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annientarono il potere longobardo (+ documento della donazione di Costantino ). Pipino donò 22 città dell'Italia

centrale al papa, e queste costituirono l'embrione del Patrimonio di San Pietro.

L'intesa con la nuova dinastia franca si tradusse infine nell'incoronazione di Carlo Magno a imperatore per mano

di Leone III, avvenuta a Roma nella notte di Natale dell'800. Questo atto comportava il rifiuto delle pretese

universali dell'imperatore d'oriente; Carlo e il papa fecero leva sull'impossibilità di riconoscere come legittimo il

potere di una donna, l'allora imperatrice Irene. Si andava quindi accentuando la lacerazione tra Occidente e

Oriente.

Rimaneva aperta la questione di chi dovesse presiedere la cerimonia dell'incoronazione, così da manifestare la

scelta divina: Carlo rivendicò a sé tale compito per l'incoronazione del figlio Ludovico, prescindendo dal papa

quale mediatore nella trasmissione del potere imperiale. Più tardi, però, Ludovico si fece nuovamente incoronare

dal papa.

4. Missione e guerre per pipinidi e carolingi

Un primo effetto della stretta alleanza fra pipinidi e papi fu rappresentato dal comune impegno di evangelizzazione

verso territori fuori dai domini dei franchi (Frisia, regioni a est del Reno).

Carlo Magno condusse le sue campagne in nome della fede cristiana e con intenti evangelizzatori, come rivelano

da una parte le intenzioni dichiarate dal re nel muovere guerra, e dall'altra le pratiche liturgiche che

accompagnavano i combattenti alla battaglia (specialmente contro àvari e sassoni).

I danesi conobbero pacificamente il cristianesimo, divenendo il loro re vassallo di re Ludovico. Missionari cristiani

partivano dalla Danimarca verso la Svezia.

Nei primi decenni del IX secolo quai tutti i popoli dell'Occidente europeo avevano accolto il cristianesimo, ad

eccezione dei bretoni, sfuggiti alla dominazione dei franchi.

5. Rinascita come correzione

Per parlare della dinastia pipinide-carolingia si è fatto uso in passato di termini come rinascita o riforma

carolingia, per indicare la spinta al rinnovamento istituzionale e culturale. Oggi si tende a valorizzare di più l'intento

disciplinare e di correzione di comportamenti e costumi.

L'intesa tra Pipino e il papa comportò la convocazione regolare di concili volti a disciplinare e elevare la moralità

del clero e a renderlo consapevole dei sacramenti. Si mirò ad accentuare la distanza dai laici: ai chierici si

raccomandò l'uso di vesti diverse, la proibizione di portare armi, di bere, di partecipare a spettacoli di mimi e

giullari..

Per quanto riguarda i laici invece, vennero pubblicizzate le nozze e venne proibito il rapimento patrimoniale della

donna e le nozze fra parenti.

L'episcopato era così potente al tempo di Ludovico, che gli impose due umilianti rituali di pubblica penitenza per

essere venuto meno ai propri doveri da sovrano, che indebolirono molto l'immagine e il potere.

Nel 816 Ludovico emise la Regola di Aquisgrana, basata sull'obbligo del celibato e su pratiche comunitarie come

la condivisione del pasto e della residenza; permetteva ai canonici il possesso di proprietà personali.

Personaggi importanti tra la fine dell'VIII secolo e la metà del IX:

• Rabano Mauro e Incmaro(metropoliti e abati)

• Alcuino e Paolo Diacono ( monaci). Il secondo era un longobardo formatosi a Montecassino: scrive

Storia dei Longobardi e Gesta dei vescovi di Metz (raccolta di biografie di vescovi)

6. Le istituzioni monastiche da Benedetto di Aniane alla fondazione di Cluny

Il monaco di origine visigota Witiza (o Benedetto di Aniane) concepì un disegno di omologazione e

centralizzazione delle istituzioni monastiche. Insediato da Ludovico alla guida di tutti i monasteri del regno,

Benedetto presiedette nel 817 il concilio monastico di Aquisgrana, in cui si stabilì che tutti i monaci e le monache

dell'Impero imparassero a memoria la Regola di Benedetto. Il progetto di adottare ovunque la forma di vita

benedettina non fu immediatamente realizzato, ma si avviò un percorso di unificazione in senso benedettino.

Il disegno di Benedetto trovò applicazione un secolo dopo (910) con la fondazione in Borgogna dell'abbazia di

Cluny, per iniziativa di Guglielmo il Pio duca di Aquitania come una fondazione creata da privati preoccupati della

salvezza della propria anima. Cluny si caratterizza sul piano spirituale per il rigore nell'osservazione della Regola

di Benedetto e il rilievo dato alla preghiera comunitaria e alla memoria dei morti; sul piano istituzionale per

27 Secondo il documento, Costantino prima di partire per l'Oriente donò a papa Silvestro e ai suoi successori, oltre alle insegne

imperiali, la supremazia sugli altri patriarchi e su tutte le chiese in tutto il mondo, il potere su Roma e sull'Italia e le regioni

occidentali. A partire dal pontificato di Leone IX il documento fu rivendicato a sostegno delle prerogative papali contro l'imperatore

d'Occidente. Solo alla metà del XV secolo il cardinale Nicolò Cusano e Lorenzo Valla ne mostrarono la falsità. 23

l'adozione di un uovo modello organizzativo. Devoto agli apostoli Pietro e Paolo, Guglielmo affidò l'abbazia

direttamente a loro, aprendo la strada al suo affrancamento da ogni dipendenza esterna; anche la nomina

dell'abate era sottratta alla famiglia del fondatore e affidata al predecessori e a un gruppo di monaci. Il percorso di

autonomia si completò quando Cluny ottenne l'esenzione dall'autorità del vescovo locale, ponendosi direttamente

sotto la protezione spirituale del papa.

Nella comunità monastica di Cluny, l'autorità rimase concentrata nelle mani dell'abate. I monasteri via via fondati si

affidavano direttamente a lui , oppure erano affidati a un priore da lui nominato; in una fase successiva Cluny

incorporò abbazie abbazie preesistenti che mantennero i propri abati. Per indicare che l'abate di Cluny conservava

il primato, fu chiamato da allora come l'abate degli abati.

L'esenzione dall'autorità vescovile, il legame diretto con Roma e il modello centralistico di governo rappresentarono

elementi di innovazione rispetto ai modelli monastici precedenti e aprirono la strada a quella rivendicazione della

libertas ecclesiae che sarà propria della chiesa romana dalla metà dell'XI secolo in poi.

7. I compiti del sovrano cristiano e la cultura religiosa dei laici

I sovrani pipinidi e carolingi si consideravano personalmente investiti sia delle funzioni di comando militare e

politico, sia delle responsabilità religiose, disciplinari e culturali nei confronti dei sudditi.

I sovrani, d'intesa con i loro consiglieri ecclesiastici, fecero affidamento sulla scrittura per l'opera di disciplinamento

e correzione. Fino al IX secolo, nei territori facenti parte della Romanìa, la lingua latina parlata era compresa

senza che occorresse gli ascoltatori una particolare formazione culturali; testi latini erano proclamati ad alta voce e

capiti anche da color che non erano più in grado di scrivere e parlare latino. Dalla fine dell'VIII secolo l'uso della

lingua volgare cominciò ad essere raccomandata anche nella catechesi e nella predicazione: la cultura di laici e

aristocratici era divenuta prevalentemente orale.

8. Scuole e apprendimento. Trascrizione e revisione dei testi biblici

Per comprendere la scrittura e le Scritture occorrevano scuole, che in età carolingia erano:

• scuole cattedrali: collegate alla chiesa cattedrale, sotto la guida del vescovo. Erano per i chierici; il

percorso formativo richiesto a loro doveva garantire che alla fine ciascun prete conoscesse Credo, Padre

nostro, canone della messa, Libro dei Salmi.

• scuole monastiche: entro le abbazie, sotto la guida dell'abate. Erano per i monaci; questi dovevano essere

in grado di completare la preghiera e la lettura dei Salmi, prescritti dalla Regole di Benedetto. I Salmi

costituivano il testo base per l'alfabetizzazione di monaci e monache.

• scuole esterne collegate alle monastiche, per gli aristocratici destinai a rimanere laici (non esistevano

luoghi destinati alla formazione dei soli laici)

Nella scuole cattedrali e monastiche lo studio iniziava dalle sette arti liberali, suddivise in trivium e quadrivium,

secondo una classificazione derivata dallo scrittore latino tardo-antico Marciano Capella.

L'esigenza di leggere e trascrivere libri rispondeva per il monaco a finalità devozionali e liturgiche prima che di

erudizione. Il lavoro di trascrizione avveniva negli scriptoria, in cui gli scribi scrivevano sotto il diretto controllo

dell'abate o del vescovo. Si ricopiavano soprattutto messali e testi liturgici.

Nella corte di Carlo Magno si realizzò il tentativo di revisione e diffusione del testo biblico; l'impresa di produrre un

testo corretto della Bibbia nacque da un'espressa richiesta di Carlo Magno.

Alcuino allestì sei esemplari corretti della Bibbia, per cui non utilizzò la Vetus latina, ma le versioni di Girolamo;

questa scelta spianò definitivamente la strada all'affermazione della Vulgata in occidente. Alcuino eliminò errori e

barbarismi degli scribi, e apportò correzioni ortografiche.

9. Traduzioni e dispute teologiche: da Carlo il Calvo a Alfredo il Grande

Il livello della conoscenza delle lingue e della ricerca teologica crebbe notevolmente all'epoca di Carlo il Calvo entro

una cerchia ristretta di intellettuali. Dopo l'incoronazione di Carlo Magno, i rapporti fra i vertici di impero e bizantino,

dopo un periodo di freddezza, si erano distesi: l'imperatore bizantino aveva regalato a Ludovico un codice

contenente le opere di Dionigi l'Areopagita in greco. La difficile traduzione fu affidata al maggiore intellettuale

dell'epoca, il teologo Giovanni Scoto, il che rivela l'intento del re di confrontarsi con Bisanzio.

Oltre il latino e il greco, altre lingue cominciavano ad affermarsi nella sfera pubblica dell'occidente europeo, come

dimostra il giuramento di Strasburgo (842), per cui per la prima volta due sovrani, Ludovico il germanico e

Carlo il Calvo, si rivolsero ciascuno alle truppe dell'altro, il primo in lingua romanza, il secondo in lingua germanica.

L'importanza di avviare le prime traduzioni di testi cristiani non fu colta dai sovrani carolingi, ma qualche decennio

più tardi da Alfredo il Grande, re del Wessex, capo militare e letterato che tradusse dal latino in antico inglese l

Regola pastorale di Gregorio, e incoraggiò la traduzione dei Salmi e dei testi di Agostino, Orosio, Boezio... 24

10. La religione dei laici: pellegrinaggi e reliquie

Le iniziative assunte da Carlo il Cavo e da Alfredo il Grande nel campo delle traduzioni dei testi cristiani ampliavano

le prerogative del re cristiano fino al controllo della lingua e della scrittura.

In quest'epoca coloro che potevano conoscere testi religiosi in latino o in volgare erano un numero ristretto di

aristocratici legati al sovrano e alla corte; un accesso alla Scrittura e ai testi religiosi da parte dei laici avvenne in

occidente solo dal XII secolo. Nell'alto medioevo le forme di vita religiosa e devozione del popolo cristiano

passavano lungo altri percorsi, in primo luogo i pellegrinaggi ai santuari.

Nuove mete si erano aggiunte alle tradizionali (Roma, Gerusalemme, Tours), e in alcuni casi il profilo di un

santuario si proiettava sullo sfondo di un evento politico-militare: questo è il caso di Santiago de Compostela.

Compostela e la cattedrale furono saccheggiate dagli arabi, e per questo venero assunte come riferimento

simbolico e identitario, in vista di una lotta etnico-religiosa cui l'intero occidente doveva sentirsi chiamato.

Le reliquie erano trafficate e scambiate, donate e rubate, in quanto ritenute detentrici di forze taumaturgiche,

capaci di irradiarsi positivamente su coloro che entravano in contatto con esse.

CAPITOLO 10 – STRUTTURE ECCLESIASTICHE, MISSIONI E CULTURA FRA IX E XI SECOLO

1. La chiesa romana fra due imperi

Nel 962 Ottone I, incoronato imperatore a Roma, emise il Privilegio di Ottone, che poneva l'elezione del papa

sotto il controllo imperiale.

