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trasporti (come la ferrovia) consentì di estendere, a luoghi lontani, il mercato delle merci

voluminose ma di basso valore. La ferrovia consentiva, inoltre, di ridurre i costi di trasporto e

ampliare il rifornimento della città da parte della campagna.

CAPITOLO V- PRIMO CAPITOLO.

Fino al 1825, la GB tentò di impedire la diffusione negli altri paesi delle innovazioni e dei

macchinari per la produzione; solo nel 1842 la GB ammise l’esportazione di macchinari per la

produzione. In molti casi, l’industrializzazione avvenne lentamente oppure non riuscì affatto, a

causa di: capitali rari, sistema politico e sociale sfavorevole, mercato insufficiente ecc..

La GB fu in forte crescita fino all’ultimo quarto del XIX secolo ma in seguito, tra il 1870 e il 1914,

l’Inghilterra cresce con un tasso sempre minore rispetto ad altri paesi come Germania e USA.

Tra le cause troviamo:

1) Minore capacità degli imprenditori a soffrire, c’è meno slancio verso il rischio per

migliorare la propria condizione. L’atteggiamento più cauto degli imprenditori inglesi riduce

l’innovazione e l’efficienza.

2) L’Inghilterra da scarso peso all’istruzione tecnica e per ciò perde il ritmo degli altri paesi.

Le economie industriali si basano sul “factory system”, ossia il sistema di fabbrica. Quest’ultimo

era già stato usato nella fase pre-industriale( fabbrica diffusa) ma senza l’applicazione dell’energia

esterna che fa muovere i macchinari e consente una produzione di massa. Il factory system ha

prodotto importanti cambiamenti oltre all’incremento esponenziale degli utili: richiesta di nuove

forme di finanziamento (ricorso al mercato dei capitali) a causa della necessità di investire in

macchinari e installazioni importanti (uffici, officine, magazzini etc..); sottomissione al ritmo della

macchina; organizzazione del lavoro più complessa che richiede innovazioni contabili e logistiche.

L’era industriale è caratterizzata dallo sviluppo e il dominio delle società anonime. Quest’ultime

sono società di capitali che i soci apportano attraverso l’acquisto di azioni: in caso di utili, essi sono

ripartiti secondo le quote detenute; in caso di perdite, i soci rispondono solo con il capitale investito.

L’era industriale ha privilegiato questo tipo di società perché essa riduce i rischi; in particolare,

questa forma giuridica fu particolarmente adatta per i settori : siderurgico e meccanico ( ferrovia).

In GB la costituzione delle società anonime non fu libera fino al 1856 e in Germania fino al 1870.

Prima dell’industrializzazione, Francia e poi GB sono state segnate dallo sviluppo di nuove vie di

comunicazione, sia via terra sia via acqua, che facilitarono i commerci e quindi ridussero il prezzo

dei beni scambiati. Fiumi e canali furono largamente utilizzati perché costituivano il modo più

economico per spostarsi. Per quanto riguarda i trasporti via terra, furono costruiti ponti e strade

pavimentate spesso a pedaggio.

LA FERROVIA.

Il mezzo di trasporto della rivoluzione industriale fu la ferrovia. Oltre all’importanza come mezzo

di trasporto, essa diede origine a un nuovo settore industriale per la grande domanda di

manodopera, di capitali e materie prime (ferro, carbone, acciaio etc..). La ferrovia fu soprattutto uno

stimolo per l’industria meccanica e per il progresso tecnico. Inoltre, la costruzione delle ferrovie

richiese l’intervento dello stato per l’esproprio delle terre dove sarebbero passati i binari; spesso,

però, lo Stato dovette nazionalizzare in tutto o in parte le ferrovie perché non venivano molto usate (

questo accadde specialmente in Spagna e Italia). La prima locomotiva era a vapore e fu inventata

nel 1825 da George Stephenson che la chiamò La Rocket; si trattava di una locomotiva capace di

trasportare 12 quintali di merci a 22 km/h di velocità. Per le sue prestazioni eccezionali, La rocket

fu impiegata nella prima linea pubblica ferroviaria del mondo: Manchester-Liverpool. In Europa,

per tutto il XIX secolo la GB aveva il maggior numero di chilometri di ferrovie che, in assoluto,

erano battuti solo dagli USA.

Navigazione a vapore.

Un altro elemento che rappresenta la rivoluzione industriale è certamente l’uso del vapore nei

traporti acquatici. Il vapore venne applicato nei primi dell’800 alla navigazione fluviale e poi a

quella oceanica. L’ invenzione dell’elica associata al vapore consentì di rivoluzionare i trasporti di

merci nell’oceano. In pochi anni la flotta navale della GB crebbe così tanto da costituire, nel 1870,

il 40% del tonnellaggio mondiale.

FERRO e ACCIAO

L’era industriale è caratterizzata dal predominio di alcune materie prime come il ferro e soprattutto

l’acciaio. Questi due materiali furono impiegati su scala industriale solo tra il 1850 e il 1880 quando

il loro prezzo fu a buon mercato. Essi vennero impiegati per la costruzione di: ponti, linee

ferroviarie, locomotive, imbarcazioni, travi e colonne..

IL FINANZIAMENTO.

Con il passaggio dal sistema di bottega a quello della fabbrica diffusa e poi al Factory system,

l’impiego di capitale fisso divenne sempre più importante, a discapito del capitale circolante. Il

sistema di fabbrica mosso da energia esterna richiedeva importanti investimenti in macchinari e la

costruzione di installazioni come: uffici, magazzini e officine. L’investimento di ingenti capitali si

rese evidente nella costruzione della ferrovia oppure nei settori siderurgico e meccanico. Questa

necessità di capitali determinò una trasformazione del sistema finanziario perché le banche private

della fase pre-industriale non erano in grado di fare fronte alle nuove domande di credito.

Il nuovo sistema finanziario si componeva di due fattori: la BORSA VALORI e la

trasformazione del sistema BANCARIO nazionale / internazionale.

La borsa nasce ufficialmente nel 1531 nella piazza di Anversa. Per borsa valori intendiamo un

mercato di crediti e debiti, dove sono negoziati contratti di beni, servizi e soprattutto capitali.

Questo mercato è caratterizzato dalla presenza dei titoli di borsa: azioni (quote di capitale sociale) e

obbligazioni (titoli di debito) che erano emesse dalle società e lo stato.

Il sistema bancario come lo intendiamo oggi si sviluppò tra il XIX e il XX secolo. Le primissime

banche, invece, si svilupparono tra il ‘400 e il ‘500 assumendo la funzione di deposito e, talvolta,

credito. In GB le prime banche, chiamate Country Banks, erano, appunto, piccoli istituti di credito

privati che raccoglievano il risparmio, scontavano cambiali ed emettevano biglietti. Dopo questo

tipo d’istituti di credito si affermarono le banche per azioni le quali erano dotate di numerose filiali

distribuite nel territorio; il ruolo principale di queste banche era esercitare il risparmio ed emettere

biglietti. La possibilità di emettere carta-moneta gli venne tolta dalla BANCA D’INGHILTERRA

del 1694. Si tratta del primo istituto di credito a essere completamente autonomo dal re e che si

occupava esclusivamente dell’emissione.

Contemporaneamente all’affermazione della banca d’Inghilterra, si diffusero le MERCHANT

BANKS. Si tratta di banche d’investimento, di proprietà di poche persone (spesso membri di una

famiglia), che si dedicano a grandi operazioni finanziarie, come la collocazione in borsa di qualsiasi

tipo di titolo (azioni= quote di capitale sociale; obbligazioni= titoli di prestiti con tasso d’interesse

fisso; titoli di stato), oppure finanziamenti diretti.

Negli altri paesi europei, il sistema bancario si evolse in modo differente. In Belgio e Francia si

diffusero le SOCIETÁ DI CREDITO: società anonime che hanno lo scopo di partecipare alla

fondazione e al finanziamento d’imprese di grandi dimensioni. Una buona parte dei capitali

necessari per questo tipo di attività era ottenuta collocando tra i risparmiatori le restanti azioni e

obbligazioni delle imprese finanziate. La prima banca di questo tipo fu la Société General de

Belgique, seguita dalla banca francese: Credit Mobiliér.

In Germania, invece, furono molto importanti per lo sviluppo economico le BANCHE MISTE. Si

tratta d’istituti di credito che alternano le funzioni delle banche industriali e quelle commerciali.

Come banche industriali: creavano grandi imprese e partecipavano al loro capitale (esercitando il

credito nel lungo periodo) e spesso alla loro gestione. Come banche commerciali: scontavano

cambiali, raccoglievano il risparmio in conti correnti ed esercitavano il credito nel breve-medio

periodo.

Anche oltre oceano la situazione era differente. Negli USA il sistema bancario era costituito

principalmente da Merchal Banks che si posizionavano soprattutto nello stato di New York. Dopo la

guerra di secessione, la normativa distingueva due tipologie di banche: state banks, soggette alla

normativa statale- non avevano alcun tipo di privilegio; National Banks, soggette alla normativa

federale. Nessuna delle due categorie di banche aveva la facoltà di emettere carta-moneta

autonomamente; tuttavia, le National Banks avevano la possibilità di distribuire la carta-moneta che

ottenevano dalla banca federale in cambio del deposito di debito pubblico.

IL RUOLO DELLO STATO.

Il ruolo dello Stato, nello sviluppo economico inglese del XIX secolo, consisteva in tre funzioni:

1)Incentivare la crescita economica; 2) amministrare le finanze pubbliche; 3) occuparsi della

politica monetaria-commerciale.

1) Per favorire la crescita economica, lo Stato costruiva infrastrutture importanti (ponti e

strade) per lo sviluppo dei commerci. Per quanto riguarda la ferrovia, lo Stato intervenne

espropriando i terreni dove sarebbero passati i binari e partecipa al capitale delle società che

dovevano svolgere i lavori. Lo Stato continuava a mantenere i servizi di sicurezza, l’esercito

e il sistema giudiziario.

2) Per fare fronte a queste spese, lo Stato aveva bisogno d’ingenti entrate. Quando le uscite

superavano le entrate, allora emetteva debito pubblico cercando di disporlo nel mercato

interno oppure nei mercati finanziari internazionali. Uno Stato molto indebitato pregiudica

le imprese private perché: se emetteva debito interno, il credito diventava più costoso; se

emetteva debito esterno, doveva aumentare le imposte per far fronte agli interessi. Lo Stato

poteva mettere in pericolo il processo d’industrializzazione con una politica fiscale troppo

oppressiva nei confronti dell’industria.

3) La politica monetaria consisteva nel decidere: quale moneta adottare e quale doveva essere

il suo valore; quali banche erano destinate all’emissione di carta-moneta(Banca

d’Inghilterra); se rendere convertibile in oro/argento la carta-moneta (quando ciò non è

possibile si parla di “corso forzoso”). La politica commerciale, invece, consiste nello

stabilire quali scelte doganali adottare: liberali; protezionistiche; proibizionistiche.

-- Il liberalismo consiste nella libera circolazione delle merci dal mercato nazionale a quello

internazionale e viceversa;

-- Il protezionismo consiste nel limitare l’importazione di una merce facendo gravare su di

essa un dazio che colpisce il consumatore finale e quindi riduce la domanda di quel bene. Il

protezionismo viene adottato per proteggere le proprie imprese dalla concorrenza

internazionale.

-- Il proibizionismo, invece, consiste nel vietare per legge la commercializzazione,

l’importazione o il semplice consumo di un certo bene. Si pensi all’alcool negli USA nella

prima metà del XX secolo.

CRONOLOGIA DEL RITARDO.

Dopo la GB, altri paesi s’industrializzarono in tempi e modi differenti l’uno dall’altro. In relazione

al tempo, l’industrializzazione degli altri paesi può essere divisa in due cerchi di diffusione.

PRIMO CERCHIO

Il primo gruppo di paesi che s’industrializzò dopo la GB riguarda: Belgio, Francia, Svizzera, USA,

Germania.

I problemi che deve affrontare il paese che giunge in ritardo all’industrializzazione sono: la

concorrenza dei paesi che si sono industrializzati prima (UK); resistenze interne di tipo: culturale,

normativo; difficoltà di adattamento a nuove tecnologie; difficoltà legate al sistema economico

precedente.

Quali sono le cause che hanno permesso agli altri paesi (Belgio) di industrializzarsi dopo

l’Inghilterra?

