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Le origini

Francesco Scorza Barcellona

Dalla chiesa di santi ai santi della chiesa

Il culto dei santi, come estensione di quello dei martiri avviatosi a partire dalla seconda metà del II secolo, si afferma tra i secoli IV e VI, conferendo al cristianesimo del periodo tardo antico un’impronta nuova. Il fenomeno non si può ricondurre alle immediate origini cristiane; la santità, di cui si parla anche nelle antiche testimonianze letterarie della nuova fede che confluiranno nel Nuovo Testamento, è una condizione che riguarda tutti i credenti e non comporta forme di culto. Agli inizi del II secolo, in concomitanza con le persecuzioni anticristiane, Ignazio, vescovo di Antiochia e martire a Roma, individua nell’estremo sacrificio della vita come testimonianza della fede la piena realizzazione dell’ideale di imitazione di Cristo. Si concentrano in un trentennio, nella seconda metà del II secolo, a Oriente e a Occidente, i primi martiri.

Nel III secolo, mentre si sviluppa la letteratura sui martiri in greco e latino, tanto più in seguito alle persecuzioni attuate con i decreti di Decio e Valeriano, i martiri cominciano ad essere considerati non più soltanto defunti illustri della Chiesa, modelli dell’ideale di imitazione di Cristo, ma assumono la funzione di intercessori presso Dio. Si avvia l’elaborazione dell’idea che Dio ricompensa con dignità pari a quelle del martirio una vita di virtù e carità. L’era dei martiri si conclude dopo le persecuzioni di Diocleziano agli inizi del IV secolo, con l’avvento di Costantino, prima con la sua vittoria su Massenzio nel 312, e con la definitiva sconfitta di Licinio nel 324. Con la concessione della libertà di culto ai cristiani con la legislazione del 313, il culto dei martiri assunse visibilità e centralità nella Chiesa.

A Roma sorgono le prime basiliche martiriali; la Chiesa di Roma produce nella prima metà del secolo un calendario di ricorrenze di martiri celebrate nel corso dell’anno, che completa il coevo Depositium martyrum, calendario della ricorrenza della morte dei suoi vescovi, che Papa Damaso fissa con le sue epigrafi la memoria dei martiri in cimiteri e basiliche romane. Si diffonde l’uso della sepoltura presso le tombe dei martiri come garanzia di intercessione dopo la morte. In Occidente si assiste alle prime invenzioni di corpi di martiri. Vescovi come Ambrogio di Milano, Agostino d’Ippona, Paolino di Nola, sono promotori del culto dei martiri in occidente, valorizzando la presenza delle loro reliquie come patrimonio della Chiesa. Con Ambrogio di Milano e il poeta Prudenzio, ha inizio l’innografia sui martiri, a Nola il vescovo Paolino dedica molti dei suoi carmi a Felice, santo locale non propriamente martire.

Con la diffusione del culto dei martiri si ha una ripresa del genere delle Passioni, anche per personaggi ritenuti martiri nelle tradizioni delle diverse Chiese, sopperendo, in mancanza di dati storici, con luoghi comuni propri di un genere ormai consolidato o con la fantasia. I martiri sono ricordati nella loro ricorrenza con la lettura delle relative Passioni, quando sono disponibili, nei sermoni, specialmente in ambito greco, con panegirici.

Nel secolo IV si assiste alla produzione e alla rapida diffusione delle prime biografie di monaci e vescovi: i primi celebrati per la ricerca della perfezione conseguita in una vita di preghiera e di dominio delle passioni, i secondi perché difensori della fede nelle controversie teologiche che attraversano il secolo e quelli successivi. Non hanno subito il martirio, ma si propone la loro vita esemplare per la dottrina teologica e spirituale, per le virtù. Il miracolo comincia a essere sentito come prova della “santità”, tanto più in conseguenza dei miracoli che si suppongono avvenire in presenza di reliquie dei martiri, oggetto di devozione che spinge i fedeli alle loro tombe fuori dalla città o a veri pellegrinaggi in regioni molto lontane.

Di alcuni vescovi e monaci già nel IV secolo è attestato il culto, con trasferimento delle prerogative dei martiri a questi “uomini di Dio”, titolo di figure carismatiche quali il profeta Elia e il discepolo Eliseo nella Bibbia ebraica, l’Antico Testamento. Tra IV e VI secolo prima i martiri, poi i vescovi, spesso quello che riteneva il fondatore della Chiesa locale, assumeranno per le città che ne conservano i corpi la qualifica di patroni, espressione della funzione di mediatori e intercessori già riconosciuta ai martiri.

