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Riassunto esame Storia Medievale, prof. Zorzi, libro consigliato Le città italiane nel Medioevo, Franceschi e Taddei

Riassunto per l'esame di Storia Medievale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Zorzi: Le città italiane nel Medioevo, Franceschi e Taddei, dell'università degli Studi di Firenze - Unifi. Scarica il file in PDF!

Esame di Storia medievale docente Prof. A. Zorzi

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Bruschi Pietro

Le città italiane nel Medioevo

Franco Franceschi Ilaria Taddei

Parte Prima: Il Dinamismo Demografico Ed Economico

1. UOMINI IN MOVIMENTO.

1.1 LA GRANDE URBANIZZAZIONE.

La consistenza demografica urbana viene dedotta tramite via diretta (dati numerici forniti dagli scrittori del

tempo – numeri talvolta modificati per interessi) o per via indiretta (tramite calcoli di studiosi di epoche

successive – valori talvolta insufficienti).

Tra X-XIV secolo ci fu un incremento demografico in Europa, soprattutto in Italia (da 5 a 12 milioni di abitanti).

Tra le cause ci sono sicuramente i progressi nella produzione agricola e una fase di crescita economica.

In Italia fu determinante il ruolo delle città: già a inizio XI secolo erano più numerose e grandi che nel resto

d’Europa, grazie alla permanenza del sistema delle civitates romane (le più grandi si concentravano al Centro-Nord;

al Sud erano decadute molte città romane, si ricominciarono a creare dall’XI secolo). L’incremento del tasso di

urbanizzazione si intensificò nel secondo XII secolo.

La popolazione urbana cresceva grazie soprattutto alle migrazioni provenienti dalle regioni rurali, incoraggiate

dai governi cittadini tramite riforme fiscali e giuridiche; l’aristocrazia signorile si stabiliva nelle città per interesse

economico (investimenti, esenzioni fiscali, ascesa al potere) o per imposizione della autorità cittadine (per

meglio controllare i potenti e per disporre di un esercito), i contadini migravano per fuggire da vincoli di

dipendenza o per trovare un nuovo lavoro.

L’inurbamento fu incoraggiato da attori diversi: gli enti ecclesiastici vi vedevano la possibilità di valorizzare i

propri patrimoni fondiari tramite lottizzazioni edilizie e tramite l’acquisizione di nuovi fedeli; i grandi proprietari

cercavano di rafforzare la rete di dipendenti, clienti e vassalli.

Nella seconda metà del XIII secolo emersero problemi dell’affollamento urbano e quasi ovunque i governi

iniziarono a selezionare i flussi migratori limitando l’accesso di manodopera non qualificata e respingendo

nullatenenti e marginali (tranne al Sud, dove vennero mantenute politiche favorevoli all’immigrazione poiché

era ancora scarsamente popolato.

1.2 IL NUOVO VOLTO DELLE CITTÀ.

Il segno più evidente della crescita demografica è rappresentato dai ripetuti ampliamenti delle cerchie murarie

(persa la funzione difensiva le vecchie mura vennero generalmente utilizzate per ricavarci abitazioni e botteghe

– le torri che rinforzavano la cinta finirono spesso in mano a famiglie eminenti come simbolo di prestigio e come

difesa nei conflitti con le altre famiglie).

L’espansione demografica e lo slancio economico finanziarono una grande espansione costruttiva urbana

(abitazioni, chiese, servizi, castelli, palazzi pubblici, infrastrutture), che generalmente vedeva il comune

acquistare o prendere in affitto i terreni per seguire un programma di urbanizzazione pianificata.

Aumentarono anche gli insediamenti dei religiosi; i regolari passarono da una vita eremitica ad una con un

maggior contatto con la popolazione, ma ebbero successo soprattutto i nuovi ordini mendicanti con la loro

regola basata sull’elemosina.

