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corsa. Egli, per altro, era consapevole che il conseguimento di una piena indipendenza era

impossibile per allora, e per ciò aveva ripreso la politica del periodo 1755-69, tentando di sfruttare

il conflitto franco-inglese per conseguire la maggiore possibile autonomia per la sua isola. A partire

dal 1792, però, la radicalizzazione del processo rivoluzionario aveva spinto Paoli, uomo d’antico

regimi, ad accentuare le sue posizioni conservatrici sul piano politico-sociale e a staccarsi dalla

Francia per accostarsi progressivamente al campo della controrivoluzione. Egli dunque non poteva

guardare con favore una spedizione come quella di Sardegna che aveva una forte impronta

giacobina. La causa principale dell’ostilità di Paoli per Napoleone non fu un antico rancore per il

voltafaccia del padre Carlo nel 1769, ma un contrasto ideologico e politico.

Costretto all’esilio con tutta la sua famiglia, Napoleone riprese il servizio nel 4° reggimento di

artiglieria di stanza a Nizza. Ma fu la guerra ad offrirgli l’occasione per distinguersi. Presente per

caso all’assedio di Tolone, venne chiamato da Saliceti, rappresentante in missione della

Convenzione, a sostituire il comandante dell’artiglieria, rimasto ferito in uno scontro, e diede un

contributo decisivo alla presa della città (18 dicembre 1793). Mostrandosi già fermamente convinto

che dall’Italia bisognasse portare il colpo decisivo all’Austria, Napoleone si impegnò in questi mesi

a preparare i piani per una campagna militare in Piemonte e nella penisola. Ma il progetto si

scontrò nel Comitato di salute pubblica con l’opposizione di Carnot, che pensava invece ad

un’offensiva in Spagna.

Con la caduta di Robespierre il 9 termidoro dell’anno II (27 luglio 1794) si aprì per Napoleone un

nuovo periodo di difficoltà. Legato da amicizia con il più giovane dei Robespierre, e sospettato di

giacobinismo, egli dovette partire per breve tempo il carcere a Nizza, e poi, dopo la scarcerazione,

fu tenuto in disparte senza essere impiegato. Nel marzo del 1795 fu radiato dall’artiglieria e

destinato come generale di fanteria all’armata della Vandea, ma rifiutò l’incarico, non volendosi

allontanare dall’armata d’Italia. Congedato dall’esercito per il suo rifiuto, senza risorse e senza

prospettive, egli vide svanire anche il progettato matrimonio con Désirée.

Gli sviluppi della situazione politica e l’amicizia con Barras gli offrirono l’occasione per risollevarsi

con l’incarico di stroncare l’insurrezione monarchica provocata dal decreto dei due terzi. Il

contributo dato alla sconfitta dell’insurrezione realista vale a Bonaparte la reintegrazione

nell’esercito col grado di generale di divisione e il comando dell’armata dell’interno. Così

nell’esercitare la funzione di mantenere l’ordine nella capitale egli riservò i colpi più duri

all’opposizione giacobina, provvedendo a chiudere d’autorità, alla fine di febbraio del 1796, il

circolo del Panthéon, luogo di riunione delle forze di sinistra: utile occasione per dimostrare ai

vincitori termidoriani che le sue simpatie giacobine appartenevano al passato.

Anche ora, come nel 1794, il fronte italiano aveva nei piani elaborati a Parigi una funzione

sussidiaria rispetto all’offensiva principale, affidata alle armate di Jourdan e di Moreau sul Reno.

Del resto Napoleone si trovò al comando di un’armata assai inferiore per numero all’esercito

austro-sardo, ed abbastanza male equipaggiata. Grazie alla sua audacia egli sconvolse i piani

della guerra e, mentre in Germania l’offensiva segnava il passo, riuscì a fare della campagna

d’Italia il terreno decisivo della vittoria sull’Austria. Attraversando le Alpi nel punto più difficile egli

riuscì a cogliere di sorpresa il nemico e a dividere ‘esercito sardo e quello austriaco, che sconfisse

poi separatamente, il primo a Millesimo e Ceva, il secondo a Montenotte e Dego. Il re di Sardegna,

spaventato anche da un tentativo di rivoluzione promosso dai patrioti piemontesi, si affrettò a

firmare l’armistizio di Cherasco, con cui cedeva alla Francia 4 piazzeforti e lasciava in pratica che il

Piemonte diventasse una base per il proseguimento della campagna. A questo punto Napoleone

giocò nuovamente sulla sorpresa e, mentre gli austriaci lo attendevano più a Nord, li aggirò

violando la neutralità del ducato di Parma e attraversando il Po a Piacenza. Quindi, dopo essersi

aperta la strada in una sanguinosa battaglia sul ponte di Lodi, le truppe francesi il 15 maggio 1796

entravano trionfalmente a Milano, mentre il grosso delle forze austriache si trincerava in Mantova.

Fedele ai piani elaborati fin dal 1794, Napoleone evitò di addentrarsi nella penisola, dal momento

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che l’Austria non era ancora annientata. Imponendo onerosi trattati ai duchi di Parma e di Modena

e stipulando con il papa un armistizio che assicurava alla Francia le legazioni di Ferrara e Bologna,

egli si garantì il controllo di tutta l’Italia settentrionale e si pose così nelle condizioni migliori per

affrontare il difficile assedio di Mantova. Infine il 2 febbraio 1797 la fortezza di Mantova, l’ultimo

baluardo austriaco in Italia, capitolò. Dapprima costrinse con una rapida avanzata il papa a cedere

le legazioni di Romagna (pace di Tolentino, 29 febbraio 1797). Quindi si rivolse di nuovo contro

l’Austria e, penetrando dal Trentino in territorio nemico, giunse con le sue avanguardie a 100 km

da Vienna, costringendo il comandante delle truppe austriache, l’arciduca Carlo, fratello

dell’imperatore Francesco, a stipulare i preliminari di pace di Leoben (aprile 1797). A completare la

vittoria francese sopravvenne la democratizzazione della repubblica di Venezia (12 maggio).

Fin dall’inizio della campagna Napoleone dimostrò una notevole abilità politica, e si pose, spesso

in contrasto con le direttive del Direttorio. La politica italiana di Bonaparte rispondeva all’esigenza

di crearsi una base di potere personale, ma non presupponeva certo una sincera apertura al

programma democratico ed unitario perseguito dai patrioti italiani più avanzati: soggette al

completo controllo dei conquistatori, le repubbliche create da Bonaparte non ebbero nessuna reale

autonomia e rimasero strumento della politica francese. La pace con l’Austria, sancita dal trattato

di Campoformio (17 ottobre 1797), stabilì, in cambio del riconoscimento del Belgio e della frontiera

sul Reno, la restituzione a Vienna di Venezia, dell’Istria e della Dalmazia, suscitando l’indignazione

dei democratici italiani. Ma le proteste per la cessione di Venezia all’Austria non potevano certo

intaccare l’enorme popolarità acquisita da Bonaparte. Egli aveva tratto dai territori occupati le

risorse per il proseguimento della campagna, e nel contempo aveva inviato per mesi a Parigi

ingenti quantità di denaro, di viveri, di opere d’arte.