Nel secolo precedente, Nicolò I, consapevole delle sue prerogative di successori di Pietro, aveva inutilmente

tentato di conferire un profilo egemonico alla chiesa romana. Aveva rivendicato a sé un ruolo universale di giudici

spirituale e di guida pastorale anche nei confronti di Costantinopoli. L'imperatore Michele III aveva rimosso il

rigorista patriarca Ignazio sostituendolo con Fozio, aperto alla recezione di istanze della cultura bizantina;

rispondendo all'appello di Ignazio, il papa affermò il proprio diritto di intervento nella questione del legittimo patriarca

e la propria supremazia sul patriarca stesso e sull'imperatore. Scomunicò quindi Fozio, che a sua volta scomunicò

Nicolò I: lo scisma di Fozio contribuì al processo di reciproco allontanamento tra oriente e occidente.

I successori di Nicolò I non furono all'altezza delle sue enunciazioni, e la chiesa romana precipitò nei conflitti fra

fazioni; debolezza istituzionale e localismo sono confermati dalla mancata convocazione di concili generali nel

periodo fra la fine del VIII secolo e gli inizi del IX. Ottone I e i successori promossero i propri candidati, senza

riuscire però a incidere in termini continuativi e profondi.

Le campagne militari condotte da Ottone I in Europa aveva posto le condizioni per nuove iniziative missionarie e

ecclesiastiche d'intesa con Roma (il cristianesimo tra X e XI secolo arrivò in Boemia, Polonia, Danimarca, Norvegia

e Svezia). Nell'Italia meridionale, via via che Ottone I stabiliva rapporti con i principati bizantini e longobardi

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autonomi da Costantinopoli, il papa vi insediava metropoliti con il compito di creare vescovi.

Nei territori di recente cristianizzazione i confini tra cristianesimo e paganesimo rimasero a lungo fluidi e incerti, con

frequenti ricadute nel paganesimo, per il riemergere del timore per gli antichi dei. Gli antichi culti sopravvivevano

spesso accanto alla nuova fede cristiana, specialmente in Svezia e Islanda.

2. La chiesa sul territorio: vescovi e campagne di pacificazione

Sul piano territoriale da secoli la chiesa era ripartita in province; i metropoliti (poi indicati come arcivescovi)

esercitavano nei confronti dei vescovi della loro provincia funzioni di controllo e mediazione in caso di conflitti. Sedi

arcivescovili in Italia erano Milano, Ravenna, Aquileia, Grado, Benevento e altre. Il centro del governo ecclesiastico

era la diocesi, che comprendeva cattedrale e edifici collegati; l'organizzazione non era territorialmente omogenea:

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sinodi diocesani erano riuniti con frequenza discontinua a seconda dei luoghi e delle epoche.

Il sostenimento del vescovo e del clero e il mantenimento dei poveri e degli edifici ecclesiastici erano assicurati

dalla decima, un'imposta che corrispondeva alla decima parte dei prodotti della terra (stabilita da Pipino il Breve e

confermata da Carlo Magno).

La dissoluzione del potere centrale dei franchi occidentali aveva aperto la strada al proliferare di violenze contro

enti ecclesiastici e strati indifesi della popolazione: i vescovi quindi promossero accordi di pacificazione e la

creazione di apposite milizie della pace, composte da cavalieri e popolo, ma anche da chierici.

3. I monaci fra Paradiso terrestre e Gerusalemme celeste

Due ordinamenti ideali della chiesa risultano dominanti tra X e XII secolo:

28 Metropolita= nelle Chiese cattolica e anglicana, arcivescovo di una circoscrizione ecclesiastica (diocesi metropolitana) costituita da

varie diocesi

29 La parola sinodo deriva dalle due parole greche 'syn' e 'odos' che tradotte letteralmente significano 'strada comune'. Con la parola

'sinodo' si intende un’assemblea ecclesiale in cui si riuniscono laici e sacerdoti sotto la presidenza del vescovo diocesano.

L’assemblea, composta da delegati sinodali nominati dal vescovo ha una funzione consultiva per il vescovo, cui spetta ratificare le

decisioni. 25

• il primo fu divulgato dal monaco Abbone di Fleury: la chiesa veniva presentata come tripartita nei tre

ordini di monaci, chierici e coniugati.

• il secondo è legato al vescovo Adalberone di Laon: la divide secondo lo schema funzionale dei tre ordini

di monaci, guerrieri e lavoratori. 30

I monaci di occidente si dedicarono allo studio della Bibbia per trovare risposta alle proprie esigenze spirituali i

propri bisogni religiosi. Ebbero un ruolo decisivo nella storiografia e nella trasmissione della memoria del tempo

cristiani, attraverso la stesura di necrologi e annali monastici.

Fino al medioevo centrale, i monaci si ritennero assolutamente privilegiati rispetto agli altri cristiani in vista del

conseguimento della salvezza. Nelle carte geografiche medioevali il giardino dell'Eden, situato in oriente, era

rappresentato come uno spazio chiuso, dal cui centro sgorgano i quattro fiumi del Paradiso: anche il chiostro del

monastero aveva spesso al centro una fontana. L'efficacia di rappresentazione del monastero come riproduzione

del Paradiso terreno e come porta di accesso al Paradiso celeste è indirettamente comprovata da testimonianze di

laici che, fra XI e XII secolo, scelsero di vivere in prossimità di monasteri, praticando l'eremitismo e vivendo di

elemosine.

4. Gli eremiti e la città

Tra la fine del X secolo e gli inizi del XI nuove forme eremitiche presero vita tra Toscana e Marche; il movimento

eremitico prese forza grazie soprattutto a due personaggi:

• Pier Damiani

• Giovanni Gualdaberto

Camaldolesi e vallombrosani (congregazioni benedettine) si impegnarono a sostenere attivamente ambienti

riformatori cittadini nella richieste d moralizzazione del clero, accusato di tralasciare la cura pastorale. Altre

esperienze eremitiche rifuggirono invece da ogni rapporto con le città.

CAPITOLO 11 – LA CHIESA ROMANA DELL'XI SECOLO E I SUOI NEMICI

1. Il consolidamento del papato, le campagne di Leone IX e la rottura con la chiesa greca

Scendendo a Roma per esservi incoronato imperatore, Enrico III re di Germania, Italia e Borgogna, trovò 3 papi

tra loro in conflitto: li fece dimettere e al loro posto nominò il vescovo di Bamberga (in Baviera), papa Clemente II.

Rivendicando a sé il diritto di elezione già preteso da Ottone I, Enrico mirava a liberare la sede papale da

condizionamenti e intromissioni locali. Dopo Clemente, scelse altri 2 papi locali: Leone IX e Nicolò II.

LEONE IX si circondò di ecclesiastici che assunsero posizioni di comando nella chiesa romana; un personaggio a

lui vicino fu Pier Damiani. Con Leone la chiesa romana cominciò a organizzarsi in forme nuove, attraverso

l'istituzione di sinodi pasquali annuali nella basilica del Laterano e la stabilizzazione dell'istituto dei legati papali.

Dalla metà del secolo crebbe il suo peso sulle altre chiese. La sua linea riformatrice si espresse soprattutto nella

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campagna contro simoniaci e preti concubinari, introducendo il divieto per i fedeli romani di frequentarli. Pier

Damiani denunciò e combatté anche omosessualità e sodomia del clero.

La campagna di purificazione del clero da contaminazioni mondane raggiunse risultati consistenti solo in Italia,

Francia e Germania; gli ambienti riformatori romani puntarono a istituire una netta separazione tra clero e monaci d

una parte, e laici dall'altra (sottolineata anche da Adalberone di Laon). Il movimento di riforma quindi non comportò

affatto l'avvio di un processo di laicizzazione della chiesa, ma di monasticizzazione del clero e di maggiore

distanziamento di chierici e monaci dai laici.

Leone IX cercò anche di consolidare la potenza della chiesa romana sul territorio, contrastando l'insediamento dei

normanni nel Mezzogiorno; qui, dopo secoli di dominio, i bizantini venivano scacciati dai nuovi occupanti.

Morto Leone IX , mentre il successori non era ancora stato eletto, a Costantinopoli 3 legati scomunicavano il

patriarca Michele Cerulario, che rispose scomunicandoli a sua volta. Significativo è che dopo questa rottura (1054)

i concili ecumenici, che prima si erano svolti in lingua greca in città dell'Asia minore, si tennero tutti in latino e in

occidente, su convocazione del papa (mentre prima il papa non aveva mai preso personalmente parte a nessuno

di essi); il primo fu convocato a Roma in Laterano da Callisto II (1123).

Dagli inizi del cristianesimo si era affermata la pratica di interpretare i passi biblici secondo differenti piani di lettura e analisi, comprendendo

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prima il senso storico-letterale, poi quello spirituale, il che implicava considerare il passo dal punto di vista allegorico e anagogico.

Simonia: pratica di comprare e vendere i sacramenti, legata a Simone il Mago. Diffusa da secoli, la pratica era stata ripetutamente vietata e

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condannata da concili, e anche Enrico III, scendendo a Roma, si era mostrato sensibile agli appelli antisimoniaci lanciati da ambienti eremitico-

monastici. 26

2. Niccolò II: la riforma del sistema di elezione papale e il patto con i normanni

Il successore Niccolò II emise nel sinodo pasquale del 1059 un decreto sull'elezione papale mirane a

regolarizzarne la procedura. L'elezione doveva spettare ai cardinali vescovi della chiesa romana, che avrebbero poi

coinvolto i cardinali preti quindi il rimanente clero e il popolo.

Così facendo, Niccolò II attribuiva ai cardinali vescovi il ruolo decisivo precedentemente spettante ai sovrani, senza

però precisare la procedura da seguire in caso i divergenze tra i cardinali.

Egli inoltre nomina due gruppi (poi ne si profilò un terzo); il Decreto del 1059 pone nella procedura elettorale i

cardinali vescovi al di sopra dei preti, mentre circa mezzo secolo dopo si registra un collegio unitario, dove i tre

gruppi rientrano a pari livello di responsabilità.

• cardinali vescovi: governano la propria diocesi e hanno il compito di assistere il papa nei servizi liturgici la

domenica e i giorni festivi in Laterano

• cardinali preti: sono i preti titolari delle antiche chiese romane aventi funzione di parrocchie.

• Cardinali diaconi: sovraintendono a funzioni caritative e economiche per i bisogni dei quartieri di Roma.

Per affermarsi contro la nobiltà romana, Nicolò II fece appello alla potenza militare dei normanni, dal cui re ottenne

un giuramento di fedeltà. Entrambe le parti si avvantaggiarono dall'accordo: i normanni, considerati fino a quel

momento usurpatori e intrusi, ricevevano dal papa una qualche legittimazione delle loro conquiste; il papa otteneva

invece una protezione utile a controbilanciare la tutela germanica sulla chiesa romana. Con questa intesa quindi il

papa attenuava la pressione sia del re di Germania sia delle famiglie romane.

Dalla metà del XI secolo comincia a comparire nei testi il sostantivo papato a indicare il vertice della chiesa

romana, inteso come istituzione che si mantiene nel tempo, al di là della persona del papa regnante.

3. I patarini e Alessandro II: la lotta alla simonia come lotta per l'investitura

Nell'XI secolo sorse la prorompente volontà di riforma della società religiosa. A Firenze e a Milano si profilarono a

metà del secolo movimenti animati da spinte anti-simoniache e antinicolaite alimentate dai richiami alle origini, alla

forma della chiesa primitiva, cioè al modello della condivisione comunitaria dei beni. Dove i riformatori non

riuscirono a creare legami ampi, furono isolati e liquidati come eretici.

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Milano fu centro delle iniziative del movimento patarino , che fu un movimento composito, che rifletteva la stessa

stratificazione sociale di Milano: la sua forza iniziale dipese proprio dall'apporto di ceti differenti. Gli iniziatori furono

due chierici, il comasco Arialdo e il nobile Landolfo Cotta; con la loro volontà di riformare la vita del clero

simoniaco e nicolaita assunse come obiettivo polemico l'arcivescovo Gudo di Velate. La predicazione contro di lui

ebbe l'appoggio di vasti strati della cittadinanza milanese. La vicenda, inizialmente configuratasi come un conflitto

tra arcivescovo e cittadinanza, si complicò per l'intervento di soggetti estranei alla città, ovvero il papa e Enrico IV,

re d'Italia. Il papa consegnò a Erlembaldo, fratello di Landolfo (morto), il vessillo di S. Pietro, affidando a lui la

rappresentanza e la difesa dei propri interessi. Facendo leva sui patarini e condividendone gli intenti moralizzatori, il

papa perseguiva il suo disegno di ridimensionamento del potere dell'arcivescovo di Milano e del ruolo del sovrano

nel conferimento delle cariche ecclesiastiche.

