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Napoleone e la conquista dell'Europa di Stuart Woolf

Capitolo primo – Gli ideali di conquista rivoluzionar-napoleonici

I francesi e l’Europa

Che cosa sapevano dell'Europa gli uomini e le donne francesi alla fine dell'ancien régime? Per la stragrande maggioranza di questa società profondamente rurale, il forestiero era qualunque estraneo che veniva da lontano. Spesso egli era il prodotto dell'imponente macchina della coscrizione militare che, in tutta Europa, reclutò, fra il 1700-89, sui due milioni e mezzo di uomini (francesi e no), stimolando di per se stessa il flusso dell'emigrazione. Non è detto che fosse uno sconosciuto, ma era al di fuori degli ordinari sistemi di identificazione (la parentela e il paese) e spesso parlava una lingua diversa.

Solo una generazione più tardi, come conseguenza della coscrizione napoleonica, ogni famiglia contadina francese deve essere venuta a conoscenza di uno o più paesi europei, direttamente o indirettamente, attraverso le esperienze militari di parenti o vicini. Ma, a parte i contadini, anche la maggioranza delle élites locali, pur pronta nel recepire le idee illuministe, aveva raramente fatto lunghi viaggi e di solito al massimo fino a Parigi. La loro conoscenza di paesi stranieri era basata sugli appunti di viaggio scritti da viaggiatori e su quella corrispondenza più o meno fitta così caratteristica della repubblica delle lettere, e occasionalmente si arricchiva nell'incontro, presso le accademie locali o la loggia massonica, con il ricco e colto straniero nel suo Grand Tour o con l'ufficiale di ritorno da paesi lontani.

Senza dubbio, il numero dei viaggiatori colti e curiosi andò aumentando rapidamente negli ultimi decenni del secolo. Mentre restava forte l'attrazione esercitata da questi paesi lontani vi fu una fioritura di esplorazioni e descrizioni scientifiche e antropologiche del Pacifico australiano e dei mondi extraeuropei. Ma con la lunga pace che seguì la fine della guerra dei Sette Anni (1763), questo culto tradizionale dell'insolito e dell'esotico lasciò il posto d'onore a regioni più vicine e più facilmente accessibili. L'Europa fu visitata fino nelle sue parti più remote, dall'Islanda alla Scandinavia alla Russia e alla Turchia. I paesi del Grand Tour continuavano ad attirare la maggiore attenzione.

Negli anni 80 del 700, la principale novità fu un aumento massiccio di pubblicazioni, viaggi e contatti con gli Stati tedeschi, per i quali possibilità commerciali, modelli amministrativi e principi riformatori sollevavano un crescente interesse. Ma se il viaggiatore era di moda, ne erano cambiati gli scopi: esso era diventato pedagogico e utilitario, filosofico e scientifico. Questo particolare interesse per la classificazione di informazioni utili spiega il rapido sviluppo delle topografie statistiche. Originate in Germania, frutto diretto della cameralistica, queste descrizioni numeriche di ambiente fisico, storia, struttura politica, attività economiche e organizzazione sociale di aree amministrative soddisfacevano la sete di conoscenze di facile acquisizione del pubblico colto, e allo stesso tempo rispondevano alle esigenze di informazioni pratiche dei commercianti e fornivano agli amministratori con interessi scientifici dati empirici classificati e quindi paragonabili fra loro.

I francesi più sensibili ai cambiamenti negli affari europei e probabilmente meglio informati in proposito erano, accanto ai rappresentanti ufficiali, i manifatturieri e i commercianti. Malgrado la perdita di gran parte del suo impero nel 1763, la Francia aveva partecipato attivamente all'espansione dell'economia internazionale nella seconda metà del secolo. La rapida crescita del commercio coloniale, nel quale la Francia si divideva con l'Inghilterra la parte del leone, non solo avvantaggiò i grandi porti di Bordeaux, Nantes e Marsiglia, ma ebbe un effetto moltiplicatore sul livello generale dell'attività economica e della domanda urbana.

La superiorità tecnologica inglese nella produzione tessile e metallurgica cominciava a mettere in difficoltà i tradizionali mercati di esportazione francesi nel Lavante e nel Mediterraneo. In un mondo di comunicazioni scarse e, in certe stagioni, impossibili, lo sviluppo di un mercato nazionale era facilitato in Francia da un sistema di trasporto interno che impressionava i viaggiatori stranieri, inclusi perfino gli Inglesi. In tutta la Francia, lungo le frontiere e le coste, elaborati e sofisticati sistemi di contrabbando coinvolgevano interi paesi e città, a carrettieri e barcaioli a rispettabili uomini di affari e funzionari delle dogane. Il contrabbando (salvo per il sale, monopolio di Stato) implicava considerevoli conoscenze e una rete di vie di rifornimento e di mercati, per lo meno nelle regioni di confine.