1) Distanze ridotte;

2) Presenza di un mercato interno (almeno potenziale);

3) Risorse naturali;

4) Capitale umano (competenze nel mondo del lavoro);

5) Una cultura simile a quella inglese;

CARATTERISTICHE COMUNI DEI PAESI CHE SI INDUSTRIALIZZANO ( BELGIO,

FRANCIA, SVIZZERA, USA).

1) Imitazione del sistema produttivo inglese adozione del factory system che consiste

nell’impiegare ingenti capitali ed elevata manodopera.

2) Crescita sostenuta e irreversibile ( dal 1820 al 1913);

3) L’importanza degli investimenti in alcuni settori: la ferrovia= settore siderurgico e

meccanico; settore tessile.

DIFFERENZE TRA I PAESI CHE SI INDUSTRIALIZZANO.

1) Dimensioni le piccole dimensioni, all’inizio, sono favoriti perché: - presentano meno costi

di trasporto.- La cultura è più omogenea e ciò influisce positivamente sui costi di

transazione (minori costi di negoziazione). – La diffusione delle innovazioni è facilitata.

Tuttavia bisogna tenere conto che piccole dimensioni comportano degli svantaggi: un

piccolo mercato minore domanda e quindi minor incentivo a fare impresa; questo problema

viene risolto con l’esportazione.

Il Belgio si specializza nell’attività bancaria e nell’industria pesante. Significativo fu l’intervento

dello stato nella costruzione della ferrovia. Il suo sviluppo è stato facilitato dalla vicinanza con

l’Inghilterra.

Svizzera= si specializza nella meccanica di precisione e nell’industria del cotone. L’adattamento dei

lavoratori all’attività industriale è ottimo come quello inglese perché la popolazione aveva una

tradizione manifatturiera secolare. A differenza della GB, le imprese svizzere nascono dove si

collocavano gli artigiani più validi e non nelle città.  A determinare il luogo di produzione non è

stato il titolare del capitale.

In Francia la situazione era molto particolare..

La rivoluzione industriale francese è la più atipica di sempre perché manca di caratteristiche forti.

Si pensi alla questione demografica: in Francia la popolazione cresce poco. La cosa è da attribuire

al fatto che la Francia era prevalentemente agricola e quindi le famiglie scelgono di avere meno figli

per non ripartire troppo la terra. In Francia si verifica una realtà duale perché alle grandi imprese

sono associate tante piccole-medie imprese distribuite nel territorio(non c’è concentrazione nelle

città industriali e quindi meno sofferenza per i lavoratori). In questo contesto, le piccole-medie

imprese riescono a convivere con le grandi imprese perché impiegano lavoratori specializzati nella

produzione di beni di lusso di alto valore aggiunto. Il valore aggiunto è il valore incrementale che

un’impresa produttrice di beni/servizi attribuisce alla materia prima, lavorandola. Il valore aggiunto

dipende dal capitale e dal lavoro impiegato. Le grandi imprese impiegano capitale.. Le piccole

imprese impiegano lavoro.

In Francia lo Stato non interviene nell’industrializzazione.

LA GERMANIA

La Germania si unifica politicamente nel 1871 ma economicamente l’unificazione avvenne nel

1834 con l’accordo doganale Zollverein, proposto dalla Prussia. Chi accetta di sottoscrivere questo

trattato doganale doveva adottare una politica protezionista verso le merci inglesi ma liberista verso

quelle dei paesi che avevano sottoscritto il trattato. Questo trattato fu proposto dalla Prussia perché

all’epoca era un paese molto agricolo che voleva industrializzarsi. Il sistema proposto funzionava

perché c’era la necessità di scambiare  il punto forte è il vantaggio reciproco. Le ragioni

economiche prevalgono su quelle politiche.

Affinché tutto ciò sia possibile è necessario un forte Stato per:

- la politica doganale;

-la ferrovia;

- i canali;

- la nascita delle banche miste;

- istruzione tecnica;

Il sistema tedesco è molto concentrato per il ruolo dello Stato, delle banche, dell’industria di

base. Quest’ultima richiede grandi finanziamenti, opera in termini di economie di scala,

necessita di cartelli (accordi sui prezzi tra le grandi imprese) e poi di Trust ( accordi anche di

produzione- unificazioni).

USA

Una delle caratteristiche forti degli USA è la crescita demografica: la popolazione ha un tasso di

sviluppo elevatissimo per il saldo naturale ( rapporto tra tasso di natalità e mortalità infantile) e

l’immigrazione. Poichè la densità di popolazione era bassa, a causa delle elevate dimensioni degli

USA) i salari furono molto più alti rispetto a quelli europei. Questa scelta venne presa per creare un

mercato fiorente interno al paese.

Importante fu la specializzazione e l’elevato impiego di capitali che permisero di creare una fitta

rete ferroviaria.

Un’altra caratteristica del modello di sviluppo americano è dato dall’unione tra ferrovia e mercato:

il fatto che i produttori americani avessero un mercato in forte espansione e mediamente ricco di

risorse, spinse verso la produzione di massa standardizzata. Negli USA, per queste condizioni,

nasce la catena di montaggio FORD. Lo scopo di questo nuovo sistema di produzione è realizzare

grandi quantità di beni tutti uguali. Tuttavia, il modello Fordiano aveva ritmi di lavoro

eccessivamente intensi e per ciò gli operai scappavano da questi centri industriali. Per trattenere la

manodopera, Ford raddoppiò lo stipendio e ridusse le ore di lavoro : si passa da 2,5 $ per 9 ore di

lavoro a 5 $ per 8 ore.

I PAESI IN RITARDO.

Dal 1870 in poi inizia il secondo cerchio di industrializzazione che coinvolse tutti gli altri paesi

europei. Cause: - stretto legame con la tradizione –la chiusura delle istituzioni presenti- scarse

materie prime (fattore casuale)- scarso mercato interno società chiuse, protette.. basso livello di

istruzione..

Crescita dei paesi in ritardo.

I paesi in ritardo nella corsa verso l’industrializzazione erano prevalentemente agricoli e non

potevano concorrere con gli altri, per questo ricorsero alla divisione internazionale del lavoro; essi

scelgono di operare in mercati di nicchia non ancora saturi di concorrenti. I paesi in crescita, quindi,

non concorrono con gli altri ma li completano.

Le ragioni di scambio sono favorevoli a questi paesi ritardatari perché ??

Lo schema si rompe quando si modificano le ragioni scambio in favore dei prodotti industriali.

Quando la riduzione dei prezzi dei beni industriali si stabilizza.

La popolazione cresce.

Questa è la situazione dell’Europa fino al 1870/1880. In questi due decenni il sistema entra

profondamente in crisi perché negli USA la produzione di grano e lo sviluppo dei trasporti

consentirono di esportare beni agricoli, mettendo così in crisi i paesi dell’Europa non ancora

industrializzati. Questa vicenda della grande depressione fu oggetto di grande attenzione da parte

degli studiosi.

Gerschenkron si chiede se è vantaggioso essere arretrati? Lui rispose che essere arretrati significa

avere degli stimoli, per esempio creare un sistema industriale moderno in tempi brevi evitando le

lunghe fasi di transizione.

Un altro autore, Landes, sostiene la necessità di un punto di inizio favorevole. I primi paesi che

escono dall’arretratezza sono infatti quelli Scandinavi perché : possiedono materi prime – hanno

accesso al mare – hanno un alto livello di alfabetizzazione – hanno dei sistemi istituzionali più

dinamici/aperti – sono vicini ai grandi mercati. Questi paesi devono offrire prodotti primari che

Germania, Francia e GB non possedevano: legno, carta, pesce conservato (salmone) etc.

Riassunto del riassunto del prof SECONDA PARTE

CAMBIAMENTI POLITICI TRA IL 1620 E IL 1814.

Tra il 1559 e il 1713, la penisola italiana fu sotto il controllo politico della Spagna. Il dominio

spagnolo era evidente nel mezzogiorno, nel ducato di Milano, nello stato dei Presidi (isola d’Elba) e

in altre isole dell’arcipelago toscano. Solo la Repubblica di Venezia (impegnata a contrastare le

pressioni dell’impero Asburgico e Ottomano) poteva vantare maggiore autonomia rispetto alle altre

zone della penisola.

Dopo la dominazione spagnola, cessata tra il 1713 e il 1714, si ebbe quella austriaca che interessò

tutta l’Italia fino alla pace di Aquisgrana del 1748; dopo la metà del secolo, il dominio austriaco

interessò direttamente una parte della Lombardia e indirettamente la Toscana perché dominata dai

Lorena, famiglia imparentata con gli Asburgo. In questo periodo, parallelamente alla decadenza

politica di Genova e Venezia, s’intensificò l’importanza del ducato di Savoia- ora regno di

Sardegna- che si estese fino al Ticino; infine, il Mezzogiorno (Sardegna esclusa) fu affidato, dal

1738, ai Borbone. Il volto della penisola Italiana cambia significativamente sola dopo la discesa

delle truffe rivoluzionarie francesi nel 1796.

Nel Seicento si assiste a una profonda crisi, le cui cause furono molto complesse.

All’inizio del ‘600, l’Italia centro-settentrionale rivestiva un ruolo fondamentale all’interno

dell’economia europea grazie alla vivacità dei propri commerci e dell’attività manifatturiera. Una

prova del primato italiano centro-settentrionale era l’alto tasso di urbanizzazione: oltre alle grandi

città come Londra e Parigi, nessun’altra regione europea (salvo le Fiandre) vantava un’elevata

percentuale di persone stabilmente residenti. I maggiori centri commerciali, Genova, Milano,

Firenze e Venezia, erano caratterizzati dalla presenza di numerose botteghe (specializzate nella

produzione di tessuti pregiati) e banche private che esercitavano il credito ai mercanti e ai governi

europei.

In questo periodo, le regioni centro-settentrionali commerciavano molto con quelle meridionali; gli

scambi riguardavano: - prodotti agricoli(cereali)= destinati a sfamare il crescente numero di

abitanti; - materie prime (lana/seta grezza e filate)= destinate alle botteghe urbane.

Nonostante fosse una zona economicamente prospera, il centro-nord della penisola aveva molti

punti deboli: 1) il sistema agricolo era arretrato e, infatti, consentiva a stento di sfamare l’intera

popolazione che doveva ricorrere all’importazione di grano dal nord Europa e dal mezzogiorno. 2)

L’economia locale era legata all’attività commerciale/manifatturiera che generava le risorse

necessarie per importare prodotti agricoli da destinare alla popolazione urbana e alle botteghe. 3) Le

nuove rotte commerciali, tra il resto d’Europa e le Indie Orientali, fecero sì che il lucroso

commercio delle spezie passasse dai veneziani alle mani degli olandesi. 4) I porti italiani più

importanti (Genova e Venezia) persero il primato nell’attività cantieristica che si spostò quasi

interamente sull’Atlantico e sul Mare del nord. 5) Il settore tessile dovette affrontare la concorrenza

del resto d’Europa, la quale produceva tessuti di minore qualità ma a un prezzo notevolmente più

basso.

Complici della crisi italiana, dopo il 1620, sono stati: il progressivo abbassamento delle temperature

(piccola glaciazione) in tutta Europa (che ha portato gravi carestie) e la presenza di pestilenze

nell’Italia meridionale. La mancanza di cereali e materie prime mise in ginocchio la popolazione e

le botteghe urbane dell’Italia centro-settentrionale, già dipendente dalle importazioni; la pestilenza

del mezzogiorno, invece, ridusse la popolazione fino al 30% in meno. Questi fenomeni: limitarono

la presenza dei mercanti italiani nelle piazze europee, lasciarono posto a nuovi concorrenti sia nel

settore manifatturiero sia tessile (come i Lionesi sostenuti dalla corte di Parigi) e, più in generale,

causarono la perdita del primato italiano nell’economia europea a favore degli inglesi, francesi e

olandesi.

EQUILIBRIO AGRICOLO-COMMERCIALE.

L’equilibrio agricolo-commerciale è un’espressione utilizzata per indicare la situazione economico-

sociale in cui riversò l’Italia centro-settentrionale da metà seicento fino alla prima metà

dell’ottocento. Questa fase fu caratterizzata da un’economia basata principalmente sull’agricoltura e

il commercio di semilavorati serici.

Dopo la crisi economico-sociale dovuta alla perdita del primato italiano nell’economica europea,

Chi possedeva grandi fortune le impiegò nell’acquisto e la gestione della terra, ritenuta

l’investimento più sicuro perché garantiva uno status sia economico sia sociale. La terra era

coltivata secondo una logica estensiva e non intensiva (come avveniva in GB). La logica estensiva

consiste nell’accontentarsi della rendita fondiaria-> la ricchezza aumenta con l’estensione della

superficie coltivabile.

