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Napoleone di Vittorio Criscuolo

Capitolo 1 – Il retaggio della rivoluzione

Napoleone fu figlio della rivoluzione, e non solo perché da essa ricevette in eredità lo strumento dei suoi trionfi, l’esercito. Certo egli nel 1789, da buon patriota corso, vide nella crisi francese soprattutto l’occasione tanto attesa per scuotere l’odiato giogo della monarchia di Luigi XVI. Dall’altra parte a partire dal 1804 egli si allontanò sempre più dai principi rivoluzionari, giungendo a riesumare il diritto divino dei re e a restaurare sotto nuove forme l’aristocrazia.

Divisa in tre ordini (clero, nobiltà e Terzo Stato), la società francese di antico regime si fondava su una rigida gerarchia sociale, per cui diritti e prerogative di ognuno erano diversi a seconda del ceto di appartenenza: i francesi insomma non erano tutti uguali davanti alla legge. La nobiltà (300 mila membri circa) godeva di importanti privilegi onorifici, economici e fiscali, e aveva inoltre il monopolio delle cariche più importanti dell’esercito, della magistratura, della Chiesa. Nell’ambito del clero (130 mila membri circa) solo gli alti prelati (vescovi, abati, canonici), reclutati sempre più esclusivamente fra i nobili, appartenevano alla ristretta élite dei privilegiati. Nobiltà e clero avevano più di un terzo delle terre. L’ostilità contro la feudalità univa tutte le diverse componenti del terzo stato. Quest’ultimo comprendeva tutti i francesi che non erano né nobili né ecclesiastici (circa 28 milioni secondo le stime dei demografi). In questa massa estremamente eterogenea la parte più attiva e consapevole era la borghesia.

La causa immediata della rivoluzione fu una grave crisi finanziaria, acuita dalle forti spese sostenute per appoggiare la rivolta delle colonie inglesi del Nordamerica, ma legata soprattutto all’inefficienza e all’irrazionalità del sistema tributario. Più che l’entità del deficit, appariva grave il peso del debito pubblico, i cui interessi assorbivano più della metà del bilancio. Per ottenere il risanamento finanziario era necessario far pagare le imposte agli ordini privilegiati, il clero e la nobiltà che vi sfuggivano quasi del tutto. Quando il ministro Calonne si decise nel 1786 ad imboccare questa strada, dovette scontrarsi con la violenta opposizione dei privilegiati. La rivolta aristocratica del biennio 1787-88 si concretizzò sul piano istituzionale nella richiesta di convocazione degli stati generali. Ma il re, il debole e mediocre Luigi XVI, incapace di venire a capo dell’opposizione aristocratica e pressato dalla crisi finanziaria, fu costretto alfine a promettere la convocazione degli stati generali per la primavera del 1789 e a richiamare come ministro Jacques Necker, che era considerato dalla pubblica opinione favorevole ad una riforma del sistema.

La campagna per l’elezione degli stati generali, che coinvolse tutta la società francese, determinò un radicale cambiamento della scena politica. Il terzo stato ottenne in effetti dal regolamento elettorale una rappresentanza doppia rispetto a quella degli altri due ordini, ed inviò perciò a Versailles 578 deputati su un totale di 1.165. Dopo più di un mese di inutili trattative con gli altri due ordini i deputati del Terzo Stato il 17 giugno ruppero gli indugi e, dichiarano ufficialmente di essere in grado di rappresentare da soli la nazione intera, decisero di autoproclamarsi Assemblea nazionale. Luigi XVI dichiarò nulla questa iniziativa e si mostrò deciso a sciogliere l’Assemblea, ma di fronte alla fermezza del Terzo Stato fu costretto ad accettare il fatto compiuto.

La trasformazione degli Stati generali in Assemblea nazionale (dal 9 luglio Assemblea nazionale costituente) segna veramente l’inizio della rivoluzione. Il re, per nulla rassegnato ad adattarsi alla nuova situazione, era deciso a ristabilire il proprio potere assoluto. Dopo aver fatto circondare Parigi dalle sue truppe, egli licenziò Necker (11 luglio) e formò un nuovo governo che avrebbe dovuto sciogliere con la forza l’Assemblea. L’intervento del popolo fece fallire i suoi piani. Lo spettro della miseria e della fame ebbe un peso decisivo nel favorire la mobilitazione delle masse. L’insurrezione del popolo di Parigi, che il 14 luglio prese d’assalto la Bastiglia, simbolo dell’antico regime e dell’assolutismo, costrinse il re ad una nuova capitolazione. Necker fu richiamato al governo.

