Dialoghi sulla religione naturale
David Hume
Tema generale dell'opera
Il tema generale dell'opera è una grande ipotesi, ossia se la credenza religiosa può essere razionale. Ciò significa per un autore empirista come Hume chiedersi se nel mondo ci sia un'evidenza sufficiente ed empiricamente controllata tale da consentirci di inferire l'esistenza di un Dio infinitamente buono, saggio, potente e perfetto come la religione naturale lo descrive.
Il tema è enunciato da Panfilo che racconta ad Erminippo la conversazione dei tre personaggi protagonisti dell'opera (Cleante, Filone, Demea) cui ha assistito. Già nell'introduzione, che fa da prologo al resoconto del dialogo, il narratore ricorda che proprio per la sua oscurità e incertezza un argomento come quello della religione naturale si presta ad essere esaminato in forma dialogica piuttosto che in forma metodica e didattica; inoltre, egli afferma poi che non sarebbe propriamente l'esistenza l'oggetto della disputa, bensì la natura dell'essere divino, tema sul quale vi sono dubbi, incertezze e contraddizioni.
Personaggi e posizioni
Ciascuno dei tre personaggi del dialogo vero e proprio ha una sua posizione riguardo alla natura divina.
- Demea: Sostiene tesi in larga misura ortodosse, anche se oscilla tra il razionalismo (che è evidente nella sua adesione all'argomento ontologico a priori) e misticismo.
- Filone: Si presenta come uno scettico filosofico, concorda con Demea sull'incomprensibilità della natura divina, ma ne dà una sua versione assai scettica che lo porta a sostenere la radicale estraneità dell'idea di Dio rispetto ai criteri comuni di prova e accettabilità razionale di cui ci si serve sia nell'esperienza comune sia nella rielaborazione filosofica ad essa collegata.
- Cleante: Sostiene invece una posizione di teismo sperimentale; egli dunque rifiuta, come Filone, delle prove strettamente razionali, cioè a priori, ma a differenza di quest'ultimo ritiene che l'evidenza raccolta mediante l'esperienza della natura sia sufficiente a dare un fondamento razionale all'idea di Dio.
Parte I
La prima parte può essere una continuazione dell'introduzione. In essa è inserita una discussione incrociata sul valore dello scetticismo rispetto agli argomenti teologici e agli sviluppi della nuova scienza copernicana e galileiana.
Filone, nei confronti della religione, vanta i meriti dello scetticismo il quale invita la ragione a diffidare di se stessa in argomento così astruso. Di fronte a questo tentativo di fondare la fede religiosa sullo scetticismo, Demea appare compiaciuto mentre Cleante denuncia la posizione dello scetticismo assoluto (pirroniano) come insostenibile.
Allora Filone tenta di riproporre lo scetticismo in una versione più cauta presentandolo come un'istanza critica che dovrebbe tener conto innanzitutto dei limiti entro i quali può dispiegarsi la conoscenza umana; questi limiti sono dati dal senso comune e dall'esperienza, ciò esclude quindi i ragionamenti teologici. L'obiezione di Cleante può essere superata, secondo Filone, distinguendo in maniera appropriata i giudizi del senso comune e le speculazioni della teologia.
La controreplica di Cleante produce un ribaltamento delle prospettive: Liquidato il pregiudizio contro le conoscenze astratte come una sorta di scetticismo ignorante, egli rileva che proprio lo sviluppo del sapere scientifico da Copernico e Galileo fino a Newton ha dimostrato che la scienza è capace di risolvere i problemi più difficili e astrusi, proporzionando l'assenso al grado preciso di evidenza che si manifesta.
In questa prospettiva, il caso della teologia non è affatto diverso da quello della scienza. Infatti, secondo Cleante, come è irragionevole distinguere in via preliminare tra una scienza e l'altra in base al loro grado di sottigliezza, è altrettanto assurdo per mere ragioni di principio escludere di poter pervenire con lo stesso metodo della scienza a certezze nel campo della religione naturale.
È anche emblematico parlare del nuovo atteggiamento da parte degli uomini di chiesa nei confronti del sapere scientifico. Difatti, a partire da Locke in poi vi è stato un ribaltamento: in passato l'ignoranza e lo scetticismo sembravano alleati della religione, dal '600 in avanti è la scienza e non il dubbio a proporsi come la più solida delle credenze.
Il punto di incontro nella disputa tra Cleante e Filone, ossia tra il teista e lo scettico, è dato dal fatto che la discussione verrà impostata sul terreno in cui il valore dell'ipotesi religiosa viene misurata sulla base di criteri comunemente accettati nella nuova scienza di tipo sperimentale che si è affermata nell'età di Newton. Questo servirà anche a capire il fatto che entrambi respingeranno argomenti metafisici a priori ritenendoli inadeguati rispetto a quel paradigma che andava affermandosi.
Parte II
Una volta reimpostato in questi termini, la discussione viene a delinearsi subito un forte contrasto tra Demea e Cleante (che è maestro di Panfilo). Il primo ripropone una teologia vecchia rispetto alla nuova scena del sapere sopra delineata, difatti insiste sul carattere misterioso ed incomprensibile della divinità con l'intento di sottrarne la natura all'indagine razionale; al contrario, Cleante dichiara di basare il suo teismo sull'argomento del disegno o progetto dell'universo da parte di un'intelligenza ordinatrice.
Sarà proprio questo argomento a costituire il tema centrale dell'opera. Si tratta di un argomento per analogia che comporta tre passaggi fondamentali:
- Il mondo somiglia ad una macchina ben congegnata o meglio ad una grande macchina suddivisa in un numero infinito di macchine più piccole, tutte perfettamente disegnate.
- Tutte le macchine che conosciamo sono il prodotto di un disegno intelligente.
- Pertanto, il mondo è l'opera di un'intelligenza enormemente superiore a quella umana, ossia l'intelligenza divina.
Attraverso questa argomentazione Cleante vuole dimostrare non solo l'esistenza di un autore della natura, ma anche la sua estrema somiglianza con la mente dell'uomo, benché la mente divina si situi ad un grado infinitamente più elevato. Questo, secondo Cleante, è il fondamento razionale della credenza religiosa, almeno nei limiti della religione naturale che non ricorre dunque alla rivelazione.
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