In ambito commerciale, i maggiori operatori si dedicarono ai prodotti del suolo (cereali, vini, olio,

bestiame, latticini, bozzoli, legname) e delle sete. Lombardia, Piemonte e Veneto, infatti, divennero

grandi produttori di semilavorato serico (coltivazione del baco da seta- prima, seconda lavorazione)

destinato all’esportazione (specialmente verso la Francia). L’evoluzione economica dell’Italia

settentrionale provocò la rottura dei legami economici con le altre parti della penisola. In

particolare, il Sud cessò di fornire alle altre regioni: prodotti agricoli e serici perché, ormai, il cuore

di queste attività era diventato il Nord Italia.

Il settore secondario non scomparve dalla penisola ma si concentrò in alcune aree come il comasco,

bergamasco e la campagna milanese. Questo fenomeno rappresenta un’evoluzione del sistema della

fabbrica diffusa che era stata introdotta, nella fase di proto industrializzazione, dai mercanti

imprenditori.

In generale, per quanto riguardava il settore primario e la sua organizzazione, le tecniche utilizzate

erano molte arretrate ma alcune regioni (come Lombardia (cereali) e Piemonte (vite)) divennero un

punto di riferimento per tutta Europa.

In Lombardia nacque il sistema agricolo più avanzato del mondo caratterizzato dalla disponibilità di

acqua; le prime bonifiche furono compiute dai monasteri che trasformarono zone malsane in terre

produttive. La disponibilità di acqua non servì solo a coltivare ma anche per lo sviluppo della

tecnologia. Tra le tecniche più innovative per la coltivazione della terra troviamo la “marcita”, la

quale consisteva nel far scorrere acqua su terreni in leggera pendenza al fine di evitarne la

glaciazione durante l’inverno. CHI poteva utilizzare l’acqua? Grazie a un’efficace organizzazione

del lavoro e delle risorse, l’acqua poteva essere utilizzata da chiunque la richiedesse. Dal punto di

vista organizzativo, l’evoluzione del sistema giuridico ha permesso di introdurre nuove forme di

contratti (come l’enfiteusi) che risposero alle esigenze degli enti religiosi o sanitari che spesso

ricevevano donazioni di terre. Quest’ultime poterono così essere date in concessione ad aziende

agricole locali.

PARLIAMO DEI CAMBIAMENTI STRUTTURALI OPERATI DALLE ISTITUZIONI TRA

LA PRIMA E LA SECONDA METÀ DEL 700.

I primi cambiamenti strutturali furono operati dagli austriaci e dai piemontesi in ambito fiscale

perché, essendo entrambi impegnati in continue guerre, avevano la necessità di trovare nuove

risorse per coprire le spese militari.

In Lombardia, dopo il 1748, il governo austriaco: riformò il sistema catastale (per facilitare il

prelievo delle imposte) e rafforzò il potere statale, riducendo quello politico della chiesa e della

nobiltà feudale/cittadina (per esempio il patriziato ambrosiano a Milano).

Anche il gran ducato di Toscana, sotto il controllo dei Lorena, fu caratterizzato da una riforma

catastale per facilitare il prelievo delle imposte; tuttavia, a differenza della Lombardia, qui fu

adottato il liberismo.

1796-1814 = OCCUPAZINE FRANCESE

1796-1814 = OCCUPAZINE FRANCESE

Gli scopi del governo francese erano: il prelievo fiscale, la confisca dei beni religiosi, la creazione

di caserme per il controllo delle città e di botteghe da affidare gratuitamente agli artigiani francesi.

Questi obbiettivi furono fortemente ostruiti dal feudalesimo che: dal punto di vista politico,

costituiva un ostacolo per il controllo centrale; mentre dal punto di vista economico, il feudalesimo

impediva di avere una chiara planimetria del territorio, perché erano i signori a riferire le

dimensioni dei propri terreni.

Per risolvere questo problema, furono emanate leggi finalizzate all’abolizione del feudalesimo; esse

prevedevano la cancellazione: dell’esercizio della signoria da parte dei baroni; dei privilegi

giurisdizionali e dell’immunità fiscale.

Così facendo si pose il problema di capire chi fosse il proprietario della terra; per risolvere questo

problema, il governo francese mise in vendita le terre espropriate. Tuttavia, chi aveva molto denaro

era sempre la nobilita che riacquistò le terre, divenendo proprietari per diritto giuridico.

Per lo sviluppo dell’economia italiana, il fatto che i francesi creassero botteghe sulla penisola e le

concedessero gratuitamente agli artigiani francesi, permise all’Italia di stringere nuovamente

importanti relazioni commerciali con l’Europa. Le prime esperienze imprenditoriali “moderne”

furono introdotte nel nostro paese dall’esterno. L’Italia settentrionale fu, infatti, interessata da molti

imprenditori franco-svizzeri, chiamati eretici, perché vivevano in due realtà: il lombardo-veneto e il

regno delle due Sicilie. Gli “eretici” scelsero queste zone, e non il gran ducato di Toscana, perché la

politica doganale assunta era protezionistica e quindi consentiva di difendere il mercato interno. Al

contrario, una logica liberista-come quella del gran ducato di Toscana- sarebbe stata troppo

rischiosa.

Quando il Lombardo-veneto e il regno delle due Sicilie si aprirono al liberalismo, solo la prima

zona resistette perché, a differenza del regno delle due Sicilie, essa era ricca di risorse e

caratterizzata da un forte stimolo imprenditoriale.

Questi avvenimenti determinarono la cessazione definitiva di qualsiasi relazione tra il centro-nord e

il sud dell’Italia.

ECONOMIA ITALIANA FINO AL 1815

Mentre l’Inghilterra sperimentava il processo di industrializzazione che determinò il passaggio

definitivo ad un nuovo sistema economico, le singole realtà della penisola italica si consolidarono.

Come in passato, ai grandi proprietari terrieri quasi mai interessava ricercare nuove tecniche

agricole e neppure migliorare il proprio fondo con opere di bonifica; le uniche cose importanti

erano: percepire la propria rendita e salvaguardare il valore della terre. Accanto ai grandi proprietari

terrieri, vi erano piccole aziende agricole a conduzione familiare che coltivavano la terra per

ricavare quanto era necessario per vivere e pagare l’affitto. Raramente, fatta eccezione di alcune

aree pianeggianti (come il basso milanese, il pavese e lodigiano) s’incontravano imprenditori

capitalisti che affittavano le terre e davano lavoro in cambio di salari, al fine di produrre beni da

vendere sul mercato. Le fabbriche vere e proprie erano rarissime e legate soprattutto a imprenditori

o tecnici stranieri (come svizzeri, francesi e tedeschi).

L’attività commerciale era svolta a livello locale o nazionale ma non regionale. Le singole realtà

della penisola italica esportavano semilavorati serici, materie prime (minerali, marmi) e prodotti

agricoli (vini, cereali, formaggio ecc.. Le importazioni riguardavano principalmente semilavorati di

ferro, prodotti finiti (filati e tessuti) e materie prime come il carbone. Accanto a un tessuto

economico debole si affiancava un regime demografico antico, caratterizzato da un alto tasso di

natalità/mortalità infantile e una crescita demografica statica- principalmente nelle città. Le

condizioni di vita erano molto difficili e, infatti, un fenomeno che evidenziava il malessere sociale

era l’abbandonare gli infanti alla pubblica carità.

Il settore secondario non conobbe alcun sviluppo fino al 1815. I maggiori ritardi riguardarono il

comparto siderurgico e meccanico caratterizzati da: tecniche arretrate, bassa specializzazione e una

domanda quasi inesistente (fatta eccezione di quella pubblica). L’unico settore che conobbe un

miglioramento qualitativo, legato all’innovazione tecnologica, fu quello serico ma solo

limitatamente alla Lombardia e il Piemonte.

Il settore primario era quello più importante perché rappresentava la fonte di sostentamento della

popolazione. L’innovazione in agricoltura fu fortemente ostacolata dai contadini perché: il legame

con la tradizione era forte, le risorse disponibili non erano sufficienti per adeguarsi alle nuove

tecniche e c’era molta diffidenza legata al fatto che l’innovazione avrebbe potuto interessare i

contratti agrari.

CRISI

Questo settore fu interessato da una pesante crisi legata al progressivo abbassamento dei prezzi dei

beni agricoli (quindi dei margini di guadagno), come risposta all’arrivo, sui mercati italiani, del

grano russo. Per questa ragione, i grandi operatori del settore chiesero il protezionismo che fu

adottato nel lombardo- veneto, nel regno delle due Sicilie ma non nel gran ducato di Toscana.

IL DECENNIO DI PREPARAZIONE (1849-1859).

A partire dal 1850, la vite e il baco da seta furono colpiti da malattie (oidio e pebrina) che

abbatterono la produzione di vini e lavorati serici. Molte regioni furono costrette a importare i semi

vite e bachi da altri paesi come il Giappone. Per lo sviluppo dell’Italia settentrionale (Lombardia,

Piemonte e Veneto) furono molto importanti le iniziative economiche degli austriaci e dei Savoia. I

primi crearono un collegamento ferroviario tra Venezia e Milano per integrare il Veneto e la

Lombardia con i mercati della monarchia; inoltre, gli Asburgo cercarono (senza esito positivo) di

creare una lega doganale degli stati italiani sul modello dello Zollverein tedesco. I Savoia, invece,

con l’aiuto di Cavour, crearono una fitta rete ferroviaria del territorio per valorizzare il porto di

Genova e intensificare gli scambi commerciali con la Svizzera e la Francia.

Per quanto riguarda la politica commerciale, Cavour adottò un regime liberoscambista perché esso

avrebbe costretto il settore primario a innovarsi, grazie anche agli investimenti franco-inglesi.

L’UNITÀ D’ITALIA.

Tra il 1860/61 i Savoia riescono a unificare la penisola e sradicare definitivamente il dominio

austriaco. In questo periodo: la società era povera e ancora legata indissolubilmente al settore

primario arretrato, la demografia era ancora caratterizzata dall’antico regime.

POLITICA ECONOMICA

Dopo la nascita nel 1861, l’Italia (tramite Cavour) adottò una politica commerciale liberoscambista

per ragioni prevalentemente politiche: l’obiettivo era, infatti, quello di mantenere buoni rapporti con

Francia e Inghilterra che sarebbero stati di aiuto nel sostenere il processo finale di unificazione. Il

libero scambio ebbe un effetto molto selettivo delle imprese nazionali (soprattutto tessili) perché la

loro sopravvivenza dipese molto dalla differenziazione dei prodotti e dalla capacità di assorbimento

del mercato interno; un grande vantaggio del libero scambio era però l’incentivo allo sviluppo

tecnologico e la riorganizzazione del lavoro che rendevano l’attività economica più produttiva. La

scelta liberoscambista dipendeva anche da una cultura anti-industriale: si pensava che il nostro

paese sarebbe rimasto agricolo e quindi la necessità primaria era esportare derrate alimentari e

semilavorati. Tutto ciò ebbe, quindi, un effetto ritardante sul processo d’industrializzazione che

costrinse il nostro paese a dipendere dalle importazioni di beni industriali. Solo nel 1878 fu

introdotta la prima tariffa protezionistica.

Questo sistema entra in crisi nel 1878, quando il mercato internazionale fu invaso dai cereali

americani, costringendo il paese ad adottare una politica protezionista che si protrasse fino al 1887.

CRONOLOGIA DELL’UNITÁ.

Dal 1861 al 1876 era il periodo della destra storica.

Nel 1866 si ebbe la terza guerra d’indipendenza.

Dal 1876 al 1887 era il periodo della sinistra storica con De Pretis.

Dal 1887 al 1900 si ebbe la grande depressione, determinata dal passaggio dal protezionismo al

liberalismo.

Dal 1898 al 1914 belle epoche.

IMPLICAZIONI ECONOMICHE DELL’UNIFICAZIONE.

Dopo l’unificazione, nonostante vi fosse la necessità di operare importanti cambiamenti strutturali

all’interno della penisola, il problema primario fu quello di garantire la sicurezza dei confini. Per

ciò, gli investimenti pubblici riguardarono:

1) La creazione di una rete ferroviaria (che passò da 2 a 9 mila chilometri), destinata a

collegare le grandi basi militari.

2) La creazione di strade e ponti, volti a facilitare il transito delle truppe (impegnate a

combattere il brigantaggio).

3) Il finanziamento dell’esercito e della pubblica amministrazione.

Sfortunatamente, l’istruzione e il disagio sociale furono visti più come un problema che una

voce da affrontare a breve.