Nell’estate la rivoluzione si estese alle campagne, coinvolgendo tutto il mondo contadino in una rivolta dal chiaro carattere antifeudale. Sulla spinta delle agitazioni popolari l’Assemblea nazionale, con i decreti votati nella notte del 4 agosto, proclamò l’abolizione del sistema feudale. Dalla fine del 1789 l’Assemblea nazionale costituente si impegnò nell’elaborazione della costituzione, che fu promulgata il 3 settembre 1791. Ne uscì una monarchia costituzionale nella quale il re conservava la titolarità del potere esecutivo ed otteneva anche un veto sospensivo delle leggi, ma vedeva comunque sensibilmente limitato il suo potere da un’Assemblea depositaria del potere legislativo, eletta con suffragio a due turni su base censitaria. Il carattere borghese della costituzione si riflette in particolare nel sistema elettorale, fondato sul censo: riconoscendo il diritto di voto solo ai possidenti, la rivoluzione paradossalmente lo negò a circa 3 milioni di francesi che avevano potuto partecipare alle elezioni degli Stati generali. La costituzione provvide anche a riorganizzare la magistratura e le finanze, e riconobbe le autonomie locali: la Francia fu divisa in 83 dipartimenti, questi in distretti, i distretti in cantoni, i cantoni in comuni. La borghesia si assicurò il controllo di tutte queste amministrazioni locali, retta da funzionai elettivi. Esaurito il suo compito, l’Assemblea nazionale costituente si sciolse e lasciò il posto alla nuova Assemblea legislativa, eletta nell’estate, che si riunì il 1 ottobre 1791.

Intanto restava grave la situazione finanziaria. Proprio nell’intento di estinguere l’enorme debito pubblico l’Assemblea, su proposta del vescovo di Autun Charles Maurice de Talleyrand, decretò che i beni della Chiesa erano proprietà della nazione, e decise l’emissione di assegnati, buoni fruttiferi garantiti da questi beni nazionali. La nazionalizzazione dei beni della Chiesa obbligò i costituenti a predisporre una radicale riforma dell’organizzazione ecclesiastica: la costituzione civile del clero faceva di vescovi e parroci del pubblici funzionari elettivi, stipendiati dallo Stato, ed imponeva loro un giuramento di fedeltà alla costituzione. Quasi tutti i vescovi e circa la metà dei curati rifiutarono questo giuramento.

Il 20 giugno 1791 la famiglia reale aveva tentato di fuggire all’estero ma era stata riconosciuta e bloccata prima della frontiera e ricondotta a Parigi. Infine, un ulteriore fattore di accelerazione della crisi fu la guerra che, a partire dall’aprile 1792, contrappose la Francia all’Impero d’Austria, al quale si aggiunsero poi in rapida successione la Prussia, il Regno di Sardegna e la Spagna. Fu lo stesso Luigi XVI a favorire con ogni mezzo lo scoppio delle ostilità, nella segreta speranza che le potenze coalizzate, sconfitta la Francia, avrebbero soffocato nel sangue la rivoluzione e ristabilito il suo potere assoluto. Queste speranze si rivelarono ben presto illusorie. L’esercito francese versava in una condizione di profonda disorganizzazione. Il 10 agosto 1792 il popolo di Parigi insorse e assaltò il palazzo delle Tuileries, provocando la formazione di una nuova municipalità (Comune insurrezionale) e la deposizione del re.

La caduta della monarchia rendeva necessario lo stabilimento di una nuova costituzione repubblicana, e a tal fine fu eletta nell’estate a suffragio universale maschile una nuova assemblea, la Convenzione, che si riunì il 20 settembre 1792. Il giorno seguente era ufficialmente proclamata la Repubblica. La composizione della Convenzione (749 deputati tutti di orientamento repubblicano) rispecchiava la divisione nel fronte della borghesia rivoluzionaria. L’ala destra era rappresentata dal gruppo dei girondini (circa 200 deputati), espressione degli interessi della borghesia provinciale ed ostile alla strapotere di Parigi. Alla Gironda si contrapponeva il gruppo della Montagna, detto così perché posto in alto a sinistra sulla gradinata, composto da un centinaio di deputati eletti quasi tutti a Parigi e reclutati in gran parte nel club di giacobini.

