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Il patto iniquo

Capitolo primo: La tirannia delle passioni

La Repubblica (390-360 a.C.) di Platone (428-347 a.C.) tratta della tesi sulla degenerazione della democrazia. Le forze liberate dalla democrazia possono originare un tipo particolare di servitù politica: un dispotismo che inizialmente è fondato sul consenso dei cittadini, incarnato poi dalla figura di un protettore del popolo.

Platone istituisce una relazione tra la libertà dei popoli democratici e la servitù. Questa relazione può essere ricondotta a tre momenti principali:

  • L’individuazione della libertà come principio fondante della coesistenza democratica.
  • La presa d’atto di un rapporto privilegiato tra la libertà dei democratici e le passioni umane.
  • L’idea secondo la quale la forza attrattiva esercitata dalle passioni sull’uomo democratico è tale da condurlo ad abdicare volontariamente dall’esercizio della libertà politica, con l’affidamento di sé a un protettore.

La servitù generata dalla democrazia è figlia di una libertà che non vuole rinunciare alle passioni e alla libertà, all’appagamento dei piaceri. Libertà e servitù non appartengono necessariamente a campi opposti, perché la servitù può nascere sì dall’esterno (potere che si impone con la forza), ma si presenta anche come un prodotto interno della libertà.

Analisi della libertà democratica

Per ricostruire la diagnosi funesta che Platone compie nel VIII libro della Repubblica, il primo elemento da mettere a fuoco è la qualificazione della libertà, il bene perseguito dalla democrazia. L’analisi della libertà democratica e la sua condanna procedono in Platone di pari passo. Usa i termini “libertà” e “licenza”, come interscambiabili. Libertà e licenza non sono due stadi diversi del medesimo fenomeno, ma sono due modi distinti di considerare la stessa realtà.

Nelle democrazie non c’è alcuna transizione da una buona a una cattiva libertà. La libertà democratica è sempre licenziosa ed è un male che libera gli istinti appetivi dell’uomo. Libertà è il nome del fenomeno osservato mentre licenza è l’aspro giudizio di condanna che Platone formula su di esso. Più è estesa la libertà, tanto maggiore sarà la licenza, l’anarchia e il disordine.

L’oggetto dell’attenzione di Platone è la pretesa dell’uomo democratico di parlare, agire e organizzare la propria vita senza vincoli o costrizioni provenienti dall’esterno: dalla società o dalle leggi.

Libertà positiva e negativa

La polemica di Platone contro la libertà dei democratici contiene un secondo argomento. La democrazia costituisce l’anticamera della servitù. Il secondo argomento ha come bersaglio la libertà positiva, ovvero l’autonomia del soggetto. Secondo lui la libertà negativa (fare ciò che si vuole) ha in democrazia una natura tale da cancellare nell’individuo ogni possibilità di autogoverno.

Paragona l’uomo democratico a un battello ebbro. Tale soggetto non è autonomo perché manca di un baricentro sia interno che esterno. L’autonomia dell’uomo democratico è doppiamente illusoria. L’uomo è incapace di governare se stesso ma è anche incapace di contribuire al governo della collettività. La democrazia crede di poter conciliare la libertà individuale con un qualche tipo di potere ma questa aspettativa è ingannevole. In democrazia, anarchia dell’anima e anarchia politica sono due facce della stessa medaglia.

La libertà offerta a ciascuno di agire senza impedimento è in democrazia una triste realtà, mentre la libertà come autonomia è una pia illusione. La democrazia è una fiera di costituzioni per Platone.

Critica platonica e ragioni per tenerne conto

Ci sono buone ragioni per non relegare gli argomenti platonici. Una prima ragione è che teorie e concezioni del mondo organicistiche e perfino olistiche (il tutto viene prima delle parti e il bene collettivo prima del bene individuale) non hanno mai smesso di accompagnare il pensiero politico moderno, riaffiorando nelle loro versioni idealistiche (Hegel) e in quelle comunistiche e comunitarie (Marx), nella patristica e nella dottrina sociale della Chiesa.

Una seconda ragione per conservare memoria della critica platonica è il fatto che l’opposizione a una libertà individuale incapace di riconoscere i suoi limiti è divenuta oggi la bandiera dietro la quale si raccolgono schiere sempre più composite di detrattori della libertà dei moderni. Prendere sul serio l’estremismo della tesi platonica è un modo per dialogare con teorie e prospettive avverse alla matrice individualistica della democrazia moderna.