Tra il 1861 e il 1866, la conseguenza di queste scelte fu il costante deficit (entrate<uscite) di

bilancio, perché mancavano le risorse per gli investimenti. La soluzione a questa mancanza di

risorse fu l’indebitamento con il mercato. La sommatoria dei deficit di bilancio si aggiunse al debito

pubblico già esistente che ammontava a 3'200 miliardi di lire. Questo debito, nascente dalla somma

dei singoli debiti pubblici degli stati Pre-unitari, fu distribuito efficacemente in Europa e in

particolare in Francia (che deteneva il 31%).

La terza guerra d’indipendenza del 1866 ebbe un effetto negativo sul finanziamento del debito

pubblico perché la fiducia nell’Italia venne meno. Gli investitori cercarono di convertire la lira in

oro ma il governo lo impedì, adottando il corso forzoso. Così facendo, si verificò uno scostamento

tra il valore reale e quello nominale della moneta. La riduzione degli investitori esteri e la necessità

di far fronte alle spese belliche, indussero lo Stato a chiedere ingenti mutui alle banche nazionali, in

particolare la Banca d’Italia, in cambio dell’esenzione dall’obbligo di convertire le proprie

banconote in oro e argento. Tutto ciò fece aumentare la circolazione di moneta del 40%, creando

così inflazione= il livello medio generale dei prezzi si alza perché il potere d’acquisto della moneta

diminuisce. Inoltre, tra il 1866 e il 1878, l’Italia, dovendo pagare tassi d’interessi enormi,

incrementò velocemente le imposte. Il prelievo fiscale fu talmente intenso e mirato, si pensi alla

tassa sul macinato del 1864, che i consumi primari si ridussero all’osso. Nel 1875 l’Italia raggiunge

per la prima volta il pareggio di bilancio.

POLITICA MONETARIA

Per quanto riguarda la politica monetaria, tra il 1862 e il 1874, il nostro paese emise molte leggi che

sancirono la pluralità degli istituti di credito (6 in totale).

1) Banca nazionale del regno= Torino.

2) Banca nazionale di Toscana.

3) Banca toscana di credito.

4) Banca romana.

5) Banco di Napoli.

6) Banco di Sicilia.

Questo sistema, sfortunatamente:

-lasciava eccessiva libertà alle banche, per quanto riguarda l’emissione di moneta e il suo valore;

-riduceva il controllo dello stato centrale;

-frammentava il mercato.

Inoltre, l’Italia decise di adottare un sistema bimetallico come la Francia.

LA REALTÁ ECONOMICA.

Come anticipato in precedenza, l’Italia era un paese sostanzialmente agricolo e il libero mercato

mise a dura prova le aziende nazionali, determinandone spesso a chiusura. Particolarmente difficile

da superare fu la crisi agraria interna.

CRISI AGRARIA e passaggio al protezionismo (1887).

La crisi agraria interna, dovuta all’arrivo dei cereali USA nel nostro paese, comportò la fine

dell’equilibrio agricolo-commerciale che si era sviluppato circa due secolo prima. Esso era un

sistema economico basato sulla possibilità di esportare derrate alimentari e semilavorati sui mercati

internazionali, in cambio di beni industriali.

In questa situazione di crisi non si trovò una politica agraria adeguata ai nuovi problemi, ma

prevalse l’incertezza. Si tentò di migliorare il credito agricolo-fondiario e di favorire l’istruzione

agraria, ma i provvedimenti si rivelarono di scarsa efficacia. L’inchiesta agraria voluta dal

parlamento (1877-1884) e gli interessi degli operatori coinvolti, portò all’adozione di due nuovi

provvedimenti: 1) un nuovo catasto= consentì di rivedere l’imposta fondiaria; 2) una tariffa

doganale(1887)= per difendere il mercato interno dalla caduta dei prezzi. Sfortunatamente, i

proprietari terrieri reagirono alla nuova imposta fondiaria scaricando le difficoltà sui redditi dei

contadini, attraverso l’inasprimento dei rapporti contrattuali.

Anche il settore manifatturiero, cresciuto soprattutto nell’Italia settentrionale grazie alla domanda

privata e pubblica, chiese l’adozione di una politica protezionista per proteggersi dalle merci

straniere.

Dall’altra parte i consumatori erano contro il protezionismo perché esso avrebbe gravato sulle loro

tasche. Tutto ciò contribuisce a formare l’idea, nella classe dirigente, che lo Stato dovesse

intervenite in modo massiccio nell’economia e anche una nuova “cultura economica”, introdotta

dagli imprenditori entrati in parlamento.

CONSEGUENZE DEL PROTEZIONISMO.

1) LA GUERRA DOGANALE.

Sfortunatamente, l’Italia dipendeva moltissimo dagli scambi con gli altri paesi e necessitava di

capitali di altri capitali, oltre a quelli già ricevuti dalle banche nazionali (+ inflazione). Per ciò, si

tentò di firmare dei trattati ma la cosa non produsse effetti positivi. La scelta unilaterale dell’Italia

di adottare una politica protezionista scatenò un vero e proprio conflitto di tariffe e la riduzione

delle esportazioni fino al 50%, specialmente verso la Francia.

2) ABOLIZIONE CORSO FORZOSO.

Nel 1883, la necessità di capitali spinse l’Italia ad abolire il corso forzoso, consentendo quindi la

convertibilità della moneta cartacea in metallo. Tutto ciò incentivò le banche straniere ad acquistare

nuovamente il debito pubblico italiano.

Per quanto riguarda gli istituti di credito nazionali, lo Stato autorizzò le banche ad aumentare la loro

circolazione di moneta in proporzione alle riserve metalliche.

3) REINTRODUZIONE DEL CORSO FORZOSO (1891).

Nel 1891, l’Italia decise di reintrodurre il corso forzoso per due ragioni: la fuoriuscita di metalli

preziosi dalle casse dello Stato e l’eccessiva circolazione di carta-moneta. La prima dipendeva,

inizialmente, dalla necessità di pagare gli interessi sul debito pubblico e poi dal ritiro dei capitali

esteri in seguiti alla mancata fiducia nei confronti del nostro paese. La seconda ragione, invece,

dipendeva dalla necessità di far fronte alla crisi edilizia.

4)CRISI BANCARIA, fine anni ’80 inizio anni ’90.

Accanto alla crisi agraria e manifatturiera, anche l’edilizia affrontò un periodo molto difficile che

coinvolse rapidamente il settore creditizio. Quest’ultimo fu interessato dalla crisi edile perché molti

dei propri investimenti rimasero bloccati in immobili non venduti, determinando così una crisi di

liquidità.

Non potendo emettere carta-moneta a proprio piacimento (l’emissione doveva essere proporzionale

alla quantità di metalli presenti nelle casse) alcune banche, tra cui la banca romana, decisero di

stampare biglietti in doppia serie: per coprire gli ammanchi di cassa, i crediti non incassati e per

corrompere i politici ( tra cui lo stesso presidente del consiglio Crispi).

Il sistema finanziario Italiano, fino a quel momento, aveva seguito la logica di profitto e

speculazione francese.

5) RIFORMA BANCARIA (1893).

Questi avvenimenti resero necessaria una riforma del sistema bancario, avvenuta nel 1893.

Tale riforma prevedeva:

1) La nascita della Banca d’Italia, mediante la fusione tra la banca del regno d’Italia e le due

banche toscane. Il neonato istituto di credito acquistò la facoltà di controllare l’emissione di

moneta da parte del banco di Sicilia e quello di Napoli; inoltre, la banca d’Italia controllava

le riserve di metalli e l’attività operativa.

2) L’introduzione delle banche miste, le quali consentirono di fare investimenti nel settore

industriale. Questa esperienza va dal 1893 fino al 1936.

Questi provvedimenti hanno determinato uno stimolo del settore finanziario, portando alla nascita

del credito Italiano e la banca commerciale italiana. Inoltre, in breve tempo il nostro sistema

bancario si legò sempre più a quello tedesco.

6) QUESTIONI SCIALI.

In questo periodo si afferma il disagio dei ceti sociali subalterni che, non essendo rappresentanti in

parlamento, sfocia in diverse forme: emigrazione (soprattutto verso gli USA); scontro sociale;

nascita dei sindacati. ((Nel 1898, a Milano, l’esercito spara sulla folla in protesta per la mancanza di

pane)).

LA PRIMA INDUSTRIALIZZAZIONE (1896- 1907).

La prima fase d’industrializzazione italiana fu caratterizzata da una crescita forte e generalizzata

delle produzioni agricola e industriale. Protagoniste del settore secondario furono: la produzione

tessile e l’industria di base (siderurgica, meccanica, chimica, estrattiva); in aumento anche la

produzione navale, ferroviaria e l’industria alimentare.

Ciò che determinò un aumento notevole della capacità produttiva fu la crescente disponibilità di

forza motrice sia tradizionale (carbone, vapore e caldaie) che nuova (elettrica-idroelettrica).

Anche il settore primario registrò un forte avanzo ma non tale da poter sfamare l’intera

popolazione; alla fine degli anni novanta dell’800, infatti, la bilancia commerciale registrò un

aumento dell’importazione di cereali, materie prime e macchinari per la produzione industriale.

L’andamento positivo dell’economica giovò moltissimo ai conti pubblici; l’aumento della ricchezza

nazionale consentì un significativo incremento delle entrate ordinarie dello Stato, il quale poté

utilizzarli per una maggiore e migliore spesa pubblica (bonifiche, infrastrutture e istruzione

elementare). Inoltre, giunsero dall’estero ingenti risorse finanziare che furono impiegate per gli

investimenti.

CAMBIAMENTI DI STRUTTURA.

Nel nostro paese si sviluppano imprese di grandi dimensioni: Breda e Dalmine (nella siderurgia),

Tosi e Fiat (nella meccanica), Pirelli (chimica), Edison (energetico). La nascita e lo sviluppo di

queste imprese è stato possibile grazie ad un intenso rapporto con le banche miste. In questa fase il

sistema bancario italiano si articolava in: banche miste, instaurano rapporti con grandi imprese;

piccoli istituti di credito ordinario che agiscono a livello locale, il loro punto forte è la fiducia

reciproca con il cliente.

Tra i cambiamenti strutturali più evidenti c’è la situazione dello Stato:

- Maggiori entrate,

- Maggiore credibilità internazionale che determina un abbassamento dei tassi d’interesse sul

debito pubblico, il quale viene distribuito all’interno del paese.

- Nazionalizzazione della rete ferroviaria (1905) per incrementare le entrate; in precedenza la

gestione della ferrovia era affidata a due società anonime.

Sfortunatamente, questa prima fase d’industrializzazione fu caratterizzata da molte criticità:

- Il dualismo territoriale si rese evidente quando, al triangolo industriale (Torino, Milano,

Genova), si contrappose il caso dell’Italia meridionale (caratterizzata da: povertà, arretratezza e

inefficienza).

- I settori avanzati sono quelli internazionalizzati, quelli più arretrati (tessile)sono vincolati al

mercato interno perché non dispongono di risorse e innovazione tecnologica.

- C’è poca attenzione allo sviluppo tecnologico, né dallo Stato né dalle grandi imprese.

- Sociale (questione sociale): il rapporto tra impresa e sindacati è caratterizzato dal conflitto

sociale.

CRISI FINANZIARIA DEL 1907.

La crisi del 1907 fu caratterizzata da una forte richiesta di mezzi d’investimento. Questa necessità

non riguardò solo l’Italia ma anche il resto d’Europa. Il forte afflusso di capitali verso le economie

più forti determinò un deficit di liquidità che si tradusse in uno squilibrio interno tra domanda di

finanziamento e disponibilità di risparmio. Inizialmente, la crisi del 1907 si manifestò con una

caduta dei titoli azionari quotati in borsa. In seguito, furono coinvolte le aziende di medie-grandi

dimensioni che si collocavano nel triangolo industriale ed erano legate alle banche; per queste

ragioni, la crisi non toccò le piccole realtà familiari.

La crisi si estese dunque agli istituti di credito misti, in particolare la Società Bancaria Italiana,

perché troppo esposti al credito industriale e le operazioni di borsa. La risposta alla crisi fu una

manovra classica: aumento della circolazione di moneta per non strozzare gli investimenti,

aumento del tasso di sconto e limitazione alla speculazione. Inoltre, fu adottata una nuova iniziativa:

la nascita di un consorzio bancario, guidato dalla Banca d’Italia.

INSTABILITÁ ECONOMICA.