Guido da Velate, scomunicato, designò come suo successore il chierico Goffredo, a cui Enrico IV diede anello e

pastorale. Erlembaldo gli contrappose come arcivescovo Attone, costretto dopo un solo giorno a dimettersi a

causa dei milanesi in tumulto. La sua elezione però era stata dirompente, in quanto avvenuta con il sostegno di

Roma ma non del precedente arcivescovo e dell'aristocrazia locale, e inoltre ignorando l'avvenuta investitura di

Goffredo da parte del sovrano.

La campagna contro la simonia del clero aveva dunque aperto la strada a una messa in discussione della prassi

vigente materia di nomine episcopali.

4. Il papato nel conflitto con Enrico IV

In contrasto con la procedura prevista dal decreto del 1059, il cardinale Ildebrando fu acclamato papa direttamente

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dal popolo romano; prendendo il nome di Gregorio VII perseguì la lotta contro simonia e nicolaismo . Al suo nome

è tradizionalmente associato il concetto di riforma gregoriana, anche se è più corretto parlare di centralizzazione

romana, da lui promossa e rivendicata in nome del primato del trono di Pietro. Le 27 tesi dei Dictatus papae

(1075) esaltano le eccezionali prerogative spettanti al papa.

La rottura con Enrico IV re di Germania avvenne a seguito della nomina da parte di Enrico del nuovo

arcivescovo di Milano, Tedaldo, sollecitata dai nemici di patarini ed effettuata senza tener conto della pretesa

32 Patarino è termine dispregiativo derivato dal dialettale pata=panno di uso casalingo e familiare: significa quindi pannoso. Per

questo si è creduto a lungo che i patarini esprimessero istanze di rivolta dei ceti socialmente più bassi.

33 Tendenza contraria al celibato ecclesiastico, attribuita polemicamente dai papi alla chiesa orientale perché questa ammetteva il

matrimonio dei sacerdoti. 27

papale che l'investitura regia seguisse la consacrazione episcopale, rivendicando l'autonomia e la superiorità del

sacerdotium rispetto al regnum. Questa pretesa era inaccettabile per Enrico IV.

In una assemblea riunita a Worms (1076) il re accusò il papa di averlo privato del privilegio di intervento

nell'elezione papale, e di aver cercato di strappargli il regno d'Italia, e lo depose. A sua volta, Gregorio scomunicò

Enrico, lo depose e sciolse i sudditi dal giuramento di fedeltà nei suoi confronti.

A questo punto Enrico, minacciato militarmente dai principi sassoni e abbandonato dall'episcopato tedesco, per

non perdere il regno cercò la riconciliazione con il papa, e la ottenne a Canossa (1077), dove fu ricevuto dal papa e

da Matilde di Canossa. La tregua fu però di breve durata, e il papa scomunicò per la seconda volta Enrico nel

1080; Enrico quindi dichiarò nuovamente deposto il papa e gli contrappose come nuovo papa l'arcivescovo

Guilberto, Clemente III. Poi allestì una spedizione miliare e scese in Italia, entrando trionfalmente in Roma, dove

fu incoronato da Clemente III. Gregorio VII, imprigionato a Sant'Angelo, fu liberato dai normanni e morì l'anno dopo.

Gregorio VII fu sempre preoccupato di distinguere la funzione del sacerdotium da quella del regnum, evitando

interferenze del secondo sul primo, mirando a spostare equilibri a favore del clero e del papato e desacralizzando

la figura del re a favore di quella del papa. Fra sacerdotium e regnum fu introdotta una dialettica che rese i rapporti

fra i rispettivi rappresentanti molto più dinamici e conflittuali rispetto a quelli che intercorrevano tra il patriarca e

l'imperatore di Costantinopoli.

Nel 1046 Enrico III aveva detronizzato 3 papi per insediare Clemente III. L'operazione compiuta dal figlio contro

Gregorio VII appare in continuità con quella paterna: Enrico tentò di sostituire Gregorio con Clemente III, facendosi

incoronare da lui come il padre si era fatto incoronare da Clemente II.

Le questioni gregoriane sull'investitura furono ribadite da Urbano II nel concilio di Clermont (1095); a lui si deve

un primo fallito tentativo di intesa con il figlio di Enrico IV. In occasione della propria incoronazione imperiale,

Enrico V si impegnò con Pasquale II a rinunciare al diritto di investitura degli ecclesiastici, a liberare le proprietà

ecclesiastiche e a restituire patrimoni e proprietà di S. Pietro. A sua volta il papa ordinava ai vescovi di restituire i

regalia, cioè i beni materiali e immateriali di cui erano detentori, così da potersi dedicare solo alla cura pastorale.

Pasquale II così facendo non rinunciava a niente di suo, mente intimava i vescovi a rinunciare ai loro beni, in piena

continuità con la linea gregoriana di affermazione del papato sugli episcopati. Per questo motivo il privilegio non

entrò in vigore.

L'accordo fu trovato da Enrico V e Callisto II con il concordato di Worms (1122): esso afferma il principio della

non ingerenza del sovrano nell'elezione dei vescovi e dei grandi abati. L'imperatore rinunciava alla concessione di

anello e pastorale, riservandosi di intervenire per la sola concessione dei beni temporali.

5. Le iniziative militari contro i mussulmani e l'appello papale alla crociata

In occidente nella seconda metà dell'XI secolo il dominio islamico nell'area mediterranea subì la perdita della Sicilia

e di parte della penisola iberica. Dopo due secoli di dominazione musulmana, però, il cristianesimo non era

scomparso in Sicilia. I vescovi via via nominati furono nella massima parte normanni, provenienti dalle gerarchie

dei guerrieri conquistatori. L'insediamento della gerarchia, l'individuazione delle sedi diocesane e la suddivisione

delle diocesi rispondevano a esigenze di controllo politico, militare e fiscale del territorio, prima che a istanze di

evangelizzazione o di recupero al cristianesimo romano di un popolo islamizzato. Il papato riuscì a ristabilire la

propria autorità giurisdizionale sostituendosi al patriarca di Costantinopoli, ma non riuscì ad assumere il controllo

sulle nomine episcopali.

In Spagna Alfonso VI di Castiglia entrava militarmente da trionfatore a Toledo; fu ripristinata la sede metropolitica

già della chiesa visigota.

Anche in Medio oriente la situazione era in movimento, ma lo scontro volgeva a favore dei musulmani. Nei territori

sotto la dominazione islamica si era affermata l nuova etnia dei Selgiuchidi che, sconfitto l'esercito bizantino,

avevano occupato buona parte dell'Anatolia bizantina.

Gregorio VII aveva vagheggiato agli inizi del pontificato una spedizione in Oriente e si era immaginato alla guida di

un esercito diretto a Costantinopoli e in Terra Santa. La predicazione della crociata fu proclamata da Urbano II in

occasione del concilio di Clermont. Si ritiene che le finalità originarie del papa fossero più ampie, puntando alla

liberazione dell'intero oriente cristiano dal dominio dei mussulmani.

Rispetto alle iniziative militari anti-musulmane del ventennio precedente, l'appello di Urbano II si caratterizza per la

pretesa di raccogliere le forze dei cristiani d'occidente, in primo luogo dei franchi. Il papa chiese loro di prendere la

via del Santo Sepolcro, sottrarre il territorio al popolo infedele e sottometterlo.

6. La guerra santa contro gli infedeli: dalle spedizioni contro gli ebrei alla conquista di Gerusalemme

28

Urbano II fece leva sul richiamo alla pace fra i cristiani per tradurlo in un appello alla guerra contro gli infedeli,

proseguendo la linea di Gregorio VII.

L'espressione guerra santa è attestata per la prima volta nei De gesta per Francos, e esprime bene le motivazioni

fondamentalmente religiose di chi vi prese parte, ma soprattutto la convinzione che l'impresa rispondesse a un

comando divino.

Di per sé l'appello papale non era il primo passo compiuto in ambito cristiano per la sacralizzazione della guerra: si

pensi a Eraclio contro persiani, e Carlo Magno contro avari e sassoni. La novità sta nel fatto che non l'imperatore,

ma il papa conferiva sacralità alla guerra; si rivolgeva non ai sovrani (che non parteciparono alla I crociata), ma al

popolo e ai cavalieri. Ai partecipanti si ricordava che raggiungere la Gerusalemme terrena significava arrivare al

centro del mondo e quindi in prossimità con la Gerusalemme celeste; per i crociati valevano le promesse di

indulgenza, cioè di perdono per i peccati compiuti, e di protezione di familiari e patrimoni in loro assenza.

Nel 1096 vi furono alcune violenze contro gli ebrei in alcune città tedesche della Renania, dove i primi crociati vi

comparvero al seguito di Pietro l'Eremita. Questi garantiva agli ebrei protezione in cambio di contributi a sostegno

finanziario della crociata. Dopo di lui giunsero però cavalieri armati, che compirono molte violenze contro gli ebrei,

ricevendo sostegno dai cristiani locali. Vicende analoghe avvennero anche a Colonia e a Treviri.

A partire da Alessandro II, il papato intervenne a sostegno degli ebrei, affermando che era empio voler annientare

gli ebrei in quanto sono protetti dalla grazia di dio, e meritano quindi un trattamento diverso da quello riservato ai

mussulmani.

Dopo la conquista di Gerusalemme, vi fu un vano tentativo da parte del patriarca di assumere i pieni poteri, e il

regno restò nelle mani di principi laici. La conquista favorì anche l'intensificarsi dei pellegrinaggi.

CAPITOLO 12 – MOVIMENTI RELIGIOSI E INTELLETTUALI DEL XII SECOLO

1. Scuole e maestri. Il divergere delle culture teologiche tra occidente e oriente

Fin dalle origini le scuole avevano rappresentato un centro di vita e cultura cristiane, ma solo dall'alto medioevo si

erano consolidate le scuole cattedrali e quelle monastiche. L'XI secolo è caratterizzato dallo studio della logica

(dialettica), incrementato dalle nuove conoscenze dei testi aristotelici.

Berengario di Tours: formatosi alla scuola cattedrale di Chartres e poi maestro a Tours; ricorrendo alla logica

aristotelica aveva argomentato a favore delle presenza simbolica di Cristo nell'eucarestia. Fu molto criticato da

Lanfranco di Pavia, abate benedettino, che fece uso della dialettica per sostenere l'opposto.

Condannato dal papa, Berengario abiurò le sue convinzioni e pronunciò sotto giuramento una confessione di fede.

Il sinodo romano del 1079, presieduto da Gregorio VII, stabilì che la consacrazione del pane e del vino comporta

una trasformazione che riguarda la sostanza delle specie eucaristiche.

Tra XI e XII secolo il papato non ebbe solo una funzione di freno rispetto al nuovo movimento intellettuale, ma

cercò di tenersi collegato ad esso: sono esemplari in questo senso le figure di:

• Bruno di Colonia: fu maestro di logica alla scuola di Colonia e Reims. Lasciata la scuola, si ritirò in un

eremo sul Delfinato, avviando una forma di eremitismo comunitario detta certosina dal nome della località.

Avvia la Chartreuse, ma non crea un ordine religioso, che verrà invece istituito da Innocenzo II nel 1133.

Urbano II lo invitò a Roma e gli offrì la sede metropolitica di Reggio Calabria: la nomina di Bruno rientrava

nel disegno di romanizzazione del Mezzogiorno, per sottrarre il territorio alla giurisdizione del patriarca di

Costantinopoli. Bruno rinunciò presto alla sede, ma avviò qui una nuova esperienza eremitica, ispirata al

modello della Chartreuse.

• Anselmo d'Aosta: priore e maestro della scuola abbaziale a Notre-Dame du Bec (in Normandia). Si

applicò a applicare la logica alla teologia, nella convinzione che l'incontro potesse giovare a una migliore

comprensione del dato di fede (intellectus fidei). I processi di crescente razionalizzazione in atto nel

cristianesimo occidentale, in connessione con lo sviluppo delle scuole, divergono dal modello orientale: i

teologi bizantini rimasero nel solco di Dionigi l'Areopagita, approfondendo la via negativa, nella

convinzione che di dio si possa dire solo quello che non è.

2. Canonici regolari e predicatori itineranti

Nei secoli Xi e XII in occidente si svilupparono diverse nuove esperienze di vita religiosa. All'inizio del XII secolo vi

erano moltissimi predicatori che si spostavano con discepoli al seguito, e trasformavano luoghi in centro di vita

religiosa, dando vita a nuove istituzioni ai margini della società religiosa, proponendo modelli diversi rispetto a quelli

ecclesiastici. Per questo spesso furono osteggiati e perseguitati dalle autorità come eretici.