Naturalmente il Direttorio considerava con sospetto la crescente popolarità di un generale che non

aveva certo nascosto, nella condotta della campagna d’Italia, le sue ambizioni e il suo spirito di

indipendenza dalle direttive di Parigi. Esso si propose perciò di allontanare dalla capitale una

presenza particolarmente ingombrante e pericolosa. Dapprima incaricò Bonaparte di preparare la

spedizione contro l’Inghilterra, ma l’impresa apparve ben presto impossibile finché la flotta inglese

manteneva il completo controllo dei mari. Si riprese allora l’idea di un attacco contro l’Egitto,

provincia, almeno di nome, dell’Impero ottomano, il quale si era mantenuto per altro neutrale nella

guerra europea. L’impresa mirava a colpire il commercio inglese con l’oriente e, in prospettiva, a

far pesare una minaccia sull’India, dove il sultano del Mysore, alleato della Francia, combatteva

contro gli inglesi. Napoleone accetto l’incarico soprattutto sulla base di considerazioni realistiche:

egli sentiva che il momento non era ancora giunto per l’impresa dell’oriente, e giudicò quella

d’Egitto una parentesi utile, e non troppo rischiosa, per il suo prestigio militare. C’era per la verità il

pericolo che l’azione venisse bloccata sul nascere dalla flotta inglese che pattugliava il

Mediterraneo. Ma la spedizione, preparata in gran segreto e partita da Tolone il 19 maggio 1798,

riuscì a sottrarsi alle ricerche dell’ammiraglio Nelson e, dopo aver occupato Malta, poté sbarcare

ad Alessandria il 1 luglio.

In Egitto, sotto la sovranità nominale del Sultano, dominava in realtà la casta militare dei

Mamelucchi, mercenari reclutati nel Caucaso. L’insofferenza della popolazione egiziana per il loro

dominio favorì l’azione di Bonaparte. Poco dopo però la flotta inglese di Nelson sorprendeva ed

annientava la flotta francese alla fonda nella rada di Abukir (1 agosto). Bonaparte restava così

prigioniero della sua conquista, senza alcuna possibilità di riportare di riportare in Francia il suo

corpo di spedizione, o di ricevere da Parigi i rinforzi necessari per fronteggiare il tentativo di

riscossa dell’Impero ottomano. Napoleone tentò di prevenire l’attacco con una spedizione in Siria,

dove le forze turche si stavano organizzando. Egli lasciò sussistere sotto il protettorato francese

l’amministrazione locale, e diede un grande impulso all’ammodernamento del paese: introdusse ad

esempio la stampa, il servizio postale, i mulini a vento, ripristinò canali, abolì la feudalità ed

incentivò lo sviluppo economico. Napoleone si mostrò anche molto sensibile al problema religioso

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ed ostentò grande rispetto verso l’Islam e i suoi capi. Sul piano militare Napoleone mantenne il

controllo della situazione, respingendo l’attacco di un esercito turco sbarcato ad Abukur (25 luglio

1799). Ma in Egitto restava ben poco da fare.

Importanti novità si erano avuto invece nel frattempo sulla scena europea. Si era formata infatti,

anche per effetto dell’attacco contro l’Egitto, una seconda coalizione che comprendeva Austria,

Inghilterra, Russia, Turchia e Svezia. La guerra era perciò ripresa e aveva fatto segnare una grave

sconfitta della Francia, costretta ad abbandonare tutti i territori che aveva occupato in Italia. Poco

prima del arrivo di Napoleone a Parigi la notizia della sua vittoria sui turchi ad Abukir. Nonostante il

sostanziale fallimento della spedizione e nonostante la discutibile decisione di lasciare di propria

iniziativa l’armata d’Egitto, egli godeva ancora di un’enorme popolarità e giungeva al momento

giusto per inserirsi nei giochi politici. L’esigenza di un mutamento istituzionale che ponesse fine

alla cronica instabilità del regime direttoriale era nei voti e nelle previsioni di tutti. Principale fautore

della revisione costituzionale era il membro di maggior spicco del Direttorio, l’abate Sieyès, che fin

dal 1795 aveva criticato la carta dell’anno III redatta senza tener conto delle sue indicazioni.

Bonaparte per parte sua proclamò ripetutamente in pubblico la sua fedeltà alle istituzioni, ma in

realtà si mise subito a valutare le opportunità che la situazione politica gli offriva. Superate le

reciproche diffidenze, Bonaparte e Sieyès si accordarono ai primi di novembre per un colpo di

mano il più possibile vicino ai limiti della legalità.

La mattina del 9 novembre 1799, con il pretesto di una inesistente cospirazione terroristica, i

membri del Consiglio degli anziani favorevoli a Sieyès decisero di convocare il corpo legislativo per

il giorno seguente a Saint-Cloud e di nominare Bonaparte comandante delle truppe di Parigi. Alla

riunione dei due Consigli a Saint-Cloud i membri del Consiglio degli anziani assenti il giorno

precedente e la maggioranza del Consiglio del 500 manifestarono una vivace opposizione al colpo

di mano perpetrato da Sieyès. Bonaparte, che attendeva in anticamera le decisioni dei

rappresentanti del popolo, spazientito dalla lunga attesa intervenne una prima volta nell’assemblea

degli Anziani per sollecitare una rapida votazione. Ancor più negativo fu il risultato del suo

improvviso intervento nella seduta del Consiglio dei 500. Fu il fratello Luciano, che era presidente

dei 500, a salvare la situazione. Egli uscì dalla sala e si rivolse direttamente ai soldati della guardia

del corpo legislativo, denunciando i deputati corrotti dell’oro inglese che si erano scagliati con i loro

pugnali sul generali. la sera furono raccattati in fretta e furia alcuni membri degli Anziani e dei 500 i

quali nominarono al posto del Direttorio dimissionario un triumvirato formato da Bonaparte, Sieyès

e Roger Duco, e sostituirono ai vecchi Consigli due commissioni di 25 membri ciascuna, incaricate

di redigere, d’intesa con i triumviri, una nuova costituzione. Ma la Francia, stanca delle

interminabili discordie civili, guardava con indifferenza ormai alla forma delle istituzioni ed era

pronta a mettersi nelle mani di un uomo forte. La nuova costituzione dell’anno VIII, elaborata ed

approvata in tutta fretta entro la fine del 1799, fece giustizia delle illusioni di Sieyès e sancì

l’assoluto predominio di Bonaparte.

Essa pose alla testa dello Stato tre consoli, eletti per 10 anni da un Sentano e rieleggibili senza

limiti, e affidò la carica di primo console a Bonaparte, affiancandogli come colleghi Cambacères,

un ex convenzionale della Pianura, e Lebrun, uomo d’antico regime, rimasto estraneo alla

rivoluzione e di nota fede monarchica. Questi ultimi disponevano comunque solo di un voto

consultivo, per cui tutto il potere era nelle mani del primo console, che aveva in esclusiva

l’iniziativa legislativa, controllava il potere esecutivo, nominava i ministri e quasi tutti i funzionari

pubblici. Delle idee di Sieyès rimase nel testo costituzionale solo ciò che sarebbe tornato utile a

Bonaparte: l’abbandono del principio elettivo e l’indebolimento del potere legislativo. Quest’ultimo

era affidato a due assemblee, il Tribunato (100 membri) e il Corpo legislativo (300 membri),

rinnovabili di un quinto ogni anno. Il Tribunato aveva il compito di discutere le proposte di legge

presentate dal primo console, che le elaborava con il concorso di un Consiglio di stato di 30 o 40

membri, mentre il Corpo legislativo si limitava ad approvare o respingere i progetti senza discuterli.

