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Uomini in movimento

La grande urbanizzazione

La consistenza demografica urbana viene dedotta in due modi:

  • Via diretta: dati numerici forniti dagli scrittori del tempo. Svantaggi: talvolta sono volutamente modificati (esempio, gonfiati).
  • Via indiretta: con i calcoli di studiosi di epoca successiva. Svantaggio: dati insufficienti (alcuni soggetti esclusi dai censimenti).

Tra la fine del X e l'inizio del XIV secolo ci fu un incremento demografico in Europa, soprattutto in Italia (da 5 milioni di abitanti a 12). Tra le cause, ancora dibattute, ci sono sicuramente i progressi nella produzione agricola (pur senza enfatizzare troppo questo aspetto: l'andamento della popolazione è correlato a molteplici fattori).

In Italia fu determinante il ruolo delle città: già all'inizio dell'XI secolo erano più numerose e grandi che nel resto d'Europa (per via della permanenza del sistema delle civitates romane: le fondazioni di centri che avrebbero ottenuto il titolo di città furono poche).

L'incremento del tasso di urbanizzazione si intensificò nel secondo XII secolo e toccò l'apice nel '200. Le grandi città si concentravano quasi tutte al Centro-Nord. La Toscana all'inizio del '300 era la regione più urbanizzata d'Italia e d'Europa e l'unica con forti tendenze piramidali e una struttura monocentrica: Firenze era l'incontrastata metropoli regionale. Al Sud erano decadute e scomparse molte città romane, solo dal X-XI secolo si ricostruisce un reticolo urbano.

Il tasso di urbanizzazione complessiva era alto perché esistevano molti centri di grande importanza demica che non erano vere città ma agglomerati di popolazione rurale.

La crescita della popolazione urbana

La popolazione urbana cresceva più di quella rurale, soprattutto per il trasferimento di individui del contado: aristocrazia (per libera scelta o imposizione); proprietari terrieri; 'borghesi' (prestatori, notai); contadini. La città offriva diverse possibilità di ascesa economica, sociale e politica: entrare nel ceto dirigente; investire in attività mercantili, bancarie e manifatturiere; fuggire da vincoli di dipendenza pesanti; la manodopera con scarsa specializzazione trovava impiego.

Esisteva anche (soprattutto dal '200) un'immigrazione sulla media e lunga distanza. Più evidente nelle città portuali, era dovuta alla posizione delle città italiane, le più ricche in Europa e assieme circondate da regioni povere (Balcani, Corsica, Germania). Inoltre alcune città avevano una dimensione internazionale: Genova e Venezia avevano colonie, Roma era il cuore della cristianità, Palermo e Napoli erano sede delle monarchie meridionali, collegate all'impero e poi alla penisola iberica.

L'inurbamento fu incoraggiato da attori diversi: gli enti ecclesiastici vi vedevano la possibilità di valorizzare i propri patrimoni fondiari (lottizzazioni edilizie) e di acquisire nuovi fedeli; i grandi proprietari di rafforzare la rete di dipendenti, clienti, vassalli. In generale i governi favorirono l'immigrazione con privilegi, concessioni di cittadinanza o imposizioni (alle aristocrazie locali per legarle agli interessi cittadini e per sfruttarne le attitudini militari). Ma quando, nel secondo '200, emersero anche i problemi dell'affollamento urbano, quasi ovunque si selezionarono i flussi limitando l'accesso di manodopera non qualificata e respingendo nullatenenti e marginali. Politiche di incoraggiamento si mantennero al Sud, meno popolato.

Immigrazione e diversità culturale

Esistevano anche individui che non erano membri stabili della comunità urbana: mercanti, forestieri, studenti, membri di un'etnia o una confessione religiosa minoritaria (Greci: dalla riconquista giustinianea erano numerosi in Sicilia, Calabria. Mussulmani: Sicilia; diminuirono per via dei conflitti scoppiati in epoca sveva, col trasferimento a Lucera e soprattutto con Carlo II d'Angiò. Ebrei: Sicilia, Puglia, Campania; nel '300 aumentano al Nord per via della diffusione dei banchi di prestito).

Il nuovo volto delle città

Il segno più evidente della crescita demografica è l'ampliamento delle mura (di solito tre); le città con uno sviluppo più accentuato ebbero in contemporanea più cerchie (Pavia). Persa la funzione difensiva, le vecchie mura ebbero destini diversi (Perugia: mantenute per evitare frane; Firenze: i privati vi ricavarono abitazioni e botteghe; Brescia: stimate e affittate dal comune).