Vicende: 29

• Roberto d'Arbrissel: dopo aver vissuto da eremita, cominciò a predicare poveramente, con capelli e

barba incolpi e a piedi nudi, seguito da penitenti di entrambi i sessi; fonda il monastero doppio di

Fontevrault, dove venivano accolti poveri e esclusi, e in particolare lebbrosi e prostitute pentite.

• Pietro di Bruis: ex prete provenzale che proclamava la necessità di demolire le chiese, perché si poteva

anche pregare nelle taverne e nelle stalle, di bruciare i crocifissi, che non occorrevano preghiere e

elemosine per i defunti, perché dio offre la grazia a quelli che se la meritano per la fede. Il predicatore

itinerante fu messo al rogo come eretico.

3. Parigi e la scuola di Abelardo

Anche i maestri dei primi decenni del XII secolo si spostavano seguiti da discepoli. Pietro Abelardo , allievo di

Anselmo di Laon, fu nell'ultima parte della vita monaco e per poco tempo abate. Fra i suoi allievi, celebre è Eloisa:

dopo la forzata conclusione della vita amorosa, Abelardo la indusse a fare la scelta di vita religiosa e progettò per le

un monastero di cui la volle badessa (il Paracleto).

Abelardo, convinto che la dialettica potesse comportare un progresso sul piano dei contenuti teologici ed etici e sul

piano del metodo, si servì di autori pagani per scavare nella teologia trinitaria. Esaltò sul piano etico la coscienza

del soggetto come criterio ultimo di giudizio nei confronti dei propri atti.

Nel Scito te ipsum distingue tra vizio (inclinazione al peccato) e peccato (che esige il consenso della coscienza), e

tra intenzione e opera: per valutare il peccato occorre quindi tener conto non tanto del risultato effettivo dell'azione,

ma dell'intenzione con la quale la si è compiuta. Apre così la via a una nuova pastorale ecclesiastica, legata non

più ai libri penitenziali, ma alla valorizzazione della coscienza personale.

Contro di lui si era impegnato un circolo di monaci facente capo a Bernardo di Clairvaux, che riuscì a ottenere la

convocazione di un concilio a Sens nel 1141, e la condanna di Abelardo. Questa vicenda rivela il peso che

Bernardo aveva assunto nella chiesa di Francia, grazie alla sua strategia di denuncia e lotta nei confronti di ogni

novitas che deviava dalla tradizione.

Ottenne anche la condanna qualche anno più tardi di Gilberto di Poitiers, per questioni di teologia trinitaria.

4. Nuova militanza

Il percorso di Bernardo documenta le trasformazioni subite da alcuni dei nuovi movimenti religiosi, passati in pochi

anni a ruoli di preminenza sul piano intellettuale e istituzionale.

34

Bernardo era cistercense : questa esperienza monastica attirò presto studenti delle scuole. Citeaux fu un'abbazia

di nuovo tipo, avviata cioè per iniziativa di un monaco, e non istituita da un sovrano o da un signore.

Caratteristiche dei cistercensi:

• rigore nell'osservazione della Regola

• solitudine e lavoro (sfruttando e valorizzando il loro territorio)

• abbandono dell'impianto monocentrico, imperniato sul governo di una sola abbazia, per uno policentrico,

imperniato su un'abbazia madre e 4 figlie (Clairvaux, Morimond, La Ferté, Pontigny), generatrici a loro

volta di altre figlie.

• Incontro con il mondo cittadino in Italia settentrionale

Bernardo valorizzò inoltre anche il rapporto con il papato, da cui ebbe copertura e appoggio, e di cui influenzò

decisioni e orientamenti dottrinali, in particolare per le crociate, che vennero trasformate in un fattore identitario

costituivo per la chiesa e la cristianità occidentale.

− papa Callisto II aveva affermato che per i cristiani combattere in Terra Sante e nella penisola iberica aveva

lo stesso significato

− I concilio Lateranense: i crociati possono guadagnarsi già in Spagna le indulgenze promesse.

Nell'alto medioevo la militia christi era stata intesa come la lotta intrapresa dall'aspirante santo per resistere agli

attacchi diabolici. Bernardo la teorizzò come impegno attivo nella lotta contro mussulmani e eretici, e proponeva il

modello militante anche ai cistercensi. Egli stesso ebbe un ruolo attivo nella proclamazione della II crociata (1147-

9) , che poi si rivelò un fallimento.

Nel XII secolo i cistercensi si espansero in tutta Europa e medio oriente, assumendo funzioni di governo

ecclesiastico in territori di confine o contesi (es. Svezia).

34 Il termine deriva da Cistercium e si riferisce alla località da cui prese inizio la nuova forma di vita, ossia Citeaux. 30

5. Teologia mistica e visiva ed esegesi biblica

Contro le pretese dei teologi di penetrare nel mistero, Bernardo propose un'altra strada di comprensione del divino:

la via dell'amore mistico: l'anima del fedele tende a ricongiungersi a Dio attraverso un percorso che giunge fino

all'estasi. Veniva rilanciato in questo modo l'insegnamento mistico e spirituale di Origene.

Accanto ai cistercensi, altri ambienti monastici e canonicali cercarono linguaggi diversi da quelli dei logici:

• badessa Ildegarda di Bingen, fondatrice sul Reno dell'abbazia di Rupertsberg: benedettina in contatto

epistolare con Bernardo, nei suoi testi afferma di essere stata illuminata da dio e di aver compreso in un

solo giorno l'intera Scrittura.

• Ugo di S. Vittore: mostra un atteggiamento più flessibile di Bernardo nei confronti della cultura delle

scuole, accogliendo e integrando le scienze profane. Considerato campione dell'esegesi spirituale, fu un

fautore del senso letterale. La sua linea mistica fu proseguita da Riccardo di S. Vittore, mentre la sua

attenzione a significati letterali della scrittura fu radicalizzata da Andrea di S. Vittore, che si rivolse a

sapienti ebrei per apprendere da loro il significato originario di testi bilici; recuperò inoltre la lezione di

Girolamo sul significato innanziturro letterale e storico della Bibbia.

6. Cristiani e ebrei

Il modello di Andrea di S. Vittore rimase isolato; nel XII secolo il numero di trattati antigiudaici è superiore al

numero di quelli prodotti da parte cristiana in tutti i secoli precedenti.

Dialogus Petri et Moysi di Pietro Alfonsi (convertito dall'ebraismo al cristianesimo):opera denuncia gli errori degli

ebrei e propone argomenti per ottenere la conversione al cristianesimo; il loro principale errore consiste nella

concezione antropomorfica di dio. Pietro è il primo autore cristiano che usi testi rabbinici in chiave antiebraica.

35

A questi anni risalgono le prime accuse di omicidi rituali di cristiani mosse nei loro confronti . Questa leggenda si

fonda sulla convinzione che agli ebrei occorra il sangue di un cristiano per impastare il loro pane pasquale nella

settimana santa. Rapimenti e uccisioni di bambini potevano così essere attribuiti a macabre esigenze liturgiche: si

trattata di stereotipi che avevano precedenti ne mondo antico. Offrivano una spiegazione a delitti inaccettabili,

suggerendo l'accostamento tra uccisione di un bambino innocente a uccisione di Gesù.

La questione dell'atteggiamento da tenere da parte dei cristiani nei confronti egli ebrei impegnò gli esponenti più in

vista degli ordini monastici. Predicando la II crociata in Renania, Bernardo, memore delle violenze che avevano

preceduto la prima (11,6) scongiurò che non si ripetesse e invocò la protezione per gli ebrei.

Pietro il Venerabile teorizza che gli ebrei non andavano uccisi, perché per lui dovevano essere conservato come

Caino in una condizione servile; le loro vite dovevano essere risparmiate, ma il loro denaro doveva essere tolto e

reso disponibile per la crociata.

A partire da Callisto II, i papi emisero lettere bollate a protezione degli ebrei.

7. Nuovi ordini giuridici, teologici e pastorali

La fiducia nella ragione si affermò innanzitutto nell'ambito della scienza giuridica. I processi di razionalizzazione non

erano fini a se stessi, ma avevano finalità pastorali.

Nell'XI secolo ci furono i primi sforzi di ordinamento dei canoni ecclesiastici, con opere come il Decreto di

Burcardo vescovo di Worms. Tale tradizione fu proseguita e innovata nel XII secolo da Graziano, il cui Decreto

mirava a raccogliere e armonizzare la legislazione canonica dei secoli. L'opera si impose come il punto di

riferimento giuridico, anche se non fu mai assunta dalla chiesa come codice normativo.

Allo stesso tempo cresceva da parte papale la produzione di decretali.

Si andava precisando la dottrina dei 7 sacramenti (l'ultimo a entrare fu il matrimonio).

Fu inventato il Limbo per i bambini non battezzati, e fu attribuito un carattere spaziale al Purgatorio, luogo

ultraterreno destinato alla purificazione dai peccati. La nascita del Purgatorio contribuì indirettamente a rafforzare le

pratiche di confessione dei peccati. 36

Comunità di uomini buoni : i catari

8.

La prima comunicazione della loro esistenza si trova in una lettera inviata a Bernardo di Clairvaux, poi attivo nella

loro denuncia.

Tra le ipotesi sulle radici religiose e dottrinali dei catari, la più plausibile è quella di Arno Borst, secondo cui

ripresero delle dottrine marcionite, manichee e pauliciane sopravvissute in oriente e riprese in Macedoni nel X

35 L'accusa di omicidio rituale è circolata ancora nel 1946 in Polonia in riferimento al presunto tentativo di omicidio di un bambino

polacco.

36 Come li definiscono testimonianze provenienti dai loro stessi ambienti 31

secolo da parte del prete Bogomil. I bogomili, cacciati dall'imperatore bizantino, trovarono rifugio in Bosnia , e da

qui le dottrine si diffusero in tutto l'occidente.

In occidente, la concezione dualistica si articolò in due versioni diverse e concorrenziali:

− una moderata: Satana è l'angelo di Dio, caduto perché infedele

− una radicale: Satana è un dio, identificabile con il dio creatore dell'AT in lotta con il dio redentore del

Nuovo: questa è quella che si affermò.

Per i catari il testi fondamentale era il NT, visto come annuncio di salvezza, da perseguire lungo un percorso di

purificazione (disprezzo del mondo, rifiuto della sessualità, alimentazione vegetariana). Criticavano dottrine e

pratiche ecclesiastici secondo il modello dei predicatori itineranti, condivisi anche dai laici. Si organizzarono come

chiese con vescovi e una duplice cerchia di aderenti: perfetti e simpatizzanti, con una grande adesione nell'ambito

di ceti emergenti cittadini e della nobiltà rurale.

Una città dove gli uomini buoni risultano particolarmente attivi fu Tolosa, dove alla fine del XI secolo erano sorte le

prime parrocchie urbane, e nella prima metà del XII secolo le prime confraternite, ovvero associazioni di laici

impegnati a sostenere le chiese con aiuti finanziari.

L'impegno per lo sradicamento dei catari da Tolosa venne da soggetti esterni alla cittadinanza, specialmente dai

cistercensi. Dopo una campagna di predicazione di Bernardo, rimasta senza esiti, fu scelta la via dello scontro, in

seguito al III concilio Lateranense, dove fu promulgato un canone, la cui stesura è attribuita a Enrico da Marcy.

Il canone 27 colpiva i catari, che venivano equiparati ai patarini: era lo strumento giuridico per sradicare i catari

dalla società, estendendo la scomunica a tutti coloro che proteggevano o ospitavano gli eretici, e invocando

l'intervento delle autorità contro di loro.

9. Il potere del papa nei confronti del Comune di Roma, dell'Impero e degli Stati

I papi del XII secolo dovettero misurarsi con numerosi soggetti impegnati a contrastare il potere, a partire

dalla stessa Roma, dove il Comune assunse un orientamento antipapale. Al tempo di Eugenio III si giunse a

un compromesso tra papa e comune, e i due riuscirono a convivere.

Nel frattempo si era però riaperto il conflitto tra papi romani e sovrano tedesco: Federico Barbarossa

intendeva riaffermare le antiche prerogative imperiali sul papato. Alessandro III dovette quindi affrontare 3

anti-papi imperiali succedutisi in 17 anni; solo dopo la sconfitta subita nella guerra contro i comuni lombardi

alleati con il papa Federico si rese disponibile a trattative di pace.