1.3 INVERSIONE DI TENDENZA.

L’incremento demografico si arrestò nel XIII secolo (da 12 a 9 milioni), a causa delle ripetute carestie climatiche e

del sovraffollamento delle città che andarono a creare uno squilibrio fra popolazione produttiva e consumatrice.

L’epidemia del 1348 e le successive colpirono le città provocando una riduzione del tasso di urbanizzazione, che

così si mantenne fino al XV secolo. 1

Bruschi Pietro

2. LE CITTÀ COME POLI DI SVILUPPO MERCANTILE.

2.1 AL CENTRO DELLA VITA ECONOMICA.

Le città necessitavano di un contado in grado di assicurare l’approvvigionamento alimentare; se la circolazione

interna non era insufficiente, occorreva organizzare una rete di traffici a vasto raggio. Ciò fu reso possibile dalla

rivoluzione commerciale: i progressi delle vie di comunicazione e la diffusione della moneta permisero

un’espansione del commercio che assunse un ruolo trainante nell’economia.

Alcuni mercanti approfittarono delle necessità finanziarie dovute allo sviluppo degli scambi internazionali (oltre ai

beni di prima necessità anche i beni pregiati necessari a seguito dell’espansione del reddito e dell’inurbamento

delle aristocrazie) e diventarono cambiavalute e banchieri: le città diventano centri d’affari. Si sviluppa il diritto

commerciale (codici marittimi, tribunali mercantili, le mercanzie). Le città divennero anche centri di produzioni

artigianali specifiche, che si organizzarono in corporazioni.

Il dislivello tra le città comunali del Centro-Nord e quelle dei regni meridionali crebbe. Le città del Sud, molto attive

nei secoli X-XI grazie all’influenza bizantina, vennero penalizzate dalla politica dei normanni e dei successori e dalla

comparsa di nuovi competitori settentrionali. Il Mezzogiorno assumeva sempre più chiaramente il ruolo

prevalente di produttore ed esportatore agricolo e di importatore di prodotti manufatti, nonché di denaro e

servizi commerciali forniti dagli uomini d’affari del Centro-Nord.

2.2 I FONDAMENTI DELLA SUPREMAZIA ITALIANA.

Le città furono i centri motori della rivoluzione commerciale del Medioevo perché una popolazione concentrata

rispondeva meglio agli stimoli economici più velocemente di una popolazione dispersa, e quindi l’urbanizzazione

e la diffusione di rapporti commerciali erano processi che si rafforzavano a vicenda.

Le prime città a trarre vantaggio dalla fase espansiva dell’economia europea del X secolo, ovvero quando il

Mediterraneo riconquistò la sua centralità economica, furono Venezia e le città meridionali, le quali avevano

mantenuto contatti con l’impero bizantino e l’islam (dal XI secolo avviarono una riconquista del Mediterraneo,

ma nel secolo seguente la collaborazione si trasformò in scontro per la supremazia sulle coste francesi, spagnole,

siciliane, corse, sarde, levantine e bizantine).

2.3 UNA LUNGA FASE DI ESPANSIONE.

All’inizio del XIII secolo la geografia degli insediamenti commerciali delle repubbliche marittime fu sconvolta dalla

IV crociata. Per iniziativa di Venezia, che non voleva compromettere i rapporti con l’Egitto e che desiderava di

poter controllare il governo bizantino, l’esercito crociato venne dirottato alla conquista di Costantinopoli (1204):

scaturì una nuova costruzione politica, l’Impero Latino d’Oriente, sotto la preminenza di Venezia. Genova

rispose alleandosi col vecchio impero e riconquistando Costantinopoli (1261), ottenendo diritti commerciali

nell’impero. Tra Genova e Venezia tregue e guerre si alternano fino al trattato del 1299: la prima mantenne il

predominio su Costantinopoli ed i mercati del mediterraneo occidentale, la seconda nell’adriatico e nelle regioni

orientali.

Nel XIII secolo Pisa dovette ridurre i suoi traffici e i suoi territori (la Sardegna) a causa delle numerose rivalità

(Genova e Aragonesi) e della ridotta flotta militare. Tuttavia non decadde come piazza commerciale grazie alla

nuova configurazione come avamposto marittimo delle attività mercantili di Firenze.