Un’ultima ragione per riprendere la critica platonica della libertà democratica risiede nel fatto che essa introduce nel nostro discorso due interrogativi. Se i limiti esterni al soggetto (leggi) sono insufficienti a trattenerlo dall’abusare della sua libertà, come potranno le democrazie contenere gli effetti antisociali della libertà? Siamo disposti ad affermare come Platone che dove non c’è padronanza di sé del soggetto, dove non c’è volontà autonoma, la democrazia è perduta?

Concezione dell’anima umana in Platone

La libertà dell’uomo democratico è analizzata come espressione compiuta di un primato dell’anima appetitiva, mossa alla soddisfazione del desiderio. Platone presenta una concezione dell’anima umana caratterizzata dalla separazione e dall’ordinamento gerarchico di tre parti o principi:

  • L’anima razionale, rivolta al sapere e alla conoscenza;
  • L’anima irascibile, mossa da impeti violenti, quali l’ira, odio, vendetta;
  • L’anima appetitiva spinta dal desiderio alla soddisfazione dei piaceri.

Lo stato originario dell’uomo è la separazione delle tre parti cioè un’assenza di relazioni che spinge il soggetto in direzioni contrastanti, vanificando ogni possibile padronanza di sé. Per Platone è temibile il principio appetitivo o desiderante dell’uomo.

Educazione e disciplina dell’anima

Se l’ira e l’odio sono limitati nei loro oggetti, il desiderio umano invece è vasto e potenzialmente tirannico. L’anima desiderante è concepita come la parte più bassa e animale della natura umana e assimilata a una di quelle bestie mitologiche a molte teste. Compito dell’educazione e della filosofia politica è un disciplinamento dell’anima appetitiva e una pacificazione tra le forze che muovono l’anima che può essere prodotta solo da una loro forzosa collocazione in ordine gerarchico.

La soluzione è la direzione e l’assoluto dominio della ragione sulla parte desiderante. Solo l’uomo che affida la guida di sé alla ragione come se essa fosse un guardiano diventa signore di se stesso. Fuori dal dominio della ragione sulle passioni non c’è libertà ma solo schiavitù.

Il modello ideale di società in Platone

Nella Repubblica Platone descrive un modello ideale di una società divisa in classi separate (filosofi, guerrieri, e lavoratori) e governata dai sapienti. Tra l’animo umano e lo Stato sussiste un rapporto speculare. Lo Stato è immaginato come un essere umano in grande. La natura ha distribuito i tre fattori costitutivi dell’anima in modo diseguale tra gli uomini, potenziando in alcuni (filosofi) l’attitudine razionale, in altri (guerrieri) la componente irascibile, in altri ancora (i sudditi) la spinta degli appetiti materiali.

Ne discende che ciascun individuo deve svolgere una sola attività nell’organismo statale. Il lavoro operaio e l’arte manuale sono espressioni sociali delle passioni umane. Nascono e fioriscono per soddisfare beni materiali e piaceri del corpo. Quindi per Platone comportano ignominia e devono essere sottoposti alla direzione dei sapienti. La democrazia così non può che apparire come una forma di governo innaturale e sovversiva.

Critica alla libertà democratica

Perché conferisce potere a tutti e affida il potere direttivo sulla polis a un soggetto, il demos la cui anima è dominata dal primato della passione. Quindi la libertà che viene lodata dallo stato democratico si rivela una libertà che vuol solo perseguire la soddisfazione dei piaceri. Nel VIII libro della Repubblica emerge il ruolo svolto in democrazia dal “principio del piacere”, dove Platone abbandona il ciclo ideale del governo dei sapienti per svolgere una ricerca sul tipo umano corrispondente a ciascuna delle forme di governo, tutte degenerate che hanno esistenza effettuale nel ciclo storico.

Platone da forma a una filosofia della storia che vede ogni forma di organizzazione del potere rovinare in poco tempo in una ancora peggiore: dalla timocrazia, all’oligarchia, alla democrazia, alla tirannide. L’antropologia politica di Platone colloca l’uomo democratico in uno stadio intermedio tra la presenza e l’assenza di un principio ordinatore: tra la parsimonia, che ancora aveva consentito all’uomo oligarchico di tenere a freno le sue passioni e l’incapacità di astenersi da alimento alcuno che sarà propria del tiranno.