Fin dall’inizio si sviluppò fra Monarchia e Gironda un’aspra lotta politica. Il primo conflitto riguardò la sorte di Luigi XVI. La maggioranza della Convenzione si pronunciò per la condanna a morte, che fu eseguita il 21 gennaio 1793. L’esecuzione del re provocò innanzitutto un’estensione della guerra, con la formazione della prima coalizione antifrancese, comprendente Inghilterra, Austria, Russia, Prussia, Spagna, Olanda, Portogallo, quasi tutti i principi dell’Impero e tutti gli stati italiani ad eccezione di Genova e Venezia. Inoltre sul fronte interno scoppiò nella primavera del 1793 l’insurrezione realista della Vandea, che aprì una vera e propria guerra civile in tutti i dipartimenti occidentali. Nello stesso tempo la Montagna comprese che, per salvare le conquiste della rivoluzione, era necessario allearsi con il movimento popolare dei sanculotti, detti così perché portavano i pantaloni lunghi e non le culottes. I sanculotti erano i popolani di Parigi, per lo più artigiani e piccoli commercianti o bottegai. Robespierre, vero capo politico della Montagna, nella primavera del 1793 fece varie aperture al programma sociale e politico dei sanculotti.

La Montagna affrontò l’emergenza con straordinaria energia. La politica del Terrore si abbatté con spietatezza su tutti i nemici della rivoluzione: lo storico americano Donald Greer ha calcolato in circa 17 mila le esecuzioni capitali ordinate dal tribunale rivoluzionario. Le conseguenze di questa risoluta azione politica non tardarono a farsi sentire. L’insurrezione in Vandea fu stroncata e le città che avevano aderito alla rivolta federalista furono riportate sotto il controllo della repubblica. Superata l’emergenza, la maggioranza della Convenzione riteneva ormai inutile, ed anzi pericolosa, la politica del Terrore, si annodò così una congiura che portò il 27 luglio 1797 alla caduta di Robespierre, ghigliottinato il giorno seguente.

La costituzione fu votata dalla Convenzione il 22 agosto 1795 e, approvata anch’essa dal plebiscito popolare, entrò in funzione il 26 ottobre 1795. Ma già prima di questa data la fragilità dei nuovi equilibri istituzionali si manifestò in maniera evidente. Infatti i termidoriani, prevedendo alle elezioni un trionfo della destra monarchia, vollero assicurarsi il controllo dei due Consigli e fecero votare perciò dalla Convenzione alla fine di agosto il cosiddetto decreto dei due terzi, per effetto del quale dei 750 futuri deputati 500 avrebbero dovuto essere eletti nel seno della stessa Convenzione. Il decreto provocò la rabbiosa reazione della destra, che si vedeva privata di un probabile successo elettorale.

Tutta l’età del Direttorio fu caratterizzata da continue oscillazioni, che provocarono una cronica instabilità politica ed istituzionale, traducendosi in ripetuti colpi di Stato rivolti alternativamente ora contro la sinistra giacobini, ora contro la destra monarchia, divisa a sua volta fra legittimisti favorevoli ad un ritorno dell’ancien regime e fautori di una monarchia costituzionale. Problema centrale già sotto il Direttorio, l’impegno a garantire gli acquirenti di beni nazionali appresentò una delle caratteristiche basilari del regime napoleonico, tanto da essere esplicitamente richiamato nel giuramento del 1804. Anche Luigi VXIII, al suo ritorno in Francia dopo la caduta di Napoleone, dovette impegnarsi, nell’art 24 dalla carta costituzionale da lui concessa, a garantire l’irrevocabilità delle vendite dai beni nazionali. Questa politica finiva infatti inevitabilmente col ridare spazio alla destra monarchica, decisa ad abbattere la Repubblica, provocando l’opposizione giacobina.

Prendendo il potere con il colpo di Stato il 9 novembre 1799 Bonaparte si assunse esattamente il compito che non avevano saputo potare a termine i termidoriani. Solo con lo stabilimento del Consolato a vita nel 1802 si conclude veramente la rivoluzione e si apre l’età Napoleonica.

Capitolo 2 – La vita

Napoleone era nato ad Ajaccio da Carlo e da Maria Letizia Ramolino il 15 agosto 1769. I Buonaparte, di origine toscane, si erano trasferiti in Corsica nel XVI secolo e a partire dai primi del 600 avevano fatto parte più volte del Consiglio degli anziani di Ajaccio. Dopo l’annessione alla Francia questa carica fu riconosciuta equivalente ad un titolo di nobiltà, ma si trattava piuttosto di nobiltà di toga estraneo comunque ai privilegi dell’aristocrazia di antico regime.