Il culto si estende ai personaggi più significativi dell’Antico e Nuovo testamento, prima a quelli che si potevano assimilare ai martiri della tradizione cristiana, come i sette fratelli detti Macabri e la loro madre, Giovanni Battista, i profeti. La tradizione considerò gli apostoli (tranne Giovanni) martiri e di alcuni di essi, come a Roma per Pietro e Paolo, si vantava la presenza di tombe già nel secolo II. Nel 431 il concilio di Efeso, proclamando Maria “madre di Dio”, dà inizio allo sviluppo del culto mariano, sia in occasione delle ricorrenze, sia nell’istituzione di altre festività e nella dedicazione di specifici luoghi di culto. La comprensione collettiva del culto dei santi nella Chiesa è espressa entro la metà del secolo V dal Martirologio geronimiano.

Le origini del culto dei santi

Le origini del culto dei santi sono un problema discusso dalla fine del XIX secolo. Il punto di partenza della questione sta nella tesi, espressa da rappresentanti dell’Illuminismo inglesi quali David Hume e Edward Gibson, della ricaduta del monoteismo originario cristiano in una forma di politeismo. Tale assunto trovò espressione concreta alla fine del XIX secolo, con l’affermarsi dello studio comparato delle religioni e con lo sviluppo degli studi filologici, che arrivarono a interessarsi della letteratura agiografica. La tendenza dei nuovi indirizzi di ricerca, alimentati anche da spunti anticattolici protestanti, era quella di mostrare come il culto dei santi fosse una derivazione di quello degli eroi classici, degli dei pagani.

Contro ciò si imposero gli studi di Hippolyte Delehaye, che rivendicò la derivazione del culto dei santi da quello dei martiri e la peculiarità dell’idea del martirio, propria della tradizione cristiana dei primi secoli. Il contributo di Delehaye determinò gli sviluppi degli studi agiografici nel secolo XX, che hanno aperto la strada a una comprensione più serena delle origini del culto dei santi. Di pari passo con l’apertura di una visione globale di varie espressioni “agiografiche” simili, comuni alla letteratura pagana come a quella cristiana, si è tornati a prendere in considerazione anche le indubbie analogie tra le forme del culto dei santi e forme coeve di religiosità pagana: avrebbero costituito non il punto di partenza ma le “strutture di accoglienza” della specificità cristiana del culto di santi, nel senso che questi hanno recuperato alcune funzioni che una volta erano state degli dei e degli eroi: feste, pellegrinaggi, luoghi di culto, miracoli, prodigi, invocazioni e l’idea di un mondo invisibile, abitato da esseri intermedi, demoni o anime di defunti, localizzate presso le tombe; messaggeri tra gli dei e uomini, per comunicare a questi ultimi i messaggi divini sotto forma di presagi, e agli dei i desideri e meriti dei viventi.

Nel giudaismo esisteva anche il culto dei profeti e dei giuristi morti per la loro fedeltà alla legge divina secondo tardive leggende, di cui si fanno eco diverse espressioni nel Nuovo Testamento: culto presso le rispettive tombe come evidenziato da testimonianze archeologiche e poi esteso nel corso dei secoli a saggi e uomini pii, oggetto di una specifica cultura.

Una nuova interpretazione delle origini e della diffusione del culto dei santi è stata quella delineata da Peter Brown negli ultimi decenni del secolo scorso, secondo cui lo sviluppo del fenomeno tra III e IV secolo, invece di una degenerazione del culto cristiano originario verso il politeismo, sarebbe il segno del mutamento delle forme di pietà che si orientavano “a nuovi oggetti in nuovi luoghi”, alla ricerca di nuove speranze di protezione e di giustizia. Si dovrebbe comprendere il culto dei santi, promosso in Occidente da vescovi come Ambrogio, Paolino di Nola, che proposero la figura di santo associata a quella di vescovo mediante la deposizione delle sue reliquie nell’altare della chiesa principale, come un patrimonio della comunità cristiana.

La tesi di Brown, discussa soprattutto per aver messo l’accento su una componente sociologica invece di quella teologica, ha rinnovato la comprensione del fenomeno. Si può osservare che Brown non si concentri sull’origine del culto dei santi, e sulle sue motivazioni teologiche di base, quanto sui fattori che ne determineranno l’affermazione tra III e VI secolo, individuando nel fenomeno la funzione che corrispondeva ai bisogni di tutta la società del periodo in esame e non solo del volgo, che si sarebbe fatto portatore delle esigenze di una “religiosità popolare”.