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Il suffragio universale era previsto solo per lo stabilimento di liste di notabili, dalle quali poi il

Senato avrebbe scelto i nomi dei legislatori. Questi ultimi del resto furono nominati per la prima

volta direttamente dal Senato, mentre le liste di notabili, formate in qualche modo nel corso

dell’anno IX, non furono mai utilizzate.

Il Senato, composto di 60 membri, era un vero corpo elettorale che nominava i legislatori e i

consoli ed esercitava un controllo di costituzionalità sulla legislazione ordinaria annullando le leggi

contrarie alla costituzione. Il voto popolare di accettazione della costituzione si risolse in un vero e

proprio plebiscito sulla persona di Napoleone e diede, stando ai risultati ufficiali, un’indicazione

assai chiara (più di 3 milioni di sì contro 1562 no). Certo bisogna considerare che il voto fu palese,

che quasi due milioni di elettori non votarono e che i risultati furono manipolati dal ministro degli

interni Luciano Bonaparte. La costituzione, con un ulteriore strappo alla legalità, fu fatta entrare in

funzione il 25 dicembre 1799, prima che si conoscessero i risultati definitivi del plebiscito.

Si pose immediatamente il problema di una riorganizzazione istituzionale che approfondisse le

indicazioni offerte dalla costituzione. A questa esigenza corrisposero le tre grandi leggi organiche

approvate nei primi tre mesi del 1800: la legge del 19 nervoso VIII (9 gennaio 1800) sui rapporti e

le comunicazioni fra le diverse autorità incaricate dalla costituzione di concorrere alla formazione

della legge, la legge del 28 piovoso VIII (17 febbraio 1800) sull’organizzazione amministrativa e la

legge del 27 ventoso VIII (18 marzo 1800) sull’organizzazione giudiziaria.

Sorto col pretesto di contrastare un’inesistente congiura giacobina, il nuovo regime era orientato in

origine contro la sinistra, e infatti da quest’ultima erano venute sia l’opposizione nei Consigli

legislativi, sia qualche timida resistenza in provincia. Per questo si preoccupò immediatamente di

indebolire le opposizioni procedendo il 17 febbraio 1800 ad una drastica limitazione della libertà di

stampa. D’altra parte alternando abilmente le maniere forti e la disponibilità alle trattativa, egli

riuscì ad ottenere la fine della guerra controrivoluzionaria in Vandea e in Bretagna. La sua volontà

di chiudere definitivamente la rivoluzione fu resa evidente soprattutto dal decreto del 3 marzo 1800

con cui dichiarò chiuse al 25 dicembre dell’anno precedente le liste degli emigranti. Egli mirava a

riunire tutti i francesi intorno ad un regime forte, in grado di superare definitamente i conflitti del

periodo rivoluzionario conservando nel contempo le conquiste essenziali del 1789. Ma egli non

aveva ancora la forza per perseguire fino in fondo questo programma. Dall’altra parte l’impronta

autoritaria assunta dal nuovo regime urtava la tradizione repubblicana consolidatasi in Francia nel

corso della rivoluzione. Di queste preoccupazioni si fece interprete in particolare il Tribunato, che

era dominato da un gruppo di intellettuali, eredi della filosofia illuministica, detti ideologi perché si

erano dedicati in particolare allo studio della ideologia intesa come scienza delle funzioni e dei

processi psichici dell’uomo. Portavoce del gruppo degli ideologi si fece Benjamin Constant il quale

nel gennaio 1800 denunciò al Tribunato i pericoli di un regime di servitù e di silenzio. Solo con lo

stabilimento del Consolato a vita nel 1802 si conclude veramente la rivoluzione e si apre l’età

napoleonica.

Ancora una volta egli scelse di giocarsi la sorte in Italia, dove solo Genova resisteva ancora

all’offensiva degli austro-russi.

Giocando sulla sorpresa, Napoleone fece passare le sue truppe, fra mille difficoltà, per il Gran San

Bernardo ancora coperto di neve (maggio 1800) e quindi, invece di correre in soccorso di Masséna

assediato dagli austriaci a Genova, puntò direttamente su Milano che occupò il 2 giugno, in modo

da prendere alle spalle gli austriaci tagliando loro la via della ritirata. Sennonché proprio in questi

giorni Genova capitolò. Costretto a ripiegare verso sud-ovest, dove c’era il grosso dell’esercito

austriaco comandato da Melas, Bonaparte commise l’errore di disperdere le sue forze nella ricerca

del nemico, di cui non conosceva l’esatta posizione. Accadde così che il 14 giugno fu assalito nella

piana di Marengo, da un esercito austriaco molto superiore di numero. La giornata volse al peggio

per le armi francesi ma l’esito dello scontro fu completamente rovesciato dall’arrivo del generale

Desaix con alcuni dei distaccamenti mandati in avanscoperta. Probabilmente una sconfitta a

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Marengo non sarebbe stata decisiva ai fini dell’esito della guerra, ma avrebbe sicuramente posto

fine alla carriera politica di Bonaparte.

L’armistizio concluso dopo Marengo consentì alla Francia di rioccupare il Piemonte e di ristabilire

la Repubblica cisalpina e la Repubblica ligure. Ma l’Austria, tutt’altro che annientata, tirò per le

lunghe le trattative di pace. Questa volta il colpo risolutivo le fu inferto dal generale Moreau che,

dopo avere invaso la Baviera, si aprì con la grande vittoria di Hohenlinden (3 dicembre 1800) la

strada di Vienna. L’Austria fu costretta con la pace di Lunéville (9 febbraio 1801) a confermare la

clausole di Campoformio, e riconoscere le repubbliche Batava, Elvetica e Cisalpina. Nell’ottobre

1801 furono stipulate le paci con la Russia e la Turchia. Infine anche l’Inghilterra, spinta da

un’opinione pubblica stanca dei sacrifici imposti dalla lunga guerra, decise di firmare con la Francia

la pace di Amiens (25 marzo 1802). Per la prima volta dopo 10 anni l’Europa era in pace. Ma si

trattava più che altro di una tregua. Non a caso l’Inghilterra non riconobbe né le frontiere naturali

né le repubbliche vassalle della Francia, mentre era chiaro che anche l’Austria, appena se ne

fosse presentata l’occasione, avrebbe ripreso la lotta contro l’egemonia francese in Europa.

Forte dei successi in campo militare, Bonaparte poté procedere finalmente con vigore alla politica

di pacificazione interna che non aveva potuto che abbozzare prima di Marengo. I colpi più duri

furono riservati ancora una volta all’opposizione di sinistra, la cui asserita pericolosità offriva a

Bonaparte un comodo pretesto per dare un’impronta sempre più autoritaria al regime. Sul finire del

1800 furono denunziate alcune congiure giacobine per assassinare il primo console. Ma quando la

sera del 24 dicembre 1800 un ordigno esplose in via Saint-Nicaise mentre il primo console si

recava all’opera, provocando 22 morti e 56 feriti, Bonaparte uscito illeso dall’attentato, addossò

subito la colpa alla sinistra, contro la quale si abbatté una durissima repressione. Alcuni giacobini

arrestati per le presunte congiure precedenti furono giustiziati e ben 130 esponenti della sinistra

furono colpiti da un ordine di deportazione. Diversa fu invece la tattica di Napoleone per avere

ragione dell’opposizione di destra. Alcuni monarchi furono arrestati e qualcuno, implicato nelle

trame controrivoluzionarie, fu giustiziato. Fin dalla primavera del 1800 molti emigrati avevano fatto

ritorno alla spicciolata in Francia e si calcola che all’inizio del 1802 circa il 40% degli emigrati fosse

rientrato.

