dell’ironia: i fatti e i personaggi spesso si presentano due volte sulla scena della storia, la prima come tragedia, la seconda come farsa (citazione da Hegel). Tutto veniva letto in controluce rispetto alla gloria della riv. Francese (clubs, alberi della libertà, Montagna, popolo sovrano), nell’illusione di rinverdire e rendere stabili quelle lontane conquiste.
Ma era altrettanto naturale che i discendenti di Napoleone volessero restaurare i fasti imperiali, rimasti molto impressi in ampi settori dell’esercito, dei contadini: e il futuro Napoleone III fece sempre leva su tali sentimenti, presentandosi come l’erede delle glorie del Napoleone I (insurrezioni del '36 e del '40, fallite, in primis).
La disfatta della rivoluzione del ’48 fu dovuta al fatto che il proletariato fu abbandonato dalla piccola borghesia, dal momento che da tempo ormai ogni sollevazione popolare conteneva, agli occhi di tutte le classi, il pericolo di una rivoluzione proletaria, che faceva profilare lo spettro del comunismo, per cui borghesia finanziaria, piccoli borghesi e contadini si coalizzarono per la repressione violenta del movimento operaio. Così facendo però veniva aperta la strada all’involuzione politica a favore delle destre, in un’escalation impressionante: i voti si spostarono dai repubblicani borghesi ai monarchici del partito dell’ordine, fino alla rinuncia al parlamentarismo, per finire tra le braccia di Napoleone (1851), pur di avere un governo stabile.
I repubblicani e montagnardi del periodo 1789-1793 furono realmente rivoluzionari, perché erano intimamente rivoluzionari; quelli del ’48 non lo furono, perché nn lo erano più. E i loro esecutori testamentari, Napoleone I e III, furono qualcosa di irrimediabilmente diverso tra loro: il primo aveva promosso la concorrenza, si poté sfruttare la proprietà fondiaria suddivisa, si poté avviare l’industria, spezzò il feudalesimo; il secondo niente di tutto ciò, e ansi è continuamente vittima delle beffe di Marx. L’unica virtù fu la demagogia, apertamente antiborghese e reazionaria, che riuscì a conquistare i piccoli proprietari, facendogli balenare la prosperità.
Napoleone III poteva assicurare la difesa dell’ordine, ma il suo potere, per farlo, non poteva coincidere con il potere borghese (la borghesia doveva rinunciarvi); essa anzi si sottomise a una dittatura e rinunciò all’influenza diretta che le derivava dal parlamento. Napoleone realizzò la sua funzione di difensore dell’ordine, solo perché eliminò il potere politico diretto della borghesia: solo sostituendo un potere solido al potere traballante borghese, si poteva garantire la stabilità dell’ordine borghese.
Nella conclusione del libro, Marx afferma che la centralizzazione realizzata da Napoleone è la necessità stessa per il proletariato: un centralismo basato su larghe autonomie, non certo burocratico e repressivo realizzato storicamente in Francia. Un centralismo non proveniente dall’alto, ma derivante dall’unione delle cellule più piccole (le comuni di Lenin) comunali e regionali nell’ambito di uno stato democratico, indivisibile.
Prefazione dell’autore
«Io mostro come in Francia la lotta di classe creò delle circostanze che resero possibile a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell’eroe».
Prefazione di Engels
La Francia è il paese in cui le lotte di classe della storia vennero combattute sino alla soluzione decisiva più che in qualunque altro luogo: centro del feudalesimo, paese classico, a partire dal Rinascimento, della monarchia, la Francia ha, con la sua grande Riv., distrutto il feudalesimo e fondato il dominio della borghesia. Fu proprio Marx a scoprire la grande legge dell’evoluzione storica, secondo la quale tutte le lotte della storia sono lotte fra classi sociali; e queste collisioni sono condizionate dal grado di sviluppo della loro situazione economica. Questa legge gli fornì la chiave per comprendere la storia della seconda repubblica francese.
Capitolo I
Dal 1848 al 1851 della vecchia rivoluzione, a cui protagonisti volevano ispirarsi, non circolò che lo spettro. La rivoluzione che scoppiò in febbraio ’48 fu ritenuto evento di rilevanza storica mondiale che apriva un’epoca nuova, ma il 2 dicembre la rivoluzione fu fatta sparire col trucco di un baro. E la società sembrò tornare più indietro del punto di partenza.
Le rivoluzioni borghesi hanno una vita effimera; quelle proletarie criticano continuamente se stesse, ritornano continuamente su ciò che sembrava cosa compiuta per ricominciare daccapo, si ritraggono spaventate dell’infinita immensità dei loro propri scopi. Non bisognava essere dei geni per capire che la rivoluzione del febbraio ’48 andava incontro al suo fallimento e il 2/12/51 la costituzione del ’48 fu soppressa insieme al parlamento. Rimane da capire come un paese da 36 milioni di abitanti poté essere ridotta così alla sprovvista in schiavitù da uno che non brillava per ingegno.
Marx individua tre fasi:
- Periodo di febbraio (1848), prologo.
- Periodo della Costituzione della repubblica (4/5/48-29/5/49).
- Periodo della repubblica Costituzionale (29/05/29-2/12/51).
Periodo di febbraio. È il periodo che va dalla caduta di Luigi Filippo (il re cittadino protagonista dal 1830) alla prima riunione dell’Assemblea costituente, può essere considerato il prologo della rivoluzione. Si formò un governo provvisorio in cui trovarono posto borghesia, piccola e grande, i lavoratori socialdemocratici. Tutto iniziò da una riforma elettorale che doveva allargare la base elettorale e rovesciare il monopolio dell’aristocrazia finanziaria, il popolo salì sulle barricate, l’esercito non oppose resistenza, il re fuggì, la repubblica s’impose da sé. Il proletariato le diede il suo sigillo di repubblica sociale, ma già i poteri forti si erano alleati ed erti a difesa dello status quo ante.
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