Tra XI-XIII secolo Roma acquisì molte caratteristiche di città mercantile e di repubblica marinara, tramite la

presenza di mercatore e cambiatores nei territori genovesi e nella Champagne. Tuttavia l’attività baronale e

papale terminò l’esperienza, a causa di scarsi investimenti e dell’impiego di uomini d’affari toscani.

Inizialmente città interne padane e toscane svolsero un ruolo di saldatura tra le attività mercantili portuali e il

retroterra italiano ed europeo. Nel XIII secolo lo sviluppo delle relazioni commerciali diede impulso alle attività

finanziarie e alla pregiata manifattura tessile; a fine secolo le comunità si riunirono in un’unica societas et

universitas presieduta da un capitano che si occupava delle questioni d’interesse generale. Le fiere della

Champagne si connotarono come clearing house, area di compensazione di rapporti di debito e credito tra

uomini d’affari (favorendo Piacenza e Siena, che commerciavano maggiormente il denaro che le merci). 2

Bruschi Pietro

L’ascesa degli uomini d’affari di Firenze nel XIII secolo vanno ricercate nell’eccezionale crescita demografica della

città (il bisogno di approvvigionamenti sollecitò precocemente il commercio, oltre a poter disporre di numerosa

manodopera), nella politica di governo del comune (capace di integrare attività manifatturiera, commerciale e

finanziaria), nella capacità di penetrazione mercantile sostenuta dall’immensa fortuna del fiorino (coniato nel

1252 per la necessità di mezzi di pagamento omogenei e garantiti da poteri fidati) e nello sfruttamento della

vittoria guelfa in seguito alla morte di Federico II (seguirono solidi vincoli con il papato e i sovrani angioini).

Nel XIII secolo i fiorentini riuscirono ad insediarsi come uomini d’affari nei maggiori mercati dell’europa

settentrionale (Inghilterra, Francia, Paesi Bassi), tuttavia nel secolo seguente l’inadempienza del re inglese ed il

raffreddarsi dei rapporti con gli angioini generò un clima di sospetto che spinse i titolari dei depositi ad una corsa

al prelievo, seguita da una crisi globale del sistema fiorentino.

2.4 I CIRCUITI DI SCAMBIO.

Fra XIII e XIV secolo le città italiane erano al centro di un sistema commerciale intercontinentale: la sostanza di

queste relazioni risiedeva nello scambio fra i prodotti ricchi e poco voluminosi provenienti dal Vicino ed Estremo

Oriente (spezie, seterie, gioielli, vetro, carta) ed i tessuti di lana e materie prime di produzione occidentale

(legname, metalli, schiavi). Notevole peso aveva la circolazione dei prodotti alimentari: i cereali e le produzioni di

pregio dell’Italia meridionale, della penisola iberica, dell’Egitto e dei Balcani rifornivano la richiesta delle città

del Centro-Nord.

I circuiti locali a raggio più breve avevano la funzione di redistribuire la grande importazione dalle città mercantili

verso i centri minori nell’entroterra, e viceversa per raggruppare l’esportazione e l’approvvigionamento dei beni

alimentari. La supremazia commerciale italiana non era esclusivamente legata ai successi delle grandi città

mercantili, ma si fondava sulla straordinaria vivacità di un sistema interno di scambi.

2.5 I MERCANTI AL LAVORO.

Nei secoli dell’espansione commerciale si diffusero forme aziendali collettive: le società commerciali marittime. Il

problema del reperimento dei capitali e del frazionamento dei rischi diede vita ad associazioni temporanee,

stipulate per un solo viaggio: la commenda unilaterale (un socio fornitore di capitale che restava a terra e il socio

che effettuava il viaggio – si spartivano rispettivamente ¾ e ¼ dei guadagni. Lo schema tipico vedeva la

partecipazione di più finanziatori), la commenda bilaterale (entrambi i soci conferiscono il capitale, il

sedentario 2/3, il viaggiatore 1/3 – gli utili sono divisi a metà. Era indicato per uomini d’affari facoltosi), il

contratto d’acquisto (il beneficiario dichiarava di aver acquistato una determinata quantità di merce che

prometteva di pagare al compimento del viaggio, corrispondendo un prezzo nel quale era dissimulato l’interesse

facendosi carico del rischio).