Dopo la crisi del 1907, l’economia italiana dovette affrontare due questioni: trovare mercati di

sbocco per la produzione e sostenere le attività che presentano varie difficoltà. Nel primo caso, la

politica commerciale e doganale aumento gli scambi ma esisteva ancora squilibrio tra esportazioni e

importazioni; inoltre, le maggiori difficoltà dipendevano dal fatto che gli altri paesi erano più

concorrenziali e la loro politica commerciale tutelava moltissimo gli operatori economici. Nel

secondo caso, il sostegno alle attività economiche avvenne con provvedimenti di modesta entità

che riguardarono specialmente l’agricoltura.

In campo industriale: importante fu la nazionalizzazione delle ferrovie perché consentì ad alcune

imprese, come Breda e Ansando, di ricevere immense commesse statali, ma per il resto non ci

furono interventi mirati. In termini di aiuti, meno efficaci furono le commesse pubbliche per i

servizi marittimi e cantieristici.

CRISI DEL 1913.

Nel 1913 si manifestò un’atra crisi, caratterizzata da una crescita più lenta e dalla presenza dei punti

di debolezza che determinarono la nostra prima industrializzazione.

Questi punti di debolezza sono: livello di finanziamenti alle imprese scarso, squilibrio della bilancia

commerciale, aumento della circolazione monetaria, rialzo del tasso di sconto, una rilevante

flessione dei valori azionari, lento progresso tecnologico, scientifico e agricolo.

La risposta a questa crisi fu uguale a quella già sperimentata nel 1907. Per tentare di risolvere il

problema del credito industriale venne creato il Consorzio sovvenzioni su valori industriali.

MECCANISMI DI INSATBILITÁ tra il 1907 e il 1913/14.

Tra le due crisi del 1907 e il 1914, l’Italia attraversò un periodo di crescita più lento rispetto alla

prima fase d’industrializzazione. L’aumento generale dei prezzi interni consentirono una crescita

della produzione di base e dell’agricoltura. Sfortunatamente, la crescita non fu uniforme perché

alcuni comparti (setificio e siderurgico) si trovarono in difficoltà a causa della concorrenza estera

(rispettivamente asiatica e tedesca).

La riduzione delle disponibilità di liquidità per il finanziamento dell’attività economica, l’accumulo

del risparmio e di metalli preziosi - presso le banche- rallentò molto; infine, aumentò il costo del

denaro.

CAPITOLO 8 – PRIMO LIBRO.

LA SECONDA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA.

Tra il 1870 e il 1900, si sperimentò una grande depressione che ebbe un effetto selettivo delle

imprese. In questa fase di depressione, l’abbassamento dei redditi determinò minori consumi e, di

conseguenza, gli investimenti tradizionali non furono più remunerativi. L’attenzione va (quindi)

rivolta a quelle aziende che riuscirono a sopravvivere, perché esse operarono ingenti investimenti

nella ricerca di nuovi mercati di sbocco; quindi, si può affermare con sicurezza che la chiave per il

successo sia stata la differenziazione del prodotto.

Questa strategia ha fatto si che tale periodo sia stato caratterizzato dalla ricerca scientifica.

I nuovi prodotti immessi sul mercato sono stati l’esito di più fattori:

1) Nuovi e meno costosi metodi di produzione che hanno permesso di standardizzare i prezzi di

materiali già conosciuti (come l’acciaio).

2) La comparsa di materiali sostitutivi a quelli presenti in natura (riguarda principalmente

l’industria chimica, come per esempio: fertilizzanti artificiali).

3) Le nuove fonti di energia che andarono a vantaggio delle imprese (se collocate vicino alle

fonti) e della meccanizzazione.

4) La creazione di grandi imprese che hanno permesso di sviluppare nuovi sistemi di gestione,

programmazione e organizzazione del lavoro.

1) Per quanto riguarda la standardizzazione dei prezzi, essa fu resa possibile solo

dall’organizzazione scientifica del lavoro- teorizzata da Taylor. Questa nuova proposta consisteva

nell’analizzare e dividere le operazioni, necessarie per il montaggio di un oggetto, in movimenti

semplici e della stessa durata. In questo modo, ogni lavoratore ripeteva uno o pochi movimenti, da

eseguire con rapidità e precisione, mentre gli oggetti erano fatti scorrere su un nastro trasportatore.

La nuova organizzazione del lavoro si diffuse su larga scala solo dopo essere stata adottata da Henry

Ford nel 1904 a Detroit. La produzione standardizzata di Ford, il cui scopo era la produzione di

massa per il consumo di massa, aveva il vantaggio di incrementare la produttività del lavoro

(essendo possibile eliminare i tempi morti e assumere personale despecializzato), ma anche lo

svantaggio di essere eccessivamente pesante per i lavoratori, a causa dei ritmi ferrati. Questo

sistema di produzione faceva scappare gli operai e costrinse Ford sia ad aumentare i salari sia a

ridurre le ore di lavoro: infatti, si passò da 2,4 dollari per 9 ore a 5 dollari per 8 ore.

Inoltre, questo periodo di depressione è stato caratterizzato dall’integrazione verticale della

grande impresa. Per tale s’intende l’oligopolio sulle fonti d’energia e sulle maggiori quote di

mercato, scaturente da accordi privati tra imprese.

Nel 1890, per tentare di risolvere questo problema che bloccava lo sviluppo dell’economia,

gli Stati Uniti emanarono lo Sherman ACT, ossia la prima legge anti-trust (anti cartello) del

mondo, che costrinse le grandi imprese a delocalizzare.

2)Per quanto riguarda i nuovi materiali impiegati nella produzione, i più importanti sono stati tre:

l’alluminio (estratto dalla Bauxite), l’acciaio e la gomma. L’alluminio, essendo un materiale molto

duttile-leggero e resistente, è stato impiegato nella sperimentazione dei primi areoplani e delle

macchine industriali. L’acciaio, lega di ferro e carbonio, divenne velocemente il materiale di base

della standardizzazione perché, per le sue qualità intrinseche, era resistente e facile da lavorare.

La Gomma, proveniente dall’industria chimica, trovò grande applicazione in questa seconda fase

d’industrializzazione, perché poteva essere utilizzata in più ambiti: dalle gomme per biciclette, alla

suola delle scarpe (o come materiale isolante).

3)Tra le fonti d’energia, è doveroso ricordare: la petrolchimica (la lavorazione del petrolio), il

motore a scoppio (largamente impiegato nel settore agricolo-industriale e sia nei trasporti privati

che pubblici), l’elettricità (impiegata nelle comunicazioni, illuminazione ecc).

4)L’organizzazione scientifica del lavoro (standardizzazione) non ha portato solo a un aumento

significativo della produzione ma anche della complessità aziendale. Per evitare inefficienza e

disorganizzazione interna, si rese necessario operare importanti cambiamenti, come: creare

complessi sistemi informativi aziendali per coordinare al meglio le attività; creare nelle università

figure capaci di gestire un’impresa sotto ogni punto di vista, in particolare assume grande

importanza la revisione dei conti; adottare configurazioni giuridiche che tutelano il patrimonio degli

investitori, per esempio le società di capitali.

AGRICOLTURA.

Durante la seconda rivoluzione tecnologica, l’agricoltura statunitense ha sperimentato importanti

trasformazioni. Una di esse è certamente il passaggio irreversibile dall’agricoltura di autoconsumo a

quella di mercato, caratterizzata dall’impiego intensivo di capitale. Il passaggio a questa nuova

forma di agricoltura ha determinato un fortissimo aumento della produttività che, tra il 1880 e il

1980, si è moltiplicata per 20 volte negli USA e per 15 volte in Europa e Giappone. Nei paesi

arretrati la trasformazione è stata più lenta ma pur sempre irreversibile. La produzione per unità di

superficie è cresciuta grazie all’utilizzo di nuovi macchinari (come il trattore) e nuove tecniche

molto legate all’industria chimica (come i fertilizzanti e concimi chimici). Un ultimo aspetto

importante dell’espansione agricola del XX è dato dalla specializzazione delle diverse aree nei

prodotti più idonei alle condizioni del suolo.

CULMINE DELLA RIVOLUZIONE DEMOGRAFICA.

La seconda rivoluzione tecnologica segna, nei paesi avanzati, la fine della transizione demografica

dal ciclo antico a quello moderno. Quest’ultimo, caratterizzato da bassi tassi di natalità e mortalità,

si differenzia principalmente dal primo per la drastica riduzione della mortalità. Questa riduzione è

avvenuta in tre fasi: 1) piccoli miglioramenti dell’alimentazione e dell’igiene personale; 2) il fattore

dominante è l’incremento di reddito che riduce la mortalità, perché migliora l’accesso all’assistenza

medica e all’alimentazione (cresce di poco il potere d’acquisto); 3) (quella in cui ci troviamo) è

caratterizzata dal miglioramento della sanità e dal progresso della medicina.

Non bisogna dimenticare che il ciclo demografico moderno non comincia fino a quando la caduta

della mortalità non è accompagnata da una caduta della natalità. Questo risultato è stato raggiunto

appieno, nei paesi avanzati a partire dal 1970, solo con il controllo della fertilità (quindi delle

nascite) mediante l’uso di metodi anticoncezionali o con l’aborto.

CRESCITA ECONOMICA DISCONTINUA E MAL DISTRIBUITA.

La diffusione delle innovazioni della seconda rivoluzione tecnologica e i miglioramenti

dell’agricoltura provocarono un rapido sviluppo economico che non aveva precedenti. La crescita

interessò tutte le economie, sia industrializzate sia arretrate, ma in modo disuguale. Infatti, i paesi

sottosviluppati crescevano con una velocità nettamente inferiore ai paesi avanzati. Durante questi

anni, tuttavia, alcuni paesi sottosviluppati riuscirono a convertirsi in economie industriali e ad

avvicinarsi al livello di reddito pro capite dei paesi appartenenti al primo cerchio

d’industrializzazione. Un esempio è dato dall’Italia.

Molti economisti, tra cui Pollard, indicano la depressione degli anni 1870 come un importante

momento di rottura del capitalismo, perché si passò da una fase di cooperazione tra Stati a una fase

di rivalità. Le ragioni di questo cambiamento, che dominerà il mondo fino agli anni 1950, sono

principalmente due: l’incremento della capacità produttiva e la crescita del potere dello Stato. 1)

L’incremento della capacità produttiva poteva portare facilmente a crisi di sovrapproduzione che

dipendevano fondamentalmente da: mancanza di domanda, prezzi elevati e redditi poco distribuiti.

La risposta tipica a questo tipo di crisi era doppia: difensiva, per mezzo di politiche doganali

protezionistiche; offensiva, mediante la conquista dei mercati coloniali. 2) A partire dal 1870, il

potere nazionale si è intensificato grazie all’intervento dello Stato in ambiti diversi: l’armamento, la

sanità, l’educazione, lo sviluppo delle comunicazioni, una migliore organizzazione burocratica, la

creazione di opere pubbliche e posti di lavoro.

L’aumento del potere dello Stato ha rafforzato il concetto di Stato-nazione incentivando, però, la

comparsa di movimenti nazionalistici al proprio interno e una crescente rivalità tra gli Stati.

CAPITOLO 9- PRIMO LIBRO.

La prima guerra mondiale e le sue conseguenze, che segnarono tutto il XX secolo, sono molto

importanti da studiare in ambito economico perché rappresentarono una decisa rottura

dell’evoluzione sociale ed economica del mondo.

Cause del conflitto.

Le cause del conflitto sono sia politiche sia economiche. I principali punti di conflitto, infatti,

riguardano: l’occupazione degli ultimi spazi coloniali e la formazione di nuove aree

economicamente prosperose (come l’America del Sud e il Medio Oriente), perché esse

determinarono la nascita di nuove rivalità e alleanze che si sarebbero scontrate nel conflitto. I

principali contrasti per il controllo delle colonie coinvolsero: Francia e Italia per la Tunisia; Francia

e GB per il Sudan; Francia e Spagna per il Marocco ecc.. In generale, però, Francia e GB erano

contrarie all’espansione tedesca in medio oriente. In Europa, invece, i principali problemi

riguardavano gli scontri tra gli imperi centrali (Tedesco, Austriaco, Russo) per il controllo dei

territori dell’impero Turco, il quale si stava dissolvendo. Un altro fattore d’instabilità erano le

rivendicazioni della Francia sull’Alsazia e la Lorenza, dell’Italia sull’Alto Adige e Trieste, della

Grecia sulle isole dell’Egeo. Infine, molto importante fu la spinta verso la guerra da parte degli

industriali che volevano ottenere commesse Statali.