Le torri che rinforzavano la cinta finirono spesso in mano a famiglie eminenti; la proliferazione di torri private (XI-XIII sec.: 70 a Genova; 100 a Bologna; 250 a Firenze), tradizionalmente ricondotta alla ricerca del prestigio e dell'ostentazione simbolica della potenza familiare, fu probabilmente suggestionata dal modello di quelle murarie.

Ci fu un grande slancio costruttivo: nuove abitazioni, chiese, botteghe, palazzi pubblici, ponti, ospedali, acquedotti, castelli; e interventi urbanistici: piazze, pavimentazioni; allargamento e allineamento delle strade; demolizioni. Sotto il profilo organizzativo le città seguirono modalità analoghe: i proprietari del suolo non realizzavano gli edifici, li cedevano ai concessionari o ai governi. Alcuni governi vararono piani urbani; quasi tutti dal '200 tentarono di liberare il suolo urbano dai diritti signorili; coadiuvarono l'irrobustimento delle strutture dell'attività produttiva costruendo macelli, mercati, depositi per il grano (Bologna: il comune acquistò il canale di Reno dal consorzio che lo aveva costruito e vi espropriò i mulini privati).

Aumentarono anche gli insediamenti religiosi. Gli ordini mendicanti ebbero più successo, ma non furono i soli ad insediarsi in città (Cistercensi, Camaldolesi…): a fine '200 le fondazioni francescane erano circa 600, quelle domenicane più di 100. Questa presenza policentrica presupponeva la ripartizione delle sfere di influenza e quindi l'accordo per il controllo su determinati settori urbani, sul numero dei potenziali fedeli e sulla raccolta delle offerte.

Inversione di tendenza

L'incremento della popolazione si arrestò prima della peste del 1348 (in campagna dal secondo '200, in città dal '300) a causa delle ripetute carestie dovuto non più solo al clima, ma alle deficienze strutturali del nuovo sistema economico: l'abbassamento della qualità della vita (in città spesso attutito da leggi annonarie) portò ad una riduzione della natalità e della nuzialità e ad una maggior esposizione alle malattie. Nel 1350 si passa da 12 milioni a 9 di abitanti. A metà '400 in Italia il quadro dell'urbanizzazione era ancora vitale, ma non più eccezionale rispetto al resto d'Europa.

Le città come poli di sviluppo mercantile

Al centro della vita economica

L'aumento dei consumi e lo sviluppo dei mercati. Dal XI-XII secolo le città italiane diventano il fulcro economico della penisola e dell'Europa. Le città necessitavano di un contado in grado di assicurare l'approvvigionamento alimentare; se il contado era insufficiente, occorreva organizzare una rete di traffici a vasto raggio. Ciò fu reso possibile dalla rivoluzione commerciale: i progressi delle vie di comunicazione e la diffusione della moneta permettono un'espansione del commercio che assume un ruolo trainante nell'economia.

Alcuni mercanti si stabiliscono nella città d'origine e fanno muovere i soci; altri, approfittando delle necessità finanziarie dovute allo sviluppo di scambi internazionali, diventano cambiavalute e banchieri: le città diventano centri d'affari. Si sviluppa il diritto commerciale (Venezia: si producono codici marittimi; Milano, Piacenza, Firenze, Siena: si istituiscono tribunali mercantili, le mercanzie).

Aumenta la domanda di beni pregiati per via dell'espansione del reddito e dell'inurbamento delle aristocrazie (abituate a spendere per armature, ospitalità, servitù ma sobri nell'abbigliamento, furono influenzati dallo stile di vita urbano; l'ampiezza del fenomeno portò all'emanazione di leggi suntuarie).

Le città erano anche centri di produzioni artigianali che crebbero dal XII secolo e si organizzarono in corporazioni. In alcuni casi i manufatti erano destinati al soddisfacimento della domanda interna, in altri, in virtù della loro alta qualità, all'esportazione.

Una crescita disuguale

Il dislivello tra nord e sud crebbe. Le città del Sud, molto attive nei secoli X-XI, vennero penalizzate dalla politica dei normanni e dei successori e dalla comparsa di nuovi competitori da Pisa, Genova, Venezia. La situazione era tuttavia variegata: gli scali marittimi pugliesi si rafforzano con le crociate (Brindisi: scalo per Gerusalemme) e con gli Svevi; Messina, priva di un valido retroterra, cresce grazie alle attività. Dal '200 il Sud si reinserisce nel circuito degli scambi mediterranei.

Le città del centro-nord assunsero uno spiccato carattere commerciale e manifatturiero. Ma anche qui il panorama era variegato: Milano, capitale produttiva della Lombardia, non era la città con più vasto raggio d'azione mercantile; Siena, capitale bancaria, fu sempre debole sul piano dell'industria di esportazione.

