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Storia economica – Parte 2

L’Italia pre-industriale

Dominio spagnolo 1559-1714

Crisi del '600

Tra il 1559 e il 1713 l’Italia rimase sotto il dominio spagnolo e godette di un lungo periodo di pace. Una maggiore autonomia la ebbe la Repubblica di Venezia che però era impegnata a resistere alle pressioni dell’impero asburgico e ottomano. Per capire la crisi del '600 bisogna considerare la fase storica precedente. Fino alla fine del '500 vi era una centralità della penisola Italiana nelle dinamiche europee perché era la realtà più avanzata.

I punti di forza erano: alto livello di urbanizzazione (Italia dei comuni), integrazione tra le diverse aree della penisola (non ci sono grandi differenze tra Nord e Sud perché il Centro-Nord aveva un carattere manifatturiero mentre il Sud aveva le produzioni agricole come cereali e materie prime come la lana), sistema manifatturiero forte con lavori di alta qualità che avevano mercato anche all’estero e sistema commerciale evoluto. Quest’ultimo non si basava sugli investimenti nella produzione ma era un commercio di denaro concentrato nelle mani di alcuni che disponevano di molte liquidità a tal punto da finanziare i governi di altri paesi.

I punti di debolezza erano: squilibrio tra popolazione e risorse (7,8 milioni di abitanti si trovarono in difficoltà perché l’agricoltura era arretrata e ciò andò a scapito delle condizioni di vita), rigidità del sistema produttivo perché ogni spinta al cambiamento doveva fare i conti con questo sistema rigido e diversi ostacoli (ricchezza in mano a pochi, corporazioni) e progressivo decentramento della penisola rispetto ai traffici internazionali (con la scoperta dell’America i flussi si erano evoluti sull’Atlantico e non sul Mediterraneo).

Per questi motivi sorge la crisi che fu: demografica (a causa della glaciazione, quindi un calo della temperatura media, ci fu una riduzione delle risorse agricole. La carenza di cereali ed il loro alto prezzo segnarono realtà come quella dell’Italia centro-settentrionale già obbligate a dipendere dalle importazioni dall’estero. Furono anni di carestia aggravati da epidemie di peste che provocarono un calo della popolazione), commerciale (affermazione del Mare del Nord grazie alle grandi compagnie olandesi e inglesi che controllano i traffici internazionali) e di conseguenza manifatturiera (in particolare cantieristica perché si costruivano meno navi) e tessile.

Risposta alla crisi

Essendo in crisi sia la manifattura che i commerci, l’agricoltura era l’investimento più conveniente e considerata la fonte più sicura d’investimento (nelle terre). Il tutto portò ad un aumento della produzione (di qualità) al Nord che era orientato verso il mercato e all’acquisto di nuove terre (estensione della proprietà) perché più terre ho maggiore è il mio rango sociale (status sociale) dando vita al latifondo al Sud che resta in un sistema di rapporti di tipo feudale. La crisi del '600 comportò una riconversione del sistema produttivo che portò all'equilibrio tra agricoltura e commercio.

Si parla di agricoltura commerciale centrata su prodotti di prima necessità e di qualità (come la seta anche se le sue manifatture erano già presenti prima della crisi). Inoltre l'acqua consentiva l'allevamento e la produzione di latticini ma questi prodotti non poterono essere consumati in un paese che dopo la crisi ha subìto la diminuzione del livello pro capite e per questo furono destinati a Francia e Inghilterra. Questo equilibrio agricolo commerciale produce ricchezza, soprattutto al nord, fu un sistema molto stabile, con strutture sociali fortemente squilibrate soprattutto nella spartizione del reddito e nella proprietà fondiaria a discapito di chi lavora la terra. Un effetto fu quello della rottura dei legami, cioè all'interno della penisola si formano dei mercati separati, che tende a rimanere nei secoli.

Dominio austriaco

Dopo la guerra di successione spagnola, cambiò il volto politico dell’Italia ed iniziò il predominio della corte di Vienna sulla penisola. Gli austriaci controllavano soltanto una parte della Lombardia mentre resistevano le repubbliche aristocratiche di Genova e Venezia e cresceva l’importanza del regno di Sardegna. La Toscana era nelle mani dei Lorena mentre il mezzogiorno venne affidato alla dinastia dei Borbone. Un deciso sconvolgimento dell’Italia si ebbe con la campagna di Napoleone che portò alla fine del predominio austriaco su Milano.