Le compagnie erano società più complesse dalla durata pluriennale; hanno generalmente un’origine familiare

che si apre in seguito a nuovi soci esterni. I soci hanno responsabilità solidale e illimitata, ed i finanziamenti

aumentavano grazie ai versamenti dei nuovi entrati, motivi per i quali le compagnie godevano generalmente di

una buona affidabilità. Le compagnie organizzarono un sistema di filiali nelle piazze commerciali più importanti (XIII-

XIV secolo) ed istituirono una gerarchizzazione del personale: tramite questa rete di contatti il mercatore non

aveva più la necessità di accompagnare le merci e poteva “sedentarizzarsi” e dirigere il coordinamento restando

nella sede centrale della compagnia.

L’aumento del volume dei traffici e la prevalenza di un commercio di tipo sedentario furono all’origine

dell’affinamento delle tecniche mercantili. Venne a delinearsi un percorso di formazione specifico per gli

aspiranti mercatores (le università tornavano ad essere gestite da laici), si fece sempre un maggior uso di lettere

commerciali e pratiche di mercatura (documenti riguardanti gli aspetti tecnici dell’attività mercantile, come

cambi delle valute, andamenti dei prezzi, itinerari, prodotti presenti nei vari mercati ecc), si affinarono le

tecniche di contabilità aziendale grazie alla partita doppia (il libro mastro registrava tutte le vendite e gli acquisti,

aveva inoltre valore probatorio), venne semplificato il “trasporto” dei pagamenti tramite la lettera di cambio

(documento che autorizzava un utente a ritirare il proprio deposito bancario in un'altra piazza) ed in fine la

nascita delle assicurazioni per coprire il rischio connesso al trasporto delle merci su rotte marittime. 3

Bruschi Pietro

3. LE ATTIVITÀ PRODUTTIVE.

3.1 MESTIERI E CORPORAZIONI.

Dal XIII secolo nelle città prolificarono le attività artigianali. Tese in un primo momento a soddisfare la domanda

interna, si poterono intraprendere lavorazioni più specializzate per l’esportazione grazie alle innovazioni tecniche

(sfruttamento dell’energia idraulica, nuovi strumenti, sviluppo delle maestranze e delle associazioni).

Le professioni di importanza primaria (alimentazione, trasporti, abbigliamento, metalli, edilizia) avevano ricevuto

un’interrotta tutela da parte del governo sin dall’epoca romana, ma il sistema dei ministeria alto-medievali entrò

in crisi nel XI secolo con il sorgere dei regimi comunali (che comunque mantennero qualche forma di controllo

sulle attività economiche indispensabili).

I vari mestieri furono liberi dall’influenza dell’aristocrazia ed i singoli si organizzarono in corporazioni votate alla

tutela degli interessi comuni, difesa della concorrenza e difesa dagli altri gruppi professionali (questi principi

venivano espressi sotto forma di giuramento che creava un ambito giuridico autonomi).

La prima preoccupazione di ogni corporazione era la difesa del monopolio d’esercizio contro i non iscritti (per

fare cartello sui prezzi e per mantenere una certa qualità del prodotto). Il secondo caposaldo era la tutela

dell’uguaglianza economica tra i membri (divieto di sottrarre lavoro ai compagni, limite di dipendenti, di strumenti

e di scorte, attenzione alle innovazioni tecniche). Le corporazioni avevano anche finalità politica, integrandosi nel

sistema di poteri cittadini (soprattutto le corporazioni mercantili, i cui membri seppero inserirsi nei ceti dirigenti

ed ostacolare le altre corporazioni, oltre a favorire la propria).