Fondamenti della supremazia italiana

Dal X secolo il Mediterraneo riconquistò la sua centralità economica. I primi a trarne vantaggio furono Venezia e il Mezzogiorno. Venezia ottenne (1082) dall'imperatore bizantino, in cambio di assistenza navale antinormanna, il diritto di commerciare nei principali porti dell'Adriatico, Ionio ed Egeo in esenzione dalle imposte; nel Mezzogiorno i porti più attivi erano Amalfi, Napoli, Salerno. Amalfi era il più vivace ma dalla metà del XII secolo entrò in crisi.

Nel XII secolo le città del Sud divennero periferiche rispetto allo spostamento dei centri di produzione a Nord. Le protagoniste di questa fase furono Genova e Pisa, la cui ascesa, contrariamente alle città del Sud, si realizzò nel segno del predominio militare sui musulmani (con l'appoggio del papa): dal XI al XII secolo avviarono una riconquista del Mediterraneo, ma nel XII secolo la collaborazione lascia il posto allo scontro per la supremazia.

Corsica: papa Gregorio VII ne affida la giurisdizione all'arcivescovo di Pisa; scoppia una guerra che portò alla divisione dell'isola in due sfere di influenza. Sardegna: i pisani vi si stanziano dopo la spedizione antimussulmana. Mezzaluna fertile: La creazione di stati cristiani in seguito alla prima crociata (1096-99) aveva permesso a genovesi e pisani, che prestavano navi per l'impresa, di inserirsi nei traffici levantini, fino ad allora dominati da Venezia. Poterono organizzare colonie con le proprie banchine e quartieri residenziali, disciplinate secondo le leggi della madrepatria.

Costantinopoli: nel 1111 i pisani ottennero la possibilità di insediarvisi stabilmente; i genovesi riuscirono a fare altrettanto solo dopo la sommossa del 1182.

Una lunga fase di espansione

All'inizio del XIII secolo la geografia degli insediamenti commerciali delle repubbliche marittime fu sconvolta dalla IV crociata. Per iniziativa di Venezia, che non voleva compromettere i rapporti con l'Egitto, l'esercito attaccò e conquistò Costantinopoli (1204): scaturì una nuova costruzione politica, l'impero latino d'Oriente, ed emerse la preminenza di Venezia (Creta divenne il fulcro dei suoi traffici nel Mediterraneo orientale). Genova rispose alleandosi con l'impero e riconquistando Costantinopoli (1261); affiancò così alla Romania veneziana una Romania genovese, ma Venezia riesce a riavvicinarsi all'impero, ottenendo privilegi superiori a quelli precedenti e ripopolando il suo quartiere.

Tra Genova e Venezia tregue e guerre si alternano fino al trattato del 1299 (prova dell'impossibilità di risolvere la questione del predominio in Oriente, rimandato allo scontro finale nel tardo '300): Venezia mantenne il predominio nelle regioni occidentali dell'impero, mentre Genova a Costantinopoli.

Nel XIII secolo anche il contrasto tra Pisa e Genova aumentò. Pisa incrementò la sua presenza in Sardegna (Cagliari, tra i centri mercantili del Mediterraneo; Ugolino della Gherardesca fondò Villa di Chiesa (Iglesias), la città dell'argento), ma venne ostacolata dalla crescente superiorità navale genovese. Pur inferiore militarmente, Pisa cercò lo scontro risolutivo (battaglia della Meloria, Livorno, 1284), il cui esito fu però irrilevante: mantenne infatti il controllo di quasi tutta la Sardegna, solo Sassari passò a Genova.

Nel 1323-26 gli Aragonesi riuscirono a strappare la Sardegna ai pisani. Questi eventi non determinarono il declino di Pisa come piazza commerciale, che anzi si stava configurando come l'avamposto marittimo delle attività mercantili di Firenze.

Genova, al di là della scarsa affermazione in Sardegna, era riuscita ad imporsi nel Mediterraneo occidentale ma, a differenza di Venezia, sbilanciata ad Est, aveva rapporti economici equilibrati su entrambi i fronti. Tra XI-XIII sec. Roma acquisì molte caratteristiche di città mercantile e repubblica marinara. Dal XII secolo i suoi cambiatori sono presenti anche a Genova e i suoi mercatores in Champagne e presso la Curia romana.

L'età d'oro dei mercatores non si protrasse oltre il 1230-40 quando il potere passò ai baroni. Questi, poco impegnati nelle attività mercantili e finanziarie, con la loro politica comunale ridussero le occasioni di investimento, già diminuite per via della scelta dei papi (fine XIII secolo) di avvalersi degli uomini d'affari toscani.

