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Sunto di storia economica

Capitolo V – Grande guerra e primo dopoguerra

Quando il 28 luglio 1914 l’Austria dichiarò guerra alla Serbia, in pochi giorni il conflitto dilagò in quasi tutta Europa. L’Italia assunse una posizione di neutralità; a fronte dell’ampio schieramento neutralista, si fecero sempre più aggressivi gli interventisti. La previsione di rilanciare l’economia smerciando prodotti industriali alle nazioni di guerra si rivelò ben presto infondata: gli scambi erano diventati meno sicuri e più costosi, per le difficoltà incontrate dai mezzi di trasporto, la limitata esportabilità delle materie prime di interesse strategico, l’aumento dei prezzi in relazione all’accresciuta domanda.

Il nostro Paese si presentò all’appuntamento con la grande guerra con un potenziale industriale relativamente modesto, malgrado i notevoli passi avanti compiuti in età giolittiana; permaneva un carattere marcatamente dualistico dello sviluppo, con un’area nord-occidentale sviluppata e un’area meridionale che continuava a versare in condizioni di arretratezza. Per conservare in equilibrio la bilancia dei pagamenti, l’Italia aveva dovuto fare affidamento sulle rimesse degli emigranti e sulla valuta turistica.

Il governo, per fronteggiare l’incertezza e il panico suscitati dallo scoppio della guerra, sospese anzitutto la convertibilità della lira per tutelare le riserve auree detenute dagli istituti di emissione. L’abbandono del gold standard (sistema monetario nel quale la base monetaria è data da una quantità fissa di oro) fu deliberato da pressoché tutti i Paesi, fuorché dagli Stati Uniti, segnando il passaggio da un sistema monetario internazionale di cambi fissi a uno di cambi fluttuanti.

In tutti i Paesi belligeranti l’economia venne sottoposta a un sempre più diretto controllo dello Stato, che procedette a una radicale riorganizzazione del sistema produttivo, fissando prezzi e salari. Questa politica economica interventista si prolungherà poi anche oltre il periodo bellico. La più rilevante fonte di finanziamento della guerra fu l’indebitamento pubblico, e l’emissione di moneta a corso forzoso e l’imposizione tributaria coprirono la parte rimanente, ovvero un terzo circa delle risorse necessarie.

L’Italia attuò una politica di finanziamento molto simile a quella messa in atto in Germania più che quella perseguita in Gran Bretagna, l’unico Paese a utilizzare in via prioritaria lo strumento fiscale. L’indebitamento, sia interno che estero, arrivò a coprire i due terzi circa delle risorse necessarie a finanziare la guerra. Tra la fine del 1914 e la fine del 1917 furono emessi cinque prestiti nazionali e si ricorse largamente anche all’indebitamento estero: all’iniziale linea di credito aperta dalla Gran Bretagna si affiancò poi quella degli Stati Uniti.

Il debito contratto all’estero permise all’Italia di finanziare le importazioni di materie prime e derrate alimentari. In Italia la circolazione cartacea quadruplicò durante la guerra, e questo sommato all’accresciuta domanda di beni di consumo a fronte della diminuita produzione e i più elevati costi dei trasporti marittimi fecero aumentare vistosamente i prezzi. La lira perse potere d’acquisto e si svalutò su tutte le piazze straniere.

Gli effetti dell’economia di guerra si manifestarono in Italia già durante i mesi di neutralità, con la rarefazione di numerose merci e le difficoltà di approvvigionamento di carbone e derrate alimentari: da un lato si cercò di accrescere la produzione nazionale e dall’altro di ridurre il dazio di importazione sul grano, importando cereali soprattutto dagli Stati Uniti e dal Canada. Malgrado i provvedimenti presi, tra i quali la mobilitazione agraria del 1918, la produzione agricola subì una diminuzione complessiva, per la riduzione delle aree coltivate e il calo delle rese di diversi prodotti, imputabili sia al forzato spopolamento delle campagne in seguito alla leva di massa, sia alla diminuita disponibilità di fertilizzanti e di forza motrice animale.