Durante il periodo consolare i comuni non riuscirono ad esercitare un controllo sugli organismi corporativi, ma

nella fase podestarile questo intervenne per attività considerate strategiche dal punto di vista politico-sociale.

In città come Bologna e Firenze l’avanzata delle forze popolari portò ad una simbiosi fra corporazioni e potere

pubblico; a Milano e Ferrara l’affermazione di un signore condusse alla sottrazione di prerogative in grado di

minacciarne l’autorità regnante da parte delle corporazioni; a Venezia un’oligarchia mercantile confinò la

signoria sul piano esclusivamente economico; nel Mezzogiorno i regnanti in un primo momento proibirono le

corporazioni ed in fine le accettarono sottoponendole ad uno stretto controllo.

3.2 L’ITALIA DEI TESSUTI.

Nella vasta gamma delle attività svolte nelle città italiane quelle connesse alla produzione dei tessuti rivestivano

un’importanza centrale: la specializzazione nella lavorazione di lana, cotone e seta fu possibile grazie

all’intensificarsi della circolazione di merci e uomini.

Cotone: L’area di maggior produzione di tessuti di cotone nei secoli XII e XIII erano la pianura padana ed in minor

misura l’Italia centrale. La materia prima veniva importata da Africa e Sud Italia. Oltre che per la disponibilità, il

cotone ebbe fortuna per la versatilità (poteva essere usato puro o combinato) e il modico costo.

Seta: Introdotta nel Mezzogiorno da arabi, greci ed ebrei, nel XIII solo Genova, Venezia, Bologna e Lucca

potevano vantare una manifattura di drappi per l’esportazione; due secoli più tardi Firenze grazie al suo boom

economico riuscì a sottrarre a Lucca il predominio sulla lavorazione della seta.

Lana: La manifattura della lana aveva il suo apice presso i fiamminghi, ma le città italiane potevano sfruttare

risorse e tecniche locali; nel XII secolo alcune città del Nord (Milano, Firenze) si indirizzarono verso l’esportazione

e tramite l’appoggio dei porti poterono importare materiali grezzi e per la tintura per rivaleggiare con i belgi.

3.3 ALTRI SETTORI DI PUNTA.

L’edilizia era, prima della rivoluzione industriale, il settore produttivo più importante: la crescita demografica ed

economica generò infatti una variegata domanda pubblica e privata. Lo slancio edilizio stimolò la domanda di

legno, pietra, marmo, mattoni e metalli. La necessità di manodopera per l’edilizia urbana richiamò in città una

variegata folla di lavoratori (maestri, manovali, forestieri, donne, pellegrini). 4

Bruschi Pietro

I pellami erano la materia prima per molti oggetti e spesso occorreva importarli in quantità dal Nord Europa. La

grande richiesta di cuoio portò all’introduzione della concia con acqua calda (metodo che garantiva qualità

inferiore ma quantità maggiori); inoltre l’attività era fortemente inquinante e per questo le autorità intervennero

spostando le concerie fuori dai centri urbani.

Altro settore sviluppato era quello della lavorazione di metalli (strumenti per qualsiasi attività, armi, armature,

monete, ancore, tiranti per l’edilizia); l’Italia poteva sfruttare i sedimenti metallurgici delle alpi, della Toscana e

della Sardegna. L’attività era separata in due locazioni, la prima fusione e lavorazione avveniva nel luogo

d’estrazione mentre le lavorazioni può complesse venivano effettuate nelle città.

Le tecniche (maglio idraulico, stampi a fili metallici, gelatina animale come collante) e l’organizzazione delle

cartiere assicurarono all’Italia un primato nella produzione della carta che si protrasse fino al XVII secolo.