Napoleone si rendeva conto che il suo tentativo di por fine alla convulsioni rivoluzionarie sarebbe

rimasto vano finché fosse rimasto aperto lo scisma religioso provocato dalla costituzione civile del

clero. Perciò non appena ebbe rafforzata con la vittoria di Marengo la sua posizione al potere,

prese contatti con la Santa Sede per giungere ad un accordo. Dopo estenuanti trattative il nuovo

concordato fu firmato a Parigi il 16 luglio 1801. Il papa ottenne che il cattolicesimo venisse

dichiarato religione della maggiorana dei francesi e vide riconosciuti i suoi diritti sul clero francese.

Il cambio il concordato presentava il giuramento di fedeltà del clero alla Repubblica francese e la

rinuncia della Chiesa ai beni che erano stati venduti durante la rivoluzione. Furono stabilite 60

diocesi i cui titolari, nominati dal primo console, avrebbero dovuto essere istituiti dal papa. Gli

ostacoli più grossi si presentarono quando si trattò di insediare il nuovo corpo episcopale. Infatti,

mentre i vescovi costituzionali si ritirarono tutti senza resistenza, 30 del 46 vescovi refrattari

rifiutarono di aderire all’invito del papa di rinunciare alle loro sedi. Nacque così una chiesa

anticoncordataria, la cosiddetta piccola Chiesa.

La firma del concordato non solo corrispose al desiderio dei francesi di avere finalmente un culto

unico, ed eliminò il principale focolaio della controrivoluzione, ma rappresentò anche un importante

riconoscimento degli equilibri politico-sociali usciti dalla rivoluzione. Esso tuttavia urtava vasti

settori dell’opinione pubblica ancora sensibili al clima anticlericale del periodo rivoluzionario.

Ai successi conseguiti in ogni campo fece seguito inevitabilmente una svolta in senso autoritario

del regime. Per primo fu colpito il Tribunato, l’organo dal quale più frequente si erano levate voci di

dissenso e di critica all’indirizzo del primo console. Il rinnovo di un quinto dei rappresentanti,

previsto dalla costituzione per l’anno X, fornì al Senato, opportunatamente addomesticato da

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Bonaparte, l’occasione per escludere dal Tribunato Benjamin Constant e tutto lo stato maggiore

degli ideologi. Quindi, approfittando del clima creato dalla conclusione della pace di Amiens,

Bonaparte procedette alla prima trasformazione del regime consolare. Il Senato si limitò però a

rinnovare la carica di primo concole per altri 10 anni. Investiti della questione, il Tribunato ed il

Corpo legislativo decisero di sottoporre all’approvazione dei francesi il conferimento a Bonaparte

del consolato a vita. In un primo tempo si era parlato anche del diritto di nominare un successore,

in modo che la carica diventasse ereditaria, ma lo stesso Bonaparte volle che si accantonasse per

il momento questo problema.

Proclamato console a vita, Bonaparte poté procedere ad una radicale riforma della carta

costituzionale attraverso il senato-consulto del 4 agosto 1802. In realtà questa riforma fu opera

esclusiva di Bonaparte e il Senato, che non aveva del resto alcun potere costituente, si limitò ad

adottarla. Si trattava di 86 articoli che modificavano ed integravano al tempo stesso la carta

dell’anno VIII. Furono soppresse le liste di fiducia e furono stabiliti dei Collegi elettorali di

circondario e di dipartimento: i primi rappresentavano due candidati per ogni seggio vacante nel

Tribunato e nel Corpo legislativo, i secondi due candidati per ogni seggio vacante nel Senato e nel

Corpo legislativo. I membri di questi Collegi erano eletti a vita dalle assemblee di cantone,

composte da tutti i cittadini. Ma il sistema non aveva alcun carattere democratico. Intanto faceva la

sua comparsa il criterio censitario, poiché i membri dei Collegi elettorali di dipartimento erano scelti

fra i 600 cittadini più tassati.

Il primo console si attribuì il diritto di pace e di guerra, il diritto di grazia, la nomina di numerose

cariche pubbliche fra cui quella degli altri due consoli, la facoltà di proporre al Senato leggi di

integrazione o di interpretazione della costituzione. Per contro le assemblee videro ancora più

ridotta la loro importanza: il Corpo legislativo non ebbe più sessioni regolari e il Tribunato fu ridotto

a 50 membri. Il Senato per parte sua poté scegliere i suoi membri per cooptazione solo fra terne di

candidati che il primo console traeva dalle liste compilate dai Collegi elettorali di dipartimento.

Inoltre Bonaparte si attribuì il diritto esclusivo di nominare 40 senatori.

Al consolidamento del potere personale di Bonaparte non corrispose però una stabilizzazione dei

rapporti con la potenze europee. La pace di Amiens rivelò infatti fin dall’inizio la sua precarietà

anche perché non arrestò l’espansione francese che inquietava particolarmente l’Inghilterra. In

Italia, dove la Repubblica cisalpina, notevolmente ampliata si era trasformata nel gennaio 1802 in

Repubblica italiana con Bonaparte presidente, la Francia decise di annettersi il Piemonte e di

occupare alla morte del duca Ferdinando lo Stato di Parma (ottobre 1802). La Toscana tolta a

Ferdinando di Asburgo-Lorena fu affidata col nome di Regno di Etruria a Ludovico di Borbone,

genero del re di Spagna, il quale veniva compensato così della cessione della Luisiana alla

Francia. Alla Confederazione elvetica fu imposta una nuova costituzione sotto la garanzia di

Bonaparte, al quale fu affidata anche la direzione della politica estera. Favorevole alla Francia fu

anche il nuovo assetto territoriale dell’Impero germanico sancito dalla Dieta il 25 febbraio 1803. Il

numero degli Stati fu ridotto della metà, e soprattutto si formarono alcune entità territoriali di media

grandezza (Baden, Wurttemberg, Baviera) sensibili all’influenza francese in funzione antiaustriaca.

Anche sul piano coloniale e in oriente l’attivismo francese urtava gli interessi inglesi. Su tutti i fronti

si crearono insomma motivi di attrito che fecero progressivamente salire la tensione finché si

giunse, nel maggio 1803, appena un anno dopo la pace, alla rottura. Il motivo occasionale fu dato

dal rifiuto dall’Inghilterra di ottemperare alla clausola del trattato di Amiens che prevedeva

l’evacuazione di Malta (sotto controllo inglese dal settembre 1800). La propaganda di regime ebbe

perciò buon gioco nel far ricadere sul governo di Londra la responsabilità della guerra.

Essendo l’Inghilterra padrona dei mari e la Francia nettamente superiore nelle forze terrestri, il

conflitto, per l’assenza di un terreno comune di scontro, si trascinò a lungo senza eventi bellici di

rilievo e si concretizzò soprattutto in una dura guerra commerciale.