Con la mobilitazione industriale si enfatizzò il nuovo dominante ruolo economico assunto dallo Stato; ideatore e organizzatore della mobilitazione industriale fu il generale Dallolio, che aveva il compito di fissare e far rispettare le scadenze delle forniture militari, requisire le risorse ritenute necessarie per equipaggiare l’esercito e la marina, attivare nuovi impianti in grado di affiancare le imprese private nella produzione bellica. Le imprese dichiarate ausiliarie venivano controllate dai Comitati regionali per la mobilitazione industriale, che ripartivano le commesse e vigilavano sulla disciplina degli operai.

Lo Stato, direttamente o indirettamente, divenne il principale datore di lavoro; le commesse statali rilanciarono il settore industriale e consentirono agli imprenditori di realizzare rilevanti profitti. I maggiori vantaggi furono ottenuti dalle imprese già di notevoli dimensioni alla vigilia del conflitto, sia perché meglio attrezzate sul piano tecnologico e organizzativo, sia perché più capaci di esercitare pressioni sugli organi governativi e di accaparrarsi quindi buona parte delle commesse.

Straordinari progressi fecero registrare i comparti siderurgico, meccanico, chimico ed elettrico. Nel settore siderurgico si distinsero l’Ilva e la Terni, ma il colosso che conobbe l’espansione più tumultuosa fu l’Ansaldo, che diede vita a un sistema verticale articolato nei tre poli siderurgico, meccanico e marittimo. Nel comparto meccanico notevole fu l’espansione della Fiat, che nel periodo bellico produsse automezzi, motori per aerei e marini, armi e munizioni. Si affermò inoltre un ramo produttivo pressoché inesistente nell’anteguerra, l’industria aeronautica, nell’ambito della quale si distinse la società Caproni. Decollò pure l’industria chimica, il cui perno fu la Montecatini. Strategico poi si rivelò il comparto elettrico che incrementò soprattutto l’energia idroelettrica, date le difficoltà di importazione del carbon fossile. Il rafforzamento dell’industria, verificatosi prevalentemente nel triangolo industriale, implicò un ulteriore allargamento del divario Nord-Sud.

Quanto al sistema bancario, negli anni di guerra esso fece registrare una crescita dell’attivo degli istituti di emissione, connessa all’aumentata circolazione cartacea, e un’espansione delle banche di credito ordinario, le principali finanziatrici della produzione bellica. Fra esse vi erano le quattro grandi banche miste: la Bis si legò strettamente all’Ansaldo, cui erogava crediti illimitati; la Fiat invece tentò di scalare il Credit.

Alla fine della guerra c’era la volontà di far pagare ai vinti, ma di fatto alla Germania, sotto forma di riparazioni i costi della guerra, secondo la logica della “responsabilità della guerra” ideata proprio dalla Germania. Fu istituita una Commissione per le riparazioni che nel 1921 costrinse i negoziatori tedeschi ad accettare l’onerosissimo conto dei risarcimenti, fissato in 132 miliardi di marchi-oro. Già nel 1922 la Germania non fu più in grado di ricavare il surplus sufficiente a versare le rate annuali delle riparazioni, e per risposta le truppe francesi e belghe invasero il bacino minerario della Ruhr: la situazione precipitò e il tracollo del marco fu inevitabile.

La dipendenza economica e finanziaria dagli Stati Uniti spostò in termini irreversibili il baricentro della supremazia economica mondiale oltre oceano, ridimensionando il ruolo di Gran Bretagna e Francia. Gli Stati Uniti risultarono i maggiori beneficiari della guerra in quanto divennero creditori di ingenti somme. Al termine della guerra Gran Bretagna, Francia e Italia si trovarono indebitate con gli Stati Uniti per diversi milioni di dollari; nel contempo Francia e Italia dovevano rimborsare alla Gran Bretagna non pochi crediti, con cui quest’ultima poteva più che compensare i debiti contratti con gli americani.

Gli Stati Uniti avversavano la relazione tra debiti di guerra e riparazioni: temevano di rimanere gravati di crediti inesigibili, data la maggiore probabilità della Germania, rispetto agli alleati europei, di venir meno alle sue obbligazioni. A tali problemi si aggiunse la profonda alterazione risultante alla fine della guerra nei rapporti di scambio: dal 1918 era stato compromesso il commercio dei porti del Baltico, importanti centri di smistamento delle merci russe (legname, grano, fibre tessili) con l’occidente europeo, che a sua volta riforniva di manufatti l’Impero zarista. Si andò generalizzando la tendenza a proteggere, con barriere tariffarie, le industrie nazionali prosperate durante la guerra e si accentuò l’autosufficienza economica attraverso la sostituzione di prodotti tradizionalmente importati con produzioni proprie.