3.4 L’ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO.

L’artigianato è un sistema produttivo in cui un individuo specializzato realizza beni di consumo nella sua

bottega/magazzino (oppure nella propria casa o in uno spazio aperto), immettendo sia il capitale che il lavoro. Il

tratto caratterizzante si può riscontrare sia nel possesso dei mezzi produttivi e del prodotto finito, sia nella

competenza tecnica. La concentrazione di botteghe della stessa attività variava a seconda delle politiche

urbanistiche e del tipo di attività e dipendeva non dalla volontà degli artigiani di stare vicini per aiutarsi ma dalle

esigenze tecnico-produttive (sfruttare l’acqua corrente, circoscrivere l’inquinamento).

I modici finanziamenti necessari ad avviare una bottega potevano provenire da diverse tipologie di fonti

(corporazioni, dote matrimoniale, creazione di una società), e solitamente la forza lavoro proveniva dalla

famiglia. Quando era necessario rivolgersi ad estranei per aumentare l’apporto di lavoro, il nuovo dipendente

poteva essere un semplice aiutante (stipendiato ma privo di capacità particolari) oppure doveva essere formato

tramite come apprendista (tramite contratto legale disciplinato dalle corporazioni, retribuito o acquistato, che

terminava con la realizzazione di un capolavoro) prima di poter divenire a sua volta un maestro.

Manifattura decentrata: Per le attività rivolte all’esportazione che richiedevano processi frazionati e grandi

investimenti (ad esempio l’industria tessile), la bottega risultò insufficiente. Il modello dominante era il

Verlagssystem o putting-out-system: il datore di lavoro anticipava agli artigiani materie prime o semilavorate più

un anticipo sul salario, ma dall’inizio alla fine del ciclo produttivo rimaneva l’unico proprietario del prodotto.

Mercanti e banchieri inizialmente si occuparono soltanto di reperire le materie prime e di collocare il prodotto

finito, mantenendosi al di fuori del ciclo produttivo; la svolta avvenne quando assunsero il rischio d’impresa

grazie ai loro ingenti fondi, investendo i capitali e coordinando l’intero processo produttivo e commerciale.

L’ingresso dei mercanti portò l’assorbimento dell’azienda artigiana, trasformando il maestro in dipendente o

comproprietario; ben presto anche le corporazioni dell’artigianato vennero gestite da mercanti-imprenditori, i

quali concentrarono i loro sforzi nel guadagnarsi il monopolio delle varie arti (impedivano legalmente di

esercitare tale mestiere, impedivano altre associazioni all’infuori della loro, controllavano la totalità delle

importazioni ed esportazioni).

Manifattura accentrata: Attività di trasformazione della materia in prodotto svolta da lavoratori salariati in uno

stesso luogo, dove i vari maestri/caposquadra venivano coordinati dalla direzione di un supervisore, con

strumenti che possono appartenere o meno all’organizzatore della produzione (attività edilizia, carpenteria

navale, vetreria).

3.5 DIFFUSIONE DEI RAPPORTI SALARIALI.

Nel XIII secolo non esisteva settore produttivo senza salariati, e ciò è riscontrabile dall’evoluzione del pensiero

giuridico (da legami personali a contratti lavorativi, da apprendistato “servo” a tirocinio retribuito, da

corporazioni paritarie a gerarchizzate). Spesso l’impiego era discontinuo con le retribuzioni a cottimo (che

potevano essere corrisposte in natura) ed i mezzi di produzione appartenenti agli operai. 5

Bruschi Pietro

Parte Seconda: La Società Urbana Nell’Italia Comunale

4. L’ESPERIENZA POLITICA.

4.1 IL PRIMO SECOLO DI STORIA COMUNALE.

Tra fine XI secolo e inizio XII si diffonde il sistema comunale nella forma consolare, segno dell’estromissione del

ruolo politico dei vescovi (discendenti di senatores romani che da sempre avevano governato le città tramite una

rete di legami di vassallaggio, mentre l’aristocrazia preferiva concentrarsi sulle zone rurali).