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Il governo della Repubblica era affidato a Napoleone quale imperatore dei francesi, dignità

ereditaria nella sua famiglia secondo una linea di successione stabilita preventivamente. Non

avendo figli, gli fu riconosciuto il diritto di adottare i figli o i nipoti dei suoi fratelli, e comunque, in

mancanza di erede legittimo o adottivo, la dignità imperiale sarebbe passata nell’ordine ai fratelli

Giuseppe o Luigi. Luciano, escluso per essersi rifiutato di divorziare dalla moglie madame

Jouberthon, ruppe con il fratello e partì per l’Italia. All’imperatore fu riconosciuto anche il diritto di

nominare senatori senza limiti.

Il senato-consulto del 1804 segnò la rottura definitiva con l’età rivoluzionaria e l’inizio del

dispotismo napoleonico. Non a caso il popolo non fu consultato per accettare la costituzione e la

formazione dell’Impero, ma solo per pronunziarsi sull’art 42 che sanciva l’ereditarietà della carica

imperiale.

Napoleone volle dare, per così dire, una sanzione ufficiale alla instaurazione dell’Impero con la

cerimonia dell’incoronazione, svoltasi alla presenza del papa il 2 dicembre 1804 nella cattedrale di

Nottre-Dame. Poco dopo napoleone ricevette anche dalla Consulta italiana, riunitasi a Parigi, il

titolo di re d’Italia, che assunse ufficialmente il 26 marzo, con la solenne incoronazione nella

cattedrale di Milano.

Figurarono fra i nuovi nobili anche alcuni membri dell’aristocrazia di antico regime, ma il disegno di

amalgamare vecchi e nuovi nobili fallì. In pratica questa ulteriore negazione dei principi

rivoluzionari finì con l’indebolire il regime, mentre per contro Napoleone non trovò mai nella nuova

nobiltà il sostegno dinastico che aveva vagheggiato.

Nel frattempo Napoleone aveva provato ad infliggere il colpo risolutivo all’Inghilterra riprendendo il

progetto di uno sbarco sulle coste inglesi, già perseguito invano nel 1798. Il problema da superare

era innanzitutto il passaggio della Manica: egli pensò di eludere il controllo della marina inglese

con un’operazione condotta con grande rapidità e di sorpresa, ma anche questa volta le difficoltà

di realizzazione si rivelarono insormontabili. L’ingresso di guerra della Spagna, dotata di una valida

flotta, al fianco della Francia sembrò aprire finalmente la possibilità di impegnare la marina inglese

su più fronti, in modo da costringerla ad allentare il controllo sulla Manica. Il piano fallì segnando il

tramonto del tentativo napoleonico di contrastare l’egemonia inglese sui mari.

Intanto anche sul continente la guerra era entrata nel vivo poiché nel luglio 1805 il gabinetto di

Londra era riuscito ad organizzare la terza coalizione antifrancese che comprese, con l’Inghilterra,

l’Austria, la Russia, la Svezia e, un po’ più tardi, il Regno di Napoli. L’iniziativa fu presa dall’Austria

che occupò la Baviera alleata della Francia. Napoleone rispose spostando la Grande Armata da

Bouogne, dove si era mantenuto a lungo un grosso concentramento di forze in vista dello sbarco in

Inghilterra, verso il Reno. Con una marcia rapidissima le truppe francesi raggiunsero Magonza e

quindi si predisposero a tagliare la via della ritirata dalla Baviera all’esercito austriaco comandato

dal generale Mack. La via di Vienna era libera e infatti Napoleone vi entrò senza incontrare

resistenza il 15 novembre, mentre l’imperatore Francesco II raggiugeva l’esercito del suo alleato,

lo zar di Russia Alessandro I. il 2 dicembre 1805 Napoleone ottenne la più bella delle sue vittorie,

sconfiggendo le forze austro-russe nella battaglia dei tre imperatori ad Austerlitz in Moravia.

Ingannati da Napoleone, che aveva indebolito ad arte l’ala destra del proprio schieramento, gli

austro-russi attaccarono i francesi proprio da quella parte sguarnendo il centro della loro armata

che era attestato sull’altopiano di Pratzen. Una volta scattata la trappola, Napoleone gettò nella

mischia le truppe che aveva mantenuto di riserva; queste risalirono l’altopiano e sfondarono al

centro il dispositivo austro-russo, spaccandolo in due e circondando completamente l’ala sinistra

del nemico. Fu una disfatta di proporzioni gigantesche, che costrinse l’imperatore d’Austria e lo zar

di Russia, presenti nelle retrovie, ad una precipitosa fuga.

L’Austria a questo punto uscì dalla guerra e firmò il 26 dicembre la pace di Presburgo con la quale

rinunziò a Venezia, Istria e Dalmazia in favore del Regno d’Italia, alla Svevia e al Titolo in favore

11

rispettivamente degli elettori del Wurtetemberg e della Baviera e si impegnò a pagare un’ingente

somma di riparazioni di guerra-

Una severa punizione fu inflitta anche al re di Napoli che aveva aderito alla coalizione antifrancese.

Il 15 febbraio 1806 Giuseppe, il fratello primogenito di Napoleone, si insediava sul trono di Napoli.

Anche in Germania l’influenza francese si sostituiva a quella austriaca. I ducati di Kleve e di Berg

furono accorpati nel Granducato di Berg affidato a Gioacchino Murat. In premio della loro

partecipazione alla guerra contro l’Austria la Baviera e il Wuttermberg furono trasformati da

Napoleone in regni. Si formava inoltre una Confederazione del Reno composta di numerosi alleati

della Francia e con capitale Francoforte, la quale riconobbe come protettore di Napoleone

affidandogli la direzione della politica estera, il diritto di pace e di guerra e il comando delle forze

armate. Era la rottura definitiva delle compagine del Sacro Romano Impero, limitato ormai solo

all’Austria, alla Prussia e ad alcuni Stato del Nord. Francesco II ne prese atto e a partire dal 16

agosto 1806 rinunziò al titolo di imperatore di Germania assumendo il nome di Francesco I

imperatore d’Austria. In Olanda la Repubblica Batava si trasformava in Regno d’Olanda affidato a

Luigi Bonaparte.

Il nodo da sciogliere restava l’atteggiamento della Prussia. Quest’ultima, in cambio della cessione

alla Francia di Neufchatel e del ducato di Kleve, fu autorizzata da Napoleone ad annettersi

l’Hannover inglese. Ma Federico Guglielmo III, allarmato dalla penetrazione francese in Germania,

che faceva passare in secondo piano la tradizionale rivalità con l’Austria, rifiutò le offerte di

Napoleone e decise, contro il parere dei suoi consiglieri, di entrare nella quarta coalizione accanto

a Russia ed Inghilterra. Mal gliene incolse, perché Napoleone non diede ai prussiani neanche il

tempo di organizzarsi e di unire le loro forze a quelle dell’alleato russo. Il 27 ottobre Napoleone

entrava a Berlino mentre Guglielmo III si rifugiava presso lo zar. Anche verso la Prussia

l’atteggiamento di Napoleone fu assai duro: essa perse tutti i territori fra il Reno e l’Elba, fu

costretta a subire l’occupazione militare francese e a pagare un’ingente somma come

contribuzione di guerra. Inoltre, per effetto della sconfitta prussiana, anche la Germania del Nord

entrava a far parte della Confederazione del Reno e diventava quindi soggetta all’influenza

francese.