L’idea di santità nelle scritture ebraiche e cristiane

1.1 Sacro e/o santo (vedi appunti lezioni)

1.3 Il Nuovo Testamento

Negli scritti del Nuovo Testamento non ci si discosta dalla tradizione della Bibbia ebraica, l’Antico Testamento, quando si riferisce l’aggettivo hagios alla persona di Dio. Nel Nuovo Testamento la santità di Dio si completa con quella di Gesù in quanto “Santo di Dio”, e con quella dello Spirito Santo. Gesù è chiamato santo dal momento dell’annuncio della sua nascita a Maria, per la sua origine soprannaturale dallo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è quello che nell’Antico Testamento è chiamato lo Spirito di Dio, o lo Spirito, manifestazione della potenza di Dio, suo diretto modo di operare sulle cose e sugli uomini. Gesù riceve lo Spirito Santo nel battesimo, lo Spirito Santo lo guida e lo illumina e gli ha dato poteri sui demoni.

L’azione di Gesù, mediante lo Spirito Santo, è un’azione che santifica i credenti. I cristiani partecipano alla vita di Cristo risuscitato mediante la fede e il battesimo: “essi sono stati santificati in Cristo Gesù, chiamati ad essere santi”. Attraverso lo Spirito Santo i cristiani sono “sacerdozio regale, nazione santa”, e sono il “tempio santo”: essi devono rendere a Dio il vero culto, offrendosi con Cristo in sacrificio santo. La comunità cristiana che serve e prega Dio è una comunità di santi in una dimensione culturale, come è quella di Israele nell’Antico Testamento: essa costituisce il nuovo popolo eletto, senza limiti nazionali. “Santi” sono chiamati membri della comunità di Gerusalemme, ma anche tutti i cristiani. Tale santità esige la rottura con il peccato e i costumi pagani.

Secondo una tradizione che va dalle Scritture ebraiche fino al Nuovo Testamento cristiano, la santità è un attributo di Dio, si tratta di una santità non personale, ma di elezione che riguarda tutta la comunità. Nell’Antico Testamento la vocazione alla santità è conseguenza dell’alleanza che Dio ha stabilito con il suo popolo, nel Nuovo Testamento la santità della Chiesa è frutto dell’azione di Gesù, è operata dallo Spirito Santo mediante il battesimo.

I martiri

2.1 La testimonianza del martirio

Dai suoi primi anni di vita la comunità cristiana suscitò l’ostilità dell’ambiente circostante. A Gerusalemme gli apostoli, specie Pietro, furono più volte imprigionati: Stefano, esponente del gruppo degli Ellenisti fu lapidato, e dopo la sua morte si scatenò una persecuzione in cui i fedeli furono dispersi da Gerusalemme nelle regioni vicine. Nella concezione della prima generazione cristiana le persecuzioni sono una partecipazione alla morte di Gesù, un motivo di gloria. Sono gli stessi termini in cui si esprime Gesù quando afferma la beatitudine di quanti sono insultati e perseguitati per colpa sua, perché grande sarà la loro ricompensa nel regno dei Cieli.

La figura di Stefano è presentata con tratti che richiamano atteggiamenti e detti di Gesù durante la passione: Stefano affida il suo spirito al Signore e chiede che i suoi uccisori siano perdonati. Si comincia a delineare una spiritualità del martirio espressa con accenti mistici nell’epistolario di Ignazio, vescovo di Antiochia, condannato ad essere esposto alle belve nell’anfiteatro in Roma tra il 110 e 118. Nella sua Lettera ai Romani, Ignazio prega i cristiani di Roma di non impedirgli di imitare la passione del suo Dio. Dalla seconda metà del II secolo, il sacrificio della vita per testimoniare la fede è chiamato “martirio” (martyrion) e martire colui che ha il privilegio di affrontarlo (martys). Questa terminologia nel senso di “testimonianza” e “testimone” era propria anche in relazione alle procedure giudiziarie. Nel più antico linguaggio cristiano essa riferita alla testimonianza che nell’attività missionaria si dava alla predicazione e alla vicenda di Gesù, in particolare alla passione e resurrezione. Ha un ruolo determinante il titolo di “testimone fedele e veritiero” applicato a Cristo, nel senso che egli rivela quanto gli è stato affidato da Dio, e che si conferma in rapporto alle parole di Gesù davanti a Pilato quando dichiara di essere venuto a rendere testimonianza, è usato il verbo “martyrein”.