Il 700 vide crescere l'interesse per l'istruzione tecnica di fabbricanti e commercianti, in Francia e altrove, con proposte di corsi professionali e pubblicazioni di testi e guide tecniche. L'Encyclopédie aveva già divulgato la tecnologia della produzione con articoli di artigiani istruiti e specializzati. Ma senza dubbio la maggior parte dei fabbricanti e dei commercianti apprendeva lavorando il proprio mestiere. Una piccola minoranza col tirocinio all'estero imparò anche le lingue.

Il modello politico della rivoluzione

Nel 1789, il ruolo di guida della Francia nell'avanzata della civiltà era ormai accettato dalle élites colte di tutta Europa - perfino dagli Inglesi. Benché le riforme invocate dai philosophes potessero sembrare molto più avanzate in altri Stati, come la Toscana, l'Austria o perfino la Russia di Caterina II, e benché fosse innegabile il successo economico dell'Inghilterra, la Francia restava la fucina delle idee illuministe sul modo di migliorare il presente e costruire il futuro.

Tale ruolo trovava la sua base nell'alto livello della ricerca filosofica e scientifica, che in Francia era particolarmente vivace. Il cosmopolitismo del modello francese di socialità aristocratica, che ispirava pratiche e comportamenti della nobiltà di tutta Europa, era alla base di quella fiducia in se stessi che paradossalmente si rafforzò per l'improvvisa e massiccia emigrazione di nobiltà a seguito della Rivoluzione.

Questa identificazione dello stadio più avanzato della civiltà con la nazione francese fu consolidata dalla Rivoluzione non solo per gli stessi Francesi, ma inizialmente per tutti quelli che credevano nel progresso. Era un'identificazione basata sull'ottimistica fede nella reale possibilità di cambiamenti pacifici di cui sembrava testimoniare il prima euforico anno delle riforme radicali.

Ma, retorica a parte, resta l'evidenza di come il modello politico francese, nelle sue successive incarnazioni rivoluzionaria e napoleonica, fosse considerato dai suoi rappresentanti non solo superiore a ogni Stato e società esistente, ma tale da dover essere da essi emulato. E proprio perché la Francia era maestra d'Europa molti ritenevano giusto che Parigi, la nuova Roma, la capitale e il cuore della civiltà, fosse arricchita dei prodotti più significativi delle arti e delle scienze che si trovavano in altre parti d'Europa.

Al culmine dell'Impero Montalivet, ministro dell'interno, propose di trasferire dai depositi italiani, olandesi, belgi, tedeschi e degli altri paesi conquistati al nuovo archivio nazionale di Parigi tutta la documentazione relativa alla storia politica precedente dei singoli paesi. Innanzitutto, la Rivoluzione offrì il modello di un nuovo rapporto fra Stato e società, o più precisamente, una successione in rapido mutamento di espedienti costituzionali miranti a regolare il grado di partecipazione politica dei nuovi cittadini.

In secondo luogo, una nuova concezione di nazione politica, che aveva fornito ai primi rivoluzionari la loro forza, era venuta sempre più precisandosi col patriottismo generato dalle guerre. Ma si stava diffondendo un'inquieta consapevolezza della fragilità questa nuova costruzione, evidenziata, all'interno, dalla riluttanza o resistenza popolare a tante pratiche rivoluzionarie e, oltre frontiera, dall'incomprensione dei popoli conquistati davanti all'appello a fraternizzare.

Si elaborarono quindi modi alternativi ma complementari: da una parte, si riteneva necessario eliminare, sia pure con cautela e gradualmente, l'eredità storica, tradizionale e consuetudinaria di un passato di superstizioni, la cui sopravvivenza nelle pratiche popolari era vista come un ostacolo fondamentale all'esistenza di una nazione finalmente uniforme. Condizione prima per il raggiungimento di tutti gli altri scopi era la creazione di adeguate strutture istituzionali, amministrative, finanziarie e giuridiche basate sull'applicazione allo Stato della ragione illuminata.