CAUSE ECONOMICHE.

Dal punto di vista economico, le principali tensioni riguardavano la conquista del mercato mondiale

con i propri prodotti. Lo scontro principale interessò: Francia e GB contro la Germania. I primi due

stati si sentivano minacciati dai prodotti tedeschi, mentre la Germania riteneva che il suo sviluppo

economico fosse condizionato dalla supremazia britannica e francese, che impediva l’accesso dei

prodotti tedeschi nelle zone da esse controllate.

Queste tensioni portarono alla nascita delle fazioni che si scontrarono nel conflitto: da un lato gli

imperi centrali (Austria e Germania), sostenuti dalla Turchia e Bulgaria; dall’altro la Triplice intesa

di GB, Francia e Russia, rafforzata dall’Italia nel 1915 con il patto di Londra. Inoltre, quest’ultima

fazione poté contare sull’intervento degli USA, a guerra inoltrata.

Questo conflitto si caratterizzò velocemente, rispetto a quelli precedenti, per gli elevati costi

economici, derivanti dall’applicazione di nuove tecnologie nella produzione degli armamenti. Per

esempio: la spesa militare in GB passò dal 4% del PIL nel 1913 al 38% tra il 1916 e il 1917.

La crescente necessità di soldati al fronte, che per la loro età formavano il segmento più produttivo

della popolazione, obbligò tutti i governi a intervenire nell’economia: sostenendo la produzione di

armi e il controllo del commercio dei beni di consumo.

La ragione principale per cui il conflitto cessò, non è da attribuirsi alla vittoria militare ma al

collasso economico e sociale dei paesi belligeranti. Il primo crollo si verificò in Russia con la

rivoluzione del 1917 che rovesciò il potere degli Zar e forzò l’uscita del paese dal conflitto. Nel

1918, invece, vi furono importanti insurrezioni nazionalistiche e operaie, sia in Germania sia in

Austria, le quali spinsero alla fuga i relativi imperatori e consentirono si firmare la pace.

Dopo la guerra: in Austria, Germania e Ungheria, a causa delle continue rivolte di carattere

comunista, i vincitori del conflitto imposero che gli eserciti regolari di quei paesi restassero

operativi, nel tentativo di contenere le insurrezioni. In breve tempo, in quelle zone si svilupparono

forti partiti militaristici, convinti della potenza dei propri eserciti e risentiti verso i propri politici per

non essere stati capaci di gestire il conflitto.

La fine del primo conflitto mondiale ha determinato un forte declino dell’Europa rispetto al resto

del mondo. La partecipazione del vecchio continente alla produzione mondiale passa, tra il 1913 e il

1923, dal 43% al 34%. Per quanto riguarda la quota europea nel commercio internazionale, invece,

si passa dal 59% al 50%.

Tutte le nazioni coinvolte pensavano che questo conflitto sarebbe stato breve, ma esso durò ben 4

anni (dal 1914 al 1918) coinvolgendo quasi 64 milioni di soldati e causandone la morte di 8. In

questo conflitto si sperimentarono gli effetti distruttivi delle nuove armi e dei mezzi da

combattimento, che furono possibili solo grazie a ingenti investimenti per lo sviluppo di

innovazioni tecnologiche nel campo della chimica (Gas), della meccanica (carro armati),

dell’aeronautica e dell’industria navale/sottomarina.

La fine del conflitto porta con sé grande malessere sociale, soprattutto da parte degli operai e

contadini che, non trovando lavoro al proprio ritorno, videro sfumare le promesse di miglioramento

che erano state fatte per tenere alto il morale in guerra. Al contrario, molto evidente era la ricchezza

accumulata da pochi industriali che avevano saputo sfruttare le commesse statali a proprio

vantaggio. Tutto ciò ha determinato una maggiore partecipazione politica dei lavoratori e l’esigenza

di governi democratici e società meno disuguali.

FINANZIAMENTO DELLA GUERRA.

In tutti i paesi che presero parte al conflitto, la guerra è stata finanziata, in proporzioni diverse, in tre

modi: 1) aumento delle imposte; 2) indebitamento del governo; 3) saccheggio dei territori occupati.

Dei tre, il più importante fu l’indebitamento che poteva assumere tre forme: A) collocamento di

debito pubblico sul mercato interno; B) prestito internazionale (solo tra i paesi alleati); C) chiedere

anticipi dalle proprie banche centrali mediante una maggiore emissione di moneta.

Per sostenere l’industria bellica, tutti i paesi adottarono scelte differenti: Francia e Russia fecero

ricorso alle proprie riserve auree e al prestito internazionale; la GB fece lo stesso e in più aumentò

le tasse e il debito interno. La Germania, invece, non avendo accesso al credito internazionale, fece

ricorso al debito interno, alla tassazione e agli indennizzi pagati dall’URSS a compensazione delle

proprietà tedesche espropriate dopo la rivoluzione.

Tutti gli stati, persino quelli neutrali, adottarono il corso forzoso, cioè sospesero la convertibilità in

oro dei biglietti in circolazione. Tutto ciò paralizzò il sistema aureo, perché la moneta, cessando di

rappresentare l’oro, divenne puramente fiduciaria. L’aumento dei biglietti e la riduzione dell’offerta

delle merci determinò una forte inflazione.

Anche dopo la guerra, tutti i paesi (eccetto gli USA) non poterono più garantire la convertibilità dei

biglietti perché le riserve auree erano diminuite, mentre i biglietti in circolazione aumentarono dalle

2 alle 5 volte, rispetto al periodo Pré bellico.

A causa dell’incertezza sul valore della moneta e sul destino dei diversi paesi, la ripresa

commerciale a livello internazionale fu ostacolata da forti speculazioni e fluttuazioni delle

quotazioni delle valute. Inoltre, la maggior parte dei paesi usciti dal conflitto fu messa in difficoltà

dalla richiesta statunitense e britannica di un rapido rimborso dei crediti.

A fronte di queste richieste di rientro, l’Europa e in particolare la Francia, propose di legare i propri

debiti alle riparazioni di guerra che dovevano essere pagate dai paesi sconfitti, ma gli USA non

accettarono. Dopo molte discussioni, i nordamericani riuscirono a incassare il 47% dei propri crediti

dalla Germania.

TRATTATO DI VERSAILLESS E RIPARAZIONI DI GUERRA.

Spesso, quando si parla di trattato di Versailles, si fa erroneamente riferimento all’accordo che pose

fine alla guerra e dettò le condizioni di pace; in realtà, a Versailles si firmò solo la pace con la

Germania, mentre gli altri paesi sconfitti firmarono trattati separati con ciascun paese vincitore.

Tuttavia, l’insieme dei trattati di pace ha due caratteristiche comuni: a) imposizione di sanzioni

economiche agli sconfitti, considerati iniziatori della guerra e, quindi, suoi responsabili unici; b)

modifica delle frontiere (specialmente nell’Europa orientale).

Al tavolo delle negoziazioni di Versailles, la Francia pretendeva che la Germania pagasse l’intero

costo della guerra, ma alla fine fu solo accettato il principio secondo cui le riparazioni di guerra

dovevano coprire le distruzioni fisiche e le pensioni per gli invalidi, le vedove e gli orfani. Prima

che il trattato fosse firmato, la Germania dovette pagare in natura i vincitori, traferendogli: carbone,

materiale ferroviario, riserve aure e parte della flotta mercantile/ militare. Il valore totale di questi

trasferimenti corrispondeva al 20% del reddito nazionale tedesco nel 1921. Alla fine delle

negoziazioni, si decretò che la Germania pagasse ai paesi vincitori quasi 31 miliardi e mezzo di

dollari, da ripartire in 42 anni.

Queste condizioni di pace furono assai criticate da John M. Keynes, un giovane economista

britannico consulente del suo governo durante le negoziazioni. Keynes sosteneva che le condizioni

imposte alla Germania erano economicamente irrazionali e politicamente imprudenti: perché si

stava condannando alla povertà e all’infelicità la nazione più potente d’Europa. Per questo, Keynes

sosteneva che la massima cifra che poteva essere chiesta alla Germania era di 2 miliardi di sterline.

LA RICOSTRUZIONE MONETARIA.

Dopo la fine del conflitto, molti dirigenti vollero tornare al sistema aureo, considerato il motore

dell’economia internazionale, ma presto si resero conto che sarebbe stato un processo troppo lungo

e difficile, a svantaggio della ricostruzione. Per ciò, la maggior parte delle Stati decise di mantenere

il sistema dei cambi fluttuanti: i biglietti non potevano essere convertiti in oro e il loro valore

dipendeva dalla libera offerta e domanda nei mercati internazionali.

Tuttavia, esistevano due modi per tornare al Gold Standard: 1) recuperare la parità aurea di prima

della guerra; 2) adeguare il numero di biglietti in circolazione alla realtà aurea di ciascun paese

( adattare la parità legale alla realtà monetaria di ciascun paese).

La GB, adottò la prima linea perché in molti ritenevano che il ritorno al Gold Standard avrebbe reso

nuovamente Londra il centro finanziario del mondo, ma così non fu. La scelta di recuperare la parità

aurea causò solo una forte deflazione e il fallimento di numerose imprese.

La Francia, invece, adottò la seconda linea ponendosi in una situazione di attesa e maggior

attenzione al valore del dollaro. Subito dopo il conflitto, gli USA erano diventati il nuovo centro

economico finanziario del mondo per vari motivi: la guerra aveva rafforzato l’economica, i costi

bellici in termini di vite umane ed economici furono minimi e il fatto di essere i principali creditori

di tutti gli altri paesi belligeranti fece si che il dollaro divenisse la moneta di riferimento. In breve

tempo gli USA e la Francia ( in proporzioni inferiori) accumularono nelle proprie casse il 60%

dell’oro mondiale, decretando la fine della supremazia britannica e la conseguente perdita della

centralità europea in termini economico-politici e militari. Inoltre, i paesi cessarono di collaborare

tra loro perché furono adottate politiche protezionistiche volte a evitare che l’oro fuoriuscisse dal

proprio paese e la moneta si svalutasse ulteriormente.

Il sistema finanziario internazionale divenne estremamente debole, dal momento che le decisioni

erano prese da pochi paesi che, per giunta, non collaboravano tra loro come in precedenza. In

sostanza, la politica monetaria divenne più uno strumento di potere che un un meccanismo di

stabilità globale.

In tutti i paesi, eccetto gli USA, l’emissione di biglietti aveva provocato una forte riduzione del

potere d’acquisto della moneta; in particolare, drammatica fu la situazione della Germania, la quale

cadde nell’iperinflazione. Con questo termine indichiamo una moneta che nel 1923 arrivò a valere

1/10^12 del marco-oro ante guerra e che costrinse l’economia a regredire al sistema merce contro

merce, ossia il baratto.

LA CRESCITA ECONOMICA DEGLI ANNI ’20.

Durante il conflitto, la crescita si concentra nei paesi belligeranti non Europei, perché essi

beneficiarono della domanda degli altri paesi belligeranti e della domanda che quest’ultimi paesi

soddisfàvano. Dopo la guerra, nonostante le diverse scelte politico-economiche, anche gli altri paesi

conobbero una forte crescita economica. Questo periodo, che coincide con gli anni’20, è stato

caratterizzato fondamentalmente dalla diffusione dell’organizzazione

scientifica del lavoro e di nuove tecnologie, le quali resero l’attività economica più produttiva.

Le innovazioni e i miglioramenti della produzione riguardarono sostanzialmente due elementi: a)

l’elettricità= più economica e trasportabile del carbone; b) i trasporti a motore= più rapidi e

versatili. Essi permisero di meccanizzare la produzione di qualsiasi tipo d’impresa, ma favorirono

specialmente le grandi compagnie. Questi cambiamenti resero possibili maggiori profitti e prezzi

più bassi, comportando un incremento della domanda. Accanto a queste innovazioni si diffusero

beni durevoli, come: biciclette, macchine da scrivere, radio ed elettrodomestici vari.

Un altro campo in rapida crescita era l’industria chimica, caratterizzata dall’utilizzo di coloranti,

fibre sintetiche, gomma, concimi e farmaci.

Per quanto riguarda l’agricoltura, le innovazioni tecnologiche riguardano l’uso di fertilizzanti

chimici e di trattori. In generale, con la fine del conflitto, l’agricoltura dei paesi Europei passò

dall’autosufficienza al mercato.

IL COMMERCIO INTERNAZIONALE.