Sconfitti ancora una volta, i russi, approfittando della vastità del loro retroterra, erano fuggito

davanti all’armata francese. Stavolta Napoleone li raggiunse nella Prussia orientale e li affrontò ad

Eylau (8 febbraio 1807) riuscendo a vincerli al termine di una battaglia molto incerta e difficile,

influenzata dalle condizioni meteorologiche e dal terreno ghiacciato, certo non congeniale

all’esercito francese. Non fu dunque un trionfo e infatti Napoleone decise di sospendere le

operazioni. La guerra riprese in primavera e si concluse con un nuovo successo francese a

Friendland il 14 giugno 1807. Nel frattempo la caduta di Danzica aveva aperto a Napoleone la

strada della Polonia e anche la Turchia, opportunamente sollecitata dalla diplomazia francese,

aveva attaccato la Russia. Gli Stati tolti alla Prussia, uniti ad una parte dello Hannover, venivano

eretti in Regno di Westfalia, affidato da Napoleone al fratello Girolamo. Le parti polacche della

Prussia diedero vita al Granducato di Varsavia, retto dal re di Sassonia, che entrava a far parte

della Confederazione del Reno. Quest’ultima si estendeva ormai a tutta la Germania, eccettuate la

Prussia e l’Austria.

Come era accaduto nel 1797 dopo Campoformio, restava ormai in piedi di fronte alla Francia solo

la grande nemica di sempre, l’Inghilterra. Questi decise di usare allora, per tentare di piegarla,

l’arma della guerra economica. Già da tempo era in atto fra le due nazioni un’aspra competizione

commerciale. Il 6 maggio 1806 l’Inghilterra era giunta a dichiarare il blocco delle coste francesi, in

modo da poter controllare il traffico delle navi mercantili, soprattutto statunitensi, che

commerciavano con la Francia. Quando però Napoleone si avviò a fare dell’Europa un’immensa

federazione sotto il controllo francese vide concretizzarsi la possibilità di sconfiggere l’Inghilterra

rendendola, per così dire, prigioniera dei mari che dominava con la sua flotta. Il primo passo in tal

12

senso fu il decreto di Berlino ( 20 novembre 1806) che dichiarava le isole inglesi in stato di blocco:

in pratica il provvedimento si concretizzava nella chiusura del continente europeo alle navi e alle

merci dell’Inghilterra. Il governo di Londra rispose obbligando tutte le navi neutrali dirette in Europa

a passare prima in un porto britannico per pagarvi una forte tassa di transito e munirsi di licenza.

Allora Napoleone emanò i due decreti di Milano (23 novembre e 17 dicembre 1807) che sancivano

il sequestro di tutte le navi che avessero toccato un porto inglese o si fossero comunque

confermate alle disposizioni britanniche. Per effetto di queste misure il blocco si trasformò in un

vero e proprio strumento di guerra. Esso mirava infatti non più ad arricchire la Francia

impoverendo il nemico, ma a strangolare l’economia inglese togliendo ogni sbocco ai suoi prodotti.

Tutti i paesi europei dovettero cedere, volenti o nolenti, all’ingiunzione di Napoleone di chiudere i

loro porti a navi e merci inglesi. Solo la Svezia rimase alleata dell’Inghilterra, la quale già all’inizio

del 1808 cominciò ad avvertire le prime difficoltà. Ormai non c’era più possibilità di restare neutrali:

chi non aderiva al blocco era per ciò stesso un nemico.

Alla fine del 1807 Napoleone diede avvia, con la complicità del governo spagnolo, alla spedizione

del Portogallo: Lisbona fu presa il 30 novembre 1807. Il Portogallo fu chiuso al commercio inglese.

In Italia la regina d’Etruria, che aveva fatto di Livorno un emporio di merci inglesi, dovette cedere il

suo Stato a Napoleone che lo trasformò in Granducato di Toscana incorporato nell’Impero e retto

da sua sorella Elisa. Anche il papa fu costretto con la forza ad impegnarsi nel blocco continentale.

A questi atti di forza si aggiunse poi un errore irreparabile, che rappresentò veramente il punto di

svolta della vicenda napoleonica: l’intervento in Spagna.

Regnava a Madrid dal 1788 il debole Carlo IV di Borbone, che aveva lasciato in pratica le redini

della politica alla moglie Maria Luisa di parma e al primo ministro Godoy. Quest’ultimo, benché

riluttante, era stato costretto dalle pressioni di Napoleone a far partecipare la flotta spagnola alla

guerra contro l’Inghilterra. In seguito l’impresa portoghese aveva determinato l’ingresso di un

contingente di truppe francesi nella penisola iberica, per cui sempre più la Spagna era entrata

nell’orbita napoleonica. Il 18 marzo 808 una sommossa a Madrid costrinse Godoy a lasciare il

potere e il re Carlo IV ad abdicare. Il popolo avrebbe desiderato l’avvento al trono del figlio di

Carlo, Ferdinando, ma Napoleone decise di cogliere l’occasione per intervenire direttamente nella

politica spagnola. Convocata la famiglia reale a Bayonne, egli costrinse Ferdinando a restituire la

corona al padre e quest’ultimo a metterla a sua volta nelle sue proprie mani. Divenne così re di

Spagna il fratello Giuseppe, che veniva sostituito sul trono di Napoli da Giacchino Murat. Una

giunta di notabili convocata a Bayonne elaborò una costituzione sul modello francese.

Naturalmente un intervento così brutale di un sovrano straniero irritò profondamente l’orgoglio

nazionale spagnolo. Napoleone stesso avrebbe riconosciuto a Sant’Elena il proprio errore. I

membri della borghesia e i gruppi intellettuali, detti afrancesados proprio perché favorevoli alla

Francia, aspiravano appunto ad una profonda riforma della vita civile del paese. Ma si trattava di

una ristretta élite. Per contro le riforme sul modello francese urtavano profondamente gli interessi

della Chiesa, mentre il blocco continentale faceva segare un sensibile peggioramento delle

condizioni di vita della popolazione. Si sviluppò perciò un’endemica rivolta antifrancese sostenuta

in primo luogo dai ceti popolari e dagli ecclesiastici e alimentata naturalmente dall’Inghilterra.

Napoleone si trovò così a dover fronteggiare un nuovo imprevisto focolaio di resistenza del quale

era particolarmente difficile venire a capo. Non si trattava più infatti di affrontare un nemico in

campo aperto, ma si misurarsi con lo stillicidio di una continua guerriglia che si estendeva a

macchia d’olio di villaggio in villaggio. Giuseppe, entrato a Madrid il 20 luglio 1808, dovette

abbandonare precipitosamente la capitale poco dopo, mentre il Portogallo, dove era sbarcato un

contingente inglese comandato da Wellesley, futuro duca di Wellington, si rivoltava contro i

francesi.

Per intervenire in forze in Spagna era necessario essere sicuri alle spalle da una possibile ripresa

delle ostilità con l’Austria. Napoleone cercò di ottenere una garanzia in tal senso dallo zar

13

Alessandro. Ma lo zar, preoccupato dai costi economici del blocco e dalla mancanza di concrete

contropartite politiche, non volle impegnarsi ad appoggiare la Francia in caso di attacco austriaco.