Nel dicembre 1778 Napoleone giungeva in Francia, accompagnato dal padre, per recarsi insieme al fratello Giuseppe nel collegio di Autun. Qui egli apprese i primi rudimenti della lingua francese. Nel settembre 1784 fu ammesso alla scuola militare di Parigi, dove un anno dopo ottenne il brevetto di sottotenente di artiglieria. Entrato nei quadri dell’esercito, fu assegnato al reggimento di artiglieria di La Fère e destinato a guarnigioni di provincia: Valence, Lione, Douai, Auxonne, poi ancora Valence. Ma non fu assiduo nel servizio: ottenne infatti numerosi permessi per recarsi in Corsica, tanto per assommare 38 mesi di congedo a fronte di soli 33 mesi di presenza.

Lo scoppio della rivoluzione in Francia non modificò nell’immediato le posizioni politiche del giovane ufficiale. Egli in sostanza guardò anche la rivoluzione con gli occhi di un patriota corso e la considerò soprattutto come l’occasione tanto attesa per scuotere il giogo dell’odiata monarchia francese e per far rinascere una Corsica indipendente. La rivoluzione diede in effetti una forma nuova alla lotta politica in Corsica: i patrioti o paolisti, i fautori dell’indipendenza sconfitti nel 1769 dai francesi, adottarono i principi del 1789 e si batterono per la loro introduzione nell’isola, mentre i realisti, che dopo Ponte nuovo avevano accettato la sovranità francese, si schierarono nel fronte controrivoluzionario a difesa dell’antico regime. Capo dei realisti era Matteo Buttafuoco, già rappresentante della nobiltà corsa agli Stati generali, il quale si batté con ogni mezzo per tenere l’isola fuori del processo rivoluzionario. Ma i realisti furono sconfitti: il 20 novembre l’Assemblea nazionale costituente proclamò la Corsica parte integrante della Francia e decise che i corsi sarebbero stati retti dalla stessa costituzione degli altri francesi. Era la fine dell’occupazione militare che durava da 20 anni. Paoli poté rientrare trionfalmente in Corsica il 17 luglio 1790 e fu eletto comandante della guardia nazionale e presidente del Direttorio del dipartimento, cariche che gli assicuravano in pratica nuovamente la guida politica dell’isola.

Napoleone si gettò con ardore nella lotta politica corsa, schierandosi nelle file dei paolisti, e proprio la partecipazione alle vicende politiche dell’isola gli offrì l’occasione per pubblicare il suo primo scritto, una Lettre a Matteo Buttafuoco datata 23 gennaio 1791. Anche sul piano militare l’attività di Napoleone volgeva sempre più verso la Corsica. Egli fu eletto infatti nell’aprile 1792 tenente colonnello in seconda delle truppe volontarie che si organizzavano nell’isola, e in tale veste partecipò nel febbraio 1793 alla spedizione contro la Sardegna. L’azione che mirava a consolidare la presenza francese nel Mediterraneo colpendo il re di Sardegna e tenendo in soggezione il granduca di Toscana e il re di Napoli, si risolse in un completo disastro. L’attacco diretto contro Cagliari fallì, mentre il contingente corso del quale faceva parte Napoleone, incaricato di un’azione diversiva contro l’isola della Maddalena, fu costretto da un ammutinamento dell’equipaggio della flottiglia a rientrare in Corsica. Il fallimento dell’impresa suscitò molte polemiche e fece venire a nudo i contrasti che dividevano ormai la Convenzione da Paoli, accusato da molti di avere segretamente favorito l’insuccesso dell’attacco alla Sardegna. Ormai Napoleone era francese, e a partire dal 1795 avrebbe cominciato ad usare nella firma la forma francesizzata del suo cognome: Bonaparte.

Gli sviluppi della rivoluzione avevano provocato anche in Corsica una radicalizzazione dello scontro politico. Si era formata infatti nel movimento paolista un’ala sinistra che, ispiratosi ai programmi più avanzati delle forze rivoluzionarie francesi, dava un’impronta repubblicana e democratica alla causa dell’autonomismo isolano. Per la sua formazione ideologica e politica Napoleone era portato naturalmente a militare in quest’ala più radicale ed infatti lo troviamo nel 1793 strettamente legato a Cristoforo Saliceti, il capo dei giacobini corsi. Per converso veniva progressivamente chiarendosi l’ambiguità della politica di Paoli il quale, pur avendo formalmente accettato la sovranità francese, aveva sempre considerato la Corsica un suo feudo personale e non aveva mai rinnegato il sogno indipendentista al quale restava legata gran parte della nazione corsa. Egli, per altro, era consapevole che il conseguimento di una piena indipendenza era impossibile per allora, e per ciò aveva ripreso la politica del periodo 1755-69, tentando di sfruttare il conflitto franco-ingle...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

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