Azione pubblica e trasformazioni economico-sociali tra 1714 e 1815

La vita economica del '700 non conobbe cambiamenti significativi degli equilibri del periodo precedente ma cambiarono gli assetti politici e l’azione dei governi. I primi cambiamenti ci furono nella prima metà del '700 quando austriaci e piemontesi impegnati in continue guerre promossero riforme dei sistemi fiscali nei loro stati per reperire risorse e coprire le spese militari. Nella seconda metà del '700 invece ci furono ulteriori azioni di riforme come in Lombardia dove il governo austriaco non solo portò a compimento il riassetto complessivo della finanza pubblica ma intervennero anche sulla proprietà ecclesiastica e sulla vita religiosa. Nel granducato di Toscana invece venne abolito ogni vincolo alla circolazione interna dei grani e venne adottata una nuova disciplina degli scambi con l’estero (liberista). Nel regno di Napoli si cercò di affermare il potere dello Stato riducendo il ruolo politico della nobiltà feudale.

Tra la fine del '700 e il 1815 il ruolo dell’amministrazione pubblica fu ancor più marcato grazie al dominio francese e venne ridisegnata la carta politica della penisola formando una nuova entità statale, il regno d’Italia. Però su pressione della Francia, in tutta la penisola vennero adottate regole doganali per garantire la possibilità ai francesi di collocare i manufatti in Italia e in compenso i prodotti agricoli e tessili italiani finirono sui mercati francesi. Inoltre tra le riforme imposte da Napoleone va ricordata l’abolizione del regime feudale modificando drasticamente gli assetti giuridici della proprietà fondiaria. Però i nuovi piccoli proprietari vendettero ai maggiori possidenti le terre ricevute perché non avevano i mezzi per metterle a frutto oppure furono costretti a ridarle agli antichi signori perché non poterono contare sulla presenza dello Stato capace di metterli a riparo da queste prepotenze. Grazie alla fine del sistema feudale ci fu una vera rivoluzione agraria nella penisola con la piena affermazione della proprietà privata della terra.

La fase della Restaurazione (1815-1848)

Tra il 1815 e il 1878 l’Italia subì dei profondi cambiamenti alle strutture economiche e al sistema economico. Questa fu una fase di equilibrio tra produzione agricola e di qualità e commercializzazione. Nel 1815 la situazione prevedeva un’agricoltura prevalente che dava importanza alla struttura sociale, in particolare alla classe dei proprietari fondiari. Infatti, l’assetto sociale era suddiviso da una barriera sociale tra proprietari delle terre e lavoratori delle terre. Questi ultimi ricevevano salari in natura bassi perché l’Italia cominciò ad esportare cereali di alta qualità e ad importarne di bassa qualità per pagare i salari.

Nel settore agricolo vi era una forte scarsità di imprenditori perché in pochi investivano nella terra per ottenere maggiore produttività. Si diffonde così l’individualismo agrario (specialmente in Lombardia) ovvero che vi erano degli assenteisti che possiedono terre e le affittano agli imprenditori che non investono nel fondo terriero ma si accontentano della rendita. Le manifatture invece erano maggiormente di cotone ma molto deboli perché aumentò la distanza dagli altri paesi europei. Bisognava uscire dagli schemi per essere un imprenditore moderno e un aiuto giunse dalla Svizzera che esportò capacità imprenditoriali in quanto giovani svizzeri si trasferirono in Italia per avviare una propria ditta. Queste nuove ditte si trovavano specialmente al Nord e nel napoletano perché la localizzazione dipendeva dal protezionismo.

Dato che vi era stato il dominio austriaco con il protezionismo, colui che arrivava dall’estero trae vantaggio dalle protezioni doganali. Successivamente con la maturità dell’equilibrio si sviluppò la produzione di seta (56% della produzione mondiale di seta fu prodotta in Italia) in particolare nel Lombardo-Veneto mentre poca al Sud per via del clima e dei contratti di lavoro che non favorivano il contadino. Per quanto riguarda il commercio, quello interno è fratturato mentre le esportazioni riguardano seta, agrumi (dal Sud), materie prime (in minor parte), latticini e carne (dal Nord).