In un certo senso, non stupisce che, data la lunga preparazione di un illuminismo sempre più orientato verso il fine dell'utilità sociale, per raggiungere questi scopi si sia riposta la fiducia nello Stato, quasi senza interruzioni, perfino negli anni della Rivoluzione. Specialmente dopo il fiasco del Direttorio nell'adempimento della sua funzione, lo Stato acquisì il diritto di intervenire e proteggere e dirigere la società civile per liberare sia le forze individuali che quelle produttive. La novità in questo rapporto era la crescente centralità e legittimazione della burocrazia amministrativa.

L'evidenza del progresso e dei benefici derivanti da questo rimodellamento istituzionale delle strutture statali e dei rapporti sociali avrebbe attirato l'appoggio delle élites colte, e quindi razionali, e dei notabili locali.

Le esperienze rivoluzionarie di espansione

Il progetto amministrativo di modernizzazione doveva svilupparsi solo dopo Brumaio ed essere elaborato a fondo al culmine dell'Impero, proprio negli anni in cui la sua completa attuazione era ostacolata dalle concorrenti ambizioni militari ed economiche di Napoleone. All'inizio della Rivoluzione, i membri dell'Assemblea costituente, tutti intenti a rigenerare alla Francia e imbevuti degli ideali pacifisti dell'Illuminismo, avevano formalmente ripudiato ogni intento aggressivo: "La nazione francese rinuncia ad intraprendere guerre di conquista e non impiegherà mai le sue forze contro la libertà di nessun popolo".

Meno di due anni dopo, il 20 aprile 1792, l'Assemblea legislativa, quasi all'unanimità, aveva già dichiarato guerra al re di Boemia e di Ungheria e, tempo dieci mesi, si ritrovò in guerra con Prussia, Sardegna, Inghilterra, Paesi Bassi e Spagna. Via via che crescevano i timori di una controrivoluzione e di una congiura internazionale, causa e conseguenza delle divisioni che andavano approfondendosi fra la Corte e l'Assemblea e fra gli stessi rivoluzionari, gli appelli degli esiliati stranieri, specie in Olanda e a Liegi, veri e propri gruppi di pressione organizzati, raggiungevano orecchie sempre più disposte ad ascoltare. Si incitava alla guerra.

Tutti gli storici sono d'accordo nel ritenere che la guerra condizionò lo sviluppo interno della Rivoluzione, dal rovesciamento della monarchia e dalla dittatura giacobina alla reazione anti-giacobina di Termidoro e al Direttorio fino al colpo di stato di Brumaio. Fra il 19 novembre 1792 e l'8 gennaio 1793, la Convenzione repubblicana dichiarò la propria volontà di accordare fraternità e aiuto a tutti i popoli che vorranno riacquistare la libertà e dette istruzioni ai suoi generali, al momento dell'occupazione dei territori nemici, di incoraggiare le popolazioni locali a darsi come legittimo sovrano un governo libero.

Alle parole seguirono i fatti: la Convenzione ratificò il voto del popolo di Savoia e di Nizza che sceglieva di entrare a far parte della Repubblica francese. Ma il conflitto fra una politica disinteressata di liberazione e una di potere nazionale emerse subito davanti all'espressa richiesta dei democratici, nel Belgio occupato. Alla fine del marzo 1793, inebriata dal successo, la Convenzione aveva decretato che i belgi di lingua francese e fiamminga, e le popolazioni di vaste zone della riva sinistra del Reno, facevano parte della Grande Nazione.

Negli anni seguenti, via via che si succedevano le vittorie nelle guerre, le parole liberazione, riunione e Repubbliche sorelle divennero termini convenzionali per descrivere l'occupazione, l'annessione o la ristrutturazione come Stati satelliti di tutta la riva sinistra del Reno, dai Paesi Bassi, della Svizzera e di tutta l'Italia continentale. Le frontiere naturali erano fondamentalmente in contrasto con le Repubbliche sorelle, in quanto implicavano un'estensione territoriale della Francia anche a spese di chi, in quelle zone, condivideva le stesse idee rivoluzionarie. Ma anche i sostenitori delle Repubbliche sorelle stavano attenti a non permettere che diventassero una minaccia politica o economica per la Francia. Le aspirazioni dei giacobini italiani verso una grande Repubblica unitaria furono sistematicamente osteggiate sia dal direttorio che da Bonaparte.

In teoria, una vittoria totale avrebbe potuto conciliare le due politiche. Ma persino nel 1795, quando i successi francesi indussero la Toscana, la Prussia, la nuova Repubblica olandese e la Spagna a firmare trattati di pace (febbraio-luglio), una pacificazione generale dell'Europa restava impensabile, data l'irruducibile ostilità dell'Inghilterra e dell'Austria.