Si accendevano inoltre i conflitti giurisdizionali tra chiesa romana e nascenti stati nazionali: in Inghilterra Tommaso

Becket era diventato arcivescovo di Canterbury grazie al sostegno del re. Alessandro III pretese dai vescovi un

giuramento di fedeltà. Il suo assassinio nella cattedrale per mano di 4 cavalieri della cerchia di Enrico II, indusse il

papa a proclamare un interdetto sull'Inghilterra, cioè il divieto per i chierici di partecipare a qualsiasi forma di culto e

liturgia pubblica. Anche questa vicenda testimonia il crescente processo di centralizzazione romana: rivendicando a

sé la santificazione di Tommaso, il papa estendeva il suo potere sulle procedure di canonizzazione, mentre

Canterbury diventata meta di pellegrinaggio sulla tomba del vescovo-martire.

10. I laici fra opere di carità e predicazione

L'estendersi nel XII secolo di nuove forme di vita religiosa ispirate a modello apostolici e evangelici è notevole. In

occidente si registra un crescente coinvolgimento di laici nella vita religiosa, in primo luogo nelle fondazioni

assistenziali: tali strutture erano sotto il controllo del vescovo e delle autorità religiose cittadine, ma con forte

coinvolgimento nell'amministrazione e nel controllo da parte delle magistrature civili.

Mentre nell'alto medioevo i laici impegnati a sostegno della chiesa erano stati prevalentemente nobili e sovrani, nel

XII secolo si delinearono nuovi profili laicali entro ambiti rivendicati come propri da chierici e monaci: questo

comportò frizioni e conflitti di competenza. Gruppi di laici cominciarono a leggere la Bibbia in volgare e a predicarne

il messaggio. Ciò colse impreparata la chiesa.

Fra i numerosi gruppi che rivendicavano la ''parola ai laici'' spiccavano ''i poveri di Lione'', movimento di laici legati

alla figura di Valdesio, mercante lionese che fece tradurre la Bibbia in volgare per meglio comprenderla e

divulgarla, volendo vivere secondo il modello del Vangelo.

Una delegazione di valdesi si presentò al III concilio Lateranense (1179), che assunse decisioni innovative:

• nuova procedura di elezione del papa: a maggioranza dei due terzi dei cardinali

• eliminò il diritto per i laici di possedere chiese private

• diritto per gli studenti poveri di essere esentati dal pagamento delle tasse scolastiche

• divieto di traffico d'armi con i mussulmani

• volontà di sradicare i catari dal Midi

• divieto per i ''poveri di Lione'' e per gli ''umiliati'' di predicare, di cui però Alessandro III ne approvò il

proposito di vita, che seguiva il modello del Vangelo. Valdesi e umiliati però continuarono a predicare. 32

Il cistercense Enrico di Marcy inizialmente accarezzò l'idea di impiegare i valdesi contro i catari, ma il proposito fu

abbandonato.

Si mise poi alla testa di una spedizione militare contro i catari, e fu artefice della decretale Ad abolendam, emessa

da Lucio III, in cui furono elencati e condannati i movimenti ereticali, fra cui catari e patarini, ''poveri di Lione'',

umiliati e arnaldisti, accumulati dalla disobbedienza alle disposizioni romane contro la predicazione laicale.

Papato e impero rimasero in profondo dissenso su molti punti, ma nella lotta e nella repressione del dissenso

religioso, visto come una minaccia per l'ordine costituito, trovarono un'intesa duratura.

11. La caduta di Gerusalemme e le prospettive della chiesa secondo Gioacchino da Fiore

Nell'ottobre 1187 i crociati dovettero abbandonare Gerusalemme, occupata dal selgiuchide Saladino: appresa la

notizia, il papa fece predicare la terza crociata (1189-1192). Il suo peso viene assunto principalmente da Federico

Barbarossa, che vi partecipò in prima persona, e vi trovò la morte. L'imperatore era sostenuto da un concezione

messianica della figura imperiale, attestata dalla canonizzazione di Carlo Magno, ottenuta grazie all'antipapa

Pasquale III.

La pace stipulata da Riccardo I di Inghilterra e Saladino assicurò ai pellegrini la possibilità di accesso ai luoghi santi.

Gioacchino da Fiore, abate cistercense legato alla chiesa romana ma fautore di linee parzialmente divergenti da

quelle sostenute dal confratello Enrico da Marcy.

• Gioacchino concepì una complessa visione della storia, suddivisa in tre stati divisi e caratterizzati dal

predominio di una differente forma di vita cristiana (laici-chierici-monaci, destinati ad affrontare l'Anticristo)

e da un differente riferimento alla Scrittura (AT-NT-entrambi).

• Trasformando la concezione agostiniana della storia, abbandonò l'idea che il mondo fosse in cammino

verso la senescenza e preconizzò il suo ringiovanimento.

• Gioacchino esalta il papa e gli assegna un ruolo messianico; sollecita la chiesa romana ad avviare un

percorso mirante a riguadagnare le chiese orientali alla grazia divina e a convertire pacificamente gli ebrei.

• Recupera a visione della Lettera ai Romani e il Libro di Tobia, da cui deriva l'idea, già presente in Gregorio

Magno, che agli ebrei ci si debba rivolgere con dolcezza, confidando nella loro conversione.

• Mentre fino ad allora i seguaci futuri dell'Anticristo erano stati indicati gli ebrei, per Gioacchino l'Anticristo

sarà un eretico che, sostenuto dai mussulmani, cercherà di impadronirsi della chiesa.

• Le ragioni della lotta contro i catari e mussulmani venivano riportate e esaltata entro una grandiosa

prospettiva escatologica. CAPITOLO 13 – IL SECOLO DEI FRATI

1. ''Vicario di Cristo''

Innocenzo III, eletto papa nel 1198, operò con determinazione per imprimere nuova forza al primato papale:

diversamente dal predecessori che si definivano ''vicari di Pietro'' , assunse il titolo di ''vicario di Cristo''. Sottolinea

che solamente al papa spetta quella pienezza di potere (plenitudo potestatis) che Bernardo di Clairvaux aveva

riconosciuto alla chiesa nel suo complesso.

In quanto vicario del Signore, il papa esercita il suo primato su tutti gli altri vescovi, le cui prerogative vengono

ridimensionate a favore di una maggiore centralizzazione romana:

• sottrae ai vescovi o ai legati il controllo della canonizzazione dei santi

• li limita nella concessione di indulgenze

• è accentuato il carattere inquisitorio.

A segnalare la pienezza del potere pontificio, Innocenzo mantenne per le cerimonie liturgiche la mitria (copricapo di

vescovi e abati) come simbolo del potere spirituale, ma si riservò per occasioni speciali la tiara (propria

dell'imperatore bizantino) come simbolo di potere temporale.

• Si preoccupò di estendere e rafforzare i suoi domini territoriali in Italia (''Patrimonio di S. Pietro'' esistente

dal VIII secolo)

• affermò il suo diritto di controllare gli equilibri delle forze al potere: inizialmente incoronò imperatore Ottone

IV, ma poi, temendo la sua espansione in Italia, sostenne contro di lui il giovane Federico II.

• In Inghilterra contro il volere del re Giovanni senza Terra consacrò arcivescovo di Canterbury il maestro

Stefano Langton, che divenne punto di riferimento dell'opposizione interna al re.

2. La strategia della crociata e i suoi esiti

Nel disegno di Innocenzo di proteggere la chiesa da ogni sorta di nemici rientrano anche le numerose iniziative

militari; le più importanti furono le crociate indette contro mussulmani e eretici. 33

La quarta crociata (1201-1204) avrebbe dovuto puntare sull'Egitto; i crociati furono però condotti alla conquista

della Dalmazia, occupata prima da ungheresi e poi da Costantinopoli. Sullo sfondo dell'occupazione della capitale

stavano gli interessi di Venezia a insediarsi, nonostante l'ostilità bizantina, nei principali empori orientali, in

concorrenza con Genova e Pisa.

La propaganda occidentale aveva da tempo alimentato pregiudizi e risentimento nei confronti dei bizantini, spesso

denigrati come molli e effeminati, ingannatori e imbroglioni.

La conquista di Costantinopoli, con l'instaurazione dell'Impero latino d'Oriente nella capitale e nelle regioni

circostanti, fu un'impresa discutibile, perché indebolì un pilastro fondamentale dell'assetto del Mediterraneo e

37

dell'oriente europeo. Il venir meno del potere bizantino in Europa parve aprire prospettive missionarie per la

chiesa di Roma nei Balcani, ma solo i bosniaci passarono al cattolicesimo. Nel 1262 Nicea recuperò

Costantinopoli, e l'Impero latino ebbe fine.

Dopo aver indetto la crociata, l'atteggiamento del papa mutò: prima si mostrò entusiasta della conquista di

Costantinopoli (ebbe la speranza di una unione con la chiesa greca); poi però prese le distante, avendo saputo

delle circostanze della conquista (violenze, saccheggi, profanazione di chiese..), e cercò di stimolare i crociati a

riprendere la via verso la Terra Santa.

Durante il suo pontificati, gli unici esiti nei confronti dei mussulmani furono raggiunti nella penisola iberica, i cui re

38

cristiani vinsero gli Almohadi (1248); la moschea fu trasformata in cattedrale.

3. Pastorale dei laici e lotta all'eresia

Innocenzo III cercò di risolvere la duplice questione delle richieste di partecipazione dei laici e della diffusione delle

eresie:

• puntò a valorizzare i laici obbedienti e quanti erano disposti a dissociarsi dagli eretici, reprimendo invece gli

retici irriducibili.

• Permise a laici fidati a esortare pubblicamente al bene, mentre vietò loro ogni forma di predicazione

teologica e dottrinale.

• Recuperò gruppi di umiliati e valdesi, utilizzandoli in funzione anti-ereticale (i ''poveri di Lione'' furono

chiamati ''poveri cattolici'').

• Pose nuovi fondamenti per l'azione repressiva contro l'eresia, che definì ''crimine di lesa maestà'', ossia

un'attentato all'ordinamento civile. Contro di essa si cominciava a procedere per inquisitionem: alle autorità

diocesane veniva consentito quindi di condurre indagini su individui sospetti senza che esistesse un

formale capo d'accusa nei loro confronti, come era stato fino a quel momento.

Nel 1207 il papa chiamò re, conti, cavalieri e tutti i fedeli di Francia alla guerra contro gli eretici del Midi,

qualificandola come crociata e assicurando a chi vi avesse preso parte l'indulgenza dai peccati commessi.

L'appello fu accolto dai baroni della Francia settentrionale e dal re di Francia, desiderosi di estendere il proprio

potere su un territorio autonomo e indipendente. I territori in cui fino a quel momento cattolici e ''uomini buoni''

avevano vissuto pacificamente divennero teatro di una guerra condotta secondo logiche e modalità analoghe alle

guerre contro i mussulmani.

L'eresia non fu sradicata immediatamente; Innocenzo infine revocò l'indulgenza, cercando di convogliare le energie

militari dei crociati verso Oriente.

4. Università, maestri e chiesa romana

Intorno al 1200 sorsero per iniziativa ecclesiastica le prime università per promuovere, controllare e incanalare

l'attività intellettuale di scuole e maestri. La licenza di insegnamento era conferita dai cancellieri.

I maestri di teologia di Parigi si affermarono nella chiesa come detentori di un potere normativo riconosciuto dal

papa e dal re di Francia. Il loro peso nel governo della chiesa risulta già dalla condanna, emessa nel IV concilio

Lateranense, di un trattato in cui Gioacchino da Fiore aveva condannato Pietro Lombardo. L'autorevolezza di

Pietro fu poi sancita dall'adozione nelle università del suo Libro delle sentenze come manuale per gli studenti di

teologia.

Le università furono subito ambito di conflitti e ripetuti interventi delle autorità ecclesiastiche, volti a impedire

l'ingresso in occidente di dottrine considerate pericolose per la dottrina della fede. Fu vietata a Parigi la lettura di

39

Aristotele e di Giovanni Scoto .

5. Il IV concilio Lateranense (1215) e le sue finalità

37 Che non fu del tutto annientato, come in Asia Minore (imperi di Trebisonda e Nicea)

38 Mantennero il potere solo a Granada.

39 Scoto fu di nuovo oggetto di studio solo a partire dal XV secolo, con il cardinale Nicolò Cusano. 34

Innocenzo III cercò di indirizzare il concilio sui gradi temi della riforma della chiesa universale e della liberazione

della Terra Santa. Il concilio voleva essere universale, ma la lista dei partecipanti rivela che non riuscì a riaprire il

dialogo con i greci, interrotto dalla IV crociata.

Numerose iniziative furono assunte per rafforzare la compattezza della chiesa e della cristianità.

• A ebrei e mussulmani residenti in occidente il concilio impose il divieto di mostrarsi in pubblico nella

settimana santa, e l'obbligo di portare nell'abbigliamento un segno distintivo che li rendesse

immediatamente riconoscibili.