La transizione storica dell'uomo democratico

L’uomo democratico è quindi il soggetto di una transizione qualitativa nella storia dell’umanità che istituisce una frontiera tra il prima e il dopo. La democrazia costituisce un punto di non ritorno e l’inizio di questa vicenda è rinvenuto in un’aspirazione alla libertà quasi del tutto coincidente con la liberazione degli istinti appetitivi. Platone analizza il ruolo svolto dall’irresistibile richiamo delle passioni nella formazione del giovane democratico.

Questo è descritto come il figlio di un padre parsimonioso e lavoratore, l’uomo oligarchico, che degli appetiti ha soddisfatto solo i necessari, per poter accumulare ricchezze senza preoccuparsi però dell’educazione del figlio. Cresciuto nella disponibilità dei beni materiali del padre, il giovane democratico è totalmente senza cultura, nobili studi e veri discorsi ed è ben disposto a seguire discorsi e opinioni false dei ciarlatani.

Elementi della democrazia e condizioni materiali

A differenza della maggior parte delle successive interpretazioni genealogiche della democrazia la forma di governo democratica sorge qui da un conflitto che non ha come posta in palio il potere politico ma la libertà di disporre liberamente di sé. Il governo del popolo non nasce in un contesto di scarsità di risorse economiche, bensì in un quadro sociale nel quale l’appagamento del desiderio ha molte fonti alle quali alimentarsi.

Entrambi questi elementi avvicinano la narrazione platonica ai valori delle società liberali e alle condizioni materiali delle società dei consumi, rendendo più agevole la possibilità di identificazione del lettore contemporaneo nella parabola di perdizione alla quale Platone condanna il giovane democratico. La sua ribellione al padre oligarchico presenta forme e motivazioni ai quali è difficile non riconoscere uno statuto di legittimità sulla base di ciò che siamo grazie alle libertà dischiuse dalla democrazia.

Ruolo della tentazione e degenerazione sociale

Platone non riesce a credere che la liberazione dei desideri possa compiersi in forma spontanea nel giovane democratico che si accinge a scoprire in sé il disgusto della libertà. Egli sente il bisogno di offrire un ruolo all’azione tentatrice di un soggetto esterno che sottrae il giovane agli avvenimenti e ai richiami all’ordine dei genitori. Questa forza esterna, immagine della degenerazione sociale e morale, è costituita dalla classe degli oziosi e spendaccioni, composta da soggetti rivolti al parassitismo e alla dissipazione.

L’esposizione del giovane democratico alla tentazione della libertà ha inizio nella sua apertura al piacere che condurrà appetiti di ogni sorta a conquistare l’acropoli dell’anima sua. Nel soggetto liberato da ogni principio di autorità, la libertà di desiderare annienta alla radice la possibilità di organizzare da sé il proprio modo di vita. Liberi di seguire il desiderio, i soggetti ne diventeranno vittime.

Incapacità di distinguere i beni

Il giovane democratico è incapace di distinguere i beni necessari dai beni superflui. Nella genealogia della libertà democratica Platone vede un’incontinenza radicale sulla quale si basa la diagnosi funesta di una degenerazione della libertà in servitù: servitù morale, frutto delle passioni, prima, e servitù politica, prodotto compiuto dell’anarchia, subito dopo. L’uomo democratico è quel soggetto che affida il governo di sé a quel piacere che di volta in volta si presenti, come se fosse la sorte a decidere, finché se ne sente sazio, e poi a un altro, senza spregiarne alcuno ma nutrendoli tutti ugualmente.

L’incapacità di governare il principio del piacere è assoluta e nessuna possibilità di conduzione di sé residua in una volontà piegata alla soddisfazione esclusiva, necessitata, compulsiva del piacere immediato.

Giudizio di Aristotele sul principio del piacere

Nell’Etica Nicomachea, Aristotele esprime un giudizio più articolato e complesso sul principio del piacere, riconoscendo che le attività che procurano felicità sono svolte in modo migliore di quelle sgradevoli e che chi agisce con piacere giudica meglio e compie con più precisione ciascuna cosa. Quindi per Aristotele il dominio di sé può nascere non solo da un comando della ragione alla parte desiderante, ma possa originare anche dall’educazione degli affetti, sì da dirigerli verso un fine, anzi verso il miglior fine: il bene che può condurre alla felicità.