La reintroduzione del sistema aureo sembrava essere l’unica soluzione per ripristinare il commercio

internazionale al livello ante-guerra. In teoria, la creazione di nuove Nazioni (come la Polonia)

avrebbe dovuto fare crescere l’import-export, ma questo non fu sufficiente a superare i fattori di

depressione post bellici: 1) la mancanza di cambi fissi e la svalutazione della moneta. 2) L’adozione

di politiche protezioniste che impedivano l’arrivo di prodotti stranieri e la fuori uscita di oro dalle

casse dello Stato 3) I cambiamenti economico-politici che si verificarono durante il conflitto,

quando i paesi meno coinvolti occuparono i mercati che i produttori Europei non erano in grado di

rifornire. Per esempio: gli USA espansero le proprie esportazioni all’America meridionale, mentre il

Giappone sostituì la GB nel fornire i mercati dell’est asiatico. 4) Ulteriore causa d’indebolimento

del commercio internazionale furono le innovazioni tecnologiche come il caucciù sintetico, i quale

si sostituì alla gomma naturale.

La politica doganale protezionista, dato che limitava moltissimo le esportazioni, fu la causa

primaria di un nuovo fenomeno per l’epoca: la delocalizzazione della produzione. Le prime imprese

interessate da questo fenomeno furono soprattutto quelle del settore automobilistico, come Ford e

General Motors.

CADUTA DEI PREZZI AGRICOLI.

Dopo la prima guerra mondiale, la produzione del settore primario continuò a essere molto

importante, perché i suoi prodotti rappresentavano quasi il 60% del commercio mondiale. Tra il

1913 e il 1929, il volume di beni primari esportati supera quello dei beni industriali, ma non il

valore. Questa situazione è giustificata dal fatto che le economie europee si ripresero e non

acquistarono più i prodotti agricoli americani (anche perché troppo costosi per le loro monete). La

domanda si abbassò drasticamente mentre l’offerta rimase elevata, determinando così la caduta dei

prezzi. In poco tempo gli agricoltori si trovarono in grave difficoltà perché: i ricavi si ridussero e

con essi anche il potere d’acquisto calò; infine, divenne difficile il rimborso dei debiti, con i quali

avevano finanziato la meccanizzazione delle proprie aziende. In questa situazione difficile, tutti i

governi decisero di comprare i prodotti agricoli per evitare un’ulteriore caduta dei prezzi.

Per quanto riguarda il mercato dei capitali alla fine degli anni 1920, esso fu ostacolato dalle

politiche protezionistiche che incentivarono l’isolamento politico ed economico dei diversi paesi.

Inoltre, altro ostacolo per la libera circolazione di capitali fu la mancanza di cambi fissi (erano

fluttuanti) e la grande debolezza istituzionale interna (dovuta a governi deboli o dittatori con manie

di grandezza).

CAPITOLO 10- PRIMO LIBRO.

Dopo la guerra, gli USA ebbero una vigorosa crescita economica e diventarono i leader

dell’economia mondiale. La disponibilità di capitali e innovazioni (come l’elettricità, gli

elettrodomestici e i mezzi di trasporto a motore) portarono a un miglioramento importante della

qualità della vita, generando un ambiente di ottimismo. Al diffuso clima favorevole contribuì anche

il positivo andamento della borsa, che spinse molta gente a rischiare i propri risparmi generando una

bolla speculativa. Nei primi giorni di settembre del 1929, i titoli di borsa cessarono di crescere e

invertirono negativamente il proprio andamento. Fu l’inizio della peggiore crisi del capitalismo che

si estese rapidamente a livello mondiale.

LA CRISI DEL ’29.

La crisi del ’29 va dal 1929 al 1932 e interessò soprattutto gli USA. Per dare un’idea di quanto fu

devastante questa crisi, ecco alcuni dati: nel 1932 il PIL statunitense calò del 30% rispetto a quello

del 1929, perché: la produzione industriale scese del 40%, gli investimenti -90% e la

disoccupazione era al 25%. Gli americani passarono da uno standard di vita agiato a uno molto

difficile.

Le cause della crisi del ’29 affondano le proprie radici nell’economia reale, partendo dal settore

agricolo.

- Durante il conflitto, l’aumento dei prezzi, dovuto all’elevata domanda di beni agricoli da parte

dei paesi belligeranti, spinse molti agricoltori a indebitarsi per ampliare e meccanizzare la

propria azienda. Dopo la guerra, sfortunatamente, le economie europee si ripresero e non

acquistarono più i prodotti agricoli americani (anche perché troppo costosi per le loro monete in

corso di svalutazione). La domanda si abbassò drasticamente mentre l’offerta rimase elevata,

determinando così la caduta dei prezzi. Le innovazioni tecniche consentirono di aumentare la

produttività e anche il reddito agrario, ma questo non permise di coprire i costi di gestione e

quelli finanziari. Molte aziende furono pignorate e il governo, per evitare un’ulteriore caduta dei

prezzi, creò un organismo finalizzato ad acquisire le eccedenze agricole (invendute).

- Per quanto riguarda l’industria, tra il 1920 e il 1929, la produzione aumentò del 50%, mentre

l’occupazione diminuì del 6%. L’incremento della produttività era dovuto all’organizzazione

scientifica del lavoro e l’impiego di tecnologie innovative (elettricità e motore). L’industria fu

caratterizzata dalla nascita di nuovi settori, destinati alla produzione dei beni di consumo

durevoli (elettrodomestici). Nonostante i salari fossero cresciuti solo del 7%, si diffuse una

sensazione generale di miglioramento, perché i generi di prima necessità costavano meno, le ore

di lavoro erano state ridotte ed era stato esteso il lavoro femminile. Purtroppo, l’aumento della

produttività industriale non comportò una significativa riduzione dei prezzi e questo accentuò

ancor di più le differenze sociali all’interno degli USA. Con queste condizioni, non ci volle

molto prima che la produzione industriale crescesse più del potere d’acquisto dei consumatori,

comportando un eccesso di capacità produttiva. Questa situazione peggiorò ulteriormente a

causa della contrazione delle esportazioni in Europa, dove: le barriere dogali, la ripresa

economica e la perdita di valore delle monete, resero non competitivi i prodotti americani.

- Per quanto riguarda il mercato dei capitali, il rallentamento dell’economia reale spinse gli

imprenditori a bloccare gli investimenti e a dirottarli verso i mercati finanziari, generando la

speculazione di borsa. In quegli anni, gli USA disponevano di molta liquidità, perché: stavano

incassando i crediti di guerra e la bilancia commerciale in attivo aveva portato molto oro nelle

casse dello Stato. Queste condizioni, unite alla propaganda via radio e le testimonianze

d’importanti uomini d’affari, spinsero i risparmiatori a investire nelle “società di

partecipazione”(gli attuali fondi d’investimento). Queste società contribuirono a formare la

bolla speculativa (ossia un distacco netto tra il valore delle azioni e l’andamento reale di

un’impresa) perché, al fine di attrarre investitori inesperti, vantavano investimenti in titoli con

ottimi trend, i quali erano spesso di loro proprietà (quindi il prezzo era artificiosamente tenuto

alto da loro). La speculazione fu iniziata, forse involontariamente, dallo stesso governo USA

che, potendo ritirare il proprio debito pubblico dai mercati finanziari grazie all’ingente quantità

di oro detenuta, decise di non farlo per attrarre i capitali europei; a tale scopo furono applicati

tassi d’interesse molto convenienti.

Il fattore più importante della speculazione fu la possibilità di investire a credito, cioè acquistare

titoli di borsa con pagamento differito. Questo sistema consentiva di versare al Broker solo il

10% del valore totale dei titoli, mentre la restante parte era pagata, in teoria, dallo stesso agente

di borsa (il quale diventava creditore del cliente). In pratica, il broker usava il 10% dei titoli

(acquistati dal cliente) come garanzia per ottenere credito da istituti specializzati che, a loro

volta, potevano ottenere fondi dalla riserva federale.

Il governo si accorse che la situazione stava scappando di mano e quindi, nel tentativo di ridurre la

speculazione, il 9 agosto del 1929, la Federal Reserv aumentò un tasso di sconto dal 5% al 6%. (((Il

tasso di sconto è il tasso d’interesse che le banche- presenti in un circolo economico- devono pagare

alla banca centrale))).

N.B: Quest’operazione fece diminuire l’afflusso di capitali in borsa e, di conseguenza, anche il

valore di titoli diminuì, perché chi aveva investimenti a credito iniziò rapidamente a vendere i

propri titoli.

IL MARTEDÍ NERO il 29 ottobre 1929, il valore dei titoli crollò perché furono offerti in

vendita 29 milioni di titoli, praticamente senza ordini di acquisto. Da questo momento la borsa

continuò a scendere fino al 1932 e non recuperò il livello di prima del crollo fino al 1954.

Poiché i principali investitori di borsa erano le imprese e le banche, la crisi si spostò verso

l’economia reale, causandone una profonda depressione. La crisi del ’29 coinvolse prima fra tutti le

banche, le quali persero molta liquidità a causa del crollo della borsa e del prosciugamento dei conti

correnti da parte dei propri clienti. Per quanto riguarda le imprese, la mancanza di liquidità, dovuta

al crollo della borsa, ostacolò la solvibilità dei debiti verso le banche che, di conseguenza, non

esercitarono più il credito verso di loro. In mancanza di liquidità e con molte merci da vendere( già

prima che iniziasse la crisi), le imprese tentarono, in un primo momento, di mantenere i prezzi

costanti per poi decidere di tagliare i costi, licenziando i lavoratori non protetti da particolari

contratti o dal sindacato.

Per aumentare i consumi, le imprese alzarono i salari, ma la paura di perdere il lavoro era talmente

grande che i dipendenti non spendevano nulla. In fine, le imprese, mosse dalla disperazione,

decisero di svendere le merci, causando una caduta dei prezzi. Nonostante la spirale deflazionistica,

l’occupazione e il potere d’acquisto della popolazione si ridussero drasticamente, causando una crisi

di sovrapproduzione e il fallimento di molte aziende.

CATTIVA STRETEGIA DI HOOVER.

A peggiorare la crisi furono i provvedimenti presi dal presidente Hoover, il quale adottò una politica

di austerità finalizzata al pareggio di bilancio e la protezione della moneta. In particolare, si scelse

di adottare una politica doganale protezionista che fece ristagnare il commercio internazionale, già

in difficoltà a causa: dell’isolamento dei diversi paesi al fine di evitare la fuoriuscita di oro, della

svalutazione delle monete e della mancanza di capitali. Nel 1930, gli USA adottarono la tariffa

protezionista Smoot-Hawley che innescò una guerra tariffaria, seguita dal crollo del Gold standard.

Tutti gli Stati vollero liberarsi dalla parità aurea per incrementare la competitività del proprio

mercato, grazie alla svalutazione della moneta.

Come risposta alla crisi del commercio internazionale, tutti i paesi europeri adottarono il

contingentamento: norme finalizzate a determinare la quantità massima di merci che potevano

essere esportate e importate. Lo stesso fecero gli Stati Uniti (con gli accordi di clearing), causando

gravi problemi di finanziamento per i paesi debitori.

In questa situazione non ci volle molto perché il commercio internazionale crollasse

definitivamente.

ROOSVELT- 1932 !!!! MERCATO REGOLATO

Nel novembre del 1932, il candidato democratico Franklin Roosevelt vinse le elezioni e divenne il

nuovo presidente degli stati uniti. Comunemente, il termine New Deal è utilizzato per indicare gli

anni, dal 1933 al 1938, della ripresa economica statunitense, dopo la crisi del ’29. In realtà, il New

Deal (lett. Nuovo Corso) era la promessa elettorale di Roosevelt, ossia un insieme di provvedimenti

che proponeva di ripristinare l’economia attraverso il rilancio dei consumi e degli investimenti. Per

la prima volta nella storia economica statunitense il governo intervenne nell’economia e nel sociale

per lottare contro la depressione.

I provvedimenti del New Deal interessarono cinque campi, i quali si intersecano fra loro: 1) la

politica monetaria e finanziaria; 2) ) le imprese e l’agricoltura; 3) la politica di bilancio; 4) i

programmi di occupazione; 5) la spesa pubblica.

Roosevelt adottò una politica monetaria espansiva, con l’obiettivo principale di far rialzare prezzi

così da incoraggiare gli investimenti. Egli impose agli istituti bancari la sospensione dei pagamenti

in oro; in seguito proibì l’esportazione dell’oro e la sua tesaurizzazione, obbligandone i possessori a

consegnarlo presso la banca federale, in cambio di altre valute. Il 18 aprile 1933, Roosevelt

autorizzò le Federal Reserve Banks ad aumentare l’emissione di banconote senza contropartita in

oro; grazie a un emendamento, egli ebbe la possibilità di svalutare il dollaro fino al 150% del suo

valore, al fine di avere un aumento del prezzo in dollari delle merci.