• Gli eretici dovevano essere giudicati da tribunali vescovili e puniti da autorità secolari.

• Fu posto freno al proliferare delle congregazioni religiose, stabilendo che le nuove dovessero adottare non

40

proprie regole, ma quelle di S. Benedetto o S. Agostino: è il caso dei primi frati predicatori (domenicani ),

che adottarono la seconda regola. Il rifiuto invece da parte di S. Francesco di accettare regole preesistenti

e il pretendere di scriverne una nuova modellata sul Vangelo costituì un problema, superato grazie alla

convinzione che il papa avesse approvato oralmente una sua originale ''forma di vita'' tra 1209 1 210,

quindi prima che le disposizioni conciliari fossero entrate in vigore.

• Fu esaltata l'eucarestia come centro del mistero cristiano. Si stabilì che ogni cristiano dovesse

confessarsi almeno una volta l'anno e comunicarsi almeno a Pasqua. Il precetto della confessione annuale

offriva ai confessori la possibilità di controllo di convinzioni e comportamenti di quanti rientravano nel

territorio di loro competenza, e inoltre attraverso essa era possibile accogliere notizie di sospetti di eresia.

L'enfasi posta sulla confessione stimolò la crescita di legami più stretti che in passato tra confessori e

penitenti. Per limitare i rischi di una comunicazione troppo intima tra confessori e donne furono stabilite

alcune norme (confessione solo tra alba e tramonto, impossibilità per i due di guardarsi in viso..).

6. Donne religiose e devozione eucaristica

La devozione eucaristica ebbe dal XIII secolo un incremento notevole; fu alimentata da un movimento religioso

assai differenziato. Donne devote (mulieres religiosae) ebbero un'importante funzione, a partire dalle regioni del

Brabante e di Liegi. Qui nacque una nuova forma di vita religiosa sostenuta da autorità ecclesiastiche anche in

41

funzione antiereticale: si tratta delle beghine , donne vergini o vedove che vivevano sole o in comunità senza voti

stabili o regola approvata. Esse combinavano preghiera con attività caritative, vivendo del loro lavoro; alcune

praticavano forme rigorose di digiuno, interrotte dalla sola comunione quotidiana. Comunità de genere si estesero

dalle Fiandre verso la Francia settentrionale, la Renania, Polonia, Germania e la Boemia. Attecchirono meno in

Italia, dove la chiesa romana cercò di incanalare la religiosità femminile entro forme monastiche tradizionali. Va

riportata a questi ambienti la nascita della festa del Corpus domini, che mezzo secolo più avanti fu promossa da

Urbano IV a festività universale; chi non partecipava era considerato nemico dell'ostia

Un fenomeno del genere fu quello delle bizzocche dell'Italia centrale, diffuse a partire dal XIII secolo, ovvero

donne che preferivano forme di eremitismo cittadino, di temporanea reclusione unita a pratiche come la visita ai

malati, il pellegrinaggio..

7. Dalla prima fraternità di Francesco d'Assisi all'ordine dei frati minori

Il profilo di Francesco può essere compreso sullo sfondo penitenziale e eucaristico della stagione del concilio.

Con un piccolo gruppo di compagni, nella maggior parte originari di Assisi, passò a pregare e frequentare chiese,

vivendo poveramente, lavorando presentandosi con un augurio di pace. Recatisi presso la curia papale, ricevettero

da Innocenzo III il permesso di predicare la penitenza: questo è il primo riconoscimento orale da parte dell'autorità

romana a una fraternità improntata ad alcune istanze di riforma avanzate nel XI secolo.

Non furono facili i rapporti di Francesco con la gerarchia, e in particolare con il cardinale Ugolino, che si impegnò

energicamente a superare le resistenze di Francesco e a incanalare la fraternitas entro il solco della disciplina e

della normativa romana. A due anni dalla morte, Gregorio IX lo proclamò santo.

Nel 1219 Francesco partì per l'Egitto, dove i partecipanti alla quinta crociata avevano iniziato l'invasione progettata

in occasione della quarta, e fu ricevuto dal sultano. Tornato in Italia, rinunciò alla guida effettiva della fraternità,

continuando però ad essere considerato punto di riferimento esemplare e carismatico. Fu colpito dalla malaria, e

ricevette le stimmate sul monte della Verna presso Arezzo nel 1224.

Nella fraternità delle origini, le decisioni importante erano assunte in occasione di riunioni annuali, a cui tutti i frati

erano chiamati a partecipare. La fraternità assunse il profilo giuridico e istituzionale di ''ordine dei frati minori'',

sottoposti come tali a un regolamento analogo a quello degli ordini monastici esistenti . La Regola approvata da

Roma con bolla reca la scelta radicalmente evangelica, ma risente anche del compromesso che dovette

raggiungere con le istanze romane di inquadramento dell'ordine.

40 Denominazione attestata in una lettera del 1233 di Gregorio XI

41 Il termine deriva dal panno di lano non tinta (bége) dell'abito che portavano. 35

I frati minori si insediarono lungo le grandi vie di comunicazione e nelle città, prima fuori dalle mura e poi

all'interno di esse. L'insediamento nelle società cittadine fu facilitato dallo stile di itineranza e povertà, e dai ricoveri

in chiese abbandonate e ospizi, passarono a conventi stabili, con annesse chiese. Lo stringersi e il consolidarsi dei

legati con i ceti emergenti furono facilitati dalla stessa composizione sociale dell'ordine, ampie e differenziata. Nella

seconda metà degli anni 30 i frati minori si affacciarono anche al mondo delle università, dove già erano arrivati i

domenicani, anche se i frati umbri rimasero sullo sfondo.

Alla scelta di vita penitenziale aderì anche Chiara d'Assisi e la comunità delle sue compagne, che nei pressi di

Assisi perseguivano già gli stessi ideali evangelici. Gregorio IX cercò di piegare la sua comunità religiosa entro le

forme di vita religiosa femminili, che la chiesa sosteneva nel suo disegno di monasticizzazione e sacralizzazione di

ogni forma di vita religiosa, caratterizzato dal tendenziale rifiuto dei monasteri doppi. Creò quindi un ordine religioso

femminile; al suo convento richiese di staccarsi dalla prossimità dei frati e di unirsi alle altre comunità di donne

religiose. Chiara si oppose e ottenne dal papa il ''privilegio della povertà'', che le permise di mantenere la sua

comunità sotto un regime autonomo e ispirato a quello delle origini.

8. Nuovi ordini religiosi fra predicazione e politica

Frati minori, domenicani, agostiniani, carmelitani e servi di santa Maria costituirono nel complesso gli ''ordini

mendicanti'', detti così perché la scelta di povertà volontaria e della mendicità ne rappresentavano il

contrassegno.

Mentre i domenicani ebbero proprietà in comune, esigendo dai proprio membri solo la povertà personale, i frati

minori rinunciarono ad ogni possesso personale e comunitario, e conferirono al papa la proprietà dei beni

immobili.

I frati entrarono in competizione fra loro, da una parte creando e divulgando nuove forme di retorica e

predicazione religiosa, dall'altra sottoponendo i discorsi e il linguaggio degli altri al proprio controllo, attraverso la

disciplina morale dei ''peccati della lingua''; francescani e domenicani ad esempio assunsero a guida del

movimento dell'Alleluia, attraverso predicatori che in città riuscirono ad affermarsi addirittura come autorità civili.

I frati minori svolsero una vasta opera di propaganda e mobilitazione a sostegno del papato contro l'imperatore

Federico II, inizialmente affermatosi con il sostegno di Innocenzo III, e incoronato a Roma da Onorio III. Le prime

tensioni si ebbero col successore Gregorio IX, che scomunicò (1227) Federico essendo questi ritornato presto

dalla crociata in cui il papa lo voleva impegnato. Dopo aver ottenuto in oriente Betlemme, Gerusalemme e

Nazareth, tornato in Italia Federico fu nuovamente scomunicato (1229), e fu convocato un concilio anti-imperiale a

Roma, fallito però per la cattura di molti prelati. Fino al 1239 si registrarono tuttavia sia tra i vescovi sia nei nuovi

ordini che attitudini mediatrici, quando non filo-imperiali. Federico praticò una strategia di rottura del mondo

ecclesiastico, facendo leva su privilegi e donazioni a favore di abbazie e conventi.

Con la convocazione a Lione di un nuovo concilio ecumenico da parte di Innocenzo IV, Federico fu deposto. Il

novo papa, giurista di formazione, teorizzò l'illegittimità di qualsiasi potere che non si fondi fu Cristo passando

attraverso il riconoscimento papale: i sovrani non cristiani sono quindi illeciti.

9. I conflitti fra clero secolare e nuovi ordini religiosi

Tra gli ordini ci furono sempre rivalità e concorrenzialità. Ciò che li univa era la lotta contro il clero diocesano, la

cui rilevanza pastorale, la potenza sul territorio e la stessa raccolta di offerte e elemosine era minacciata dalla

crescente presenza di frati. Il terreno di lotta divenne l'università, dove i mendicanti compiono sforzi notevoli per

affermarsi. Il confitto esplose quando alcuni frati minori vicini al ministro generale Giovanni da Parma osarono

affermare che era ormai giunto il terzo status, preconizzato da Gioacchino da Fiore, presunto profeta dei nuovi

ordini. Una lettera congiunta dei superiori generali degli ordini dei frati minori e dei frati predicatori (1255) affermò

che i loro ordini erano i protagonisti degli eventi finali, i due testimoni dell'Apocalisse. Fra i maestri secolari,

Guglielmo di Saint-Amour reagì dichiarando ridicole tali pretese e ritorcendo contro i frati l'accusa di essere loro

stessi emissari anticristiani, mentre Gerardo di Abbeville criticò la lor presunzione di perfezione evangelica.

Nella controversia due diverse e contrapposte vicende ecclesiologiche venivano alla luce:

− per i secolari la chiesa è un corpo gerarchicamente ordinato, in cui ciascun membro nell'esercizio delle sue

funzioni deve far capo al membro che lo precede, tenendo fermo il ruolo dei vescovi in quanto successori degli

apostoli.

− per i mendicanti è un corpo subordinato al papa, suo capo; esaltano l'assoluto primato del papa in quanto

successore di Pietro.

10. Gli eretici nella stretta di impero, chiesa romana e nuovi ordini

A pochi anni dagli inizi, gli ordini dei frati predicatori, minori e poi carmelitani ricevettero dal papa la missione di

inquisire gli eretici, ancora ben radicati soprattutto in Francia e in Italia centro-settentrionale. In particolare i catari si

36

erano insediati in diverse città italiane, trovando spesso accoglienza favorevole da parte delle autorità cittadine, in

quanto non aspiravano a alcuna forma di potere né prendevano parte alle lotte fra fazioni.

• Contro di loro si intensificò innanzitutto l'azione legislativa e giudiziaria delle autorità civili

• Federico II emanò una Costituzione contro gli eretici in Lombardia, che arrivò a prevedere per loro la

pena di morte mediante il fuoco. 42

In questa fase settava ancora ai vescovi la giurisdizione sull'intero processo inquisitoriale , ma nel giro i

pochi anni i frati si videro attribuiti da parte di Innocenzo IV poteri e responsabilità crescenti come inquisitori

in tutto l'occidente (ad eccezione di Scandinavia e Inghilterra). La decretale Ad extirpanda stabilì che il giudizio

sugli eretici spettava insieme al vescovo e ai frati inquisitori nominati dal papa.

Conclusasi la crociata contro i catari (1229), i nuovi ordini si erano insediati nei più importanti centro della

Linguadoca per combattere l'eresia; gli esiti furono differenti a seconda delle reazioni delle popolazioni locali.

− a Tolosa i domenicani del convento furono violentemente espulsi dalla cittadinanza, indignati per

l'iniziativa di alcuni di loro di far riesumare i cadaveri degli eretici e farli bruciare, per evitare che restassero in uno

spazio consacrato. Vennero anche uccisi alcuni inquisitori.

− a Montauban invece la cittadinanza accettò l'opportunità del tempus gratiae, un breve periodo concesso

dall'inquisitore a chi, riconosciuto come eretico, fosse disposto a fare penitenza. Si creò quindi un terreno di

mediazione e trattativa: i frati riuscirono a sradicare dalla città l'eresia , dimostrato dall'iniziativa dei cittadini di

finanziare la costruzione di una nuova chiesa.