I nuovi consoli erano generalmente quell’élite di boni hominem rappresentanti la cittadinanza, che affiancavano

il vescovo nelle funzioni pubbliche, ma che lentamente estromisero il presule dal ruolo di “regnante” (a volte di

comune accordo, a volte forzatamente). I consoli vennero ad acquisire sempre più privilegi di autonomia grazie

alle concessioni dell’imperatore, che era intenzionato ad assicurarsi l’appoggio delle città nel conflitto per le

investiture dell’XI e XII secolo.

Il comune nacque da un generale desiderio di autonomia nei confronti dell’imperatore, tuttavia la coscienza dei

cittadini di costituire una comunità per collaborare alla pace interna venne a scontrarsi con l’aspirazione

egemonica delle grandi famiglie.

In linea generale sappiamo che i consoli venivano eletti da un’assemblea generale dei capifamiglia (che si

accordavano con alleanze, negoziazioni e conflitti), avevano un mandato di circa un anno ed alla fine di questo

erano sottoposti ad una verifica. La lotta per il consolato tuttavia non metteva in discussione il principio base del

sistema comunale, ovvero la garanzia di una partecipazione pluralistica ed una rotazione delle cariche politiche.

L’istituzionalizzazione del comune rafforzava l’idea della superiorità della città rispetto al contado: ciò si

traduceva nella volontà di assumerne il controllo giurisdizionale delle zone rurali per finalità economiche e

militari. Per il primo secolo di vita comunale la giurisdizione cittadina veniva esercitata nelle campagne grazie ad

una strategia di accordi con le comunità rurali (in cambio di denaro) o con gli aristocratici proprietari terrieri

(tramite rapporti di sottomissione vassallatica). Tuttavia con la fine del XII secolo le città, forti delle nuove milizie

e dell’espansione economica, attuarono strategie sempre più dirette nei confronti dei signori locali che non si

piegavano (crearono conflitti tra e all’interno dei feudi, acquistarono i diritti signorili, procedettero con iniziative

militari, crearono nuovi villaggi che “facevano concorrenza” diretta a quelli del signore). In fine le città non si

accontentarono di controllare la propria diocesi ma tentarono di estendere la loro influenza a quelle vicine,

dando luogo a conflitti coi comuni confinanti.

4.2 I COMUNI, L’IMPERO E UNO SCONTRO INEVITABILE.

L’ascesa al trono del Barbarossa (1152) portò ad un aperto conflitto con i comuni: sebbene questi accettassero la

sovranità formale dell’imperatore, difendevano la loro capacità di scegliere i governanti e di esercitare gli iuria

regalia (prerogative giurisdizionali tradizionalmente riservate al sovrano: amministrazione della giustizia,

esazione delle imposte, reclutamento dell’esercito, emanazione delle leggi, diritto di coniare moneta).

Federico I tentò di legare a sé le città tramite il diritto feudale ma le città si unirono, nella Lega Lombarda (1167),

capitanate da Milano ed appoggiate dal papa Alessandro III. Alla fine le città prevalsero sull’esercito

dell’imperatore ed i comuni ribadirono nella Pace di Costanza (1183) il proprio diritto di esercitare le regalìe, al

modico prezzo del pagamento del fodrum, ovvero un’imposta levata per le campagne militare del sovrano in

Italia. Con la pace di Costanza il comune divenne un ente politico legittimo e venne inserito nelle strutture

amministrative del regno italico. 6

Bruschi Pietro

4.3 L’ESPERIMENTO PODESTARILE

La transizione dall’organismo consolare alla magistratura unica che si realizzò tra il XII ed il XIII secolo è

ricondotta all’incapacità del primo comune di arginare lo spirito di competizione del ceto dirigente.

A fine XII il nuovo dinamismo economico e l’inurbamento delle signorie terriere andarono a creare nuove

tensioni all’interno del ceto dei milites (antiche aristocrazie o nuovi facoltosi borghesi che potevano permettersi

un cavallo da guerra): un esiguo numero di famiglie, temendo di veder ridotti i propri privilegi, egemonizzò le

cariche di governo. Questo portò ad aperti conflitti all’interno delle mura coagulati attorno a poche casate che

erano riuscite ad unire le altre tramite legami di fedeltà.