Con questi provvedimenti si rialzarono i prezzi interni, specie quelli dei prodotti agricoli.

Gli Stati Uniti tornarono in breve tempo a un nuovo gold standard, che si differenziava dal vecchio

soltanto dal fatto che l’oro non circolava più nel mercato interno e se ne proibiva il possesso ai

privati; la Zecca vendeva oro solo per i pagamenti esteri.

Roosevelt accettò anche il ritorno al sistema bimetallico, nell’interesse dei produttori di argento

americani, che permise di ampliare la circolazione monetaria.

Una vera e propria riforma della struttura bancaria fu apportata dal banking act nel giugno del 1933.

La banche d’investimento vennero distinte da quelle commerciali, National Banks le prime e State

Banks le seconde.

Per quanto riguarda la politica di bilancio, Roosevelt adottò il modello Keynesiano del deficit

spending (spesa in disavanzo), che consisteva nel sostituire la carente domanda privata con quella

pubblica, in modo da creare posti di lavoro e distribuire redditi. Questa politica era molto costosa

per lo Stato perché produceva deficit, ma essa riuscì a promuovere gli investimenti e l’espansione

dell’economia. Il programma di occupazione prevedeva che i lavori fossero: utili, non competitivi

con l’iniziativa privata e che il salario fosse minimo, in modo da stimolare il ritorno al settore

privato. A queste condizioni, le principali occupazioni furono quelle per il miglioramento del

territorio e le opere pubbliche (ponti, strade, monumenti ecc.. ).

Per risollevare l’industria, cioè il principale settore degli Stati Uniti d’America, Roosevelt emanò il

NIRA (National Industrial Recovery Act); si tratta di un insieme di disposizioni dirette a superare la

deflazione per mezzo del mantenimento dei prezzi e dei salari, nonché dell’eliminazione della

concorrenza distruttiva. A tale scopo: furono sospese le leggi anti-trust e fu emesso il Wagner Act; si

tratta di una legge che sostituì la libertà di contrattazione tra imprenditore e lavoratore introducendo

i sindacati. Il sindacato americano divenne un’importante elemento di controllo, perché esso

fungeva da garante degli accordi tra imprenditore e dipendenti.

Inoltre, il governo di Roosevelt fu il primo a introdurre negli USA gli ammortizzatori sociali

(pensioni, sussidi di disoccupazione, malattia, infortuni sul lavoro), grazie al Social Security Act.

Sfortunatamente, le misure adottate non furono sufficienti rispetto alle dimensioni del problema. La

vera ripresa economica si ebbe solo nell’imminenza della guerra, la quale determinò un forte

aumento della spesa pubblica.

CAPITOLO 11-PRIMO LIBRO.

La diffusione della crisi nel resto del mondo mostrò l’effettivo peso dell’economia nordamericana

su quella totale; basta pensare che nel 1929 la produzione industriale degli USA rappresentava il

45% del totale, ma la colpa non fu soltanto loro.

Già prima della crisi, molti paesi avevano seri problemi strutturali e l’equilibrio finanziario

internazionale era precario. Le principali cause di questa situazione erano due: il calo dei prezzi dei

beni primari e l’indebitamento.

Il calo dei prezzi era dovuto all’aumento della capacità produttiva verificatasi durante il conflitto e

all’incremento della produttività dovuta al progresso tecnico.

Questo fenomeno, fu amplificato dal tentativo di penetrare in quei paesi che avevano adottato

barriere protezionistiche oppure limiti d’importazione di beni.

Il secondo problema che affliggeva molti paesi era l’indebitamento. Le principali cause di questo

fenomeno furono principalmente due: i costi e debiti di guerra, i quali costrinsero molti paesi, come

la Germania, a ricevere crediti di continuo per regolare quelli scaduti; la caduta dei prezzi, perché

essi cambiarono le ragioni di scambio tra i prodotti agricoli e quelli industriali, costringendo molti

paesi periferici a indebitarsi per pagare le importazioni.

I meccanismi di diffusione della crisi a livello globale sono principalmente i seguenti:

1) Caduta del volume delle esportazioni.

2) Peggioramento delle ragioni di scambio.

3) Disarticolazione del mercato internazionale dei capitali.

4) Caduta generale dei prezzi in tutto il mondo, aumento degli oneri finanziari e indebitamento.

La riduzione del commercio internazionale iniziò prima del crollo della borsa di NY, a causa delle

politiche monetarie deflazionistiche. Queste politiche avevano l’obiettivo di riportare alla parità

aurea, riducendo la fuoriuscita di oro dalle casse dello Stato; ciò fu possibile grazie

all’innalzamento delle barriere dogali, le quali erano anche finalizzate a proteggere la produzione

interna. Tra il 1929 e il 1933, il rincaro del credito, dovuto al crollo della borsa, colpì anche il

finanziamento delle importazioni e, di conseguenza, il prezzo di molti prodotti si dimezzò. Tutto ciò

peggiorò le ragioni di scambio perché i paesi produttori di beni primari non acquistarono più

manufatti da quelli industriali e viceversa. I prezzi più colpiti furono quelli delle materie prime

industriali (minerali, lana, cotone) e quelli delle derrate agricole non di prima necessità (zucchero,

caffè, cacao).

L’adozione di barriere doganali, anche da parte degli USA, portò a una guerra di tariffe che indebolì

tutti i paesi. La continuazione della spirale delle barriere commerciali, infatti, incentivò

l’isolamento, perché: la svalutazione monetaria, il controllo dei cambi e il contingentamento delle

importazioni, continuò senza fermarsi.

Il collasso del mercato internazionale dei capitali.

Il secondo mezzo di trasmissione della crisi fu la riduzione del credito internazionale. Anche se la

Francia fu il primo paese a limitare il credito all’estero, la vera paralisi del sistema si ebbe solo

quando la stessa decisione fu presa dagli USA, a partire dalla metà del 1928, a causa delle

restrizione della Federal Reserv. Inizialmente, i paesi debitori riuscirono a restare in equilibrio, a

fronte della riduzione del credito, limitando le importazioni e incrementando le esportazioni; questo

sistema, però, provocò la caduta dei prezzi interni. Dopo il 1929, la deflazione mondiale rese

impossibile mantenere lo stesso livello di esportazioni, evidenziando l’insufficienza della riduzione

dei prezzi relativi. Inoltre, la deflazione mondiale aveva lo svantaggio di incrementare molto il

costo dei debiti.

I problemi di finanziamento furono aggravati anche dalla riduzione delle importazioni da parte degli

USA e altri paesi avanzati; di fronte a questa situazione, tutti i governi dovettero prendere

importanti misure monetarie e fiscali.

Per uscire dalla crisi, tutti i paesi dovettero scegliere se mantenere il sistema aureo oppure no.

Se l’obbiettivo era mantenere la convertibilità della propria moneta, allora era necessario ristabilire

la bilancia commerciale ( in attivo), adottando politiche deflazionistiche basate sulla riduzione del

credito e il rialzo dei tassi d’interesse. Lo scopo di questa strategia era: ridurre l’offerta di moneta e

abbassare i prezzi in modo da essere competitivi per le esportazioni. Questa politica impoverisce il

paese perché gli investimenti, la produzione, l’occupazione e i consumi calano.

N.B Le banche centrali di questi paesi erano perfettamente a conoscenza delle conseguenze

devastanti delle proprie scelte, ma il sistema aureo le costringeva a non fare altrimenti. Se avessero

iniettato troppo denaro, allora ci sarebbe stato il rischio di non poterne garantire la convertibilità in

oro e questo avrebbe intaccato la fiducia nella moneta di quel paese, comportando un ritiro dei

depositi e una fuga di capitali.

LE DIVERSE STRATEGIE DEI PAESI INDUSTRIALIZZATI.

La Francia.

In Francia la depressione economica provocò solo una riduzione del 12% del PIL tra il 1929 e il

1935, ma la ripresa non cominciò prima del 1936. Si può quindi affermare che la crisi economica,

pur essendo abbastanza blanda, durò a lungo. Per tutti gli anni 1920 la Francia ebbe ottima

prosperità economica, dovuta alla svalutazione del franco che favorì le esportazioni e portò molto

oro nelle casse dello Stato (fino a diventare il secondo detentore di oro e metalli preziosi dopo gli

USA). Questo periodo di prosperità cessò nel 1930, quando la GB, svalutando la propria moneta,

cancellò il vantaggio della sottovalutazione del franco. La lenta ripresa economica della Francia va

attribuita alla politica economica adottata per affrontare la crisi. In un primo momento, sotto un

governo conservatore, si pose l’enfasi sul mantenimento della parità aurea e l’equilibrio di bilancio

al fine di ridurre i prezzi interni e rendere competitivi i prodotti francesi sui mercati internazionali.

In un secondo momento, sotto un governo radicale, si stimolò la domanda con l’aumento dei salari

e, per ridurre la disoccupazione, furono introdotte 40 ore di lavoro a settimana e le ferie pagate.

Inoltre, vennero potenziati i poteri della Banca di Francia per controllare il sistema bancario e fu

creato un organo (Office du Blé) che comprava le eccedenze agricole a prezzi fissi.

La Gran Bretagna.

In GB la depressione economica era cominciata già dal 1925, quando si decise di tornare al sistema

aureo. In una prima fase, la crisi colpì sia il settore estero sia quello finanziario. A causa delle

difficoltà dei paesi confinanti, le esportazioni della GB si ridussero di un terzo; il settore finanziario,

invece, tra il 1930 e il 1931, perse quasi tutte le partite (crediti, depositi, servizi finanziari, entrate

del turismo) della bilancia commerciale. La crisi economica andò a intaccare soprattutto i settori già

in crisi, come: il carbone, la costruzione navale e l’industria cotoniera; nel momento peggiore, la

disoccupazione fu pari al 16%. Le difficoltà del settore finanziario intaccarono la fiducia nella

sterlina e questo determinò una fuga di capitali sia dalla Banca d’Inghilterra sia dalle banche

private.

In un secondo momento, nel 1931, per evitare di alzare i tassi d’interesse, la Banca d’Inghilterra,

trovandosi con poche riserve auree e continue richieste di credito dalle banche private, fu

autorizzata dal governo britannico a rifiutare la convertibilità dei biglietti in oro. Questa coraggiosa

scelta subito ridusse del 30% il valore della sterlina sul mercato libero. Per completare la nuova

politica monetaria, il governo innalzò delle barriere doganali e stabilì la preferenza imperiale (1932)

che consisteva nell’imporre i prezzi e le condizioni d’acquisto alle colonie. La svalutazione della

sterlina stimolò l’aumento dei salari, dei consumi e degli investimenti. Gli investimenti furono

favoriti dalla riduzione del tasso d’interesse, dal 6% al 2%, che si mantenne per tutti gli anni trenta.

L’abbandono del sistema aureo e del liberoscambismo non comportò ne un cambio nella politica

fiscale ne in quella di bilancio, la quale riuscì, fino al 1938, a mantenere il pareggio.

La Germania: ripresa economia sotto il nazismo.

La Germania fu il secondo paese, dopo gli USA, dove la crisi colpì con più forza. La depressione

tedesca affonda le proprie radici nella precaria situazione finanziaria legata ai debiti di guerra e

l’iperinflazione. Nonostante il piano USA Dawes, del 1924, consentisse di alleggerire le riparazioni

di guerra, la Germania continuò a chiedere prestiti internazionali per coprire il disavanzo della

bilancia commerciale e dei pagamenti. In quegli anni, la Germania conobbe una rapida ripresa

economica, ma essa fu ostacolata dalla fragilità del sistema finanziario, il deficit di bilancio e la

debolezza tecnologica dell’industria. La riduzione del credito nord americano, a partire dal 1928,

comportò grande instabilità finanziaria e culminò nel fallimento del Creditanstalt di Vienna nel

1931. Anche se non investì direttamente le banche tedesche, questo incidente finanziario spaventò

molto gli investitori stranieri che ritirarono i propri capitali dalla Germania, provocando la

riduzione di 1/3 delle riserve auree. Per salvaguardare il valore della moneta e incentivare le

esportazioni, il governo adotto delle politiche deflattive che causarono un violento calo della

produzione industriale (40%) e degli investimenti, oltre all’aumento della disoccupazione fino al

33%.


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Corso di laurea: Corso di laurea in economia e gestione aziendale (MILANO)
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