La situazione perciò era statica perché una società di questo tipo non ha stimoli al cambiamento ma i primi cambiamenti si verificarono solo in risposta alle crisi. Tra il 1818 e il 1826 ci fu la caduta dei prezzi delle derrate alimentari (in particolare i cereali) perché arrivano cereali dall’estero che portano al crollo del prezzo dei cereali e la risposta fu: protezionismo di difesa ed investimenti (che si realizzano però solo nell’area lombarda). Le conseguenze furono: maggiore motivo di distacco perché il Sud fu maggiormente colpito a causa della maggior presenza di cereali e condizioni di vita peggiori per i ceti rurali (alta natalità e mortalità). Erano impossibilitati a cambiare le cose perché erano sottomessi a rapporti di forza con il proprietario terriero ma in loro aiuto intervenne la Chiesa con un aiuto di tipo caritativo anche se non cambiò le cose.

Nella metà dell’800 ci furono la crisi della produzione del vino (la vite fu colpita da una malattia che portò ad un grande crollo della produzione) e la crisi della seta (perché anche il baco da seta fu colpito da una malattia) e la conseguenza fu un calo della produzione di seta. In questa fase il ruolo dello stato riguardò 2 principali attività: le infrastrutture e le politiche doganali. Le infrastrutture riguardarono le ferrovie in particolare in Piemonte (Regno di Sardegna) perché essendo vicino alla Svizzera si vuole proporre come snodo tra segmenti confinanti e nel Lombardo Veneto che sperimenta la rete ferroviaria per collegare Milano con Venezia.

Per quanto riguarda le politiche doganali, inizialmente vi era il protezionismo che viene però toccato da iniziative di leghe doganali ovvero accordi che alleggerirono il protezionismo favorendo l’esportazione di manufatti dall’area milanese. Il granducato di Toscana invece scelse il liberismo perché era più conveniente esportare rispetto che adottare un comportamento protezionista.

Unità d’Italia

Alla vigilia dell’unità dal punto di vista demografico vi era un’alta natalità e mortalità e scarsa urbanizzazione. Dal punto di vista delle condizioni di vita, esse furono proprie di una società arretrata. Nel paese si ha quindi una prevalente cultura Anti-Industrialista perché i comportamenti dei soggetti economici e della maggior parte dei governi degli stati erano orientati all’agricoltura. L’unità venne progettata dal Conte di Cavour grazie al sostegno prima della Francia durante la seconda guerra d’indipendenza e poi dell’Inghilterra con l’avventura garibaldina.

(Venne superato il potere temporale dei papi.) Dopo l’unità vi era una continuità delle strutture ovvero che la vita economica continuò con quelle caratteristiche. Lo Stato divenuto unitario si preoccupò della pubblica amministrazione e dell’esercito e per questo aumentò il prelievo fiscale per compensare queste spese. Inoltre si occupò di strade e ferrovie (al Nord le ferrovie per aiutare la mobilità dell’esercito mentre al Sud le strade per combattere il brigantaggio); dogane scegliendo il libero scambio (per ragioni di tipo politiche) sfavorendo i produttori interni (le poche produzioni del Sud crollano) fino al 1878 quando il libero scambio venne limitato da una tariffa con l’intento di proteggere i produttori interni; bilancio statale con pesante deficit (1861-1866) a causa delle molte spese e per coprire questo deficit lo stato ricorre al debito (emissione di cartelle del debito pubblico).

Nel 1861 il debito ammontò a 3000 milioni e l’82% di esso era consolidato (non rimborsabile). Per questo l’Italia cercò credibilità sui mercati finanziari europei dando credibilità ai debiti degli stati pre-unitari e ciò diede garanzia ai finanziatori esteri. Questo portò nel 1866 ad un debito di 6000 milioni ma il 31% di esso era collocato all’estero.

3a guerra d’indipendenza

Nel 1866 ci fu la 3a guerra d’indipendenza che portò ad un comportamento di tipo speculativo tra le borse Italiane (Milano, Genova..) e quelle francesi. Per questo crollò la credibilità del paese che implicò un costante deflusso di oro e argento (in particolare le cartelle potevano essere rimborsate non in moneta cartacea ma in oro e argento). La risposta fu l’adozione di un provvedimento detto “Corso Forzoso” ovvero che viene bloccata la convertibilità della moneta in oro e argento e questo portò: al blocco della speculazione, all’aumento della circolazione monetaria attenuò il liberismo in quanto gli altri paesi preferirono commerciale con paesi dove vi era il gold standard. Inoltre ci fu un inasprimento del prelievo fiscale che portò ad un calo del reddito e ad un conseguente calo della domanda.