In Italia le importazioni dagli Stati Uniti rappresentavano nell’immediato dopoguerra il 40% del valore totale delle importazioni italiane; inoltre il sistema economico italiano appariva strutturalmente più debole rispetto a quello di altri Paesi, come Francia e Gran Bretagna, che potevano contare su notevoli riserve auree, su maggiori disponibilità di materie prime e fonti energetiche, su una buona consistenza della flotta mercantile e su un più efficiente sistema fiscale.

Il rientro di tanti braccianti reduci dalla guerra determinò un massiccio esubero di forza lavoro, tanto che il settore industriale, alle prese con la riconversione, licenziava parte dei lavoratori assunti nel corso della guerra. L’inflazione continuò a crescere fino al 1920 ed era dovuta non più alla scarsità dei prodotti, ma all’abnorme incremento della massa monetaria. Le tensioni inflazionistiche venivano alimentate principalmente da un fabbisogno finanziario dello Stato che continuava a espandersi; il crescente volume della spesa pubblica era imputabile anzitutto al livello ancora elevato delle spese straordinarie di guerra, poi alle pensioni erogate a mutilati e invalidi, ai risarcimenti corrisposti alle popolazioni danneggiate dalla guerra, alla ricostruzione delle terre liberate. Nell’aumento della spesa pubblica influì parecchio anche il mantenimento del prezzo politico del pane.

Nel frattempo i rapporti con gli ex alleati si erano andati raffreddando per le non condivise rivendicazioni adriatiche avanzate dall’Italia alla conferenza di Parigi. Si correva il rischio di non ottenere altri prestiti americani e si attendeva inoltre che venisse definito l’ammontare delle riparazioni spettanti all’Italia, la quale chiese di ridurre l’entità dei debiti di guerra da rimborsare. Il disavanzo di bilancio diminuì negli esercizi finanziari successivi a quello del 1918-19, in primo luogo grazie all’introduzione di imposte straordinarie, come quella sul patrimonio varata dal governo Nitti. Contribuì al riequilibrio del bilancio anche l’opera di risanamento del governo Giolitti, in particolare l’abolizione del prezzo politico del pane.

L’accelerato processo di industrializzazione verificatosi durante la guerra aveva assunto un carattere squilibrato, privilegiando alcuni comparti produttivi a scapito di altri e ubicandosi quasi esclusivamente nell’area nord-occidentale della penisola. Fu quindi inevitabile l’esplodere, nella seconda metà del 1920, di una vera e propria crisi da riconversione industriale, che coinvolse principalmente i grandi gruppi siderurgici e meccanici (Ansaldo, Ilva, Terni), i quali dilatarono le richieste di sovvenzioni per espandersi.

Fra i loro tentativi di scalare le banche miste proprio per garantirsi fonti illimitate di finanziamento e perseguire un’ambiziosa strategia espansiva, si ha quello con cui l’Ansaldo, che già controllava la Bis, tentò di impadronirsi della Comit; nel frattempo la Fiat tentò la scalata al Credit. Le due banche miste riuscirono però a salvaguardare la propria autonomia, mentre la Bis, eccessivamente espostasi nel finanziamento dell’Ansaldo, rimase travolta dal crollo dell’impero siderurgico; fu messa in liquidazione nel 1921, dopo un tentativo di salvataggio effettuato da un consorzio comprendente le altre tre banche miste e la Banca d’Italia.

Nel 1921 Comit e Credit riuscirono a imporre all’Ilva, altro colosso paralizzato da una situazione di dissesto finanziario, l’allontanamento dei vecchi amministratori e un drastico ridimensionamento. A sua volta l’Ansaldo fu sottoposta a una globale risistemazione: il gruppo venne smembrato e nel 1922 si ricostituì la nuova Ansaldo, che conservava le officine meccaniche mentre gli altri comparti (minerario, siderurgico, marittimo, elettrico) andarono a formare società separate, controllate dallo Stato attraverso partecipazioni.