Le contese fra milites passarono in secondo piano con la comparsa del populus, nuovo soggetto politico che

incarnava la parte disomogenea della città che aveva beneficiato maggiormente dello sviluppo economico

(mercanti, cambiatori, artigiani, notai, mercenari). I movimenti di popolo puntavano a limitare i privilegi fiscali

dei milites, contestare della loro supremazia politica e tentare di pacificare la città.

Le contese tra le fazioni di milites e l’entrata in gioco dei movimenti di Popolo, spinsero i consigli cittadini a

sperimentare una forma di governo podestarile per arginare le guerre interne.

Il podestà forestiero era un governante tecnico remunerato per i compiti svolti (politico di professione) che si

avvaleva di collaboratori (anch’essi forestieri) per mantenere l’imparzialità (non poteva sposarsi o stringere

rapporti di amicizia all’interno della città), e sostanzialmente fungere da arbitro, tra le varie fazioni cittadine.

Aveva essenzialmente un ruolo esecutivo: traduceva in azioni concrete le decisioni prese dai consigli cittadini,

era garante della pace, comandante dell’esercito cittadino, capo dell’apparato amministrativo-finanziario, e

magistrato supremo. Come i consoli il suo incarico durava un anno, al termine del quale veniva esaminato.

L’introduzione del magistrato unico irrobustì l’istituzione comunale, fondata su una base sociale più ampia di

quella che aveva sostenuto i governi consolari, tuttavia non riuscì ad eliminare del tutto i conflitti interni: il

podestà era infatti espressione della maggioranza al potere e con la sua itineranza finì dunque per potenziare le

alleanze sovra-cittadine tra frazioni.

La sfida di Federico II:

L’imperatore Federico II rinsaldò gli schieramenti filopapali e filoimperiali. Nell’obiettivo di restaurare l’autorità

nel centro-nord Italia, cercò di imporre la revisione delle clausole della pace di Costanza, che venne interpretata

come una concessione regia, quindi revocabile. I comuni insorsero e ristabilirono la Lega Lombarda (1226 –

capitanata da Milano – appoggiata da papa Gregorio IX) che venne però sconfitta. Il regno d’Italia venne diviso in

nove vicariati affidati a funzionari imperiali che facevano capo a Re Enzo di Sardegna (parente dell’imperatore).

Tuttavia a seguito della scomunica del 1245 i comuni insorsero nuovamente, stavolta sconfiggendo l’esercito

imperiale e rivendicando nuovamente i propri diritti di regalìa.

Il XIII secolo fu teatro di conflitti tra e intra città che si modellarono in funzione del contrasto tra i due poteri

universali: il papato (guelfi) e l’impero (ghibellini). La polarizzazione in due fazioni fu causata da complessi

intrecci ideologici, interessi legati al potere, ragioni economiche e di convenienza; ma nell’ideale feudale della

cavalleria, l’origine di tale conflitto viene romanzata come un’escalation di antagonismi tra casate rivali

(Buondelmonti e Amidei, a Firenze) che avrebbe portato alla divisione tra guelfi (pars ecclesiae) e ghibellini (pars

imperii).

I nomi con i quali si identificavano le partes apparvero a Firenze verso il 1240, i facevano in origine riferimento al

conflitto tra la dinastia dei Welfen e quella degli Hohenstaufen. In Italia il successo dell’uno o dell’altro

schieramento si alternò; i guelfi ebbero maggior fortuna grazie al costante appoggio del papato cui si aggiunse,

dal 1266, quello degli Angioini. L’appartenenza guelfa o ghibellini si distaccò presto dal suo significato originario,

indicando una scelta di campo fatta in funzione di interessi concreti o della colorazione politica dei centri vicini,

in un quadro mai immobile. 7


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Fragfolstag di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Zorzi Andrea.

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