Politica monetaria

Nel 1862 si decise di adottare la base francese ovvero un sistema bimetallico (oro e argento) anziché il sistema aureo inglese per via degli accordi che vi erano con la Francia. Inoltre vi era una pluralità di istituti di emissione (zecche) ovvero: la banca nazionale del Regno di Sardegna, la banca nazionale toscana, la banca toscana di credito, la banca romana, il banco di Napoli e il banco di Sicilia. Tra queste banche quella del Regno di Sardegna ha più importanza e divenne la banca nazionale del regno a partire dal 1866 con le seguenti funzioni: sostenere lo Stato con dei finanziamenti quando inizia il corso forzoso. Nel 1875 viene raggiunto il pareggio di bilancio con il prelievo fiscale ordinario e il prelievo detto “Tassa del Macinato” dal 1868 che era un prelievo sul bene di sopravvivenza della popolazione.

Fase del superamento dell’equilibrio agricolo-commerciale

Con il potenziamento delle manifatture si arrivò tra il 1878 e il 1887 alla fase del superamento dell’equilibrio agricolo-commerciale. Nell’industria ci fu una crescita delle produzioni industriali sia di cotone che di nuovi settori come quello estrattivo, siderurgico e meccanico. Nell’agricoltura ci fu una depressione dei prezzi e dei prodotti di beni agricoli mentre invece i prodotti di qualità come gli agrumi e il vino dal Sud e la seta dal Nord non subirono alcuna depressione. Nel commercio aumentarono le importazioni di prodotti che mancavano (materie prime) e le esportazioni di prodotti di qualità agricoli raggiungendo un equilibrio tra import e export. Per quanto riguarda la moneta, mantenne una buona stabilità.

Grande depressione & protezionismo

La fase successiva fu caratterizzata dalla grande depressione e dal ritorno al protezionismo che portò conseguenze in tutti i settori. Nell’agricoltura tra il 1877 e il 1884 ci fu l’Inchiesta Jacini basata su un problema: cercare di capire quali erano le esigenze legate alla terra e all’agricoltura ma da questa ricerca non seguirono politiche adeguate. Nell’industria vi erano delle criticità perché il protezionismo adottato dai paesi per via della grande depressione aveva messo in difficoltà le esportazioni Italiane. Il sistema monetario aveva perso la propria stabilità perché vi erano delle difficoltà nella gestione dei finanziamenti a causa del sistema bancario inadeguato, per questo lo Stato autorizzò le zecche ad emettere più moneta ma ciò portò ad un comportamento di tipo speculativo.

Le risposte alla Grande Depressione furono: l’applicazione di una tariffa doganale protezionista elevata (1887) e il blocco dei rapporti con l’Italia da parte dei francesi (guerra doganale, 1888). Gli effetti sociali della guerra doganale si fecero sentire maggiormente al Sud dove si erano diffusi i contratti di miglioria ovvero contratti che obbligavano a migliorare la produzione. Molti contadini che si indebitarono misero da parte delle colture che venivano esportate in Francia ma con la guerra doganale questi contadini non hanno più da vivere e ricorrono all’emigrazione transoceanica permanente. L’emigrazione ebbe come conseguenza la perdita di forza lavoro ma in compenso vi erano le rimesse degli emigranti che mantennero le famiglie e quindi vi era un ritorno di moneta in Italia.

Gli effetti della Grande Depressione furono: il settore edilizio fu soggetto al comportamento di tipo speculativo che coinvolse anche le banche che cominciarono a finanziare comportamenti speculativi sul mercato edilizio, crisi delle banche per i fallimenti edili (es. la banca romana per avere più soldi stampa duplicati di monete già stampate e questo fu uno scandalo che coinvolse anche il governo). Si era quindi diffusa una crisi bancaria e vi era la necessità di mettere mano al sistema bancario. Nel 1893 la Banca del Regno assieme alle 2 banche toscane formarono la banca d’Italia.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

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