11. I poteri della cristianità, i neo-convertiti e le dispute forzate con gli ebrei

Per individuare gli eretici la chiesa di fece spesso aiutare da ex eretici avvicinatisi ai frati o divenuti tali, e un

fenomeno analogo avvenne con gli ebrei. Fino al primi decenni del XII secolo gli ebrei erano rimasti ben inseriti

nelle società politiche dell'occidente; le disposizioni del IV concilio Lateranense relativa al contrassegno da

indossare va considerata come un segnale di cambiamento di clima e condizione.

• In Germania gli ebrei furono incolpati di 4 assassini con l'accusa di omicidio rituale. Federico II dichiarò

che tutti gli ebrei di Germania erano ''servi della camera'', cioè direttamente sottoposti alla giurisdizione del

sovrano, collocandoli quindi in posizione subalterna e distinta rispetto agli altri sudditi.

• Cambiava il profilo pubblico degli ebrei, costretti a esercitare l'attività di prestatori di denaro. Nella Bibbia

il prestito a interesse è equiparato all'usura: le autorità civili quindi vietarono questo mestiere ai cristiani, e

ne imposero la pratica agli ebrei.

• Alcuni neo-convertiti denunciarono le insidie ebraiche dal punto di vista religioso

Il papato tenne una linea oscillante, adottando nei decenni successivi una strategia differenziata: ribadì da una

parte ordini di distruzione dei Talmud, ma reiterò dall'altra i consueti provvedimenti di tolleranza e protezione nei

confronti degli ebrei.

12. I teutonici in Europa centro-orientale

La creazione di ordini militari a sostegno dei crociati in Terra Santa comportò la messa in opera di strutture e

apparati militari che poterono essere facilmente utilizzati per scopi e imprese differenti. I cavalieri teutonici, presenti

in Europa settentrionale e orientale dal XIII secolo, ebbero una funzione notevole nella colonizzazione dell'Europa

centro-orientale e nelle sue forme di cristianizzazione. Equiparati da Onorio III a templari e ospedalieri, e come tali

costituiti in ordine esente dai poteri vescovili e alle strutture diocesane, i teutonici ebbero statuti simili a quelli

dei domenicani. Furono anche chiamati a combattere contro i popoli pagani dei turchi e dei prussi; conquistata la

Prussia, i teutonici furono riconosciuti dal papa come suoi signori.

Il progressivo ritiro dei cristiani dal Mediterraneo orientale comportò una dislocazione definitiva degli ordini militari;

templari e ospedalieri stabilirono il proprio centro a Cipro, i teutonici inizialmente a Venezia, poi nella fortezza

prussiana di Marienburg. Dai primi del 300 l'ordine intraprese nuove campagne militari, volgendo le proprie milizie

contro territori abitati e governati da cristiani cattolici: di conseguenza un legato papale scomunicò il gran maestro,

ma la potenza teutonica si mantenne ancora un secolo.

13. I frati in estremo oriente

Dalla metà del XI secolo furono organizzate le prime in estremo oriente, di cui furono protagonisti francescani e

domenicani, che le realizzarono con il sostegno del papa e del re di Francia.

42 Nelle fonti dell'epoca il termine inquisitio risulta riferito al compito dei singoli inquisitores e non a un'istituzione come invece furono

quelle insediate in Castiglia negli ultimi decenni del 1400. Fra i primi obiettivi degli inquisitori vi era l'intento di istituire un nuovo

rapporto con i gruppi dirigenti cittadini. 37

• Giovanni Pian di Carpine: consegnò un messaggio papale alla corte mongola. Stese Historia

Mongalorum

• Guglielmo di Rubruk: scopre che nell'impero mongolo esistono ancora dei cristiani nestoriani, e li

presenta in piena decadenza, poco consapevoli della propria antica tradizione e privi di gerarchia

episcopale. La controversia a cui partecipò Guglielmo fu organizzata come un vero e proprio confronto

dialettico tra un frate minore, un cristiano nestoriano, un mussulmano e un tuino, cioè un religioso buddista

tendente al manicheismo. La sperata conversione del Khan al cristianesimo non avvenne.

14. Tommaso e Bonaventura di fronte alla filosofia aristotelica. Divieti e condanne ecclesiastiche

Negli ambienti universitari gli intellettuali, come il domenicano Alberto Magno e il minorita Ruggero Bacone, si

dedicarono allo studio e alla parafrasi dei testi aristotelici da poco entrati in occidente, nella convinzione che fossero

ben integrabili nei quadri teologici cristiani. Anche Tommaso d'Aquino affrontò con apertura e libertà intellettuale

lo studio delle opere logiche, fisiche e metafisiche di Aristotele, nella prospettiva di integrale nel sapere dei cristiani.

La Summa theologiae concepisce il mistero cosmico in chiave neoplatonica, come incessante movimento di uscire

delle creature da Dio, e di ritorno a lui; in questa visione valorizza l'apporto aristotelico sul piano del metodo,

assimilando la teologia a una scienza secondo il modello aristotelico. Secondo Tommaso, la teologia non doveva

più essere considerata come contemplazione della Scrittura, ma come un sapere autonomamente strutturato a

partire da principi rilevati, ma sviluppato secondo procedimenti argomentativi razionali. Sul piano dei contenuti,

assimilò il Motore immobile di Aristotele con il Dio dei cristiani.

Negli stessi anni in cui Tommaso configurata il suo sistema dottrinale, altri teologici fra Parigi e Oxford si

muovevano in direzioni differenti , preferendo denunciare i pericoli di un ricorso incontrollato all'aristotelismo.

Bonaventura da Bagnoregio, ministro generale dell'ordine dei frati minori, da un cauto interesse per le dottrine

aristoteliche, passò poi a denunciare i pericoli insiti in esse.

A Parigi i martellanti allarmi dei settori più conservatori si concentrarono contro alcuni maestri della facoltà delle arti,

accusati di praticare un relativismo dottrinale, in quanto avrebbero preteso di affiancare alla verità teologia quella

filosofica aristotelica. Le accuse rivolte contro Sigieri di Brabante e Boezio di Dacia di essere seguaci di Averroè di

e sostenitori della ''doppia verità'' erano prive di fondamenti, puramente funzionali a screditarli e colpirli.

Le condanne colpirono anche alcune dottrine antropologiche e gnoseologiche di Tommaso, e determinarono l'avvio

di una fase confusa, segnata dallo sforzo di alcuni vescovi di dare artificiosamente vita a un progetto culturale detto

poi neo-agostiniano, mirante a riproporre dottrine tradizionali neoplatoniche e agostiniane. Le posizioni di Tommaso

venero poi ufficialmente adottate dall'ordine domenicano, in aperta polemica con la scuola agostiniana dei minoriti.

15. Dal II concilio di Lione (1274) a Pietro di Giovanni Olivi

Il II concilio di Lione fu convocato principalmente per ratificare la riunificazione ecclesiastica con i greci, che si

erano piegati nella speranza di sottrarsi alla minaccia di una nuova invasione da occidente da parte do Carlo

d'Angiò, minaccia che si dissolse del tutto dopo la rivolta anti-angioina in Sicilia (Vespri siciliani) e la morte di Carlo.

Il divieto emesso dal II concilio di Lione di dar vira a nuove congregazioni religiose rispetto a quelle già autorizzate

dal Laterano IV aveva comportato la provvisoria sospensione di agostiniani e carmelitani, e colpito altri

movimento ancora fluidi, come i saccati (Francia meridionale), settori rigoristi di minoriti, attivi soprattutto nelle

43

Marche, e gli apostoli di Gherardo Segarelli.

Della questione dell'effettiva osservanza della povertà erano ben consapevoli gli spirituali (poi indicati come

fraticelli) all'interno del gruppo dei frati minori. Tra la fine del 200 e i primi decenni del 300 anche la Linguadoca

rappresentò un bastione degli spirituali, specialmente a Narbona e Montpellier: in queste città, dove l'eresia catara

era stata ormai sconfitta, gli spirituali riuscirono ad annodare rapporti con laici, ceti emergenti e élite politiche locali,

grazie anche al carisma della loro figura di punta, Pietro di Giovanni Olivi. Questo frate, impegnato a

reinterpretare in chiave francescana la visione storico-apocalittica di Gioacchino da Fiore, fu in stretto contatto con

ambienti laici devoti, inseriti nel mondo mercantile e finanziario. Consapevole della potenzialità del nascente

capitalismo commerciale, Olivi si preoccupa di sottoporre il mercante a una rigorosa disciplina morale.

Abbandonando la tradizionale diffidenza nei confronti del mondo mercantile e la condanna di usura come forma di

prestito, Olivi cercò di stabilire i confini tra usura e prestito a interesse.

CAPITOLO 14 – IL PAPATO AVIGNONESE. INQUISITORI E ERETICI, MISTICI E PROFETI

1. Da Bonifacio VIII a Clemente V: il papato dall'Italia a Avignone

La richiesta di intervento contro i discendenti di Federico I, che il papa rivolse alla monarchia francese, ebbe

43 Gli apostoli erano nati nel solco pauperistico-mendicante. Si caratterizzavano per la pratica effettiva di una povertà radicale, e per

questo avevano rappresentavano per i frati minori un pericoloso concorrente. Il rifiuto da parte loro di allinearsi con disposizioni

conciliari fece sì che nei loro confronti si attivassero procedure repressive, dal carcere al rogo, come accadde per lo stesso

Segarelli. Nel primo decennio del XV secolo il movimento prese una nuova forma sotto la giuda di Dolcino, che lo trasformò in

senso profetico e apocalittico. 38

conseguenze di lunga portata: Carlo d'Angiò, fratello di Luigi IX, sconfisse gli svevi in Italia e trasformò il

Mezzogiorno in dominio angioino. Quasi subito, però, la Sicilia fu occupata dagli aragonesi, e il papato fu

coinvolto nel conflitto tra angioini e aragonesi. La continuità del legame con la monarchia francese è tuttavia

testimoniata dall'ascesa dei 3 papi francesi Clemente IV, Innocenzo V e Martino IV; vi fu invece una

temporanea rottura di Bonifacio VIII con Filippo IV il Bello, che si risolse con un'ulteriore rafforzamento della

pressione francese sul papato.

Poco dopo la sua elezione, Bonifacio respinse con successo l'attacco dei rivali Colonna che avevano

dichiarato illegittime le dimissioni del suo precedente Celestino V, perché estorte da Bonifacio con frodi e

minacce. Bonifacio indisse contro di loro la crociata, ne distrusse le fortezze e ne ottenne la sottomissione

(1298). successivamente entrò in conflitto con i re di Francia e Inghilterra, che avevano bloccato i

trasferimenti a Roma della decima papale, cioè la quota raccolta presso i chierici dei loro paesi. A tale

conflitto di natura finanziaria si assommarono contrasti su importanti nomine episcopali. Nella Unam

sanctam (1302) il papa ribadì la plenutudo potestatis universale di cui si riteneva depositario. Nel 1303 un

gruppo di armati capeggiati da Filippo il Bello irruppe nel palazzo papale di Anagni e tenne per breve tempo il

papa in ostaggio, che morì poco dopo.

La sua indizione del primo giubileo va compresa anche sullo sfondo di questa altissima coscienza di sé:

proclamando l'anno santo per il 1300, Bonifacio estese l'indulgenza plenaria dai peccati commessi a

chiunque si fosse recato a Roma, recuperando in questo modo diversi elementi della religiosità popolare. Il

nesso tra giubileo e indulgenza fu poi definitamente fissato da Clemente IV, che anticipò il secondo giubileo

al 1350. affermò che la chiesa può offrire indulgenze a favore dei vivi e dei morti.

Dopo il breve pontificato di Benedetto IX fu eletto l'arcivescovo di Bordeaux Clemente V, che trasferì la

sede papale a Avignone, dove rimase dal 1307 al 1377. Il papato era ormai entrato pienamente nell'orbita

del sovrano francese, e ciò si capisce anche alla luce del processo indetto contro la memoria di Bonifacio

VIII, la canonizzazione di Celestino V, e la campagna di Filippo contro tutti i templari del regno, che culminò

con il loro arresto.

Il passaggio della sede papale a Avignone è stato a lungo inteso come fattore di rottura e segnale di crisi

nella storia della chiesa: vennero meno le prassi delle visite pastorali, il clero si ridusse molto dopo la peste

del 1348 e la disciplina ecclesiastica si rallentò. Studi recenti hanno messo in luce elementi di continuità

rispetto alla fase precedente, e di modernizzazione rispetto alla successiva per quanto riguarda il

funzionamento della macchina amministrativa della curia papale. Nel secolo precedenti le carriere

ecclesiastiche erano avvenute lungo percorsi familiari e parentali (Nicolò III: famiglia Orsini): ad Avignone tali

pratiche non vennero meno, ma la distribuzione delle cariche penalizzò le stirpi romane. Veniva così

sovvertita la tradizione che voleva il collegio cardinalizio formato in prevalenza da italiani.