Tale riassetto fu reso possibile grazie al Csvi (Consorzio per le sovvenzioni su valori industriali): pensato come braccio operativo della Banca d’Italia per il finanziamento di banche e industrie in difficoltà, potenziò notevolmente i suoi interventi nel dopoguerra. Il protrarsi della crisi bancaria e della riconversione industriale indusse a dar vita nel 1922 a una speciale Sezione autonoma del Csvi, la quale liberò il Consorzio dal peso degli smobilizzi legati alle operazioni di salvataggio della Banca d’Italia, consentendogli così di esercitare il credito industriale. Già dal 1919 il Csvi era stato affiancato, nell’attività creditizia alle industrie, dal Crediop (Consorzio di credito per le opere pubbliche). Questi istituti fondati da Beneduce avrebbero dovuto sottrarre ai privati facili fonti di guadagno nel finanziamento delle grandi opere pubbliche.

Tra il 1921 e il ’22 il Banco di Roma risultò gravato per essersi eccessivamente esposto in investimenti per bonifiche agrarie e in larghi crediti a industrie in crisi. Dopo aver fatto ricorso alla Banca d’Italia, indebitandosi pesantemente con essa, si trovò sull’orlo del dissesto; non si poteva permettere tuttavia la caduta di un’altra banca mista, poiché si sarebbe generata una profonda sfiducia nell’intero sistema bancario italiano. Pertanto nel 1922 il governo Mussolini impose alla Banca d’Italia di portare a compimento il salvataggio del Banco di Roma, con l’obiettivo di raccogliere consensi nel mondo cattolico e quindi, indirettamente, presso la Santa Sede.

Se alla fine dell’età giolittiana vigeva un sostanziale equilibrio di potere tra banca e industria, durante la guerra il rapporto si era squilibrato a favore della grande industria e nel dopoguerra, viceversa, a favore delle banche sopravvissute alla crisi di riconversione industriale, in primis Comit e Credit. Le banche, in sostanza, erano legate a filo doppio alle sorti delle industrie del loro gruppo, in quanto proprietarie delle imprese finanziate, che a loro volta controllavano la banca finanziatrice.

Finita la guerra, a seguito della smobilitazione dell’esercito, erano stati immessi quasi tre milioni di uomini sul mercato del lavoro, non certo pronto ad assorbire una tale onda d’urto. Negli anni 1919-20, chiamati il “biennio rosso”, si verificò un’impennata di scioperi e agitazioni, determinata dalla maggiore consapevolezza dei propri diritti da parte dei lavoratori, dall’aggravarsi della disoccupazione, dall’inflazione galoppante e dalla volontà di riequilibrare le vistose sperequazioni apportate dalla guerra nella distribuzione del reddito. Nelle campagne le tensioni sociali sfociarono nell’occupazione delle terre e nelle lotte agrarie, in cui si distinsero le leghe rosse, che miravano soprattutto a combattere la disoccupazione bracciantile, propugnando le affittanze collettive e l’“imponibile di manodopera”, vale a dire l’obbligo di assunzione da parte dei proprietari terrieri di un determinato numero di salariati in proporzione alla superficie coltivata, e le leghe bianche, che miravano invece a creare imprese agricole gestite dai “consigli di cascina”, il che implicava l’assunzione diretta di responsabilità imprenditoriali da parte dei coltivatori e la loro compartecipazione ai profitti.

Capitolo VI – Economia e politica economica in età fascista

Giunto alla guida del governo, Mussolini nominò ministro delle Finanze De Stefani, attraverso il quale intendeva attuare un programma di “restaurazione economica” di stampo liberistico. In realtà quello di De Stefani non fu un “liberismo genuino” bensì una forma di “neoliberismo autoritario”.

  • Colmare il disavanzo del bilancio pubblico che nel 1922 si attestava ancora a un terzo della spesa.
  • Perseguire un indirizzo economico “produttivistico” che assicurasse un più largo spazio all’imprenditorialità privata e fosse trainato dalle esportazioni.
  • Rendere disponibile una quota maggiore del risparmio nazionale per gli investimenti privati, quale unica praticabile alternativa per accrescere produzione e produttività delle imprese, e poter creare così nuova occupazione.

L’azione di De Stefani volta a risanare la finanza pubblica ebbe indubbiamente successo, consentendogli di raggiungere il pareggio del bilancio statale nell’esercizio 1924-25. De Stefani abolì le imposte sui sovraprofitti di guerra e attenuò l’imposta sul patrimonio.

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Scienze economiche e statistiche SECS-P/12 Storia economica

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