Sunto Storia della Regia, prof. Longhi
Libro consigliato:
Il teatro dei registi
Scopritori di Enigmi e Poeti della Scena
Roberto Alonge
L’arte della fabbrica
La regia è, secondo il pensiero di Alonge, l'arte della fabbrica e sorge nel punto esatto in cui si impone
e fiorisce la fabbrica capitalista. L'avvento della regia esprimerebbe le forme e la struttura della società
borghese.
Il teatro del regista sta al teatro dell'attore come la fabbrica sta alla bottega del mestiere.
La rivoluzione industriale caratterizzò il salto da un lavoro artigianale, basato sulle qualità individuali del
singolo, ad un lavoro collettivo di tipo industriale. Processo che si può ricollegare al lavoro che porta
alla nascita della regia.
In questi anni, infatti, il regista viene visto come colui che ha il potere di creare uno spettacolo che
possa essere ripetuto ogni sera, sempre identico a se stesso per una questione di vendita dello
spettacolo. A questo punto l’attore viene visto come rotella di ingranaggio.
Ci sono molte opinioni sugli anni della nascita della regia, alcuni studiosi sostengono che la
regia è nata nel 1870 con il gruppo dei Meininger, che il secondo filone è rappresentato da
Antoine, creatore nel 1887 del Theatre Libre e che il terzo e definitivo sigillo è dato da
Stanislavskij, fondatore nel 1897 del Teatro d’Arte di Mosca.
Nel 1938 Marie – Antoniette Allevy, grazie ad una sua importante ricera, ha richiamato l’attenzione sui
“Livret de mise en scene”, libretti di istruzioni che venivano pubblicati regolarmente a Parigi per farne
successivamente un uso provinciale. Attraverso questi mezzi i teatri di provincia avevano la possibilità
di ricreare lo spettacolo andato in scena nella capitale. L’unica finalità era data dal guadagno, riproporre
uno spettacolo che aveva portato a grandi incassi in città, avrebbe sicuramente portato a grandi incassi
in provincia.
In questi anni nasce anche la figura del regisseur: colui che gestiva e amministrava lo
spettacolo, il teatro, le serate. La sua funzione era di tipo tecnica-materiale, non aveva mai
contatti con gli attori. Raramente si incontrava il second regisseur, colui che coordinava i cori
(gli interpreti).
E se il primo regista fosse l’autore?
Prima dell'avvento della regia troviamo autori o attori che non si risparmiavano ad attività di regista. Gli
stessi Eschilo e Sofocle coordinarono la messinscena dei loro testi, seguivano gli attori. Gli attori della
Commedia dell’Arte scrivono autonomamente i loro testi sotto forma di canovaccio, quindi non si aveva
più bisogno di un drammaturgo. Un ulteriore spinta all'avvento della regia la riscontriamo con la riforma
goldoniana dove vengono, all’improvviso, eliminate le subordinazioni attoriche più vistose della
commedia, ma non si riesce, comunque, ad eliminare uno degli elementi caratteristici di tutto il teatro
italiano, elemento che ha portato al ritardo della nascita della regia: la presenza del grande attore.
Il cosiddetto “grande attore” era, nella maggior parte dei casi, il capocomico della compagnia,
l'attore più bravo, più acclamato dal pubblico. Questo suo potere l'aveva portato a crearsi
autonomamente i testi da interpretare attraverso tagli, aggiunte o accostamenti di diversi testi.
Nel 1831 la corte di Parigi sancisce una sentenza che permette all’autore di dirigere, assistere e
regolare le messe in scena di diversi spettacoli, compresi i propri, così da evitare una supremazia totale
della figura dell'attore e per screditare gli usi inadeguati dei testi.
Alfred de Vigny, scrittore drammaturgo e poeta francese, trattò con gli attori della Comedie Francaise
ponendosi come autore, coordinando le prove e curando la realizzazione della prima
rappresentazione, recandosi regolarmente a tutte le repliche e preoccupandosi della
sostituzione di personaggi importanti e secondari. Tra questi Vigny assegnò una piccola parte a
Montigny, grande attore del tempo che successivamente diventò direttore del Gymnase Dramatique.
Quest’ultimo rivoluzionò lo spettacolo, attraverso lo spostamento del tavolo presente in scena,
portandolo verso il fondo, costrinse gli attori a muoversi nello spazio in modo più naturale di quanto
fosse mai avvenuto fino a quel momento, allontanandosi dalle luci della ribalta, voltando le spalle al
pubblico, contraddicendo tutte quelle che erano le convenzioni della messa in scena.
Montigny rappresenta la figura del professionista teatrale, l’ex attore che ha preso il posto
dell’autore, con lui nasce la professione teatrale.
Un opportuno militarismo teutonico: I Meininger
Dalla città di Meiningen, capitale del ducato di Sassonia nel cuore della Germania, deriva il nome della
compagnia dei Meininger. Il suo fondatore e finanziatore, il duca Georg II di Meiningen era un
appassionato di teatro, soprattutto delle opere di Shakespeare ma era dell'idea che i suoi testi
venissero mal utilizzati, le varie messe in scena non ne erano degne. Decise, perciò, a partire dal 1866
di creare un gruppo teatrale con lo scopo di far conoscere al mondo le “vere” opere di Shakespeare.