Ad ogni modo, spostando sul fronte spagnolo una parte della Grande Armata, Napoleone riuscì

facilmente ad aprirsi la strada di Madrid, dove entrò il 4 dicembre 1808, e si predispose quindi a

mettere fuori combattimento il corpo di spedizione inglese per poi procedere alla pacificazione del

paese. Ma proprio nel mezzo della campagna, il 3 gennaio 1809, egli fece improvvisamente ritorno

a Parigi, dopo l’arrivo delle notizie sui preparativi di guerra da parte dell’Austria. Quest’ultima infatti

nell’aprile 1809 riprese l’offensiva, invadendo ancora una volta la Baviera alleata della Francia.

Napoleone riuscì anche questa volta a rispondere con prontezza e ricacciò dalla Baviera l’arciduca

Carlo e poté ridiscendere il corso del Danubio fino a Vienna dove entrò per la seconda volta il 13

maggio 1809. Ma la guerra si dimostrava stavolta più difficile rispetto alla folgorante campagna del

1805. Una rivolta antifrancese scoppiò nel Tirolo e solo nel 1810 essa poté essere domata. Inoltre,

mentre continuava l’insurrezione spagnola, truppe inglesi attuavano con successo uno sbarco sulla

costa olandese costituendo una piccola testa di ponte. La situazione si era fatta insomma assai

difficile per Napoleone, costretto a rimanere fermo a Vienna per quasi un mese in attesa di rinforzi.

Questi gli giunsero alfine dall’Italia, dove l’armata comandata dal principe Eugenio e da Macdonald

sconfisse gli austriaci e poté così ricongiungersi all’esercito dell’imperatore a Vienna. Napoleone

poté riprendere allora l’offensiva e, passato il Danubio, sconfisse l’arciduca Carlo a Wagram. Il 12

luglio gli austriaci chiesero l’armistizio. Dopo lunghe trattative si arrivò alla pace di Vienna del 14

ottobre: l’Austria fu costretta a cedere alla Francia la Corinzia, la Carinziola, gran parte della

Croazia, comprese il Fiume e l’Istria con Trieste, alla Baviera Salisburgo e la vallata superiore

dell’Inn, al Granducato di Varsavia la Galizia settentrionale, alla Russia la Galizia orientale.

La pace di Vienna, sacrificando gli appetiti russi sulla Polonia, non rafforzava certo i rapporti fra

Napoleone e lo zar, che già da tempo si andavano facendo via via più precari. La questione del

secondo matrimonio di Napoleone contribuì ad incrinarli definitivamente.

Ottenuto il divorzio da Giuseppina il 16 dicembre 1809, egli chiese ufficialmente allo zar la mano di

sua sorella, la granduchessa Caterina. Quando apparve chiaro che la risposta sarebbe stata

negativa, Napoleone decise di rivolgersi all’imperatore d’Austria chiedendo la mano di sua figlia

Maria Luisa. Alla fine l’accordo fu combinato proprio mentre lo zar notificava il suo rifiuto, e si

presentò dunque oggettivamente come uno sgarbo alla corte di San Pietroburgo. Il matrimonio fu

celebrato a Saint-Cloud il 2 aprile 1810; il 20 marzo 1811 nasceva l’atteso erede, Napoleone

Francesco, che assunse il titolo il re di Roma.

Si era aperto intanto un grave conflitto con il papa che minacciava pericolosamente di travolgere

uno dei pilastri della politica napoleonica: la pacificazione religiosa. Napoleone aveva instaurato un

rigoroso controllo sulla Chiesa francese, facendone uno dei particolari sostegni del suo dispotismo:

il catechismo imperiale del 1806 giungeva addirittura a prescrivere come doveri del buon cristiano

l’obbedienza all’imperatore. La crisi fu occasionata però non da questo spregiudicato uso del

cattolicesimo come strumento di governo, ma dalle ripetute violazioni della sovranità pontificia da

parte delle truppe francesi allo scopo di rendere più efficace il blocco antibritannico. Infine il 17

maggio 1809 un decreto imperiale dichiarò decaduto il potere temporale dei papi e incorporò Lazio

ed Umbria nell’Impero. Pio VII protestò vigorosamente e lanciò la scomunica contro Napoleone,

ma per tutta risposta le truppe francesi il 6 luglio 1809 invasero il palazzo del Quirinale e portarono

con la forza il papa fuori Roma. Pio VII fu condotto nel palazzo vescovile di Savona dove fu tenuto

in una condizione di sostanziale prigionia. A questo punto il conflitto, che aveva avuto origini

esclusivamente italiane, assunse una portata generale, particolarmente pericolosa per

l’imperatore. Infatti il pontefice, separato dalla sua Chiesa, rifiutò l’investitura canonica ai nuovi

vescovi, per cui si determinò la paralisi dell’applicazione del Concordato. La Chiesa francese,

temendo di dover fare le spese del conflitto e di perdere i vantaggi che le garantiva il Concordato,

assunse un atteggiamento prudente. Fu convocato nel 1811 un Concilio nazionale per risolvere la

14

questione dell’investitura, ma non si approdò a nulla perché i vescovi, pur disponibili ad un

accordo, non vollero rompere con il papa. Il 23 febbraio 1812 Napoleone proclamava ufficialmente

l’abrogazione del Concordato. Alla fine Napoleone non riuscì a venire a capo della resistenza del

papa, che fu ricondotto a Savona il 21 gennaio 1814, e quindi in marzo poté rientrare a Roma. La

crisi, non avendo intaccato la continuità del culto, non ebbe ripercussioni sulla massa dei fedeli.

Mutò però radicalmente l’atteggiamento del clero nei confronti dell’imperatore. Sempre più

numerosi furono gli ecclesiastici che presero la via dell’aperta opposizione.

Nel frattempo anche il blocco continentale provocava gravi contraccolpi all’interno della compagine

imperiale. In Francia esso aveva favorito in molti settori lo sviluppo dell’industria, protetta dalla

concorrenza inglese. Ma i porti del Mediterraneo e del Nord Europa furono praticamente

paralizzati. Nel complesso il disegno di autarchia continentale perseguito da Napoleone urtava

contro notevoli difficoltà. L’industria infatti era incapace di rifornire tutta l’Europa al posto di quella

inglese, e comunque lo faceva a prezzo molto più alti. Inoltre il mercato interno non poteva

assorbire tutta la produzione agricola. L’Olanda in particolare rischiava di essere completamente

rovinata dalla fine del commercio con l’Inghilterra. Lo stesso Luigi, facendosi interprete degli

interessi del suo regno, si mostrò restio ad una efficace applicazione del blocco. Richiamato

ripetutamente all’odine, egli alla fine fuggì in Austria. Il Regno di Olanda e tutto il litorale tedesco

del mare del Nord furono annessi all’Impero.

L’Inghilterra d’altra parte aveva superato la crisi del 1808. La conquista di tutte le colonie della

Francia e dei suoi alleati aveva aperto infatti nuovi sbocchi ai prodotti inglesi in oriente e in America

latina, mentre un efficace contrabbando, che si giovava della complicità di funzionari e doganieri

corrotti, riusciva per diverse vie ad eludere il blocco. Napoleone rafforzò la repressione ordinando

che tutte le merci inglesi sequestrate venissero bruciate.

Fra il 1810-11 una crisi finanziaria ed industriale, aggravata da un raccolto agricolo assai scarso,

determinò in Francia una depressione economica che portò in varie regioni disoccupazione,

miseria, carestia. Anche l’Inghilterra nel 1811 fu colpita da una grave recessione: drastica caduta

delle esportazioni, crollo della produzione industriale, riduzione dei salari, rivolte operaie che

sfociarono della distruzione delle macchine (luddismo).