Negli anni seguenti, il raggiungimento di una tale pace divenne ancor più un miraggio. Da una parte, il Direttorio si dimostrò incapace di controllare i suoi generali e commissari degli eserciti. Bonaparte poi, che seguiva una sua politica privata, creò la Repubblica cisalpina, negoziandone il riconoscimento da parte dell'Austria a Leoben e Campoformio e ottenne il beneplacito per la spedizione in Egitto. Questa mancanza di autorità del Direttorio derivava non solo dalla necessità di recuperare le spese di guerra, ma anche e sempre più dalla sua dipendenza da guerre vittoriose per poter risolvere i problemi finanziari e politici di casa. Per di più, seguendo contemporaneamente politiche diverse e contraddittorie, il Direttorio portò le sue guerre su aree geografiche sempre più vaste, rafforzando così la diffidenza dei nemici già esistenti e facendosene dei nuovi.

L'ulteriore estensione di questa strategia a tutto il Mediterraneo con l'annessione delle isole Ionie e di Malta e l'invasione dell'Egitto e della Siria aggiunse ai nemici della Francia la Russia e la Turchia. Al tempo stesso, proprio la politica dell'occupazione e della creazione di nuovi Stati distrusse perfino fra i patrioti le simpatie di cui prima avevano goduto i rivoluzionari francesi. Dovunque passassero, le armate francesi portavano saccheggi e requisizioni, l'obbligo di alloggiare soldati e di pagare contributi di guerra. Dopo la vittoria di Fleurus (26 giugno 1794), la direttiva ufficiale era quella di considerare tutti i paesi occupati come territorio nemico il cui suolo doveva fornire il mantenimento dell'esercito.

Il comportamento indisciplinato delle truppe francesi e il pesante sfruttamento dei territori occupati suscitarono la diffusa resistenza dei contadini in Belgio, Svizzera, Spagna e, in modo più spettacolare, in Italia durante la ritirata del 1799. Senza dubbio queste difficoltà erano in parte dovute alla novità e alla vastità del problema militare di creare un esercito nazionale. Ma la ristrutturazione dell'esercito, a seguito del crollo di ogni autorità, delle diserzioni in massa e dell'abbandono del servizio da parte del 60% del corpo ufficiali, richiese all'inizio un afflusso massiccio di volontari che certamente presentavano problemi di disciplina, tanto in tempo di vittoria quanto di sconfitta.

La continua guerra portata avanti su molteplici fronti richiedeva molti grandi eserciti che il Direttorio si dimostrò incapace di pagare e di equipaggiare. Ricominciarono le diserzioni su scala massiccia. D'altra parte, le ambiguità stesse della politica di espansione confusero e alla fine sommersero il patriottismo dei primi anni della Rivoluzione. Se la condotta militare e la logica interna del mantenimento di grandi eserciti spiegava il risentimento popolare, la politica economica dei successivi governi rivoluzionari nei territori occupati deluse e si alienò le élites delle città.

Nei territori occupati, la realtà della politica economica a breve termine conobbe due fasi che si sovrapposero, la prima caratterizzata dall'agence d'extraction, costituita nei territori belgi e tedeschi nel 1794, la seconda dal ritorno all'iniziativa privata nell'approvvigionamento degli eserciti. Nel 1789 si era diffusa una notevole preoccupazione fra i produttori tessili per la pur moderata liberalizzazione del commercio con l'Inghilterra a seguito del trattato di Eden (1786), e una più generalizzata inquietudine per gli effetti della modernizzazione tecnologica. Lo scoppio della guerra confermò rapidamente la superiorità navale britannica.

Il commercio coloniale, il settore più dinamico dell'economia francese, ne fu completamente sconvolto, nonostante i tentativi di trovare vie commerciali alternative attraverso i porti spagnoli e olandesi. Il nazionalismo economico fu la risposta della Francia. Si prepararono piani per la conclusione di trattati commerciali con gli Stati continentali che favorissero le esportazioni francesi e vietassero l'importazione di merci inglesi. La Repubblica cisalpina fu costretta ad assicurare alla Francia il diritto esclusivo di navigazione e riduzione doganali per il commercio fra i due Stati. Con l'estensione delle frontiere fino a includervi il Belgio, la Renania, la Savoia, Ginevra e Nizza e con la creazione di repubbliche dipendenti, la Francia poteva affermare di aver

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Kristina_gv di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Levati Stefano.
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