Il duca in persona realizzava gli schizzi delle scene e dei costumi e delegava a un suo collaboratore,
Ludwig Chronegk, la funzione del regista. Il duca inizia assumendo interpreti non famosi,
privilegiando i dilettanti perché più inclini alla sottomissione, iniziando così ad evitare le
relazioni con i grandi attori, ma la sua più grande innovazione nella gestione organizzativa la
troviamo nella disposizione a rotazione dei ruoli evitando il principio secondo il quale l’attore
impersonava sempre lo stesso personaggio.
Anche agli attori più bravi dovevano accettare una rotazione dei ruoli, non si può essere sempre
protagonisti nelle opere dei Meininger, chi non era protagonista aiutava costantemente le comparse
creando così una rete di relazioni totale.
Nelle messe in scena vengono usate tele di fondo, dipinti in prospettiva, ma si usano anche
piattaforme e praticabili. Il tutto per cercare di creare il più possibile un totale realismo: dai
movimenti di massa alle luci, dalla scelta dei minimi particolari alla nuova illuminazione
elettrica.
I Menininger iniziano una tournée di grande successo in tutta Europa, i loro spettacoli vengono visti
dalle più grandi personalità artistiche, da Stanislavsky ad Antoine che rimangono colpiti ed influenzati
dall'uso che la compagnia fa dei praticabili, dalla battaglia, vinta da tutti i punti di vista, contro il divismo
dei grandi attori e dalla capacità di far accettare il nuovo ruolo del regista.
Restava comunque, in queste circostanze, il rischio di un eccessivo protagonismo registico che
poteva portare alla morte dell’inventiva, della creatività e della spontaneità dell’attore.
Compromesso comunque bene accetto quando la qualità artistica degli attori non era alla pari di
quella registica.
La macchine del testo: Antoine
Antoine rappresenta l’ultimo stadio di un processo di lunga durata che caratterizza la scena francese.
Le sue messe in scena riprendono gli insegnamenti di Montigny, Vighy e segnarono un grande distacco
dalla situazione presente. Ad accompagnarlo vi sono le riflessioni di Emile Zola, romanziere non
ancora famoso che si improvvisava critico teatrale contestando aspramente gli interpreti che
declamano la parte senza viverla, trascurando l’insieme dell’opera. La grande evoluzione, che dal
seicento è pervenuta fino ai giorni nostri, è basata, per Zola, sulla sostituzione dell’uomo fisiologico
(corpo) a quello metafisico (anima). All’interesse per l’anima subentra quello per il corpo. Montigny e gli
altri hanno senza dubbio innescato il processo di ammodernamento del teatro, ma senza la chiarezza
di Zola e Antoine questo non sarebbe stato possibile.
Zola consiglia ad Antoine la maggior parte dei miglioramenti che otto anni più tardi il Theatre Libre
realizzò; secondo quest’ultimo, infatti, il teatro doveva essere libero da stereotipi e dall’idea del
facile successo di pubblico, elementi chiave del nuovo teatro. Il Theatre Libre operante a Parigi
dal 30 marzo 1887 al 1895 si caratterizza fin da subito per la propria piena e totale autonomia di
ricerca: i suoi capisaldi erano, infatti, libertà dalla censura, libertà dalla tradizione e libertà dai
condizionamenti del mercato teatrale. A differenza del teatro francese dell’epoca, rigidamente
protezionistico, che valorizzava la propria posizione di esportatore di testi drammatici, Antoine,
grande riformatore in questo campo, si riferisce direttamente ad autori stranieri; svolge cosi una
funzione di pioniere facendo conoscere all’Europa grandi drammaturghi come Tolstoj, Turgenev,
Ibsen,Verga e nomi del naturalismo francese come Zola e i fratelli Goncourt.
L’urgenza prioritaria percepita dagli artisti dell'epoca è quella di andare a riformulare le convenzioni
dell'ensemble, di ricercare un lavoro di gruppo capace di valorizzare l'unione tra la forma espressiva e
la partitura drammaturgica. Non si potevano più fare uso di tele dipinte per le scenografie.
Lo spazio, la scenografia non sono più un dato secondario, trascurabile. Antoine recupera il discorso di
Zola sulla messa in scena che spiega e determina i personaggi. La scena inizia ad essere costruita e
non più pitturata, l’attore recita dentro la scenografia non più dietro, inizia ad abbandonare la ribalta, a
girare le spalle al pubblico, a risalire verso il fondo del palcoscenico. Ciò che può sembrare il limite del
Theatre Libre, la condizione puramente amatoriale dei suoi componenti, si rovescia in coefficiente di
forza: il dilettantismo degli attori li ha preservati dal rischio dei cliches molto amati dai grandi attori.
Antoine inizia a realizzare che la linea di tendenza del teatro puntava verso una progressiva
separazione del ruolo del regista da quello del direttore di teatro: il primo, infatti, caratterizzava l’arte, il
secondo svolgeva una vera e propria professione che richiede delle qualità amministrative.
In Francia le due funzioni sono ancora unificate e la situazione è molto arretrata. Antoine aspira ad un
maggior riconoscimento dell’importanza del regista, ma accetta comunque di rimanere nell’ombra,
vestendo la parte del drammaturgo.
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