Aristotele dedica un capitolo della sua opera all’akrasìa, ovvero alla debolezza morale prodotta dalle passioni. Egli distingue due forme diverse di cedimento alle passioni, l’intemperanza e l’incontinenza, con questa distinzione: l’intemperante si muove con proposito pensando di dover sempre perseguire il piacere, l’incontinente invece non pensa che si debba farlo ma lo persegue.

La condizione dell’incontinente è complessa, perché pur riconoscendo il valore di ciò che la ragione gli imporrebbe di fare è incapace di sottrarsi al richiamo delle passioni. Nell’intemperanza la voce della ragione ha cessato di farsi sentire, nell’incontinente è divenuta flebile. L’intemperanza è un male maggiore dell’incontinenza: la prima è un vizio, la seconda non lo è.

La degenerazione morale dell’uomo democratico descritta da Platone corrisponde a ciò che Aristotele chiama intemperanza. La decisione di seguire tutti i piaceri condanna in Platone l’uomo democratico alla condizione di un eterno presente: a una vorticosa successione di stimoli differenti e contradditori nella quale è preclusa ogni possibilità di governo dei desideri e con essa la possibilità del soggetto di perseguire dei fini.

Tirannia del presente e autonomia morale

Una tirannia del presente che abbia questi caratteri segna lo scacco dell’autonomia morale e di quella politica. Incapace di obbedire a qualunque norma, l’uomo democratico dimentica il passato, non conosce alcuna aspirazione per il futuro, ma vive qui e ora.

Nella Repubblica il pessimismo assume un carattere terroristico, fondato su assunti che una concezione democratica della libertà non può fare propria senza incappare in contraddizioni.

Conoscenza e educazione in Platone

Per Platone l’uomo democratico non può avere accesso alla conoscenza. Come apprendiamo nel mito della caverna, soltanto il processo di educazione alla Ragione dei sapienti può difendere gli uomini dalle false opinioni. L’uomo democratico è descritto come privo di educazione e indifferente alla seduzione del sapere. La deprivazione cognitiva non è mediata da alcun tipo di intelligenza delle emozioni.

L’uomo libero non è educato a desiderare e l’esperienza del piacere non ha nulla da insegnargli. Il piacere è destinato a travolgere la sua anima e a fare di lui una vittima sacrificale sull’altare della Ragione. Nel soggetto liberato della democrazia non può esservi alcun tipo di relazione tra ragione e passioni.

Condanna platonica della libertà individuale

La condanna platonica della libertà individuale come possibile fondamento della coesistenza politica costituisce uno dei principali modelli per la critica antidemocratica di matrice organicistica e tradizionalistica. La diagnosi funesta di Platone ci ricorda che la libertà di fare ciò che si vuole è un progetto ricco di fascino per l’individuo che abbia deciso di voltare le spalle al principio di autorità.

Nella ribellione del giovane democratico al padre oligarchico è difficile non vedere in atto il potenziale di seduzione esercitato su uomini e donne di ogni tempo da un’aspettativa di liberazione morale e politica. L’uomo democratico desidera fare ciò che vuole. C’è la richiesta di tipo negativo che una legge si astenga dall’impartirci degli ordini ma anche l’aspettativa positiva di essere il principio delle nostre azioni: di definire autonomamente i nostri fini e mezzi migliori per perseguirli.

Rapporto tra libertà negativa e positiva

La democrazia non può fare a meno di istituire un rapporto tra libertà negativa e libertà positiva: tra libertà di agire senza interferenze e una qualche capacità di assumere decisioni autonome per sé e per la collettività. La democrazia richiede dunque una qualche capacità di autonomia, ma quale?

La risposta offerta da Platone, dell’autonomia come assoluto dominio di sé e come piena padronanza della ragione sulle passioni, ne occulta una seconda. Questa seconda possibilità, che Platone lascia solo intravedere, riconosce alle passioni un ruolo attivo nella formazione della coscienza del soggetto di libertà e individua nell’autonomia non una condizione raggiunta ma una condizione da raggiungere. L’autonomia cessa di essere l’atto tirannico di una volontà trasparente.

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Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Valeder di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Sassari o del prof Magrin Gabriele.
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