2. La predicazione in volgare

Nel XIV secolo nuovi centri di via intellettuale e religiosa fiorirono in Italia settentrionale, Provenza, e lungo il Reno:

questa collocazione è connessa al rilievo assunto dalle lingue volgari anche negli ambienti tradizionalmente

spettanti ai chierici e riservati al latino. L'uso delle lingue volgari comportò semplificazioni concettuali, ma conferì

maggiore capacità e intensità comunicativa ai testi. Le prime tracce del passaggio dall'omelia al sermo

modernus risalgono già al XIII secolo: mentre l'omelia ha per oggetto un passo della scrittura, il sermone moderno

si concentra su un singolo versetto. Venivano inoltre inseriti exempla e distinctiones, cioè parole chiave tratte dalle

scritture e interpretate secondo i tradizionali 4 sensi.

La redazione finale dei sermoni del XIII e XIV secolo ci è pervenuta in latino, ma non pochi dovevano essere i

predicatori in volgare: le prediche in volgare venivano di solito trascritte da un reportator presente tra il pubblico.

3. Teologia in lingua volgare

Il diffondersi della scrittura e dei libri al di fuori dei centri di studi universitari, e il crescente allestimento di testi e

traduzioni in lingua volgare comportarono un'estensione dei soggetti interessati alla cultura religiosa. Nonostante

prescrizioni e resistenze, censure e condanne della autorità ecclesiastiche, il sapere religioso non era più

appannaggio esclusivo di monaci e chierici. Agli inizi del 300 Margherita Porete, beghina della Francia

settentrionale, impresse una svolta alla condizione e alla teologia mistica delle donne religiose, e fu definita come

relapsa (ricercata) dal domenicano Giovanni Humbert, in quanto doveva essere inaccettabile la distinzione che la

donna fa fra Santa chiesa la Piccola (cioè la chiesa come istituzione) e la Grande (formata dalle anime elette, che

conosce solo Dio); fu condannata.

Il concilio di Vienne (1311) condannò le beghine che non promettono obbedienza a nessuno e non professano

alcuna regola approvata, e il papa stabilì che la loro condizione fosse proibita per sempre e completamente abolita

sotto pena di scomunica. Le esperienze non regolate di beghine cominciarono quindi a ridursi: alcune assunsero lo

status di comunità disciplinate da un Regola; altre furono affiliate agli ordini dei mendicanti (domenicani e

agostiniani); altre ancora furono inquisite. 39

4. Eretici e inquisitori

Da tempo gli spirituali minoriti avevano chiesto di essere riconosciuti come congregazione sottoposta alla stessa

regola dei frati minori, ma sottratta alla gerarchia dell'ordine. Il concilio di Vienne si limitò a sollecitare l'ordine a una

più rigorosa osservanza della Regola.

In questo periodo esistevano ancora predicatori itineranti catari che percorrevano l'Europa centrale fino alla

Polonia; tra il XIV e XV secolo i valdesi non erano meno attivi in Italia, Francia, Svizzera, Austria e Boemia,

subendo massicci processi miranti al loro completo sradicamento.

Dal XII secolo il termine eresia era riferito a un'ampia gamma di posizioni di diversa consistenza teorica e

organizzativa. In quanto disobbedienti alla chiesa romana e posti al di fuori di essa gli eretici erano quasi sempre

ritenuti membri di una setta, e ciascuno di loro era ritenuto servitore del Diavolo. A partire dalla normativa di

Federico II l'eretico andava colpito indipendente dai suoi comportamenti criminosi, effettivi o presunti. Il Libro delle

44

sentenze di Bernardo Gui elenca come connotati dei valdesi la predicazione dopo il pasto serale, la letteratura

del NT in lingua volgare e la negazione del Purgatorio.

5. Gli interventi dottrinali e repressivi di Giovanni XXII. Le condanne di Ockham e Eckhart

Rispetto ai papi precedenti, Giovanni XXII si inserì in maniera più decisa nelle controversie teologiche, colpendo

alcuni dei teologi di maggiore spicco dell'epoca. Il papa affermò contro le convinzioni dei teologi del tempo, che per

giungere alla piena visione divina, le anime dei santi dovevano attendere la riunificazione ai propri corpi risorti dopo

il giudizio universale.

Giovanni XXII lottò anche all'eresia: condannò come eretica la dottrina secondo cui Gesù e gli apostoli non

possedettero nulla né in proprio né in comune, sconfessando la concezione dell'altissima povertà di Gesù, a

cui l'ordine dei frati minori aveva legato la propria forza e immagine. Giovanni XXII restituì loro il dominio dei

beni che avevano in uso, fino ad allora appartenenti al papato.

GUGLIELMO DI OCKHAM: convocato ad Avignone dal papa a seguito della denuncia dell'università di

Oxford, John Lutterell, che aveva individuato nei suoi scritti molti errori dottrinali. Ockham in particolare

aveva rigettato la concezione della teologia come scienza, affermatasi lungo in XIII secolo e messa a punto

da Tommaso d'Aquino.

Dopo la fuga da Avignone e la scomunica papale, si rifugiò a Monaco e qui abbandonò i precedenti studi

dedicandosi alla pubblicistica ecclesiologica, caratterizzata dalla polemica contro il principato tirannico del

papa (definì come eretici i papi Giovanni XXII e Benedetto XII).

Giovanni XXII valorizzò invece i domenicani, canonizzando Tommaso d'Aquino. Anche essi dovettero però

attraversare una crisi interna, esplosa con le denunce di alcuni confratelli nei confronti di MEISTER

ECKHART. Per lui l'uomo deve allontanarsi dal peccato, a cui è naturalmente incline, attraverso il

pentimento divino, che, diretto soltanto a dio, porta alla gioia spirituale e guida lo spirito fuori da ogni

sofferenza e tristezza.

6. Verso la devotio moderna

La condanna di Eckhart impresse un duro colpo alla mistica speculativa dei domenicani, spingendone alcuni verso

45

soluzioni di sorvegliato ripiegamento. La devotio mistica prendeva il posto delle teologia mistica, la Passione

prendeva il posto della dottrina, che diveniva oggetto di studio.

Maturata sul piano teorico, la nuova devozione alla figura di Gesù, fondata sulla meditazione della sua passione e

del mistero della sua morte, sorresse i tentativi di rinnovamento delle congregazioni religiose e delle forme di pietà

fra XIV e XV secolo.

7. Una nuova visione della chiesa e del suo potere sul mondo

Nel loro opporsi alla plenitudo potestatis rivendicata dai papi, i re di Francia Filippo IV e l'imperatore Ludovico il

Bavaro si avvalsero di intellettuali che, ricorrendo all'apporto delle dottrine aristoteliche, contribuirono alla revisione

della tradizionale concezione ecclesiastica del potere del papa e dei chierici. I teologi domenicano Alberto Magno e

Tommaso d'Aquino erano stati fra i primi a misurarsi con la Politica di Aristotele. L'effettivo utilizzo delle sue dottrine

avvenne tuttavia solo a partire dal pontificato di Bonifacio VIII.

Un contributo decisivo alla formazione di una nuova coscienza teologica ecclesiologica e politica fu fornito da

44 Intellettuale domenicano; nella sua funzione di inquisitore di Tolosa in 15 anni condannò 636 inquisiti fra catari, valdesi, spirituali e

beghini.

45 Devotio= atteggiamento profondamente religioso di pietà,offerta, sacrificio, dedizione, preghiera; esige la preghiera del cuore e non

solo delle labbra 40

intellettuali laici formatisi nelle città d'Italia centro-settentrionale , contraddistinte da lotte di fazioni e da nuove forme

di potere e partecipazione al governo.

Dante nel De monarchia cercò di ripensare i rapporti fra sfera civile e ecclesiastica, rilanciando la centralità

dell'Impero e della sua missione universale anche grazie al ricorso alle categorie aristoteliche. Poiché i fini

preposti agli uomini sono due, la vita eterna e la felicità terrena, duplice è anche il potere a cui sono

sottoposti. Il trattato fu condannato per eresia poco dopo la sua stesura.

Marsilio da Padova in Defensor pacis propose una concezione della società politica per cui soggetto della

sovranità è il popolo, che la affida all'imperatore. Marsilio voleva rilanciare le prerogative imperiali, negando

la dottrina della pienezza del potere papale e l'esercizio di qualsiasi potere terreno da parte dei chierici,

poiché solo dio toglie i peccati. La fortuna del Defensor pacis nei secoli fu ampia e differenziata, anche al di

fuori dell'orizzonte imperiale, grazie a intellettuali vicini al re di Francia e di Aragona, i cui trattati politici

diffusero una concezione della vita sociale e politica cristiana interamente dominata dai sovrani e

polemicamente esigente nei confronti dei chierici.

Per lungo tempo le posizioni di Dante, Marsilio e Ockham sono state considerate come un potente segnale

della nascita dello spirito laico nell'occidente moderno.

8. Il ritorno del papato a Roma tra calcolo e profezia

Contro Ludovico il Bavaro, la chiesa romana giocò la carta di un principe della casa di Lussemburgo, il boemo

Vanceslao, che, eletto imperatore con il nome di Carlo IV, si atteggiò a nuovo Carlo Magno, cercando di

trasformare Praga in una nuova Roma. Carlo scese a Roma per ricevere in S. Pietro la corona imperiale dal

cardinale d'Ostia, delegato dal papa avignonese. Poco dopo però stabilì con la Bolla d'oro (1356) che l'elezione

imperiale era riservata a sette principi elettori di Germania.

Nel frattempo i vertiti ecclesiastici andavano maturando la decisione di rientrare a Roma da Avignone e così

sottrarsi alla crescente dipendenza dal re di Francia. Le più celebri esortazioni a papa sono nelle lettere di Caterina

da Siena e nei testi della principessa Brigida di Svevia.

Il ritorno del papa a Roma divenne infine possibile grazie alla raccolta di mezzi finanziari adeguati e di un vasto

consenso a livello europeo. Dopo un primo tentativo compiuto da Urbano V, il definitivo rientro di Gregorio XI fu

reso possibile dai crediti garantiti da imperatore e re di Francia, Navarra e Napoli.

L'elezione del successore Urbano VI comportò però lo scoppio di uno scisma di 40 anni (1378-1417).

CAPITOLO 15 – TRA CONCILIARISMO E MONARCHIA PAPALE.

RIFORMA, PROFETISMO E DEVOZIONE DEL XV SECOLO

1. Il grande scisma d'occidente

Urbano VI entrò immediatamente in disaccordo con i cardinali che lo avevano eletto; questi pochi mesi dopo gli

contrapposero un nuovo papa, un cardinale di Ginevra nipote di Carlo V re di Francia, Clemente VII, che riportò la

curia ad Avignone. Per la prima volta si scontravano non due papi con due curie, ma due intere organizzazioni

ecclesiastiche, ciascuna delle quali scomunicava l'altra come eretica.

Lo scisma fissava la divisione dell'Europa in zone di influenza:

Pro URBANO VI Pro CLEMENTE VII

Italia, Europa centro-settentrionale e Inghilterra Francia, Savoia, Borgogna, Scozia, Castiglia, e poi

anche Aragona e principi tedeschi

Dai più rinomati centri universitari si cominciò a ventilare la via del concilio, rispondente ai modelli di

organizzazione corporativa e di collegialità affermatisi nelle università.

I cardinali romani, riunitisi in conclave per eleggere il nuovo papa alla morte di Innocenzo VII, assunsero il

reciproco impegno che, chiunque fosse stato eletto, avrebbe convocato il concilio. Il nuovo papa Gregorio

XII non si attenne ai patti: i cardinali quindi convocarono un concilio a Pisa. A loro volta Gregorio XII e il rivale

avignonese Benedetto XIII convocarono i propri concili a Cividale e a Perpignan.

Il concilio di Pisa (1409) si propose come supremo organismo giudicante del papato (ma non come

riformatore della chiesa) per attestare pubblicamente le condizioni dei due pontefici, che con i loro

comportamenti si erano macchiati di eresia. Dichiarati decaduti i due papi (non disposti però a ritirarsi),

elessero Alessandro V, e poi Giovanni XXIII. Questi convocò un nuovo concilio a Costanza (1414), che

avrebbe dovuto rispondere alla esigenze generali di riforma della chiesa. La questione di fondo era la riforma

complessiva e strutturale della chiesa intera, a partire dai suoi vertici.

2. Il movimento riformatore tra Inghilterra e Boemia

Il movimento nazionale e religioso affermatosi in Boemia e in Moravia nella prima metà del 400 trovò in HUS

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