Secondo quanto afferma la Passione dei martiri di Lione e di Vienne, i fedeli condannati e sottoposti alla tortura rifiutavano di essere chiamati “martyres”, ritenendo che tale titolo fosse di Cristo, si ritenevano solo umili e mediocri “confessori”, persone che avevano confessato la fede senza essere giunti alla morte. Nel testo si colgono due sfumature di “martire”: per gli altri cristiani, i fedeli arrestati possono essere chiamati “martire”, ma proprio loro rifiutano il titolo, riservandolo a Cristo e a quelli che hanno concluso con la morte la serie delle loro testimonianze. Questa distinzione tra veri martiri che hanno affrontato la morte, e i “confessori”, si imporrà a partire dal III secolo. Il titolo di martire sembra nascere dunque in un contesto giudiziario, esprimendo la confessione di fede davanti al giudice, ma la sua applicazione si limiterà a quanti hanno completato la testimonianza sacrificando la vita.

La Passione di Policarpo, il vescovo di Smirne condannato al rogo un 22 o 23 febbraio tra il 155 e 177, espone l’idea del martirio “secondo il vangelo di Cristo”. Nella Passione si colgono le possibili somiglianze della sua passione con quella di Cristo, rinviando all’imitazione di Gesù come condizione del martirio cristiano. I martiri hanno imitato il modello di Gesù e si pongono come modello per chi voglia imitarli: essi hanno la funzione di imitare il Modello per eccellenza.

2.2 Prima e dopo Costantino

L’avversione suscitata dai primi cristiani in Palestina continuò quando aumentarono; ciò determinò azioni violente nei loro confronti. Contro la tradizione della storiografia cristiana antica che attribuì l’iniziativa delle persecuzioni ad una precisa volontà degli imperatori, le persecuzioni per editto non furono anteriori al III secolo. Sono illuminanti le disposizioni di Traiano a Plinio il Giovane, che attorno al 112, si era rivolto a lui per chiedere come ci si dovesse regolare verso denunce contro i cristiani. L’imperatore disponeva che la condanna poteva essere comminata a quelli che, denunciati, si professavano cristiani, risparmiando coloro che erano disposti a rinnegare la propria fede. Questi criteri, ribaditi dai successori di Traiano, non impedirono che i cristiani fossero condannati a morte per quelli che Plinio chiamava “delitti connessi con il loro stesso nome” (accuse di incesto, magia, cannibalismo).

Le principali fonti per la storia delle persecuzioni sono la Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea e I martiri di Palestina. Già sotto Nerone a Roma, secondo Tacito, i cristiani locali erano stati condannati a morte per il loro odio verso il genere umano, con l’accusa di essere responsabili dell’incendio della città nel 64. Nello stesso periodo morirono a Roma anche gli apostoli Pietro e Paolo di Tarso; nella seconda metà del secolo sono attestate persecuzioni in Asia minore. All’epoca di Traiano risale il martirio del vescovo Simone a Gerusalemme, e negli ultimi anni di Traiano o poco dopo la sua morte subì il martirio il vescovo Telesforo. Sotto Marco Aurelio le violenze contro i cristiani si inasprirono: a Roma intorno al 165 Giustino subisce il martirio; nel 167 è mandato a morte Policarpo di Smirne, al 177 risale la persecuzione scatenatasi in Gallia, narrata dalla Lettera delle Chiese di Lione e Vienne.

Sotto Commodo furono processati e condannati a morte a Cartagine nel 180 i martiri di Scillium, la cui Passione costituisce forse il primo testo cristiano in lingua latina. Si discute se sotto Settimo Severo si sia avuta una persecuzione con editto che proibiva le conversioni al giudaismo e al cristianesimo: ad Alessandria nel 202 fu condannato a morte Leonida, padre di Origene, che insegnava nella locale scuola catechetica, oltre ad alcuni discepoli di Origene. In una sommossa anticristiana ad Alessandria avvenuta nell’ultimo anno di regno di Filippo l’Arabo, si ebbero molti martiri, tra cui Apollonia. Sotto Decio in una prima persecuzione, a Roma subì il martirio papa Fabiano. Un successivo editto del 250 impose a tutti i cittadini dell’impero un atto di culto agli dei che doveva essere attestato da una certificazione (libellus). Quanti si rifiutarono di sacrificare furono gettati in prigione, torturati o mandati ai lavori forzati nelle miniere. I nomi di alcuni martiri di Cartagine sono ricordati in una lettera conservata nell’epistolario del vescovo Cipriano, che si sottrasse all’arresto rifugiandosi fuori dalla città. La stessa situazione si ripeté in Egitto, dove si ebbe un gran numero di martiri, tra i vescovi vittime di queste persecuzioni vi fu Alessandro di Gerusalemme.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

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