Di fronte alla crisi del 1811 Inghilterra e Francia divennero entrambe più accomodanti, trovando nel

sistema delle licenze un comodo mezzo per superare le rispettive difficoltà congiunturali. Un colpo

decisivo alla solidità del sistema venne poi dalla Russia, che decise nel dicembre 1810 di aprire i

suoi porti alle navi neutrali e di tassare le merci francesi.

Penalizzata dal blocco, la Russia era altresì colpita nei suoi interessi dalla rinascita della Polonia e

dalla crescente presenza francese nel Baltico. Quando Alessandro I gli chiese di evacuare la

Pomerania e la Prussia orientale, egli passò immediatamente all’azione. Sulla carta la Russia

disponeva di forze molto inferiori a quelle francesi. Al suo fianco c’era solo la Svezia. Temendo di

essere annientati in uno scontro in campo aperto, i generali russi preferirono ritirarsi lasciando

terra bruciata dietro di sé. Napoleone riuscì a Borodino ad aprirsi la strada per Mosca, dove entrò il

14 settembre 1812, ma alla testa di un esercito decimato dalle perdite, dalle diserzioni, dalle

difficoltà di approvvigionamento. La situazione era senza via d’uscita: lo zar infatti rifiutava

ostinatamente ogni trattativa, mentre la lentezza delle comunicazioni e l’enorme distanza dalla

Francia rendevano sempre più precarie le condizioni dell’esercito. Così alla metà di ottobre

l’imperatore ordinò di lasciare Mosca e di prendere la via del ritorno. Nel gelo del terribile inverno

russo la ritirata si trasformò in una tragica odissea, nella quale moltissimi perirono per la fame e

per il freddo (l’armata perse circa 380.000 uomini fra morti, prigionieri e disertori). A Parigi intanto il

23 ottobre il generale Malet promuoveva un tentativo di colpo di Stato spargendo la voce della

morte dell’imperatore e della formazione di un governo provvisorio. Il tentativo fu sventato e Malet

fu fucilato con due generali suoi complici. La vicenda dimostrò soprattutto quanto fragile fossero le

basi dinastiche del regime. Fu evidente allora che tutto l’edificio si reggeva sulle vittorie di

15

Napoleone e sarebbe inevitabilmente crollato con una sua sconfitta. Napoleone lasciava i resti del

suo esercito per rientrare precipitosamente a Parigi.

La prima conseguenza del disastro russo fu l’insurrezione della Germania. Federico Guglielmo III

era in verità piuttosto esitante, ma di fronte al fremito di esaltazione nazionale che percorreva il

paese decise di entrare in guerra accanto alla Russia. Napoleone rispose con energia

raccogliendo 300.000 uomini e predisponendo un audace piano di guerra. Nell’intento di ingraziarsi

l’Austria, egli decretò il 5 febbraio 1813 la reggenza in favore di Maria Luisa. Manovrando con

abilità Napoleone dapprima a Lutzen e poi a Bautzen costrinse prussiani e russi a ripiegare. Il 4

giugno fu stabilito un armistizio di due mesi. Napoleone sperava naturalmente che l’Austria non

abbandonasse la posizione di neutralità armata che aveva assunto fin dall’aprile e a tal fine ebbe il

26 giugno a Dresda un ultimo drammatico colloquio con Metternich.

Nell’occasione l’Inghilterra si ripropose come fulcro delle coalizioni antifrancesi e, promettendo il

proprio sostegno per superare la crisi finanziaria austriaca, ebbe un ruolo decisivo nello spingere il

governo di Vienna alla guerra. Nonostante il legame dinastico stabilito con Napoleone, l’11 agosto

l’Austria decideva di schierarsi al fianco della Prussia, della Russia, della Svezia e dell’Inghilterra

nella sesta coalizione. Le sorti della guerra ne furono completamente rovesciate. Costretto a

combattere su più fronti, l’esercito francese non diede le brillanti prove di un tempo. Napoleone

nella battaglia di Dresda (26-28 agosto 1813) riuscì a fermare l’esercito austriaco. Le altre armate

però dovettero ripiegare. Infine a Lipsia, fra il 16 e il 9 ottobre, le truppe della coalizione, che

contavano 320.000 uomini, ottennero nella battaglia delle nazioni un a vittoria decisiva sull’armata

francese, formata da 160.000 uomini, costringendola ad una precipitosa e disastrosa ritirata.

Mentre Napoleone rientrava a Saint-Cloud il 9 novembre, il suo Impero cominciava a sfaldarsi. La

Germania napoleonica ormai non esisteva più. In Olanda un’insurrezione nazionale costrinse le

truppe francesi ad evacuare il paese. Di fronte ai successi degli insorti spagnoli lo stesso

Napoleone propose a Ferdinando VII di Borbone di ritornare sul trono. Fra i membri della famiglia

imperiale si diffondeva l’inquietudine. Gioacchino Murat, re di Napoli, che aveva da tempo

allacciato trattative con Vienna per salvare il suo regno in caso di sconfitta del cognato, accettò

dopo Lipsia di contribuire alla lotta antifrancese nella penisola. Mentre egli occupava Roma e si

spingeva con le sue truppe fino ad Ancona e Bologna, l’esercito austriaco, aiutato dagli insorti

tirolesi, attraversava le Alpi e costringeva i francesi ad arretrare verso la Lombardia. Il 21 gennaio

1814 Napoleone liberò il papa, che poté rientrare a Roma il 24 marzo.

Il 4 dicembre un proclama dei coalizzati invitava i francesi a separare la loro sorte da quella

dell’avventuriero che aveva sconvolto l’Europa. Napoleone si preparò ad organizzare la resistenza,

ma questa volta la nazione, provata, non rispose all’appello. Il Corpo legislativo, facendosi

portavoce della pubblica opinione, votò una mozione che impegnava l’imperatore a continuare la

guerra solo per l’indipendenza della nazione francese e per l’integrità del suo territorio. Napoleone

rifiutò di prenderne atto, vietò la stampa della risoluzione e aggiornò il Corpo legislativo.

Pur disponendo le forze di gran lunga inferiori, Napoleone si difese con grande abilità, dando vita

forse, sul piano strategico, alla sua più brillante campagna. Di fronte a questa ostinata resistenza,

le potenze alleate misero da parte i dissidi che le avevano divise e si ricompattarono sul

programma, sostenuto dal ministro inglese Catlereagh, di una lotta ad oltranza contro l’imperatore:

nacque così il patto di Chaumont (9 marzo 1814) che legava Austria, Russia, Prussia e l’Inghilterra

per 20 anni contro la Francia e le impegnava a non concludere una pace separata. D’altra parte

intono a Napoleone si facevano strada ormai il tradimento e le diserzione. Il 29 marzo l’imperatore

e il re di Roma abbandonavano Parigi. Il 31 le truppe delle potenze coalizzate, precedute dallo zar

e dal re di Prussia, entravano nella capitale. I vincitori invitarono i parigini a pronunciarsi sul

governo da dare alla Francia e chiesero al Senato di designare un governo provvisorio. Il 2 aprile il

Senato proclamò decaduto Napoleone e poi redasse in tutta fretta una nuova costituzione,

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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Kristina_gv di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Levati Stefano.

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