Il ruolo delle città interne

Inizialmente città interne padane e toscane svolsero un ruolo di saldatura tra attività portuali e il retroterra. Dal '200 gli uomini d'affari di Asti, Cuneo e Alba svolgevano attività cambiarie e creditizie in Liguria, Piemonte e Francia. I Piacentini si protrassero anche ad Est: l'esteso raggio d'azione li rendeva capaci di trasferire ingenti somme di denaro e per questo vennero preferiti da signori e principi per operazione di cambio estero.

Nel '200 si affacciarono nuovi operatori del centro-nord: lo sviluppo delle relazioni commerciali diede impulso alle attività finanziarie e alla manifattura tessile (articoli più prestigiosi); l'apertura del passo del San Gottardo (1230) e il successo delle fiere della Champagne favorirono gli scambi con l'Europa centrale.

A fine secolo le comunità si riunirono in un'unica universitas presieduta da un capitano che si occupava delle questioni d'interesse generale.

Le fiere della Champagne coinvolgevano diverse attività economiche e riguardavano svariati prodotti, ma inizialmente la loro fortuna fu legata allo scambio tra i panni di lana fiamminghi e i beni mediterranei e orientali commerciati dagli italiani. Quando l'attività finanziaria prevalse e lo scambio di tessuti si spostò su altri itinerari, le fiere si connotarono come clearing house, area di compensazione di rapporti di debito e credito tra uomini d'affari.

Questa evoluzione favorì piacentini e senesi. Questi ultimi avevano tra i loro clienti anche la Santa sede: la loro internazionalità li rendeva infatti adatti a riscuotere i tributi (soprattutto la decima, tassazione sugli enti ecclesiastici). Ma dal 1270 i senesi subirono la concorrenza di Firenze, Lucca e Piacenza.

Firenze

Nel '300 gli uomini d'affari italiani avevano stabilito filiazioni in Europa (insieme ai fiamminghi erano i più facoltosi a Parigi). Nel primo '200 i fiorentini erano ancora in ombra rispetto a pisani, lucchesi e senesi, ma in seguito la loro diffusione crebbe tanto che ai primi del '300 erano i principali uomini d'affari d'Europa. Le ragioni sono:

  • Crescita demografica. Primo stimolo per lo sviluppo mercantile: il bisogno di approvvigionamenti sollecitò precocemente il commercio. Significava poi avere ampia disponibilità di investitori e di manodopera.
  • Capacità, unica in Italia, di integrare attività manifatturiera, commerciale e finanziaria. Si importavano materie prime ed esportavano prodotti finiti. A Firenze lo sviluppo della mercatura precedette quello della manifattura: la supremazia in Italia si ebbe nel secondo '200, quella internazionale un secolo dopo, quando la rete commerciale era ormai collaudata.
  • Capacità di penetrazione mercantile sostenuta dall'immensa fortuna del fiorino, coniato nel 1252 per la necessità dei mercati che richiedevano mezzi di pagamento omogenei e garantiti da poteri fidati (al Centro-Nord si usavano monete d'argento, inadatte a transazioni di alto raggio e di elevato prezzo; al Sud dal 1213 si usava l'augustalis, poco diffuso). Nello stesso anno Genova coniò il genovino, ma mentre per lei la scelta dell'oro rifletteva il raggiungimento di una posizione di primo piano nell'economia europea, per Firenze fu una scelta coraggiosa.
  • Capacità di sfruttare la vittoria guelfa in seguito alla morte di Federico II. Creò solidi vincoli con il papato (che li preferì ai senesi per le attività finanziarie, ma con Bonifacio VIII vennero affiancati dai pistoiesi) e i sovrani angioini di Napoli: svolgevano attività finanziarie e commerciavano beni di lusso.

Fra '2 e '300 il fallimento dei Bonsignori (Siena) e dei Ricciardi (Lucca) e le difficoltà dei Chiarenti e degli Ammanati (Pistoia) permise ai fiorentini di primeggiare in Inghilterra, dove ottennero la direzione dell'ufficio centrale del cambio (1300) e la conseguente possibilità di controllare la politica monetaria. Le compagnie fiorentine (Bardi, Peruzzi, Acciaioli, Scali, Amieri), ancora più grandi e ricche, riuscivano ormai a commerciare ogni genere di prodotto e insediarsi in tutti i luoghi strategici.

Tuttavia dagli anni '30 i profitti calarono. L'inadempienza del re inglese Edoardo III e il raffreddarsi dei rapporti con gli angioini generò un clima di sospetto che spinse i titolari dei depositi ad una corsa la prelievo. Si scatenò una reazione a catena che travolse le grandi compagnie fiorentine e quelle che vi mantenevano depositi: molte di queste compagnie erano impegnate anche nelle attività mercantili e manifatturiere, per questo la crisi fu globale.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher crptch di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Muzzarelli Maria Giuseppina.
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